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Viaggio in Sicilia (Münter)/Note del traduttore vol. II/Note all'articolo Catania

Friedrich Münter - Viaggio in Sicilia (1788-1790)
Traduzione dal tedesco di Francesco Peranni (1831)
Note all'articolo Catania
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Note all'articolo Catania.


(1) La colonia fu tirata da quei Calcidesi stessi che, venuti con Teocle in Sicilia, fondato aveano Nasso. Strabone, lib. 6, riferisce che Catana autem Naxiorum est colonia. Falconer, nello stesso libro di tale scrittore, asserisce quinque annis peractis (intende dopo la fondazione di Siracusa) Theucles Leontium, et Catanam condidit. Tucidide ancora nel 6 libro ci fa noto che Theucles autem, et Chalcidenses Naxo profecti anno quinto post Syracusas conditas Leontinos ejectis bello siculis condiderunt, et post ipsos Catanam. Non si comprende quindi come Münter asserir possa di essersi questo paese dopo anni otto di Siracusa edificato. Sembra ch'egli sia stato indotto a questa credenza da ciò che nella Catania illustrata di d'Amico si attesta, il quale, sulla falsa interpetrazione delle parole di Tucidide fatta da Cluverio, stabilisce quell'epoca. La traduzione rapportata da Lorenzo Valla getta ancora il d'Amico nell'errore. Mi fa meraviglia che l'abate de Blasi, lib. 2, par. i, cap. i , inciampi nell'istesso sbaglio, da cui il conte Rezzonico l. c. non si è ugualmente preservato. Nel testo di Tucidide chiaramente si trova scritto ἒτει πεντῳ μετά Συρκούσας, cioè anni cinque dopo Siracusa. Il P. Pancrazio, cap. 2, nel fare le sue riflessioni sulle tre diverse epoche della fondazione di Siracusa [p. 138 modifica]descritte da Dodwel, si appoggia all'autorità di Tucidide.

Dalle parole stesse di questo storico sembra che Catania avesse già esistito prima che vi andassero i Nassioti, perchè seguita egli a dire: Et post ipsos Catanam. Ipsi vero Catanei Evarchum coloniae deducendae ducem creaverunt. Furono i Catanesi che scelsero Evarco per loro capo, dunque Catania allora esisteva; ma era picciola, ed infatti Bouchart, nel lib. i, cap. 8, dice che Catana parvam sonat, e da questa voce deriva l'etimologia di questo paese. Carrera, citato dal d'Amico, cap. 4, attribuisce tal nome alla parola composta Kat-aetnam, ossia sotto l'Etna, perchè κατά in greco significa sotto.

In quanto all'epoca di 720 anni prima dell'era volgare, non può essere che un errore di stampa, giacchè cadrebbe il Münter in aperta contraddizione con se stesso, dopo aver fissato lo stabilimento di Siracusa 709 anni prima dell'epoca nominata. Questo erudito viaggiatore non seguirebbe allora il d'Amico, che si appoggia al calcolo di Cluverio, il quale, nel lib. i, cap. 2, scrive così: Octavo igitur anno post adventum in Siciliam Theuclis idest olimpiadis 13, anno primo ante natum Jesum 728 Catana fuerit condita; locchè, secondo il vero testo di Tucidide, sarebbe 730 anni avanti quella data.

(2) Si legga Strabone, lib. 6, il quale riferisce: Pristinos autem incolas Catana amisit deductis eo alis ab Hierone Syracusanorum tyranno, et nomen Catanae in Etna mutantis . . . . . Ecco le parole di Diodoro, lib. ii: Athenis summum magistratum gerente Phaedone olimpias 76. Tum Hiero Naxiis, et Catanensibus e patria ejectis . . . . Catanamque mutato nomine dixit Etnam. Ciò corrisponde a 476 anni prima di G. C.

(3) Diodoro, lib. ii: Athenis summum gerente magistratum Euippo Ducetius Siculorum dux incolis Catanae obereptum Siculis agrum infensus arma in [p. 139 modifica]eos movet . . . . Nell'anno 4 dell'olimpiade 79 Euippo esercitava in Atene la suprema magistratura, ossia 457 anni avanti quell'epoca.

(4) Nel lib. 14 del citato autore si trova scritto così: Dionisius vero Syracusanorum tyrannus ubi post factam cum Carthaginensibus pacem seditionis urbane tumultus pacaverat vicinas Chalcidentium urbes ditioni suae adiicere properavit; Naxum scilicet, Catanam et Leontinos.

(5) Strabone, lib. 6: Nostra aetate quum inter alias urbes Pompejus Syracusas quoque male tractaset, Augustus Caesar missa colonia magnam veteris Structurae partem instauravit.

(6) Si legga la nota num. 11 dell'articolo seguente.

(7) Tutti siffatti elogi non possono leggersi che con vera compiacenza, e gratitudine insieme.

(8) Non si comprende come le tante belle collezioni di antichità e di storia naturale, dalle quali questo paese sommo decoro e lustro ritrae, manchino in Palermo.

(9) L'Odeo, parola che proviene dalla voce greca ὠδή che vale canto, era un luogo destinato per suonarvi, cantarvi e rappresentarvi i poeti. Si vuole che Pericle sia stato il primo che avesse fatto innalzare in Atene un tale edifizio. In Roma se ne costruirono quattro, de' quali vestigio alcuno più non rimane. Servivano questi ancora come teatri di prova, dove gli attori e gli strumentisti, prima di comparire nelle teatrali scene, si esercitavano. Enc. Ant.

(10) Ciò che Münter riferisce di Alcibiade descritto si trova nel lib. i degli Stratagemmi di Polieno . . . et simul accidit, ut Alcibiades concionari inciperent, et Athenienses Catanam tenerent. Egli però parla del luogo, dove quel greco capitano fece perorazione; si legge in Frontino, che ciò Successe nel teatro di Agrigento. Questo è un errore, ma ecco quanto questo scrittore brevemente [p. 140 modifica]ne racconta: Alcibiades dux Atheniensium, quum civitatem Agrigentinorum egregie munitam obsideret, petit ab eis (da' Catanesi) concilio diu tanquam de rebus ad commune pertinentibus, disseruit in theatro, ubi ex more graecorum locus consultationis praebebatur, dumque concilii specie tenet multitudinem, Athenienses quos ad id praeparaverat, incustoditam urbem ceperunt.

(11) Le parole di Fazello, Deca i, lib. 3, cap. i, sono le seguenti: Tria praeterea theatra memoratu digna erant in ea, quorum ruinae adhuc visuntur. Da qui si vede ch'egli non intende far menzione d'un anfiteatro.

(12) La traduzione delle parole greche è la seguente: da' Catanesi consagrato a Cerere.

(13) Si legga la nota 11 dalla quale si rileva che Fazello non ha specificato di aver veduto un circo. Questo sarà forse compreso tra i suoi tre teatri; ma è più naturale di credere che uno di questi tre edifizj sia l'anfiteatro, del quale ne anco fa menoma ricordanza. Anche Biscari nel suo viaggio asserisce che di quella fabbrica se ne osservano ancora gli avanzi. Comunque si sia il circo era un grandissimo sontuoso edifizio assai più lungo che largo, uno de' quali estremi era terminato in linea circolare, ed il tutto formava una figura a guisa di ferro di cavallo molto allungato. Là dentro si davano diversi spettacoli, e molti giuochi vi si eseguivano, come corse di cavalli, di carri, combattimenti navali, di gladiatori e di bestie feroci, e gli esercizj del maneggio della caccia e della lotta. Nella parte opposta alla circolare, che soleva per lo più essere in linea retta, vi eran costruiti dodici portici chiamati carceri, ove disponevansi i cavalli, i carri e le bestie feroci. I Greci chiamano il circo, o cerchio ἰπποδρὸμος dalle due parole ἲπωος e δρὸμος, che s'intendono cavallo e corsa. Se gli era dato ben anco il nome di στάδιος, che [p. 141 modifica]significava la misura destinata per la corsa. Meno, che avanti le carceri tutto all'intorno diversi ordini di sedili per gli spettatori giravano, come sulla parte superiore correvano per tutto l'edifizio portici simili a quelli del teatro ed anfiteatro.

Fin da' tempi di Romolo, a cui l'invenzione dei giuochi pubblici si attribuisce, si esercitavano questi in aperta campagna, o in gran recinti chiusi da legname, quando a Tarquinio il Vecchio venne l'idea di farne costruire uno di fabbrica nella valle Murcia. Panvini, lib. i, cap. 5, de ludis circensibus, in questo modo ce ne rende contezza: Tarquinius Priscus rex reipublicae commoditatis ergo circo, qui postea maximus vocatus est, primus locum in valle Murcia inter Aventinum et Palatinum colles designavit. Questo circo, secondo Dionisio di Alicarnasso, Plinio e Vittore, poteva contenere 150,000, 260,000 e 380,000 uomini. V. Enc. Antiq. Esso aveva una lunghezza di 3 stadj e mezzo ed uno di larghezza; e fu chiamato massimo a ragione che tra i quindici in tutta Roma edificati era il più grande e magnifico.

Nel mezzo dell'arena vi era innalzato un isolato muro di mattoni della larghezza di dodici piedi, ed alto quattro, chiamato la spina. Milizia le dà un'altezza di sei piedi, che mi sembra più regolare, su della quale vi eran poggiati altari, piramidi, statue, torri ed obelischi, i più eccelsi e sorprendenti de' quali furon quelli che Augusto fece venire dall'Egitto. Uno di questi, consegrato al Sole, aveva l'altezza di 132 piedi, mentre il secondo, che dedicar si volle alla Luna, non sorpassava gli ottanta. La detta spina non dividea esattamente tutto l'edifizio, ma si accostava di 38 piedi verso la parte sinistra; nè questa differenza era l'effetto del capriccio, o dell'inavvertenza, ma a bella posta praticavasi per dare nel principio della corsa, che si cominciava dalle carceri e verso la dritta, più [p. 142 modifica]spazio ai cavalli ed a' carri, onde potersi sorpassare. Finalmente agli estremi della medesima disgiunti ed alquanto più larghi, eran posti due altri pezzi di fabbrica terminati in tre colonne, piramidi, o cipressi che mete si addimandavano, attorno le quali da un estremo all'altro per sette non interrotti giri si era obbligato di correre. L'arte del cocchiere, onorata da' personaggi distinti, e qualche volta da' consoli e dagl'imperatori stessi, consistea nel passar assai presso le mete e la spina senza punto toccarle, onde non produrvi danno in tutto ciò che di considerevole ed interessante serviva per adornarle. Questa destrezza produceva d'altronde a' corsieri il vantaggio di accorciare il perimetro del corso.

Di tutte queste splendidissime costose opere, che sembravano di voler disprezzare le ingiurie ed i danni del tempo, non esiste all'inpiedi ed in buono stato che quello di Costantinopoli fatto innalzare da Costantino, e che adesso porta il nome Almeydam. Di quindici, che se ne ammirarono Roma e nelle vicinanze sue, non resta che solo quello di Caracalla, ove distinguer tuttavia si possono le mete e la spina. L'or nominato Panvin nell'esteso suo Trattato ne ha inserito la pianta, il profilo e la veduta delle sue rovine. In questa pianta si osserva il difetto, che la spina è delineata nella lunghezza centrale dell'arena. Da tali disegni rilevar si possono i diversi ripartimenti e le altre subalterne annesse fabbriche, come il podium, la meniana, i portici e le botteghe esterne per venditori.

(14) Il conte Rezzonico non è letterato siciliano eppure dottamente egli si occupa a sostenere che questa produzione dell'arte non sia punto egiziana, ma catanese. In verità i Catanesi non avrebbero che gloriarsi nella loro usurpazione, non trovandosi in quel pezzo nè gusto, nè magnificenza. Costui, lungi di creder che abbia servito per [p. 143 modifica]abbellire una delle mete del circo, si è accinto di dimostrare che questo obelisco fu destinato per ornamento della tomba di Stesicoro. Appoggiato sulle parole di Geraldo, che nel 9 dialogo della sua storia poetica asserisce che illud (sepolcro) quidem Catanae positum fuisse ante urbis portam quae ex re Stesicoria dicta est octangulum, hoc est octogonum perhibent, ne conchiude che quell'ottangolare obelisco ne sia stato il misterioso e venerabile adorno. Egli, che con tanta dottrina fa brillare tutte le sue letterarie cognizioni sulle orientali ed egiziane religioni, accusando l'inesattezza delle forme degli esaminati geroglifici, argomento certo ne trae, che solo da un'estera e profana mano, e non dagli ortodossi Egiziani esser poteano incisi con sì poco rigore e di scrupolo. Io non so idearmi che gli scultori di quella popolazione fossero stati tutti perfetti, onde non fare cattive sculture, come i nostri abbozzano deformi statue di Santi e Madonne, malgrado tutta la loro religiosità. Aggiungo, che gli Egiziani ne' loro più remoti tempi non incideano, come era di ragione, che assai rozzamente i loro emblemi, e quindi havvi motivo di congetturare della sua antichità piuttostochè dell'irreligione, in che quella scultura volle azzardarsi. Continuando l'autore i suoi raziocinj, attacca la figura ottangolare del pezzo come una manifesta infrazione di sagra legge tra quella nazione. Il P. Kircker, nell'Edipo egiziano, tom. 2, classe 7, cap. 3, fa menzione della prescritta quadrangolare forma degli obelischi, dimostrando che in quei monumenti tutto dovesse rappresentare un importante oggetto, adeo ut in naturae penetralibus nihil adeo absconditum sit, quod hic non praefiguratum videatur. Ma questa legge de' Geromanti, o questo domma di loro teologia, esser noto dovea ai Catanesi, onde più facilmente imitar questa figura, piuttosto che servirsi del mostruoso espediente di mascherarla, con iscolpire quel misterioso linguaggio sopra due faccie [p. 144 modifica]di quell'ottagono, come se fossero state queste in una sola superficie appianate e projette. Io nulla ne so comprendere; ma siccome son persuaso che gli antichi facessero più spropositi ed avessero più capricci de' moderni, dico che quell'obelisco fu fatto senza quella sapienza che in ogni modo pescar si crede in tutte le opere dell'antichità, e che in conseguenza quel lavoro non fu che l'effetto della fantasia e del semplice ghiribizzo. Avrei desiderato che con la sua penetrazione avesse il conte Rezzonico fatto conoscere in un certo modo quale rapporto quegl'incisi animali e gli uomini quasi nudi aver poteano con Stesicoro; giacchè è da presumersi che destinato l'obelisco per decorazione della sua tomba, ivi degli oggetti alle virtù, al merito ed alle circostanze di esso poeta allusivi era ragione di rappresentarsi.

(15) È d'avvertirsi che il sito degli obelischi nei circhi non era esclusivamente quello delle mete, come Münter fa comprendere, ma quei singolari costosi lavori a signoreggiar si destinavano tra i più belli adorni delle spine, come lo furono i due nominati obelischi di Augusto. Nelle mete all'opposto, secondo Panvini, l. c., cap. 14, tres erant summitates ovorum similitudine factae, et trianguli specie pari utrinque intervallo collocatae. Veramente un obelisco di 14 piedi di altezza non potea gran cosa figurare in un sì grandioso e vasto edifizio.

(16) È questo un ritiro, ove donne gravide che al pubblico od in famiglia manifestar non possono l'effetto della seduzione e del disonore, si recano a partorire, dove tutta la cristiana caritatevole assistenza in bene delle infelici viene osservata.

(17) Decentemente al suolo cadendo nè al pudore reca onta il corpo.

(18) A Dedalo, come di tante altre cose, non se ne sa con certezza l'inventore, si attribuisce l'origine de' burattini, i quali furono nell'antichità recati ad un grado assai notabile di [p. 145 modifica]perfezione. Cardano, lib. 13, cap. 63, de rerum varietate, in questi sensi ce ne dà cognizione: Nullum salutationis genus non emulabantur, gesticulantes miris modis, capite, cruribus, pedibus et brachiis. I bambini erano allora coverti d'una infinità di bagattelle simili ed uguali a quante se ne caricavano nostri sino a pochi anni addietro. Esse il nome generale di crepundia portarono, e si distinguevano tra queste le picciole mani connesse, le campanelle, le scatolette per riporvi preparativi ed amuleti contro il fascino, e da noi scatolette e sacchetti ancora si usavano per custodirvisi reliquie ed altre cose sagre. Si era dagli antichi solito di divertire fanciulli con delle macchinucce che tramandavano un certo scroscio; il crepitaculum puerile, da Quintiliano descritto nel lib. 9, corrisponde al nostro siciliano scrusci scrusci. Lungo e nojoso sarebbe il descrivere tanti altri crepundi che da noi, come dagli antichi, si avea il costume di usare.

(19) Questi vasi così chiamati dal vocabolo latino murex, ossia la conchiglia, che fornisce il color porpora, a causa che tali vasi acquistavano apparenza di vernice e di smalto nella pulitura a somiglianza dell'interno di essa conchiglia. Persuaso Bellonio di questa etimologia, va più avanti congetture, e crede che i medesimi fossero fatti conchiglie. Guiberto, vuole che quel nome derivi dalla voce greca μύρον, unguento, perchè in que' vasi pregevoli e deliziosi unguenti conservavansi. Le sue parole sono le seguenti, e si leggono nel tom. 5, Deca i, Myrines igitur sive myrrhines Graecorum dicitur a myron hoc est ab unguento. Incertezze siffatte gettarono Scaligero e Cardano nella credenza che quella materia derivasse da un processo dell'arte, perlochè giunsero a persuadersi che fossero di porcellana. Mariette dopo tante prove ne adottò l'opinione, seguíta poscia da Caylus e dalle medesime convinto; mentre l'autorità di Properzio garanti ne li rendea, spiegandosi in questo [p. 146 modifica]modo nei lib. 4, elegia 5: Murreaque in Parthis pocula cocta focis. Si credea soprattutto per certo che gli Egiziani possedessero l'arte di fare falsi murrini, componendo una specie di pastiglia a perfetta imitazione de' veri; ma si restò sempre incerti, come e da quale materia fossero stati formati. Plinio ci rende consapevoli soltanto, che una sostanza vitrea nella composizione si richiedeva; ed infatti, nel lib. 37, cap. 10, asserisce: Mire ad similitudinem accessere vitrea, sed prodigii modo, ut suum pretium auxerint crystalli, non diminuerint. Nelle antiche manifatture di Tebe fabbricavansi que' vasi, essendo d'altronde noto quanto periti siano stati in ogni tempo gli Egiziani nell'arte di colorire il vetro e di fare degli eccellenti smalti. Dict. Hist. Nat. L'or nominato Naturalista ci fa comprendere ch'egli era geloso di manifestare i processi onde comporre i falsi murrini nel cap. 12, l. c., e quindi non altro ci dice, quin immo etiam extant commentarii auctorum quos non equidem demostrarim quibus modis ex crystallo tingantur smaragdi, aliaeque translucentes Sardonix e Sarda, item ceterae ex aliis. Neque est ulla fraus vitae lucrosior.

Finalmente incaricato nel 1791 M. Mongèz di riconoscere ed apprezzare i gioielli della corona di Francia, ebbe costui occasione d'interamente abbandonare l'opinione, che quella materia fosse prodotto dell'arte, e di confermarsi che i murrini altro non fossero che agate della qualità delle sardonie, delle onici, ossia agate a diverse strie, delle calcedonie, corniole ed altre preziose pietre e gemme. Ancora Chaptal crede in questo modo, il quale, sull'autorità di Le Sage, asserisce nel tom. 2 che i famosi vasi murrini erano di Sardonia. Il vaso della celebre collezione di Stoch, osservato da Winckelmann, è da lui creduto essere d'una bella sorta di agata detta sardonia. Encic. Antiquites. Questi fossili durissimi, amorfi, rossi, rossastri, [p. 147 modifica]biondi, color di mele, di carne, ancora bianchi i ma tutti a strie e sedimenti diversi ed a different, modi coloriti, acquistano sotto il bulino e la pulitura una lucidezza ed una trasparenza, che, unite all'armonia ed all'accordo delle tinte, rendono i vasi murrini straordinariamente pregiabili. Intanto da sapersi che gli Autori del Dizion. di St. Nat., non approvando l'opinione a favore delle agate, sostengono, qu'on est surpris de leur similitude avec les caractères et qualités de la chaux fluatée, et nous ne doutons pas avec M. Rozière, que la chaux fluatée en masse, qu'on nomme vulgairement spath fluor, spath vitreux, alabâtre vitreux, ne soit la matière des vases murrhins naturels.

Questa materia molle, ch'esposta all'aere diveniva dura, come da Münter viene ideata, non ha trovato fiducia nelle moltissime congetture de' fisici e mineralogisti. Le parole di Plinio, humorem putant sub terrae calore densari, non sono chiare abbastanza per farci conoscere ciò che questo preciso, ma spesse fiate oscuro scrittore intende di dire. Münter, che tanto giusto rispetto manifesta per l'erudito Principe di Biscari, e che invita il lettore al di lui opuscoletto sopra i murrini, saper dovea che questi con certezza sostiene, che l'eccellente prezioso vaso sia un opale, dimostrandone tutte le marcate distinte qualità, di cui Plinio stesso, nel lib. 37, cap. 6, ne fa la descrizione: Est enim in iis (opali) carbunculi tenuior ignis, est amathysti fulgens purpura, est smeragdi virens mare, et cuncta pariter incredibili mixtura fulgentia. Tal è questo vaso. Egli nuove prove aggiunge alle di già esposte a favore della generalità delle opinioni, che quei lavori non eran formati che dalle specie delle agate, perchè l'opale non è che un'agata semitrasparente d'un bianco latticinoso, cangiante in azzurro, rosso e verde. V. Chaptal, tom. 2, par. 2. Nella versione italiana del Diz. chimico di Klaproth si legge così: Opale nobile. Il colore e il [p. 148 modifica]bianco chiaro e azzurrognolo del latte diluito di molt'acqua; ma ciò che distingue particolarmente questa pietra sono i vivi colori d'iride, che ella fa vedere, quando si guarda sotto differenti aspetti. La pietra del vaso murrino di Biscari ha tali caratteri, quales in coelesti arcu spectantur, dice Plinio l. c. Hauy l'annovera nella classe generale de' quarzi, dove ha riunite le agate. L'opale vi è compresa sotto il nome di quarzo agate. Leman, Dict. Hist. Nat.

Io rifletto che questi vasi potevano immenso valore acquistare in grazia della pietra, alla cui naturale bellezza si accoppiavano gli scherzi coloriti delle diverse zone e de' sedimenti moltiplici che la componevano. Gli artisti potevano a que' vasi far ottenere ben anco un prezzo ricchissimo in conse guenza d'una perfetta e meravigliosa maestria. L'altro vaso, del quale se ne osserva il disegno nella nominata operetta di quel Principe, appartiene a questa classe. Esso, di semplice marmo bianco, ha un'altezza d'un palmo ed un terzo, la di cui sottigliezza uguaglia quella d'un cartone. Or da qui può comprendersi a quale straordinario immenso valore giungerebbe un vaso di quella condizione, quando tutti i pregi della natura e dell'arte vi si vedessero brillare. A ragione Kuinoel in Properzio, lib. 4, elegia 5, asserisce: Murrhina vasa, et pocula quae immenso pretio emebantur; e per questa ragione il sig. Gurlitt ne tratta in un'opera tedesca intitolata Conoscenza delle gemme.

I due vasi murrini esaminati dall'or citato Mongèz, e che fanno parte della rara raccolta delle antichità della corona di Francia, sono d'una bellezza tanto estrema, che quantunque lisci, furon valutati a 150 mila lire l'uno. Montfaucon, nella vasta opera sua Le antichità spiegate, tom. 2, cap. 13, fa la descrizione di quello tanto rinomato che nel gabinetto del Duca di Brunswick si conserva, al quale si è attribuito un valore di 150,000 scudi [p. 149 modifica]imperiali. Se ne osserva il grazioso disegno nella tavola 78 di detta opera, il quale ha la forma delle nostre ampolline, ma alquanto più picciola. L'erudito Eggling crede essere uno di quelli che da Varrone vengono chiamati gutti, leggendosi nel 4 lib. questo scrittore, quo vinum dabant, ut minutatim funderit a guttis guttum appellarunt. In questo vaso si ammirano scolpiti a basso rilievo ed a perfezione i misterj di Cerere e Bacco. Questi ricchissimi arredi, effetti di strabocchevole lusso, erano provenienti dall'Oriente, dalla Caramania, dalla Persia e dall'Egitto. Vi è fama che Mitridate ne avesse posseduto 400; e che Pompeo, dopo aver vinto questo famoso sovrano, tra le cose le più preziose che recò trionfante a Roma, fece ammirare per la prima volta sei di questi vasi murrini. V. Plinio, lib. 37.

Or siccome non tutti i preziosi vasi dell'antichità erano murrini, così non è irragionevole il credere che questi ultimi venissero così nominati dall'uso al quale erano particolarmente destinati. L'etimologia di Guiberto ce ne potrebbe convincere, riflettendo che da bel principio chiusi in essi degli unguenti, da questi la loro denominazione trassero, ma poscia adoprati per riporvi vini rari e squisiti liquori, ai quali il semplice lusso, la vanità e la crapola un falso ideale merito accordavano, Continuarono ad esser detti murrini. Eccettuata l'esorbitanza del prezzo, noi possiamo ancora vantare i nostri vasi murrini, ossia i particolari bicchieri per vini forestieri, birra, champagne e rosolj.

Ciò che avvi d'interessante sul ragionamento del Principe di Biscari, si è la congettura ch'egli avanza sulla qualità del balsamo od unguento murrino. Nessun autore tra gli antichi ed i moderni se n'era, per quanto io ne sappia, prima di lui occupato. Crede quel dotto e laborioso antiquario d'averla trovata nell'ambra. Costui su d'alcune dubbiose parole di Plinio tutti i raziocinj suoi appoggia, [p. 150 modifica]interpretando buonissima porzione del di lui 37 lib., e particolarmente ove del succino imprende a trattare. Sembra però di non potersene interamente re star convinto, ove siasi per riflettere che i due principali passaggi, sebbene con molto ingegno spiegati, e che basar devono la dimostrazione dell'assunto preso di mira, non siano sì facili a conciliarsi, ed a spogliarli di quella oscurità ed apparente contraddizione, di cui possono essere attaccati. Si legga l'operetta dal Münter citata.

(20) Quella parola greca significa maestri di sè stessi.