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Viaggio in Sicilia (Münter)/Palermo

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Friedrich Münter - Viaggio in Sicilia (1788-1790)
Traduzione dal tedesco di Francesco Peranni (1831)
Palermo
Dedica Viaggio da Palermo a Girgenti
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VIAGGIO

IN SICILIA


PALERMO.


La città di Palermo e le intere sue contrade non possono gloriarsi di verun considerevole avanzo d'antichità. I tremuoti ed il dominio de' Saraceni annientarono tutto ciò che avrebbe potuto restarvi; e quanto forse qua e là potrebbe rinvenirsi, non sarebbe da mettersi in confronto certamente con quei superstiti antichi monumenti delle altre parti della Sicilia. È noto soltanto che vi siano stati due rinomati tempj, uno consagrato a Giove, e ad Ercole l'altro, de' quali non evvi più traccia veruna: ed oltre a questi un teatro, che nel 16.° secolo fu gettato a terra ad oggetto d'ingrandire il piano del palazzo.

È incerto se questo paese fosse stato da colonie di Fenicj o di Greci innalzato [1]. Il [p. 10 modifica]nome Panormos è chiaramente greco. Un'iscrizione, trovata nel 16.° secolo in un'antica e rovinata torre, non era punica, ma cofta, e conteneva tutt'altra notizia di quelle, che si era vago di leggere[2]. Intanto dal sesto libro di Tucidide si apprende che Palermo vantar possa più anteriore provenienza. Le parole di questo istorico comparate con quelle d'altri antichi scrittori fanno congetturare che non i Fenicj, ma i più vetusti abitatori della Sicilia mischiati con i Greci l'abbiano fondata. Conosciuta la medesima circa la 50.a olimpiade, anni 580 prima di G. C., fu sovente in alleanza con Cartagine, dalla quale fu ben anco un tempo dominata. Nelle vicinanze sue una battaglia ebbe luogo tra Metello console romano ed Asdrubale fratello di Annibale. Vinti i Cartaginesi costretti immediatamente furono ad evacuare l'isola tutta, per lo che cadde la nominata città sotto la romana potenza; ma mantenne pur non dimeno quella dignità, che in [p. 11 modifica]se godevano quasi tutti gli altri grandi paesi dai Romani stessi rispettati. Alla distruzione dell'Impero d'Occidente ebbe Palermo con l'Italia tutta, e con il resto della Sicilia sorte uguale, finché i Saraceni, essendosene resi padroni scelsero quella città per loro capitale. Continuò a fruir sempre di siffatta prerogativa sotto ancora gli ulteriori Sovrani Normanni, Svevi, Aragonesi e Borboni, essendo stata in ogni tempo la sede de' Re, e de' Vicerè, e quindi divenne a poco a poco la dimora della più ricca nobiltà siciliana. Per via di circostanze sì favorevoli oggi è il centro della ricchezza e dello splendore dell'isola tutta.

S'erge la città in una pianura, che stendendosi verso mare circondata resta da ripide ed alte montagne. È verisimile che queste ne' più remoti tempi siano state come baloardi contro l'effetto del mare; e che simile pianura non sia che il fondo di esso lasciato scoverto dopo che le sue acque si ritirarono, come sembra, in questa parte del Mediterraneo. Il porto s'innoltra molto dentro terra, alla cui sinistra smisurata alpestre rocca s'innalza, che dagli antichi monte Erta chiamossi, nella sommità del quale nella prima guerra punica fu piantata da Amilcare una resistente fortezza. Ora monte Pellegrino si appella, ed altro non ha [p. 12 modifica]di notabile, che una cappella dentro la rocca stessa dalla natura incavata, dove S. Rosalia padrona di questa città con molta e generale divozione si adora[3].

Paese molto grande, ed assai regolarmente costruito, Palermo è diviso in quattro parti principali da due strade che nel centro loro ad angoli retti si tagliano. Queste sono larghe, luminose e perfettamente in linea retta, di modo che ove si sta situato nell'ottagono formato da quattro palazzi, giusto dove quelle due strade s'intersecano, si ha il piacere di vedere tutte le quattro primarie porte della città. In esse vi sono grandi, ed in parte belli edifizii. Ancora molte piccole strade sono disposte con regolarità. Vi si osservano soprattutto fontane, iscrizioni, e statue erette in memoria di Santi, o di Principi siciliani; e gran numero di monasteri e chiese, le quali con fasto incredibibile rivestite sono di preziosi marmi, porfido, lapislazzoli ecc. Ancora il pavimento di molte chiese è coverto di mosaico; e lusso grandissimo regna negli altari, taluno dei quali ha dovuto immense somme costare. Ciò non ostante l'occhio avvezzo, alla vetusta semplicità di Roma, ed alla maestà che signoreggia nelle antiche o moderne sue fabbriche, non trova contento alcuno nella considerazione di questa annojante ostentazione. [p. 13 modifica]

I palazzi sono costruiti in parte comodi. L'unione con la Francia recando da Parigi a Palermo ben presto le mode, molti facoltosi nobili hanno di già i loro palazzi, ed ancora più le loro cascine secondo il più recente gusto francese. In un angolo della città primeggia il palazzo reale, edifizio irregolare, ma smisurato, eretto a poco la volta da Saraceni, Normanni, ed altri dominatori della Sicilia. La più degna cosa da osservarvi è una lunga oscura cappella che vi fece costruire il re Ruggiero. Essa ha le mura intarsiate di mosaico di rami diversi, ed un elevato coro, ed altare, come in tutte le chiese greche[4]. La cattedrale, che sta in vicinanza del divisato palazzo, è ugualmente molto antica, e straordinariamente grande. Fu la medesima riparata nel tempo in cui era io in Palermo, e la vidi finita[5]. Ciò che di più interessante si trova in questa chiesa, sono quattro sarcofaghi di bellissimo porfido con i cadaveri d'alcuni Re di Sicilia. Siccome questi nel 1784 furono aperti, vi si trovarono le due Costanze, la madre e la sposa di Federico II, l'imperatore Errigo VI, Federico II e Federico d'Aragona. Il cadavere dell'Imperatore era intatto, e solamente vi mancava un pezzetto di naso. Era egli vestito nel suo intero ornamento imperiale; la sua veste era ricamata in oro con [p. 14 modifica]iscrizioni arabiche, come l'imperiale manto di Nurimberga; e la faccia sua era così poco sfigurata, che poteasi esattamente ritrarre. Tutto fu disegnato, e le tombe chiuse di nuovo. Il reverendo istorico di Napoli Francesco Daniele ne pubblicò nel 1786 una descrizione con marmi sotto il titolo i Reali Sepolcri di Palermo[6].

Alle rarità di Palermo appartengono le catacombe de' Cappuccini; profondo sotterraneo a volta sotto il convento, che ha quattro ben alti e larghi anditi ne' suoi quattro lati, e due altri che tagliansi a croce, nel centro. Nelle mura vi sono innumerevoli nicchie, dove sono situati all'impiedi cadaveri in abito da cappuccino, o nero. Tengono questi le mani insieme legate, alle quali sta appesa una cartella, in cui si specifica il nome del defunto e l'anno di sua morte. Tale maniera di conservare i morti trova approvazione nella capitale in guisa che moltissimi vi mandano a seppellire i cadaveri de' loro parenti. Ivi portati lor si tolgono le interiora, e lasciati sono per mesi sei sopra una gratella di ferro, situata su d'un rapido fiumicello. La corrente dell'aria, che porta seco l'acqua, li dissecca interamente in breve tempo; e dopo essere stati vestiti si ripongono nelle nicchie, dove l'aria colata delle [p. 15 modifica]catacombe contribuisce ad esentarli dalla putrefazione. Finalmente coloro, i quali non vogliono pubblicamente esporre i loro parenti serbano i morti nelle casse, delle quali essi ne tengono le chiavi. Questo luogo è con frequenza visitato dalla gente della capitale, che per i cadaveri de' parenti suole avere molta devozione. I Cappuccini hanno uguale regolamento in diversi luoghi della Sicilia; ma quelle sepolture sono le più grandi e rinomate in tutta l'isola, dalle quali i frati ricavano considerevoli elemosine.

Fuori Palermo havvi una moltitudine di cascine che alla nobiltà ed ai ricchi abitanti appartengono. Esse frequentate sono dal principio d'ottobre sino alla metà di novembre, che in Sicilia è l'ordinario tempo di villeggiatura, o vita campestre. Tra queste vi è particolarmente quella di Palagonia, rinomata, o diffamata, perchè affollata di mostri scolpiti in pietra, che in vano si cercherebbero sopra tutta la terra. Le mura del cortile, le porte, le sale ed ancora le camere attorniate sono da quelle spaventevoli e ridicole caricature; ed il più singolare si è che l'istesso Principe è persuaso della esistenza di tali mostri, ch'egli crede essersi trovati un tempo ne' deserti arenosi dell'Africa. Gravide donne temono di avvicinarsi a questo [p. 16 modifica]castello difeso da questi demonj ariostici; e si racconta che molte sono rimaste così atterrite, che i loro ragazzi ne mostrano le tristi impronte.

Presso la città trovasi un pajo di fabbriche saracene, una delle quali, chiamata la Zisa, è situata in un ameno boschetto. È in qualche maniera singolare di trovare simili avanzi in tutt'altro luogo che in Ispagna. La Zisa che io vidi è interamente costruita sul gusto de' palazzi orientali; ha delle sale con volte, con pavimenti di mosaico, sorgenti d'acqua ed indorate iscrizioni dell'Alcorano sulle muraglie. Esiste in un lato di tale edifizio una picciola moschea con sua cupola, ed un terrazzo per la guardia destinata ad avvisare l'ora della preghiera. Vi si trovò anni sono una sepoltura, dove giaceva il suo fondatore Emiro. Nella mezza età questo palazzo era celebre, ed in particolare a cagion d'una bella peschiera nel suo giardino, la qual era così grande, che l'Emiro poteva in barca andarvi a diporto. Così raccontasi da Beniamino da Tudela, il quale descrive ugualmente la magnificenza di siffatto palazzo, le cui mura erano coverte di lamine d'oro e d'argento, ed i pavimenti con rappresentazioni ricavate dalle diverse parti del [p. 17 modifica]mondo[7]. Adesso questa casa con il suo distretto si chiama Castel Reale; e dà al proprietario il titolo di Principe[8].

La popolazione di Palermo si fa montare a 140,000 anime, fra le quali 40,000 sono ecclesiastiche. Non so se negli ultimi anni se ne sia fatta una numerazione; ma proporzionatamente alla grandezza della città ed alla folla di cui le strade abbondano, sembra che il numero non sia tanto eccedente. Il commercio e la navigazione nudriscono gran quantità di gente. Il lusso della nobiltà somministra molto travaglio agli operai. Il numero de' servidori è incredibilmente grande. Il Tribunale ed il Governo hanno ancora numerose persone al di loro servizio, e richiamano alla capitale da tutti li paesi dell'isola molti soggetti che attendono le decisioni delle loro cause[9].

Palermo non ha università. I Gesuiti, quando il loro ordine fioriva, e le loro cinque case erano abitate[10], avevano de' collegi, ove i [p. 18 modifica]loro giovani frati, e molti della città godevano delle istruzioni, e promossi venivano ad alcune accademiche dignità in filosofia e teologia. Così si usava nel famoso collegio de' Gesuiti in Palermo. Le basse ed alte scuole esistevano unite in una medesima casa, come quasi in tutte le università d'Italia, ed erano sotto un rettore di esso collegio.

Dopo l'espulsione de' Gesuiti queste scuole furono riformate. La direzione di esse fu trasferita a' padri Benedettini e Teatini, nemici giurati di quelli; ed una deputazione n'ebbe la soprantendenza. Questo ginnasio è stabilito [p. 19 modifica]secondo una nuova maniera. Vi ha un professore di lingue orientali: abilissimi lettori vi danno istruzione, tra i quali meritano particolarmente essere nominati Barone abate benedettino, e Piazzi monaco teatino, entrambi buoni matematici[11]. Intanto questo collegio non ha facoltà di concedere dignità accademiche, facoltà all'università di Catania soltanto accordata. Il Governo aveva idea dopo l'abolizione de' Gesuiti di trasferire alla capitale quell'università, ma si comprese che il danno sarebbe stato assai grave per quel paese, che non ha gran mezzi di sussistenza, e dove quel privilegio mette ogni anno in circolazione considerevole somma di denaro. Così ciascuno che attender vuole a' collegi, può studiare in Palermo, ma chi vuol essere laureato conviene recarsi in Catania. Molti studenti si mantengono per qualche tempo nell'uno e nell'altro luogo.

La reale biblioteca è unità al collegio. Essa è stata di recente eretta e formata dalla gran libreria de' Gesuiti e da tutte le altre, che sparse erano nelle diverse case di costoro in tutta l'isola. Tutto fu diviso tra Palermo e Messina; ed i duplicati, ove si trovavano singolari libri, furono venduti a persone come carte da avvolgere. Da ciò può conchiudersi che la reale libreria non sia piccola. Questa è [p. 20 modifica]costantemente accresciuta per via d'un fondo stabilito dal Re sull'assunto, ed ha di già 40 mila volumi. Oltre una considerevole raccolta di manoscritti sopra l'ordine e l'istorie de' Gesuiti, tra i quali alcuni molto rari stampati come manoscritti per tutte le librerie dell'ordine, è stata autorizzata una collezione delle più antiche edizioni, la quale in questi ultimi anni è venuta notabilmente ad accrescersi.

La soppressione del s. officio ha procurato piena libertà di lettura, così che non vi è mancanza veruna di scritti oltramontani, e d'inglesi in particolare. Ancora le opere de' nostri teologi, e precisamente de' più antichi, si trovano in questa biblioteca, ma si usa cautela, non facendosi leggere a tutti[12]. L'arcivescovo ha il diritto di accordare licenza per la lettura de libri proibiti, eccettuati alcuni pochi, che secondo l'indice romano ancora un vescovo non può farne uso. Quegli ha [p. 21 modifica]pienamente una volta per sempre autorizzato il bibliotecario di condursi sull'oggetto secondo la propria sua persuasione. In quella libreria vi sono pochi manoscritti. Il più buono che io vidi, era un codice del dodicesimo secolo, che conteneva in gran parte le lettere Paoline, dalle quali estrassi li più interessanti passaggi. Il padre Sterzingher di Baviera, dotto ed intelligente uomo, n'è il bibliotecario; ed ha saputo stimolare il gusto della lettura alla gioventù palermitana, e sovrattutto agli ecclesiastici: perciò il medesimo renderà questo stabilimento più utile, che alcuni altri simili d'Europa, li quali non sono quasi mai frequentati.

I gabinetti d'istoria naturale e d'antichità appartengono ancora all'accademia, e si conservano nell'istesso edifizio. Sono però in così gran disordine, che poco si può decidere della loro condizione. Benchè le cose naturali per la maggior parte si limitino a produzioni siciliane, ne ho pur nondimeno in seguito veduto raccolte più grandi e migliori. Le antichità si sono quasi perdute a causa della trascuraggine con la quale, dopo la soppressione de' Gesuiti, si è proceduto riguardo le loro case. Ancora in Roma sparì una parte delle più belle antichità dal museo del più gran collegio romano. Ciò che gli stessi Gesuiti poterono [p. 22 modifica]salvare, se lo presero. Nel museo di Palermo eravi una bella collezione di monete, la quale più non si trova.

Il più importante oggetto è una raccolta di vasi siciliani della più fina e leggiera argilla dalla quale erano composti i campani ed etruschi. La fabbrica più grande di essi era in Camerina verso le meridionali coste della Sicilia; e se ne trova continuamente sotto le rovine di questa città gran copia di diverso lavoro, e di più, o meno merito. Quelli che sono nella capitale furono scoverti in un luogo vicino: la medesima, nell'atto che gettavansi i fondamenti d'un ospizio[13]. La materia è in gran parte d'argilla nera straordinariamente fina; i contorni di essi, e qualche volta le ombre delle figure sono dipinte con colore rosso, o giallo. Lo stile del disegno è diverso, ora etrusco, ora greco; ed allora è spesso portato al più alto grado di perfezione. I vasi siciliani sono d'un merito assoluto, ed hanno ancora sì belli disegni, come quelli de' Campani. Io avrei dato loro la preferenza dopo quelli che aveva veduto in Catania e Palermo, se in Nola non avessi ammirato la collezione di D. Nicola Vivenzio, la quale sorpassa tutto ciò che può vedersi di pregiabile in antico disegno. Il soggetto di questi vasi è ricavato sempre dalla più [p. 23 modifica]vetusta mitologia. Spesso è greco, ed allora è di facile intelligenza; ma è assai difficile, se riguarda l'italiana mitologia, particolarmente la favola etrusca, oscica e campana, e la più antica istoria, di cui noi abbiamo sì poca conoscenza. Si opina che gli antichi artisti pingessero sopra i vasi, quando i medesimi uscivano caldi da' forni, ed erano quasi finiti; ma io non l'ho per possibile, tanto più che i disegni sono così perfetti, che il più esperto disegnatore si sarebbe difficilmente impegnato di farne de' corretti in sì corto tempo, e su de' quali assai di raro si osservano correzioni. Il caldo istesso impedito avrebbe a costoro di pinger franchi e sicuri.

Oltre di questi vasi siciliani ve ne sono nella raccolta dell'università molti altri più piccoli, ed ancora lampane, urne, vasi lagrimali, e piccoli idoli; ma di questi se ne trovano in ogni gabinetto d'Italia in copia tale, che si ha il costume di solamente gettarvi un celere sguardo. Io non trovai altre cose degne di osservazione, che due palle di metallo, le quali erano insegne di legione, o di coorte; e che si portavano sulla punta delle lance: una piccola tessera ospitalitatis d'avorio tra una greca e cartaginese famiglia, la cui iscrizione è stata pubblicata dal Principe di Torremuzza più [p. 24 modifica]nelle sue veteres Siciliae Inscriptiones, dove ben anche descritte si trovano delle altre, che secondo il costume d'Italia sono incastrate nelle mura del museo: e due idoli egiziani di porfido, uno seduto con geroglifici descriventi Leontocephalus, ed una Iside con i suoi usuali emblemi.

Palermo, riguardo alla sua grandezza, non è ricco di librerie. Quelle de' monasteri non sono in considerazione, perchè contengono nella maggior parte materie scolastiche e ascetiche. Io fui in un convento per vederne i libri; ma i monaci non avendo potuto trovare la chiave, bisognai contentarmi guardare a traverso la grata della porta della libreria. Il Senato ha una piccola pubblica collezione di libri, che fu fatta con i duplicati di quelli de' Gesuiti, e con altri trovati inutili per la real biblioteca; il tutto però consiste in teologici, scolastici e canonici. Un solo armadio contiene opere ebraiche, che si rinvennero nell'istesso palazzo della inquisizione, dopo essere stata soppressa.

L'archivio del Senato conserva manoscritti, che sono interessanti unicamente per la speciale istoria di Sicilia; possiede ancora copie di diplomi reali dall'undecimo secolo, ristretti degli archivj delle chiese cattedrali, e molti travagli non istampati di due letterati siciliani, [p. 25 modifica]ed antiquarj siciliani d'Amico e Mongitore[14]. Oltre siffatto archivio un altro se ne trova nella reale cappella. Le collezioni d'entrambi cominciano propriamente dalla Casa d'Angiò, perchè Carlo I nudriva un odio così implacabile contro tutto ciò ch'era svevo, che fece egli bruciare tutte le carte ed i documenti tutti che potè avere in sua mano non solamente sin dai tempi di Errico VI, Federico II e Manfredi, ma ben anco sin da quelli de' Normanni; e perciò questa antica parte dell'istoria di Sicilia e Napoli è rimasta molto mancante. Solamente negli archivj de' Normanni e de' monasteri si è conservato qualche speciale diploma normanno.

Siccome io da una normanna iscrizione nel duomo di Salerno era divenuto assai desideroso, se fosse stato possibile, di scovrire altri scandinavi e runici monumenti, me ne informai in Palermo con precisione, ma nessuno seppe dirmene cosa[15]. Se i Normanni avessero fatto uso di quelle cifre sarebbe stato facile ricavarlo dalle iscrizioni in pietra; non è da supporsi però che costoro, contro il costume degli altri popoli del Nord, dei Longobardi e de' Goti, avessero voluto ritenere[16] ed [p. 26 modifica]usare ne' pubblici scritti il loro proprio linguaggio, quando risoluti erano costoro di acquistare le cognizioni de' loro vassalli greci, arabi e latini[17]. Nell'archivio della cappella reale sono conservati molti diplomi greci de' tempi de' Normanni ed Imperadori svevi, che involati furono alla persecuzione di Carlo I. Altri se ne conservano qua e là in Sicilia ne' [p. 27 modifica]chiostri basiliani e benedettini, e specialmente nel Valdemone.

La nobiltà palermitana non ha buone librerie. Fa una eccezione alla regola l'unica casa del marchese Giarratana, perchè possiede una molto scelta sebbene non tanto grande collezione di matematici, ed istorici libri, e molti manoscritti sulla istoria di Sicilia, e propriamente delle famiglie nobili. Il fondatore è morto da molti anni, e la famiglia è così renitente con i suoi tesori, che ne viene nascosta una parte la più interessante, e perciò costa fatica prima che si riceva il permesso di osservare tale raccolta. Il più importante di tali manoscritti è il codice delle lettere di Pietro delle Vigne, il quale deve contenere assai più che le raccolte in istampa, e che molto utile sarebbe per l'istoria della intera età mezzana. D. Francesco Daniele, regio istoriografo di Napoli, che per lungo tempo ha travagliato alla istoria della casa di Hohenschanfen, si è inutilmente impegnato di ottenere un permesso di far uso di questo codice[18]. Si nega che vi sia, sebbene è noto tutto il contrario. Oltre di quelle grandi biblioteche ve ne sono alcune in [p. 28 modifica]Palermo, che privati letterati hanno formato. Merita tra questi essere in particolar modo nominato il degno e dotto vecchio canonico Barbarace, il quale con ordine non comune in questo paese ha riunito una eccellente libreria di teologia, ove si trovano eziandio molte opere de' più buoni teologi protestanti. Io vidi presso lui un'assai rara traduzione italiana delle istituzioni teologiche di Calvino, di cui se ne prese cura Giovanni Diodati patrizio di Lucca, che cambiando religione fu molto attivo per promuovere la riforma in Italia[19].

Prima di chiudere questo articolo delle librerie bisogna che io faccia menzione di alcuni manoscritti arabi, che tre anni fa si trovarono in quella di S. Martino. Questi, circa trenta di numero, erano stati per lungo tempo sconosciuti, e non osservati, finchè non so per quale accidente furono portati alla capitale. Ciò successe giusta allora, che un ambasciatore di Marocco proveniente da Vienna si trattenne al suo ritorno per qualche tempo in [p. 29 modifica]Palermo. Gli si mostrarono tali manoscritti, dai quali egli conobbe contenersi una collezione di tutte le lettere che i grandi Emiri di Sicilia scritto avevano agli Emiri delle provincie loro dipendenti, e le risposte di costoro, come altresì la corrispondenza tra i grandi Emiri e Principi del Cairo ed il Sultano di Egitto[20].

Questo letterario avvenimento suscitò dell'attenzione, e bisognava necessariamente muoverla, dacchè noi sappiamo assai poco la legislazione politica, filosofica e statistica de' Saraceni. Mi si raccontò ancora, che un altro manoscritto conteneva libri di conti sopra le pubbliche imposizioni, la popolazione in diversi anni ed un registro di tutti i fuochi di ciascun paese. Si cominciò ad applicarsi con fervore alla lingua araba. Nell'accademia si stabilì una scuola di tale idioma, si fecero in Parma incidere de' tipi arabici, un compositore della [p. 30 modifica]propaganda in Roma ne fu dal Governo commissionato. Intanto non vi era un uomo che intendesse l'arabo, giacchè il nuovo professore era un cappellano maltese di nome Vella, il quale comprendeva in verità un corrotto arabo punico dialetto, che l'uomo comune parla in Malta, mentre aveva costui fatto conoscere di non possedere il puro arabo, ossia il dialetto arabo di ponente, che nel secolo VIII e IX si parlava in Barberia, e nel quale sembra che tali documenti siano stati scritti.

Si fece la prova di mandare le copie di alcune pagine ad un rinomato conoscitore di lingua in Padova, e si ottenne una traduzione, la quale era ben differente da quella fatta in Palermo. Adesso l'abate Vella sostiene in un altro codice chiamato Normanno d'avere scoverto la corrispondenza del re Ruggiero con gli Emiri arabi. Mi fu da un amico mandato un esemplare di questo, e della sua traduzione, che per amore del linguaggio come ancora dell'istoria e cronologia ebbe desiderio di esaminare il nostro professore Adler, il quale da tali carte è molto inclinato a sostenere come un inganno, tutto questo codice Normanno. Si è già da qualche tempo osservato che l'affare soffra delle grandi difficoltà; ma si era però andato molto avanti l'occhio del pubblico, per [p. 31 modifica]potersi retrocedere, mentre si avea fatto chiamare alla capitale un buon intendente delle lingue orientali, il quale in corto tempo avesse potuto sviluppare se tali scoverte fossero vere o false. Lo zelo per le medesime è sì grande, che si ha come un delitto di dubitare della loro autenticità.

L'abate Vella sembra, come un altro Annio di Viterbo, di volere riempire per via delle sue invenzioni i vuoti della letteratura. Giunse a sostenere, poco dopo le sue prime scoverte, d'aver trovato in una traduzione araba diversi de' perduti libri di Livio, cioè quelli dal 66 sino al 77. Ma questo è un inganno assai manifesto, e nessun ragionevole uomo di Sicilia vi presta più credenza. La sola corrispondenza con gli Emiri dell'isola tra loro e con i principi di Kairvan è considerata soltanto vera, la quale ha sviluppato nell'amor proprio del Vella il piacere di farsi un nome con ulteriori importanti scoverte. Il tempo c'insegnerà, se costui, o i suoi antagonisti hanno ragione; ma ciò che può addursi contro di lui, è così forte, che si ha piena ragione di porre in dubbio tutto, finchè egli stesso non ne dia alla luce una dimostrazione. La prima parte col codice arabo siculo è di fatti già pubblicata; e quindi adesso è facile più che prima di dare un giudizio sull'assunto[21]. [p. 32 modifica]

La stamperia non molto fiorisce in Palermo. Oltre le due antiche se n'è formata da alcuni anni una nuova sotto il titolo di Stamperia Reale, la quale nulla sinora ha impresso di notabile per le scienze, se non le opere antiquarie del Principe di Torremuzza, concernenti letteratura, che si pubblicarono nel 1785, quantunque fossero pronte sin dal 1780. Del resto la medesima ha bastante esercizio con imprimere libri di divozione, di scuola, reali dispacci, e calendarj di corte. Nel 1785 si attendeva un dizionario siciliano, la cui prima parte era di già quasi allestita; ed al presente si sta ivi travagliando alla pubblicazione dell'anzidetta opera araba[22].

I più celebri di tutti li dotti palermitani è il Principe di Torremuzza, che per le sue antiquarie, ed in particolar maniera numismatiche opere merito grandissimo si è acquistato. Degni ancora sono di essere menzionati il segretario di Stato Giuseppe Gargano, uomo di singolare filosofico spirito e di classica dottrina, il quale ha molto cooperato per il bene che il passato vicerè Caracciolo ha fatto in Sicilia. Il marchese Natale, autore d'uno scritto contro Beccaria sopra la necessità ed utilità delle pene, d'una filosofica lezione di poesia, e de' Principj della filosofia Leibniziana, la quale [p. 33 modifica]ebbe per lungo tempo l'onore di stare nella inquisizione primachè fosse venuta alla luce. Un benedettino abate de Blasi ha già dato alla luce pronta alla stampa la prima parte della sua storia di Sicilia, che non ha potuto ancora pubblicare, quantunque dovesse stamparsi a spese dell'erario. Un canonico della cattedrale di nome Gregorio travagliava una edizione di tutte le monete saracene, che cominciate si sono in Sicilia; opera che diventerà compagna a quella del Principe di Torremuzza Siciliæ nummi veteres. Giovanni Spinosa già un tempo ispettore delle scuole di Catania, ed al presente direttore della Real stamperia, ha la soprantendenza all'edizione del dizionario siciliano.

Finalmente bisogna che io faccia ancora menzione d'un celebre poeta di Sicilia, Giovanni Meli, uomo di vero e grande poetico talento. Egli è autore di molte piccole poesie in dialetto siciliano, che sono lette in tutta l'Italia con meraviglia; e sta travagliando ad una comica eroica composizione, che dev'essere una continuazione, o piuttosto Paralipomena di D. Quichotte, della quale mi ha egli fatto leggere alcuni canti, che secondo il mio giudizio sono in grado eminente eccellenti. È un male che questo illustre personaggio non può dedicarsi interamente alla poesia, per essere un medico [p. 34 modifica]il qual è costretto per vivere, esercitarne la professione, che non gli darebbe più profitto, se fosse comunemente noto ch'egli sia un poeta. Oh quanto è diversa la maniera di pensare degli uomini! Quel merito che nel nord mette l'ultima corona sopra Werlhofs, ed all'apice delle celebrità il grande Haller, in Sicilia è riguardato come cosa sconvenevole ad un medico. Un altro insigne poeta siciliano è il principe di Campofranco padre del conte Lucchesi, che alcuni anni fa era ambasciatore del Re di Napoli a Koppenaghen, uomo di gran talento, che non solamente scrive a perfezione, ma in particolare è uno degli ottimi improvvisatori d'Italia. Le sue poesie sono state stampate in Napoli, nel 1781[23].

Le comuni Accademie d'Italia sono ben conosciute, e non meritano di essere nominate, dacchè non fanno che declamare e criticare sonetti. In Palermo ve one sono diverse di tal natura. Pure ve n'è una chiamata Accademia del buon gusto, la quale è in certo modo distinta, e nell'anno 1750 ha dato fuori un volume di Dissertazioni, dove sono poste in chiaro alcune opere dell'antichità. Non è in seguito comparso altro scritto, ma viene da questa Accademia quasi periodicamente in ogni sei mesi pubblicato un piccolo volume in quarto sotto il [p. 35 modifica]titolo di Opuscoli d'Autori Siciliani, in cui prendono parte tutti i letterati di Sicilia. Salvo però alcuni trattati di antichità del Principe di Torremuzza e d'altri scrittori, quest'opera non contiene cosa che possa interessare i forestieri. Queste sono le ultime notizie della letteratura in quell'isola. Negli antecedenti secoli, e nel principio del presente, vi erano più dotti e celebri uomini, quantunque le cognizioni de' Siciliani si siano di raro avanzate al di là dell'isola propria. Una quantità di trattati che riguardano il dritto della Chiesa, e la costituzione spirituale della medesima si trova nella Sicilia sacra, dalla quale Grevio ha preso di molto per il suo tesoro. L'abolizione del s. officio non ha sin ora altro adoprato che una maggiore franchezza nel parlare e nell'esternare irreligiosità, diminuendo le difficoltà d'avere libri.

A' più ricchi monasteri Benedettini di tutta l'Italia appartiene quello di S. Martino nel circondario di Palermo. Situato è questo su di un alto e scosceso monte, che difende la capitale dalla parte di ponente in una spaventevole nuda valle circondata d'alpestri e sterili rocce, ed un clima che ha più del nostro del nord che del temperato di Sicilia. La strada dalla città al chiostro non è più di quattro [p. 36 modifica]miglia e mezzo. Questa si dirige da bel principio in una folla di ville e cascine, ed ove non si vedono che feraci giardini, piante d'olivi e vigneti. A poco a poco comincia la strada a divenire montuosa, e tantosto le vedute molto selvagge. Si arriva in una valle circondata da enormi rocce, sulle quali vegetano soltanto alcune macchie d'erba, molta aloè, ficus opuntia, e qua e là alcuni alberi d'olivo. La medesima si estende serpeggiando fra le balze, le quali di quando in quando si aprono; ed offrono bella veduta sulla fertile valle della città, sul porto e sul mare; ma si torna sempre più fra le rocce conforme si va in alto, finchè si giunge alla sommità della montagna per via d'una strada assolutamente deserta, che conduce ad una più trista e malinconica valle, ove il monastero stassi infossato. Questo all'opposto è costruito con signorile magnificenza, di grande estensione, ed adorno di singolari lavori di marmo. Sì le camere de' frati, che de' forestieri sono belle e comode; i corridori larghi, alti e lunghi in modo che vi si perde quasi la vista. La scala maestra, sebbene poco più stretta, uguaglia quella di Caserta. Essa è intrecciata di marmo siciliano, interrotto negli estremi da grosse pietre cavate da possessioni appartenenti al convento. La chiesa è abbellita da nobile [p. 37 modifica]semplicità. I suoi altari sono di prezioso marmo di Sicilia, e adorni di pitture dello Spagnoletto e del Monrealese, chiamato comunemente il Raffaele di Sicilia[24].

La fabbrica non è interamente finita, e passeranno forse altri trent'anni priachè lo sia. Questo sontuoso palazzo serve di domicilio a cinquanta monaci ed ottanta ragazzi educati per lo stato monastico i quali appartener devono a nobili famiglie. Il loro abate ha rango di vescovo; e le rendite sono assai ricche, sebbene non siano paragonabili con quelle che godono i Principi abati e le Case di Dio dell'impero in Germania. Nell'interno del chiostro è il noviziato, ove i ragazzi educati sono per la vita monachile, sinchè giungono all'età di quindici o sedici anni, per prestare il voto. La disciplina di costoro è assai austera; devonsi alzare di notte prima del restante dei monaci dell'ordine per assistere al coro, non essendo lor permesso di andar fuor del chiostro più d'una volta la settimana. I padri hanno il sollievo di una picciola diversione in Palermo, ove ciascuno di loro ottiene licenza di trattenersi un pajo di giorni al mese, e dove tutto il monastico rigore ha un termine. Le regole obbligano i Benedettini allo studio; e la noja ve li conduce ancora più facilmente in [p. 38 modifica]guisachè succede di raro andare in un convento simile, in cui la più gran parte de' frati non fosse istruita. Il più dotto al presente è il padre priore Salvatore Blasi. Egli oltre diversi scritti di antichità è ben anco l'autore delle Series Principum qui Longubardorum ætate Salerni imperarunt, pubblicate dall'archivio del monastero. Ha ben anco costui dato alla luce un catalogo ragionato de' manoscritti, i quali erano un tempo in S. Martino, alcuni anni sono a causa d'un incendio perduti. Le scienze però non soffrirono danno alcuno, perchè di tali manoscritti se ne trovano in abbondanza in tutte le conventuali librerie. Niente di osservabile trovai ne' manoscritti rimasti, che un'apocrifa Apocalisse. Un museo abbastanza grande vi si ammira, ma in tale confusione, che non si può concepire idea alcuna della sua completazione. I prodotti naturali sono di quelli che possono aversi in Sicilia, almeno nella maggior parte. Speciali oggetti della collezione di antichità descritti sono negli opuscoli siciliani, e nel primo volume delle dissertazioni dell'accademia del buon gusto. La cosa più buona è una raccolta di belli vasi siciliani con disegni greci. Quella delle monete era in così gran disordine, che non potei decidere quanto fosse la medesima completa. Non di meno vi [p. 39 modifica]osservai una parte delle più pregiate e rare monete di Sicilia, talune delle quali, che trovansi unicamente in questo luogo, sono incise in rame nell'opera del Principe di Torremuzza. Io mi trattenni un giorno e mezzo in questo monastero, e vi trovai i suoi abitanti assai ospitali; locchè sicuramente è uno dei doveri dell'ordine.

Nella vicinanza di questa città e S. Martino è innalzata l'altra chiamata Monreale, che sino agli ultimi tempi era la sede di un arcivescovo, ed avea una grande diocesi con quasi 90000 scudi di rendita annuale. Ma siccome due arcivescovi erano assai vicini ed uno residente in Palermo era il primato in tutta l'isola, così credendo il Re, non senza ragione, di poter far uso di quella rendita ottenne con bolla del Papa, che l'arcivescovato di Monreale si unisse a quello della capitale[25]. La più gran parte della rendita fu stabilita per il miglioramento della real marina. La strada di S. Martino a Monreale è la più faticosa che io abbia mai veduto, perchè si è costretto cavalcare rocce, le quali non han viottolo alcuno, e sono così coverti di pietre i passi, che appena riesce possibile a cavalli di star forti e fermi sulle loro gambe.

Questa città è sita sopra una ben formata [p. 40 modifica]altura, la quale è il termine de' monti che a traverso l'isola tutta si stendono sino al piè dell'Etna. La medesima ha una bellissima veduta sulla ubertosa pianura di Palermo, sul monte Pellegrino e sopra il porto e mare Mediterraneo, che tanto lungi si estende quanto l'occhio può giungervi. Monreale è piccolo e brutto; ed ha molto perduto dopo l'abolizione dell'arcivescovo. I proprietarj che vi dimorano sono gentiluomini Siciliani, le cui circostanze non permettono loro di vivere con lusso come in Palermo. La chiesa fu eretta da Guglielmo il Buono dopo una visione ch'egli ebbe. È attaccata detta chiesa ad un convento di Benedettini della stessa osservanza che quello di San Martino, ma con la condizione, che gli arcivescovi sino agli ultimi tempi ne dovevano essere gli abati, ed erano scelti da' frati stessi.

Il più importante della medesima si riduce a ventidue alte colonne ciascuna di un sol pezzo di granito d'Egitto. Senza dubbio sono state queste prese da fabbriche antiche, ma nessuno può indovinare qual esistita ne fosse in queste vicinanze che abbia avute sì magnifiche colonne. Il pavimento è di mosaico, al quale non manca altro che il buon gusto nel disegno. Le mura ne sono ben anco adorne, rappresentando istorie della Biblia; e soprattutto vi sono dei [p. 41 modifica]pezzi coverti di fine e molto forti lamine d'oro. Questo tempio può darci una idea del gran lusso de' Normanni; e dimostra quanto la costante società e la guerra con i Saraceni influirono sul loro gusto, al quale diedero un asiatico colorito. L'altare maggiore è tutto rivestito d'argento massiccio, ed ha alcuni costosi bassirilievi dell'istesso metallo, i quali d'unità al resto degli utensili d'argento furono in Roma acquistati a proprie spese da monsignor Testa. I due Guglielmi sono seppelliti in questa chiesa, il primo in una semplice tomba di marmo bianco, e l'altro in un sarcofago di porfido egiziano sotto un tetto che poggia su di sei piccole colonne; il tutto della pietra stessa. Al di più di queste sepolture ve ne sono alcune altre, ove giacciono diversi arcivescovi della chiesa. Il Re ha fatto erigere all'ultimo di costoro, monsignor Testa, un bel monumento. Quest'uomo prezioso n'era ben degno, perchè oltre le ricche elemosine che divideva a' poveri, fece costruire col suo denaro una strada lunga quattro miglia da Monreale a Palermo, la più bella che può vedersi, perchè la medesima non solo scende dolcemente dal monte verso basso, ma è spalleggiata di alberi, da molte fontane, statue, iscrizioni, sedili ecc., ed è con tale gusto ed eleganza ideata, che in Roma stessa [p. 42 modifica]non si sarebbe aspettata. Quest'opera gli costò somme considerevoli; ed affinchè avesse potuto egli sostenere questi ed altri simili dispendj uniti alle molte elemosine, si contentò vivere soltanto con sei cento oncie annuali, che il medesimo avea come grande inquisitore di Sicilia. Guglielmo il Buono, dopo aver costruito la chiesa ed il chiostro, li circondò di muraglie e torri, per assicurare le ricchezze della prima dagli assalti de' Saraceni. Ciò fu ragione che in quei tempi di tumulto gli uomini si radunarono intorno tal sito per vivere sotto la protezione delle opere di fortificazione, e così ebbe origine Monreale.

Ad alcune miglia verso il nord di Palermo giacciono le rovine dell'antica città di Solanto sopra una piccola montagna di nome Catalfano[26]. Fu questa costruita da Fenicj; e le tombe che vi si vedono sono di tale nazione. Si sono scoverte alcune camere sepolcrali, una delle quali, dove quantità di piccioli vasi e figure egiziane si sono rinvenute, viene descritta in D'Orvillés Siculis. Si vedono ancora avanzi d'una larga strada di pietra, che guidava sulle mura della città; di muraglie di due miglia di circuito; e di cisterne che adesso riempite sono di rottami e pietre. Tra le rovine entro le mura vi sono alcuni pezzi d'architettura; e [p. 43 modifica]discerner vi si possono i resti d'un tempio, del quale una grossa scanallata colonna si osserva, e molti pezzi di altre ve ne sono vicine, ed insieme ammontichiate. Questa città è poco conosciuta nell'istoria antica, e ne sono rimaste soltanto alcune poche monete[27].



  1. [p. 229 modifica]Ogni volta che nel volersi fissare l'origine d'un paese, non altro s'incontri che congetture lontane ed incerte tradizioni e favole, piuttostochè documenti istorici che ce ne istruiscano, solo vi è di certo, a conchiudere, che quell'origine nella remota oscurità del tempo si perda, ed ove nè la nascita, nè l'infanzia dell'istoria eran pur anco stabilite. Così avviene di Palermo, a cui il pregio di vetustissima città è d'uopo accordare, qualunque stata fosse la nazione che le fondamenta ne avesse la prima volta gettate. I più degni scrittori son di accordo che i Fenicj l'abbiano edificata; ma più chiari si esprimono, a considerarli abitatori della medesima, la quale fu trovata di già esistere, quando essi le prime loro colonie nella Sicilia a stabilire si recarono. Nazione conosciuta tra le antiche come la più commerciante, che nella ignoranza della navigazione le sue vele ardì spiegare al di là delle Colonne d'Ercole e fin nell'Oceano ingolfarsi, trascurare al certo non potea i vantaggi immensi che un'isola di tante produzioni ricca, di animali e biade ferace, e di sicuri e spaziosi porti provveduta, offriva all'esteso suo traffico ed al genio di dilatare il vasto suo marittimo impero. Diodoro infatti nel lib. 5 ci riferisce, Phoenices colonias non paucas in Siciliam, et vicinas ei insulas in Africam, et Sardiniam, et Iberiam denique miserunt. All'autorità di [p. 230 modifica]tale scrittore quella di Pausania si aggiunge, il quale nel suo 5 libro de Eliacis così si esprime: Phoenices, atque Libyes communi classe in eam (Sicilia) venerunt. Se costoro sicuri ci rendono della dimora de' Fenicj in quest'isola, Tucidide ci persuade che Palermo fu uno de' loro principali posti, ove stabilironsi. Si legge infatti nel suo sesto libro: Phoenices.... relictis plerisque insulae partibus Motyam et Soloentum et Panormum oppida Elymis finitima in unum coeuntes incoluerunt. L'espressione incoluerunt ben chiaro dimostra che avanti di loro questa città era di già conosciuta, e che i Siculi, o prima di questi i Sicani, le basi piantato ne avessero. Dovea la medesima risentirsi però dello stato rozzo ed incivilizzato di quei popoli, alla quale i Fenicj cominciarono a dar quello splendore di coltura e di opulenza che seco ovunque traevano.
    Solo vi è quistione, se veramente i Fenicj propriamente dell'Asia, o quelli già pria stazionati in Africa, ossia in Cartagine, fossero stati quei coloni. Cluverio, lib. 1, cap. 2, opina che Phoenices asiaticos intellexisse Tucididem dissertissimis verbis testatur Diodorus, lib. 5. Si appoggia egli alla parola di esso autore or ora menzionata. Phoenices etc. Marciano Eracleota distrugge questa credenza e lascia su questo oggetto un campo d'incertezza nell'istoria, che facile non sembra di potersene liberare. Così scrive costui: Hae sunt urbes Graecanicae; reliqua oppida sunt barbarica, loca a Carthaginensibus communita.
    Egli è certo intanto che Panormos è parola greca proveniente dalle due πᾶν ed ὄρμος, cioè tutto, porto, a causa di esservi stato un vasto e sicuro porto, da cui quella denominazione fu adottata. Diodoro lo dice chiaramente nel lib. 22. Pyrrhus Panormitanorum urbem adgreditur, quae pulcherrimum totius urbis Siciliae portum habet, ex quo et adpellationem istam urbs consequuta est. Fazello, Deca i, lib. 8, cap. i, dopo aver fatto derivare [p. 231 modifica]da quei greci vocaboli siffatta etimologia, aggiunge: Panormus enim graece non modo totum hortum, ut Callias et Athenaeus referunt, sed totum quoque portum latinis sonat. Villabianca ugualmente, lib. i della Sicilia nobile, dice che fu appellata Panormus, perchè nell'espressivo della detta voce si aggiungono gli eccelsi pregi del territorio palermitano pieno di continuate delizie, irrigato da tante fonti. Io non so comprendere come questa voce significar possa ciò che ne dicono questi due istorici, molto più che il primo si è chiaramente ingannato nella interpretazione che fa delle parole di Ateneo, il quale nel libro dodicesimo asserisce: Panormo vicina Siciliae regio tota hortus appellabatur, quod undique abundaret multis arboribus, ut auctor est Callias octavo libro historiarum. Questo passo dimostra che a Palermo si era dato quell'epiteto; ma non che il suo etimo da questa voce avesse derivato. Convengo che le amene campagne che circondono questo paese, di tutte le gioje e bellezze di costante e florida feracità adorno; le acque che dolci e ridenti campi ne irrigano, e le verdi e coltivate colline che gli fan quasi in giro nobile ed imponente corona, e sulle quali alti monti sublimi ergon le maestose loro teste, posson far congetturare che da sì esteso apparato di delizie piuttosto, che dal buon porto si fosse a questa città un nome adottato.
    Fa meraviglia ancora che tale antichissimo paese, da' Greci non edificato, abbia avuto un greco nome. Bouchart, Geog. sac., cap. 27, difficile a rinvenirne ragione, così scrive: Proinde verisimile est aliud Panormi nomen in usu fuisse apud Paenos puta, Leptin, idest ὄρμον, stationem. Brydone, nel modo stesso sorpreso nella lettera 32 del suo viaggio in Sicilia, riferisce averne dimandato serio rischiarimento ad un dotto antiquario, il quale rispose, che quella parola, od una consimile sia caldea, oppure ebraica, e che paradiso, o giardino [p. 232 modifica]delizioso significhi. Ad accertarmene volli consultare l’erudito P. Giovanni Ragona, professore di tale idioma in questa università, ed egli con i libri alla mano ebbe la compiacenza di dimostrarmi che in esso linguaggio non vi sia parola che simile in certo modo a Panormos valga per paradiso, o giardino delizioso. Pardes, scelach ed heden sono i vocaboli ebraici che vi corrispondono. Si legge anzi nel dizionario di Pasqualino che questa voce sia in effetto ebraica; ma che significhi aspetto di fortezza, proveniente da panah, guardo ed armon, fortezza. Non si sa però comprendere da quale circostanza locale tratto abbia Palermo simile denominazione.
    Il vescovo Pietro Razano, autore d’un opuscolo intitolato: De origine, primordiis et progressu urbis Panormi, ricusando che Ermondio sia stato il fondatore della medesima e che il nome di Ermondia dato le avesse, sostiene all’incontro l’autenticità di quella lapide. Il citato monumento da Fazello, Deca i, lib. 8, cap. i, e da Inveges, Era i, nei proprj originali caratteri trascritto, non si riduce che ad alcune parole credute una volta caldaiche ed incise ne’ sassi dell’antica porta Patitelli. Si è oggi però nella certezza che quelle parole sieno saracene, e che non abbiano una data più antica del 942 dell’era cristiana, in cui l’isola era sotto il dominio degli Arabi.
  2. Si credeva che il linguaggio fosse caldaico; e tanto si diciferò, finchè si decise che un nipote d'Esau avesse costruito quella torre. Adesso però è dimostrato che l'iscrizione è cofta. Essa sta in Fazello de rebus Siculis, et in Brydone.
  3. [p. 232 modifica]Questo santuario, rinomato soltanto per la venerazione de’ devoti della capitale, non può vantare nè lusso, nè magnificenza. Esso consiste in una spaziosa grotta di goccie d’acqua grondante, e che appena ha potuto privarsi della rozzezza e rigidità datale dalla natura, benchè vi presti il culto ed il divino servigio un numero di canonici che vivono in quell’erto e solitario domicilio, che di canne 145 sul livello del mare s’innalza. Il medesimo, incolto e straordinariamente ripido, richiedea una strada che dalla capitale comoda recasse al [p. 233 modifica]sagro edifizio. Fu quindi costruita; ed in ciò non si risparmiò denaro, onde renderla degna dei tempi della grandezza romana. V. Borch, t. V, lett. 15.
  4. [p. 233 modifica]Adelcamo, il primo de' generali saraceni conquistatori della Sicilia, fu il fondatore del real palazzo che da Roberto Guiscardo fu poscja ridotto a più nobile e magnifica forma. Nel 1129 il re Ruggiero fabbricar fece detta cappella palatina di san Pietro, di eccellenti mosaici tappezzata. La chiesa della Martorana è tutta egualmente di mosaico vestita. Questa voce ha diversi significati, ma si crede generalmente che venga dalla voce greca μοῦσα, musa, perchè di questa sorte di difficile e costosa pittura se ne servivano per ornamenti delle Muse. Quest'uso è molto antico, e si vuole che sia di origine persiana. Silla, a testimonianza di Plinio ne aveva impiegato per adornare i più bei edifizj romani; ed il primo lavoro fu fatto da costui eseguire in Preneste. Ne' giorni d'Augusto si è di certo che cominciò a rendersi più generale, Eneyc. Antiq. I mosaici della cappella palatina sono di quella qualità chiamata opus tessellatum, ossia un composto di piccoli cubi di marmo, o di vetro di diversi colori, e dorati. In Roma si travaglia il più perfetto mosaico di questo genere. Dice Caylus, Reçueil d'antiquités, tom. i, par. 4, l'admirable exécution de tableaux de Saint Pierre à Rome fixera toujours avec étonnement les regards des curieux; elle tien du prodige. Una seconda specie di mosaico, detta sectilia, non è così comune per essere assai più costosa, impiegandovisi le pietre preziose, come agate, lapislazzolo, la cornalina, il rubino, lo zaffiro, lo smeraldo, ecc. Gli antichi avevano degli eccellenti artisti in questo ramo di pittura. Plinio fa menzione d'un certo Soso che in Pergamo egregiamente travagliava, descrivendo un mirabile suo lavoro chiamato Ἀσαρωτος οἰκος, ossia la casa non iscopata. Pur non di meno i più diligenti scrittori [p. 234 modifica]di antichità confessano che i moderni mosaici si compongono con una precisione e gusto superiori di molto agli antichi. Oltre i mosaici fatti in superficie piane se ne sono perfezionati ancora in rilievo. Nel tomo 3, parte 4, Caylus ne presenta un disegno, dove si vede una testa di donna in un ovale che ha 17 pollici di altezza, 12 di larghezza ed uno sporto di quattro. Egli ha veduto ed ammirato questo bel lavoro che si trova a far parte della ricca sala di antichità del Re di Francia.
  5. [p. 234 modifica]Questa chiesa, illustre monumento della grandezza d'animo e della pietà dell'arcivescovo Gualtieri Offamilio, inglese di nazione, fu eretta nel 1185, all'ottima riuscita della quale non poco influì il genio sovrano di Guglielmo II. M. Van Cleenputte ne fece un eccellente disegno che, secondo Forbin, Souvenirs de la Sicile, si può con piacere osservare nell'opera del sig. Osterwald. Avrei desiderato che Münter avesse preso a contemplare questo superbo gotico, moresco edifizio. Egli che con diletto e trasporto esamina i colossali avanzi delle fabbriche greche e romane, non fu penetrato di giusta curiosità dall'elevatezza, sontuosità ed ammirabile ardire che regnano nel tutto insieme di quest'opera, la quale tanto bene corrisponde con la venerazione e santità del luogo, per il quale sembra che quell'originale stile sia stato forse la prima volta impiegato. Leonardo Alberti l'annovera fra i primi tempj d'Italia (Descrizione delle isole d'Italia). Forbin, nel luogo citato, in questi sensi si esprime: l'extérieur de ce monument est du plus bel effet. Ed infatti chi si mette ad osservarne l'ingresso, oh come l'anima colpita gli rimane a quella varietà di gustosi, precisi e delicati lineamenti, e soprattutto a quell'apparente leggerezza di forme che, non iscompagnata da reale e mirabile solidità, annunzia con quanta arte ed intelligenza insieme quei rispettabili, ma poco riconosciuti architetti, le loro nobili ed egregie fabbriche sapevano innalzare? [p. 235 modifica]Ivi sembra che tutta la chiesa, con quei due magnifici imponenti archi e con le due laterali aguglie, dal suolo staccar si voglia e verso il cielo elevarsi sino a quel Dio che vi si adora. Se da quel sito si passa a considerarne il lato, non mancano allo spettatore nuove, gentili e maestose bellezze ad offrirsi. Si guardi però di posar l'occhio sul brutto borrominesco campanile e sulla grossolana pesantissima cupola che con tanto poco giudizio e senza convenienza alcuna si fece costruire nell'essersi questo duomo di recente restaurato. Essa minaccia di voler tutto schiacciare. Ma giacchè si desiderava una cupola, che per la prima volta venne usata nel sesto secolo, secolo di avvilimento e di barbarie, nella chiesa di Santa Sofia in Costantinopoli, perchè non idearla a forma gotica e con ornamenti analoghi a tutto lo stile dell'edifizio? Nè ciò strano sarebbe stato di recare ad effetto, perchè le seul caprice de l'architecte déterminoit les formes, les proportions et les ornemens, Encyc. method.; ossia perchè il genio guidava la ferace fantasia di quegli architetti e non la scrupolosità per gli antichi fissati ordini ed intangibili modelli. Despotizzando questi, per via del pregiudizio e del fanatismo sul gusto e sulla scelta de' moderni, han paralizzato in loro lo spirito di invenzione che dobbiamo, senza essere attaccati da quei due veleni tanto alle belle arti perniciosi, confessare essere stato ugualmente distrutto dalla testa degli stessi antichi architetti greci, ridotti meschinamente a copiarsi l'un l'altro, e che tutto lo sforzo de' loro talenti non si estese oltre il ritrovato di una colonna, più grossa, più grande, o più colossale. Si potrebbero gli architetti considerare come settarj dei tre capi di religione, Doro, Jono e Callimaco, i quali, spaventati di attaccarli ne' loro dommi, ebbero l'imbecille coraggio di profanare la santità de' triglifi, degli ovoli, de' dantelli ecc., copiando sempre l'istessa cosa a segno [p. 236 modifica]che basta veder uno de' tempj dell'antichità, per averli tutti osservati.
    All'opposto ogni edifizio gotico è un ordine in se stesso, giacchè in ciascuno di essi regnano una marcata e decisa variazione e novità nelle forme, nelle proporzioni e negli ornati. Era della libera fantasia dell'architetto, il disporre a piacere di questi tre inesauribili, e ne' greci ristretti e limitati, rami dell'adorno e decoro dell'architettura. Se Jono, per aver posto l'evolute al capitello dorico, si disse inventore, ed inventore chiamossi Callimaco per avervi sostituite le foglie d'ulivo e di acanto, con quanta assai più di ragione non meriterebbero gl'ingegneri arabi quel pomposo e lusinghiero nome in ogni loro fabbrica? Solo due leggi s'imponevano a medesimi, dalle quali non era permesso allontanarsi; cioè la leggerezza apparente e la solidità reale. Questi erano i dommi dalla natura insegnati; il primo, allontanando l'idea del pericolo, nobile e svelta ne rendea la decorazione; mentre il secondo con effetto tendeva ad evitarlo. Eppure l'architettura della nostra cattedrale conviene confessare che cede alle molte e più cospicue ammirate in altri paesi d'Europa. Il conte Rezzonico, nel tomo quinto de' suoi Viaggi, esclama: ho veduto in Inghilterra meraviglie; e dove non ve ne sono in quei luoghi in cui tali opere signoreggiar si osservano? Il signor Cicognara, tomo i, cap. i, Storia della scultura, non si esprime con meno di trasporto, quando di questo sorprendente stile prende a parlare, e nominatamente mel fare ricordo delle sontuose fabbriche di Granata, dell'Alambra, d'Alcazar, Generalifo e della grandiosa moschea, poi cattedrale di Cordova, non escludendo quelle di Pisa, Siena, Bologna e Milano. Gli edifizj gotici di Francia, ed in particolar modo i duomi di Parigi, di Reims, di Chartres, di Strasbourg, sono i più meravigliosi prodotti dell'arte, del gusto e dell'esecuzione in [p. 237 modifica]architettura. Il est impossible de pousser plus loin la témérité dans la coupe des pierres, plus loin le savoir, et la hardiesse. Encyc. Archit.
    Se questa architettura è commendabile per l'esterno decoro delle chiese, lo è in grado assai maggiore per la sublimità e religiosa convenienza dell'interno delle medesime. Ma appunto qui la nostra cattedrale, dopo essere stata restaurata, non ha più menomo vestigio di questo stile; e perciò, essendo formata secondo la comune ed irragionevole maniera, nulla si trova da lodare a riserva della grandiosità del vaso, e ciò che havvi di accessorio, come le belle colonne di granito, il ricchissimo altare di lapislazzolo, i reali sepolcri e le quarantadue statue in marmo del Gagini, scultore palermitano; del di cui merito il sig. Agostino Gallo ne ha di recente con tanta intelligenza pubblicato un giusto elogio. [p. 238 modifica]
  6. [p. 237 modifica]Il dotto abate De Gregorio ne descrisse con diligenza una relazione, che non poco vantaggio dové recare a quella con molta erudizione pubblicata in Napoli. Si è questionato, donde avessero potuto venire i massi di sì bello e perfetto porfido. Facile a' magnifici Sovrani normanni potè riuscire il tirarli dall'oriente, ove essi aperto commercio esercitarono. Poteano esser molte però le cagioni, come rinvenivansi quei pezzi non ancora lavorati, e chi sa per quale uso in Sicilia trasportati. Perchè negare che secondo il Winckelmann fossero monumenti siffatti venuti da Roma? Per qual ragione credere strana la congettura di Riedesel, che questi avean antecedentemente servito per tombe di antichi Romani? Forbio, l. c., ce li fa portare dalla Siria. L'osservarvi degli emblemi cristiani ha potuto derivare da una sostituzione fatta a' quei pagani, per averne la pietra stessa in quel luogo offerto il mezzo di scancellare gli antichi, ed i nuovi emblemi scolpirvi. In fine mancavano, e forse mancano rocce porfiritiche in Sicilia? L'autore della [p. 238 modifica]Descrizione de' reali sepolcri non mostra la sua esattezza nel ricusarne l'esistenza, volendone dare erroneamente all'Egitto il dritto esclusivo di possedere una produzione, di cui la terra n'è quasi interamente coverta, o nelle sue viscere in maggior quantità riempita, attesa la sua natura di sostanza primitiva, vulcanica e di transizione. Si trovano, dice Chaptal ne' suoi Elementi di chimica, de' porfidi in Egitto, Italia, Alemagna, Svezia, Francia ecc. Sembra che per antonomasia si sia dato il nome di porfido d'Egitto a quella roccia porfirica che ha tutte le distinte qualità di quella che da lì si trae. Il diligentissimo naturalista Spallanzani, analizzando il porfido delle isole Eolie, tom. 2, cap. 2, dice così: Questo porfido è egiziano. Il suo colore è un rosso cupo... è noto che questo riesce gratissimo all'occhio, avvivato che sia da un delicato pulimento. I porfidi, de' quali il dotto sig. Ferrara ne' suoi campi flegrei fa parola, che attaccati sono dopo la catena granitica del peloro e quelli compresi nel catalogo delle lave analizzate e descritte nella sua opere dell'istoria dell'Etna, e le venticinque lave porfiritiche dell'Etna dal commendatore Dolomieu classificate nella Memoire sur les iles Ponces, e precisamente quelle de' numeri 10, 16, 20 e 25, ci fan conoscere in quale quantità n'è ripiena la Sicilia. Questa era forse la ragione di farsene grand'uso nell'età di mezzo; e questo uso era reciprocamente la causa di facilmente ritrovare i porfidi.
  7. Pavimentum vero variis marmorum generibus vermiculato opere depictum omnium orbis terrarum imagines refert. Ben. Tad. itin.
  8. [p. 238 modifica]Era più naturale che Münter trovato avesse un numero maggiore di fabbriche saracene. Fazello, Deca i, lib. 8, cap. unico, asserisce che tanto questa casa che l'altra, Cuba, oggi Borgognoni chiamata, preso avevano i loro nomi da due figlie d'un Re arabo. Le sue parole sono le seguenti: Memorant Saraceni rerum veterum peritiores Cubam, et Azisam Saraceni cujusdam Siciliae Regis filiarum olim fuisse nomina. Inveges, Era 6, ve ne [p. 239 modifica]unisce la terza, detta mare dolce. Il primo dice che la peschiera si trovava nel palazzo di Cuba; in uno de' discorsi dell'abate De Gregorio però si dà chiara notizia di esservene stata una in quello della Zisa. Il sig. Duca di Serradifalco, applicato sempre allo studio delle cose patrie, sta facendo interpetrare l'iscrizione araba che vi si osserva. Sarebbe stata cosa assai grata che l'autore ci avesse istruito da qual fonte abbia egli ricavato, che quelle cifre contengano parole dell'Alcorano, e che dato ce ne avesse il significato, onde non essere più incerti di sua fondazione. In verità le figure d'uomini in mosaico che adornano questo edifizio, non annunziano essere di musulmana invenzione; ma è da presumersi che vi fossero stati aggiunti in seguito da' Normanni che quella casa abbellirono. È degno intanto di riflettere, che i molti autori che a' Saraceni vogliono attribuire l'edificazione della medesima, motto alcuno non fanno di quei caratteri. Intanto il nome Zisa, oppure Azisa, è chiaramente arabo, e significa fiorito, pulito; ma questo istesso non interamente assicura a quella fabbrica un'origine saracena; perchè saggi i conquistatori normanni, non solo dagli usi, dalle leggi e cognizioni, ma ben anco dalla favella della vinta nazione profitto e vantaggio vollero ritrarre. Si sa da Ugone Falcando, tom. 7 di Muratori, che il re Guglielmo, dopo la morte del magnifico suo genitore, volle far edificare un palazzo che superato avesse in sontuosità e bellezza Favarium, Mimnervum, aliaque delectabilia loca, da lui costruiti. È venuta a qualcuno l'idea che questo palazzo sia stato appunto la Zisa; e a dimostrare la certezza, un passo della cronica di Romualdo da Salerno, contemporaneo e parente di questo Sovrano, vi concorre. Nell'or menzionato tomo, pag. 206, ecco quanto detto scrittore asserisce: eo tempore Rex Guillelmus palatium quoddam altum satis et miro artificio elaboratum prope Panormum aedificare caepit, quod Lisam appellavit. [p. 240 modifica]Se mai vero fosse che in vece di Lisam dovesse leggersi Zisam, sarebbe allora chiaro che quello edifizio fosse veramente opera normanna. Ad assicurarmi se ciò derivasse da errore di stampa, presi alle mani l'opera di Caruso, ove scritto ho trovato ben anco Lisam. Doveasi dunque da per tutto commettere simile sbaglio tipografico? Si resta perciò nell'incertezza; molto più che storici degni di tutto il credito non si avrebbero fatto sfuggire circostanza siffatta, onde ricredersi che quel palazzo fosse da' Saraceni stato costruito. Questa Lisa sarà stata altra fabbrica distrutta, come Favarium, Mimnernum, aliaque loca, di cui non è menoma traccia rimasta. Per altro nel nominato edifizio non si sa conoscere quel decantato palatium altum satis adorno di tutti quegli altri pregi che in quella cronica descrivonsi.
  9. [p. 240 modifica]Adesso la popolazione si fa ascendere a 180,000 persone.
  10. In ogni luogo avevano costoro cinque case, ciascuna delle quali aveva il proprio suo destino. i. Il noviziato, che portava ordinariamente il nome di S. Luigi, secondo Luigi Gonzaga uno de' loro più gran Santi. 2. Domus studiorum, chiamata sempre S. Ignazio. 3. Domus propagationis, di nome S. Francesco Saverio. 4. Casa professa, ossia il Gesù, ch'era il domicilio di coloro che avevano fatto tutti li voti, e prendevano parte nel governo dell'ordine. Finalmente 5. Domus exercitiorum spiritualium, chiamata ordinariamente Santa Maria, ove ogni Gesuita annualmente per otto giorni si doveva trattenere per eseguire gli atti di sua devozione, che consistevano soprattutto in meditazioni su gli exercitia spiritualia Sacti Ignatii.
  11. [p. 240 modifica]L'autore non poteva prevedere sino a qual grado di estesa celebrità dovesse giungere il padre Piazzi. L'attuale specola di Palermo, eretta nel 1791 e distinta in mezzo alle più cospicue d'Europa, deve a questo insigne personaggio tutto il suo splendore. Riconoscenza uguale deve ancora tributargli Napoli per quella di recente sotto la dotta sua direzione stabilita. A' di lui meriti sommi altro assai pregiabile se ne aggiunge, quello cioè di aver saputo sviluppare e nudrire tra i molti suoi scolari il gusto per le matematiche, ove non pochi di essi segnalati si sono, tra i quali l'astronomo sig. Cacciatore, attual direttore di questa specola. Il signor Zach, pieno di giusta venerazione per il P. Piazzi, nella corrispondenza astronomica, tom. 2, lettera 25, dice: voici en peu des mots l'histoire succinte de l'astronomie napolitaine. Quant à la Sicilienne le P. Piazzi nous a donné le commencement et peut étre aussi la fin. Per quanto rispetto aver si debba per le cognizioni astronomiche di quel dotto autore, [p. 241 modifica]non credo che se ne potrà aver molto per la sua astrologia. Se prima del 1790 da indovino avesse voluto proferire una sentenza sullo stato della futura astronomia in Sicilia, avrebbe forse negata la possibilità del cominciamento della sua istoria. Il P. Piazzi gli avrebbe fatto conoscere di essere ingannato; ed io spero che qualche suo allievo, od altri renderà vana la disgustosa profezia del medesimo. Dopo l'epoca di cui parla il sig. Münter, questa capitale da altri soggetti per pregi acquistati in diversi rami di scienze e letteratura è stata decorata. Tra costoro primeggia il professore abate Scinà, il quale, oltre le grandi cognizioni matematiche e fisiche, possiede in grado eminente le istoriche. Le opere da lui pubblicate, per le quali da tutte le parti se gli sono dovuti elogi tributati, lo rendono degno di rispetto; e perciò si è nella giusta aspettazione di quelle, sulle quali il medesimo è al presente seriamente occupato.
  12. Ai libri per li quali si procede nella più attenta maniera, appartengono le opere di Melantone. Non so se sia comunemente noto che Aldo in Venezia, sotto il nome di Barbanera, stampò i suoi locos theologicos, e che passò qualche tempo prima che si fosse scoverto l'inganno.
  13. [p. 241 modifica]I fondamenti dell'edifizio, ove casualmente ritrovaronsi quei vasi, furon quelli del presente albergo reale.
  14. [p. 241 modifica]Trovandosi adesso alla direzione di questa pubblica beneficenza il dotto abate Scinà, è stata arricchita delle più belle ed interessanti opere si di antichi classici, come de' più eccellenti moderni scrittori in ogni ramo di scienze, letteratura ed arti. Questo comune ha stabilito una rendita annuale di once mille per acquisto di libri, e per far che vi si presti quel regolare ed utile servizio, della cui condotta sono incaricati buoni ed intelligenti sacerdoti. Qui l'autore non incontrerebbe quella scarsezza di giovani da lui osservata nelle librerie d'Italia, dacchè regolarmente vi si recano [p. 242 modifica]a studiare più di sessanta, ed alle volte un centinajo di persone d'ogni ceto ed età. Al presente l'abate Scinà è occupato ad ingrandire, e più sistematicamente ordinare questa biblioteca, dando al tempo stesso una più decorosa forma all'esterno dell'edifizio, per cui vi si è innalzato un portico che ha tutto il gusto della robusta e semplice architettura greca, il cui disegno è del capitano Ragona al servigio dell'artiglieria. I Padri dell'oratorio dell'Olivella, una libreria ricca di buonissime opere in diversi rami di scienza posseggono. Questa è destinata ben anco per comodo del pubblico, la quale sarà oggi ad un grado di maggiore utilità recata, per trovarvisi alla direzione e come bibliotecario il P. Gaspare Grassellini, che ben istruito nelle scienze teologiche ed ecclesiastiche, è altresi adorno di tante altre cognizioni di fisica e letteratura.
  15. [p. 242 modifica]Ecco Münter quel che ne dice all'articolo sopra le contrade di Napoli: nella porta principale della cattedrale di Salerno una lapide si trova con singolari caratteri creduti normanni, malgrado che alcuno non abbia potuto sinora interpetrarli.
  16. Eduardo Lye sostiene nella sua opera di Ulfila, che nella libreria e nell'archivio di Torino si trovino manoscritti gotici. Io ne ho dimandato, e son certo ch'egli si sia ingannato, perchè tutte le carte in Torino sono in così eccellente ordine, che si può tutto rinvenire subito alla prima occhiata.
  17. Quanto i conquistatori di Sicilia andarono d'accordo nel modo di pensare con i loro sudditi arabi, lo dimostrano particolarmente le monete arabe che fece coniare Ruggiero, dove in un lato sta il suo nome (non il suo ritratto, perchè i Maomettani odiavano l'effigie), e dall'altro la conosciuta forma di fede maomettana «Vi è un solo Dio, e Maometto è il suo Profeta».
    Difficilmente un altro principe cristiano ha dimostrato tanta tolleranza verso i suoi sudditi non cristiani. Vedi Adlers, Museum cuficum Borgianum Velitris, pag. 80.
  18. Secondo un codice di questa libreria si è pubblicato il testamento di Federico II.
  19. Ho scoverto nella biblioteca degli Agostiniani in Roma una parte della sua corrispondenza con Mornays sopra la propagazione della riforma in Italia, e particolarmente nello Stato veneto.
  20. Si veda su di ciò una prolissa lettera di Palermo nel giornale des Savans, settembre 1787. Questi manoscritti cominciano dall'anno dell'egira 213 sino ai 375.
    La continuazione si deve trovare nella biblioteca del Re di Marocco, donde spedirsi devono in questa città grandi porzioni di essa sino all'anno 409.
  21. [p. 242 modifica]Il nominato abate De Gregorio fu il primo che a gridare incominciò alla falsità del Vella. Egli, per meglio attaccarlo, ebbe la nobile pazienza ed il talento di apprendere senza l'ajuto d'un maestro la lingua araba, la di cui conoscenza lo pose in istato di pubblicare nel 1790 un'opera eccellente la quale, in chiaro mettendo l'istoria degli Arabi, riempiva il vuoto tra quelle bizantina e normanna, che dal De Giovanni e dal Caruso erano state prima trattate. Annio di Viterbo, ossia Gio. Nanni, frate domenicano, compose diciassette libri di antichità, ove con la massima franchezza spaccia come vere alcune supposte opere de' più remoti scrittori.
  22. [p. 242 modifica]Da pochi anni a questa parte stabilite si sono diverse ed altre buone stamperie. Tra queste merita particolare considerazione la reale tipografia di guerra. Quella del sig. abate si distingue ancora [p. 243 modifica]a ragione di una significante provvisione di belli e variati caratteri sì latini che greci, da torchj della quale escono alla luce, ove si vogliano, edizioni eccellenti.
  23. [p. 243 modifica]Non si saprebbe abbastanza lodare il merito di questo originale poeta, da tutti uguagliato a Teocrito ed a Anacreonte; ma da qualche intelligente creduto superiore a questo ultimo in ciò che riguarda la macchina delle sue composizioni. Naturale e semplice ad un grado eminente, e nel tempo stesso energico; descrittore esatto ed ameno ne' grandi che ne' più minuti dettagli, sorprende sempre l'anima, e grata e sensibile tenerezza le ispira. Dopo Ossian non credo che vi sia stato poeta che siffatto incanto possedesse, e con tanta forza e rapidità abbia saputo farsi strada nel cuore dell'uomo. Non tarderà molto a veder la luce la vita di questo poeta, scritta dal sig. Agostino Gallo, ricavandone gli elementi da alcune autentiche carte del medesimo, e da ciò ch'egli stesso ne' suoi discorsi familiari gli aveva raccontato. Per via di una soscrizione, promossa dal letterato fervore di quel giovane se gli eresse in S. Francesco un sarcofago con il suo busto in marmo. L'ornatissimo Principe dalla Trabia possiede un altro busto di esso illustre poeta, il quale è d'una grandezza al di là del naturale.
  24. [p. 243 modifica]Tutti gli tributano l'onore di uguagliarlo a Raffaello. Lo studio della natura, che quel valentissimo pittore, nello stato di sua semplicità e nuda sua bellezza, seppe con tanto genio contemplare, fu certamente quello che lo innalzò ad una originalità tutta sua. Ma ove costui in grado il più meraviglioso manifestò il colmo de' pregi suoi, fu nella facilità di dipingere: malgrado di esserci stato in età molto fresca infelicemente dalla morte rapito, pur non di meno sono innumerevoli le pitture che d'ogni genere trovansi sparse in tutti gli angoli della Sicilia, e che al di lui divino pennello si [p. 244 modifica]appartengono. Questo artista, che aggiunse nuovo decoro al genere umano, fu meglio e più meritamente conosciuto dopo la sua morte, per cui quasi spogliata la Sicilia delle eccellenti sue opere, trovansi le medesime destinate a nobilitare le più cospicue gallerie di estere nazioni. Si è da alcuni gridato contro l'uniformità delle sue fisonomie; ma che non si soffrirebbe per quelle sue faccie ancorchè si rassomiglino, e sulle quali non ideale, ma naturale venustà ed espressione si ammirano? Non so, per esempio, se le belle teste delle vergini del quadro di S. Orsola, ch'egli dipinse a fresco nel cortile dell'ospedale grande, e per dire così in mezzo alla strada, possono esser meno piacevoli all'occhio e meno amabili al cuore di quanto lo fu la testa della rinomata Giunone, o di Elena, per la perfezione della quale ci si racconta che Zeusi fece tanti travagli. Al nostro Novelli non mancò che la fortuna per renderlo tanto celebrato, quanto lo sono Raffaello, Michelangelo, Tiziano, Leonardo ed altri. Favorevoli e circostanze felici e valide protezioni prodigarono a vantaggio di quegli illustri artisti somme e dovute lodi, che, riempendone le carte, produssero in seguito una folla di quei tanti ammiratori che giudicar non sanno senza esser tutelati dalle altrui autorità. Il Morrealese all'opposto, nato in oscuro paese, e le di lui opere rimaste sepolte in Sicilia, non potè si facile spianarsi la strada alla celebrità. Egli senza Mecenate vi giunse però per la forza del solo di lui straordinario merito; e sono state le divine sue pitture, con la più efficace e sincera eloquenza, e non con la voce dell'entusiasmo e dell'adulazione, che hanno gridato alla vera gloria di questo insigne pittore.
  25. [p. 244 modifica]Con bolla di Pio VI dei 12 luglio 1777, eseguita ai 17 luglio 1778, tale arcivescovato fu aggregato a quello di Palermo. Sotto il pontificato di Pio VII, con breve de' 29 marzo del 1802, queste due sedi arcivescovili furono di nuovo divise.
  26. [p. 245 modifica]Come ho detto nel numero primo Solanto fu una di quelle città che, secondo Tucidide, edificata si crede da' Fenicj. Non è rimasto di antico più di quanto brevemente ne rapporta l'autore: ma chi brama averne più distinti ragguagli, può leggere la lettera del Principe di Torremuzza, scritta a' 5 maggio 1556, e nell'anno stesso stampata dall'abate De Blasi. Questo autore, secondo Stefano Epitomatore, ne attribuisce fondatore Ercole fenicio, dopo aver egli in quella contrada ucciso un famoso ladro di nome Soluntes. Vedi De Blasi, lib. i, cap. 5. Le parole di Stefano sono le seguenti: Sic vero vocata fuit a Solunte pravo hospite, quem Hercules interfecit.
  27. [p. 245 modifica]Quando l'autore visitò la Sicilia, l'orto botanico non era che di picciolissima considerazione, riducendosi ad una collezione di sole piante medicinali che coltivavansi alla meglio sul bastione di porta Carini. Dal 1789 in poi cominciò a darglisi quell'estensione e lustro, onde metterlo tra il numero de' più begli stabilimenti che in questo genere vantar si possa in Europa. Forbin, nell'opera citata, ne parla così: M. Tineo de Palerme a fait connoitre dans un catalogue raisonné les plantes nombreuses et rares du jardin botanique de Palerme, le plus complet de l'Italie. La più grande e sontuosa delle tre fabbriche che vi si osservano innalzate, è destinata per la scuola, per l'orto secco e per l'appartamento del direttore; e le due piccole laterali si fan servire per il frigidarium e tepidarium, ossia per le stufe fredda e tepida, o temperata. A compir l'opera si prestò finalmente con la reale sua generosità la nostra regina, di felice memoria, Maria Carolina, la quale nel 1799 beneficar volle questo giardino con il magnifico e ricco dono d'un calidarium, ossia stufa calda, una delle più belle macchine che in questo genere siasi costruita in Inghilterra, la quale servir dovea per l'orto botanico di Vienna. Intanto, benchè il dono fosse di [p. 246 modifica]quella data, pure non si è tale stufa eretta prima del 1823, per averne ora assunta tutta la cura l'attual luogo-tenente Principe di Campo Franco e la Commissione di pubblica istruzione. Le nobili fatiche e gli studj diligenti del fu Tineo padre, ed ora del figlio, de' direttori di esso giardino e da' professori insieme di tale facoltà, non han lasciato di sempre più perfezionarlo e di arricchirlo delle più rare indigene ed esotiche piante, il cui numero sarà specificato in un catalogo da lui ben presto pubblicato.
    In quest'orto le piante di piena terra sono disposte, e distribuite si ammirano secondo il sistema sessuale di Linneo. Un'altra classificazione se n'è fatta a norma del metodo naturale di Jossieu, il quale non è che quell'istesso del celebre di Tournefort, ma più illustrato ed esteso. A ciascuna di dette piante si è apposta la corrispondente etichetta, in cui si specificano il nome sistematico d'essa, l'autore che ne ha dato la più esatta descrizione, la forma, il nome italiano, o siciliano, se ne abbia, e l'abitazione, accennandosi ben anco l'uso a cui va generalmente destinata. Il signor Tineo, dopo i guasti e le devastazioni ch'ebbero infelicemente luogo in settembre 1820, dimostrando il più lodevole zelo ed amore per il buon servizio di questo luogo, non ha risparmiato fatica, attenzione ed attività, onde riparare a quelle gravi perdite. Egli è giunto finalmente a non farcene conoscere le dolorose conseguenze, ed ha quasi rinnovato i due erbarj indigeno ed esotico. Si è di recente fatta venire la rara pianta Cocos nucifera, ossia noce di cocco onde tentar di piegarla per il nostro clima. Questo attento e diligente professore pare che viva in compagnia delle sue piante, e sotto i suoi proprj occhi ne vede i movimenti, e gli sviluppi ne esamina. Egli ha calcolato che la vegetazione delle foglie di Cocos ha un giornaliero accrescimento di una linea e mezza. Le piante dell'Africa trovansi [p. 247 modifica]esposte a piena aria in luoghi distinti del giardino; quelle della Nuova Olanda sono ordinate in luogo a parte, le quali all'ombra prosperano, ed a piena aria; nella stufa calda si fan vegetare quelle della zona torrida e porzione di quelle delle due Indie.
    Oltre a questo pubblico orto botanico l'A. S. R., il duca delle Calabrie, un altro ne ha eretto nella sua suburbana delizia di Bocca di Falco. Da questo stabilimento il real Principe ha mostrato quale genio e sapere lo adornano ancora in questo ramo delle naturali scienze. Un numero copioso di rare piante abbellisce questo giardino, delle quali se ne trova nel 1821 pubblicato un catalogo.
    Tra i privati quelli del barone Giaconia, del Principe di Pandolfina e dell'Aromatario Canzonieri meritano ben anco di essere celebrati. I due primi in particolare han profuso somme ingenti, e fatiche e cure non han trascurato pel semplice ornamento delle loro ville.