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Viaggio in Sicilia (Münter)/Viaggio al Monte Etna

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Friedrich Münter - Viaggio in Sicilia (1788-1790)
Traduzione dal tedesco di Francesco Peranni (1831)
Viaggio al Monte Etna
Catania Viaggio da Catania a Messina

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VIAGGIO AL MONTE ETNA.


Io giunsi in Catania a' 23 dicembre 1786, tempo assai rigido in questa contrada. L'aria era annebbiata e piena di nuvole, per cui nei primi giorni scorger non potei il monte Etna. Finalmente sì la nebbia che le nuvole dissiparonsi, e tosto vidi la più alta parte del maestoso monte interamente coverta di neve. Per quanto il mio amico sconsigliato mi avesse di recarmi a quella sommità, lo che possibile si esperimenta nella più calda stagione, pur non di meno non ho voluto lasciarmi sfuggire l'occasione di almen tentare, quanto alto giunger avessi potuto; molto più che uno del Nord spaventarsi non dovea di ciò che sarebbe stata difficoltà insormontabile per un Siciliano avvezzo soltanto sull'Etna a mirar ghiaccio e neve. Il mio viaggio mancato non avrebbe di esser [p. 52 modifica]più felice, quando io scelto avessi il primo sereno buon tempo, onde giunger così, da' limiti della regione del bosco, che il mezzo della montagna circonda, sino alla zona, dove la neve ha perenne dominio, e sulla quale non havvi in inverno guida veruna che un forestiere conduca. L'arrivar più alto non sarebbe stato d'altronde possibile a causa del freddo, che in quella stagione ed in un'altezza perpendicolare di due miglia e mezzo sul livello del mare certamente vi domina. Intanto non potei subito il viaggio intraprendere, e trascurai così il momento favorevole in modo che io ascesi molto meno alto di quanto mi aspettava[1].

A' 28 dicembre 1785 io e M. Gibbs partimmo con ottima guida, e provveduti di tutto ciò che per si incomodo e severo cammino era necessario. Il piè del monte comincia come si va fuori le mura della città, e la strada corre per lungo tratto in mezzo a' borghi e vicino de' già menzionati avanzi di acquidotti che l'acqua da Licatia in Catania portavano. La regione più bassa del monte è la più coltivata e fertile di Sicilia. La naturale feracità del terreno è migliorata dalle parti minerali che le spente lave le han somministrato dopo una serie di secoli, ma ancora molto più promossa da un assai efficace sotterraneo fuoco. Vidi soprattutto ben [p. 53 modifica]lavorati e mantenuti campi un delizioso contrasto offrire con la dura roccia, da cui è tutta la strada composta, con i neri e bruciati luoghi che si osservan come in alto si ascende, e con gl'innumerevoli vulcani, che salendo ad ogni passo chiaramente distinguonsi.

Molti secoli e l'instancabile diligenza degli uomini han reso le inferiori contrade del monte paradiso di bellezza e di fecondità; ma basta una sola furiosa eruzione da' fianchi dell'Etna, per seppellire il tutto sotto vulcaniche ceneri e lave infiammate. Dopo aver lasciati i borghi di Catania, arrivai ad una quasi infinita quantità di casali, che i più discernibili segni del loro buon essere annunziavano. Io vi osservai delle case deliziose che in parte agli abitatori di Catania appartengono, i quali nei mesi di estate passano il loro tempo sulla montagna, onde godere un aere più temperato. Ancora quelle de' contadini, per quanto singolari compariscono, mi sembrarono essere in buona condizione. Esse sono bassissime, onde meglio resistere a' tremuoti, e costruite con pezzi di nera pietra della lava che sono tra loro uniti senza traccia veruna di calce od altro cemento.

La plebe vive bene, e passabilmente vestita, sembra ilare e costumata: conseguenze tutte [p. 54 modifica]della diligenza ed industria che regnano in quei luoghi. L'ultimo casale che io passai fu Nicolosi, ch'è il più alto sopra la montagna; e qui le umane abitazioni han fine. La strada andava sempre più in alto, ed io non vedea avanti di me che il monte Rosso, ossia il vulcano donde nel 1669 uscì la lava, il bosco e la nevosa regione dell'Etna, che piano del frumento si appella (nome strano, per non crescervi mai un filo d'erba), su del quale particolarmente poggia il cratere che scuoprir non si può finchè al suo piede non si arriva, per essere quella pianura tre miglia italiane. Sulla punta più elevata del monte vidi un incavo, dal quale una piccola bianca nuvola di fumo s'innalzava, che da lì sventolava verso il mare, lasciando nel sereno turchino del cielo una lunga e bianca striscia.

Sino a Nicolosi le vicinanze dell'Etna sono belle e deliziose. Le lave stesse, non forzate ancora dalla natura e dall'arte, conservano piacevole aspetto, perchè scaricano le medesime i loro oscuri torrenti nelle amene praterie, e presso boschetti di aranci e giardini. La veduta del monte abbasso è molto estesa, pria che si venga a Nicolosi. Catania e tutto il mar Jonio sembrano essere sotto i suoi piedi. Io mirai un dopo l'altro i tre seni di mare di Catania, [p. 55 modifica]Augusta e Siracusa, ed avrei potuto forse distinguere eziandio questo paese, se nelle parti inferiori l'aria fosse stata pienamente chiara; in guisa che potei conoscere con precisione le sole parti del monte sulle quali io era stato. Al momento che lasciai Nicolosi tutte le prospettive cambiaronsi. Alcun verde piacevole terreno non si presentava più all'occhio, il quale non si estendea che sopra molti estesi campi coverti di nera cenere, vulcani estinti, pochi isolati e fiacchi alberi, ed in questa residenza del terrore le abbaglianti superficie della montagna. Eppure anco qui la natura ha la sua forza, perchè in alcuni angoli prospera la vite sopra nere vulcaniche arene, da cui si ricava un vino rosso, il quale, se non così rinomato come la lacrima christi del Vesuvio, è ugualmente pregiabile.

Arrivai finalmente nell'antico convento dei Benedettini di S. Nicola dell'Arena, picciolo ed oscuro edifizio lontano da Catania 12 miglia italiane. Secondo l'opinione de' più dotti antiquarj il detto convento è costruito ove un tempo era situata l'antica città d'Inessa, della quale alcune colonie di Campani s'impadronirono, discacciati poscia dai Catanesi, i quali il nome di Etna le diedero, che portato un tempo avea l'istessa Catania[2]. Qui, in questo [p. 56 modifica]solitario abituro, l'ultimo che si trova in questo tristo viaggio, dovrebbero vivere, secondo l'intenzione del loro fondatore, i Benedettini, che quel nobile palagio nella città han costruito. Questa dimora è loro di gran lunga più grata e comoda della orribile solitudine in mezzo ad estinti vulcani. Vi si mandano perciò alcuni frati laici per mantener tutto in buono stato. Alcuni si portano solamente in quel luogo, quando il calore della state gli obbliga a lasciare le coste del mare, ed allorchè la vendemmia per alcune settimane rende quella dimora piacevole. Io giunsi in quel chiostro verso mezzogiorno; e poichè possibile non era di andare più avanti senza compromettere la salute, ove fossi stato costretto di passare a cielo scoverto una notta nella grotta delle Capre[3], così fu da noi risoluto di restare in quel sagro luogo, e di esaminare da li ciò che di osservabile avesse offerto l'adjacente montuosa campagna. Altro in quel giorno non vidi d'interessante che il di già nominato monte Rosso, che sorse nell'eruzione del 1669, che totale distruzione minacciò alla città, ma che rovinò la maggior parte delle case. L'eruzione fu la più terribile di quante ce ne ha dato contezza la storia, e può uguagliarsi soltanto con quella dell'Ecla del 1782[4]. Quindi è molto impor[p. 57 modifica]tante di leggerne qui appresso una breve narrazione.

Nell'anno 1669 si cominciò ad aver sospetti di tremuoti più forti che le solite scosse; spaventevoli sotterranei tuoni nelle cavità del monte tantosto si succederono, quando questi in diversi luoghi spaccossi, formando particolarmente una fessura di tre miglia e mezzo di lunghezza e di cinque in sei piedi di larghezza[5]. Immediatamente cinque nuovi abissi aprironsi, di cui il più grande, della circonferenza di 500 passi, vomitò con incredibile forza[6] ad una grande altezza nuvole di fumo, lampi, masse roventi, infiammate rocce, zolfo, ceneri vulcaniche, ed il tutto con ispaventevoli tuoni e sotterranei muggiti accompagnato. La copia delle pietre e ceneri gettate fu tanto enorme, che formò due nuovi monti. Per quattro mesi eruttate furono ceneri, arene e fumo, di modo che di giorno in giorno l'aria sempre più oscurandosi, fu cagione alla fine che i raggi stessi del sole in mezzogiorno non poterono più farsi stra[p. 58 modifica]da, quando ad un tratto uscì fuori la luce, non del pianeta, ma delle fiamme che si svolgevano dall'aperto baratro, e con queste vi sgorgò una lava di venticinque sino a trenta braccia profonda, e di tre in quattro miglia italiane larga[7]. Campi, case ed interi casali furon preda della medesima; penetrò in Catania, distruggendone una parte, e scorse sin al porto dove all'ostinato combattimento con le onde del mare arrestossi. Dopo che questa inondazione di fuoco per quattordici giorni continuato avea, da' fianchi dell'Etna replicarono di bel nuovo spaventevoli colpi di fulmine, mentre dalla più alta sommità del monte smisurata colonna di fumo con pioggia di rocce e ceneri si vider alto innalzarsi, la quale non finì prima che l'antico cratere precipitato non fosse: perlochè la nuova bocca del Mongibello contiene ora una circonferenza di sei miglia italiane, quando l'antica non ne avea che sole quattro. Finalmente alla metà di luglio 1669 quelle terribili esplosioni terminarono dopo una durata di quattro mesi.

Lo sbocco della lava fu nel monte Rosso, che nell'esterna sua figura è simile al Vesuvio, perchè in due rotondi monti su d'una base stessa consiste. Intanto l'altezza di esso dal livello del mare sorpassa senza dubbio [p. 59 modifica]quella dell'altro, facendosi ascendere sino a 4500 braccia. L'intera porzione del suolo tra il convento de' Benedettini ed il monte Rosso è coverta di nera vulcanica arena; ma sembra che questa cominci a sciogliersi, perchè l'erba superficialmente vi cresce, e qui è il luogo dove il gustoso e forte vino ricavasi. È ancora probabile che la situazione stessa del chiostro non sia che quella di un cratere rovesciato giacchè, oltre una quantità grande delle ceneri che intorno a quell'edifizio si trova, l'intero circuito ha una forma concava nel di cui mezzo il medesimo chiostro è edificato[8].

Nel giunger che io feci al monte Rosso esaminai il cratere, da cui le ceneri e le lave del 1669 uscirono, il quale è un rotondo precipite buco a forma d'imbuto, i cui lati consistono in nere rocce di lava e nere e profonde arene. Nel mezzo di esso vi sono due altre profondità fra loro da un'alta e scabrosa rupe divise, e che rassomigliano ad una saliera. A piè del monte vi è una grotta, dalla natura formata, alta cinque braccia, e uno e mezzo larga, dentro la quale avrei cercato di scendere, onde più davvicino osservarla. Per quanto facile ne sarebbe stata la discesa, impossibile senza fiaccole ne riusciva l'esame, oltre il rischio d'una inaspettata accensione prodotta da [p. 60 modifica]quelle fiaccole in un luogo di combustibili materie coverto, mentre con molta difficoltà ne sarei uscito senza l'ajuto di una scala[9]. Quindi altro non vidi che l'esterna figura di questo Spiraculum Ditis; e fui costretto contentarmi del racconto della mia guida; cioè che questa apertura sia l'uscita d'un canale, dal quale scappò via la lava, che scorse sino a Catania[10]; che questo canale s'innoltra circa 50 passi in linea orizzontale; e che nessuno azzardato si sia di andare sino al suo termine. Da lì non lungi a 150 passi dal monte Rosso ve n'è un altro formato dalla lava che corre in linea obbliqua, il quale osservato da Dolomieu, ch'è avvezzo a disprezzare qualunque pericolo, quando esaminar vuole le segrete vie della natura, si è persuaso che questo circa 100 passi in lunghezza si estende sotto terra, e poscia con una smisurata perpendicolare voragine mette ostacolo ad ogni ulteriore esame. Egli stesso me ne fece in Roma la descrizione, parlandomi ancora di molti altri più lun[p. 61 modifica]ghi sotterranei cammini, in cui era stato senza poterne ricercare la fine. Non è strana la congettura che quell'abisso sia lo stesso al quale immediatamente conduce il canale sotto il monte Rosso, e che ivi sia propriamente la fonte da cui la lava e le ceneri nel 1669 vennero vomitate.

Questo canale stesso deve avere comunicazione con il resto delle smisurate caverne sotterranee, in cui nascoste giacciono tutte le infiammabili masse e tutte le cause che ne' futuri secoli nuove eruzioni, tremuoti e forse la distruzione di Sicilia e Calabria dovranno produrre, finchè questi materiali divengano maturi, per iscappar fuori dalle loro prigioni. Fin dove tali caverne si innoltrino, non si è mai potuto calcolare, ma è assai verisimile che quelle vadino molto più lungi che il piè dell'Etna, si facciano strada nel mare e a terminar vadano forse sino alle basi di granito degli Appennini. Nel tempo stesso che questo or descritto vulcano gettava la lava, altra voragine ivi a canto si aprì, che scagliò fuori una sì immensurabile quantità di cenere che formò il monte Rosso. Qua e là rupi di lava osservai in mezzo a moltissima arena di color rosso da un lato e nera dall'altro.

Ascesi la punta più alta del monte stesso, [p. 62 modifica]che non trovai tanto incomoda a salire, come quella del Vesuvio. Intanto era già verso sera ed il sole s'inchinava all'occidente, quando io giunsi a quella sommità, ove mi trovava nella mia compagnia interamente solo. A noi d'intorno non era traccia di vita, e benchè noi fossimo ancora ben lontani dal picco dell'Etna, pure le umane abitazioni erano profondamente sotto i nostri piedi. Illimitata si offriva la veduta, giacchè quanto l'occhio può stendersi lontano, noi giungevamo a scuoprire le spiagge di Sicilia sino al capo Pachino; Catania e tutte le città e borghi tutti intorno al monte giacevano abbasso come una carta geografica. Ma ciò che maggiormente attrasse la nostra attenzione, fu che noi dalla sommità di questo monte, benchè la nostra vista nelle nevi dell'Etna si perdesse, potevamo pur non di meno vedere in una estensione di circa otto miglia ventisei altri vulcani, i quali formati furono nell'istessa maniera che questo per via di violente eruzioni[11]. Molti non furono da noi scoverti, i quali forse erano stati rovesciati, come quello dove si trova costruito il chiostro, o perchè i medesimi, essendo lontani, non potevamo ad occhio nudo o con picciolo cannocchiale ben osservarli. Noi vedevamo però soltanto la quarta parte dell'intera circonfe[p. 63 modifica]renza della montagna, ove il numero di questi piccioli vulcani, che formati sono dalla sua massa, sorpassa il centinajo.

Assiso in quella sommità, notai che quei vulcani avevano una stessa figura, cioè una schiena a forma di sella, che nel mezzo è più o meno concava, conforme più o meno secoli sono trascorsi dopo l'esplosioni che li hanno generati. Alcuni sono ancora nell'istesso stato come nel giorno in cui la lava uscì fuori dalla voragine, cioè neri, nudi e senza tracce di vegetazione. In altri però eran già cresciuti erba, alberi ed ancora fiori. Il vulcano sopra del quale io stava, era il più alto di tutti quelli da me osservati, essendomene persuaso, perchè poteva distinguerne molti crateri.

Dopo che io ebbi saziato l'occhio e l'anima con questa indimenticabile veduta, che altra uguale non poteva in tutto il mondo godersi, ancora nell'istesso Ecla, raccolsi piccioli cristalli di basalto, con cui sono frammischiate le ceneri, dalle quali il monte Rosso fu prodotto. Il sole si avvicinava all'occaso e le nuvole intanto raccolte si erano a' piedi di quello. Fui costretto dunque a lasciare questa incantevole montagna, che sola compensato mi avea i disagi del mio viaggio all'Etna, per giungere al convento pria di notte. Il sole era [p. 64 modifica]di già tramontato, e pesanti nuvole alto elevandosi predicevano cose non tanto felici per la vegnente mattina. Il cielo pur nondimeno era sereno abbastanza, per potervi scuoprire una quantità di stelle; mi accorsi però che queste non sì belle e chiare si presentavano, come alcuni pretendono che si osservino su queste alture[12]. Era mia idea di mettermi di nuovo in cammino alcune ore prima dell'alzarsi del sole, per tentare quanto lungi avessi potuto innoltrarmi, quando nello svegliarmi la tempesta ruggiva e le nuvole copiosa pioggia versavano. Tutta la mattina il chiostro fu circondato dalle medesime, e la procella intorno le alte mura di esso si avvolgea, perloché la neve e la cupa nebbia le mie speranze di andar più avanti distrussero. Dovetti pertanto approfittare del primo buono, anzi per dir meglio meno cattivo momento, per ritornare, ma andai in mezzo una innumerevole quantità di nuvole, che accampate si erano intorno tutti i lati del monte, e qua e là la tempesta spingevano. Quindi perdei tutto il contento che la veduta di Catania e della Sicilia mi avrebbe potuto somministrare, invece della quale non vidi che nebbia e nugole, ed altro non ascoltavasi che il rimbombo di mille torrenti e dei tuoni che uscivano dal cratere della montagna [p. 65 modifica]che si fan sempre sentire, tostochè qualche cambiamento nell'atmosfera succede.

Alcuni giorni dopo questo disgraziato viaggio il cielo ritornò nella sua serenità, in modo da potersi vedere l'Etna da Catania, per cui mi accorsi che il monte Rosso, la sua contrada ed ancora quella al di sotto di Nicolosi, essendo di neve coverti, mi sarebbe stato onninamente impossibile di andar più alto nel monte, quando ancora trattenuto mi fossi alcuni giorni in quel convento. Altri giorni otto dimorai nella città con la speranza di potervi più moderate giornate succedere, per indi intraprendere una nuova salita all'Etna; ma fu inutile, per cui lasciai Catania quasi dopo tre settimane di residenza. Appena qualche giorno fu in seguito tollerabilmente buono, e perciò fattibile non mi sarebbe stato di esser più felice in un secondo tentativo, come fu Bartel, il quale ascese l'apice del vulcano, per essere stato egli in quella città in una stagione migliore, e quelle difficoltà non patì, alle quali fui costretto di cedere.

In verità non può questo rapporto sull'Etna dare al lettore quel piacere che si sente nella incantevole descrizione fattane da Brydone; ma è certo che la mia è più sicura e soddisfacente di quella, per aver io scritto quel che [p. 66 modifica]ho veduto. Egli nella più bella maniera dipinge ciò che non vide mai, perchè costui, come mi assicurò il Principe di Biscari, non andò più alto di me. Il monastero di S. Nicola dell'Arena ed il monte Rosso sono comunemente i limiti a cui giunger suole la maggior parte de' viaggiatori che non si trovano in Catania in estate.

Le osservazioni sopra il tempo bisognevole per far che la superficie della lava divenga terreno fertile, hanno dimostrato che quasi in ogni secolo si discioglie un pollice od un pollice e mezzo di questa lava, così che quella del 1669 ne ha un mezzo pollice, quella del 1536 quattro, quella del 1444 sei, quella del 1329 otto e quella del 1137 dodici[13].

Quando io copiar volessi gli esami e le ricerche che Brydone, il cav. Amilton e Dolomieu han fatto sopra la natura di questo monte, e le descrizioni delle parti del medesimo, sarei obbligato per queste ultime sole a compilare un'opera particolare. Io credo ancora giovevole di dirigere con ragione i miei lettori a quelle opere a tutti conosciute; molto più che io assai poco intendo la storia naturale, per poter distinguere il più importante e nuovo dal meno considerevole ed abbastanza comune. E qui è giusto che io faccia riflettere che [p. 67 modifica]Spallanzani, uno de' più grandi e coraggiosi osservatori della natura, è stato nel 1788 in Sicilia, ha studiato l'Etna, ed ora è occupato a radunare ed a porre in ordine le sue osservazioni. Tutto ciò che scrive questo autore porta l'impronta infallibile di un grande uomo e della conoscenza fedelissima della natura e delle sue operazioni. Con quale occhio non avrà egli considerato quelle del fuoco e de' vulcani, e quante altre nuove scoverte non ha egli alle già fatte saputo aggiungere? Pochi sono tra i Siciliani che conoscano l'Etna, perché abitando vicino alle falde del medesimo, sospendono sempre costoro da un anno all'altro di vederlo, e molti Catanesi, abbenchè amanti delle scienze, non l'hanno giammai salito. Sono intanto da compatirsi, perchè tale viaggio sempre da moltissimi incomodi accompagnato. Ma che si deve dire de' Napolitani, che tra cinquecento appena un solo crede degno il Vesuvio di essere visitato, e che innumerevoli d'ogni classe della nazione giammai sono stati sulla sommità di quel monte, quantunque insignificante in proporzione dell'Etna? Fa veramente impressione dispiacevole ad un viaggiatore che, pieno di meraviglia e curiosità, viene da lontani paesi per ammirare le portentose operazioni della natura, mentre egli [p. 68 modifica]osserva spensierati ed ignoranti coloro che vi si trovano così vicini, non prendendone conto, se non quando vi sono costretti dalle terribili sue violenze. I forestieri furon quelli che hanno insegnato ai Napolitani ad apprezzare il Vesuvio e le naturali sue produzioni; e forestieri sono ancora coloro che devono i Siciliani ringraziare per i più buoni ed utili rischiarimenti sopra la natura dell'Etna[14].

Quando un osservatore è arrivato al così detto piano del frumento ed alle rovine di un'antica fabbrica chiamata comunemente la Torre d'Empedocle, che la favola vuole essersi precipitato nell'Etna, per non aver potuto ben conoscere la mirabile sua natura, o che probabilmente possa quella fabbrica essere un avanzo d'un tempio di pagana deità, bisogna che tale osservatore si rampichi per tre miglia italiane sopra un monte di ceneri, coverte al tempo stesso di nevi e ghiacci perenni[15]. Questo cratere dell'Etna sorse dopo l'anno 1669, perchè in quest'anno l'antico monte si sprofondò nella bocca del medesimo. La forma del cratere spesso si cambia. Nell'anno 1781 si trovò uno spazio di dodici piedi più profondo dell'orlo, ove da innumerevoli buchi fumo e vapore vi si vedevano come nella solfatara di Napoli uscire. Allora vi [p. 69 modifica]furono alcuni ch'erano con Dolomieu, i quali ardirono di scendervi esperienza che forse nessuno avanti di loro avevano tentato, e che nessuno vorrà in seguito intraprendere. È straordinariamente difficile di scendere nel cratere del Vesuvio; cosa, per quanto si sa, eseguita dal P. la Torre, in un tempo in cui questo non mandava fuori che fumo.

Il più antico di tutti gli autori che parlano di Sicilia è Omero; ma ricordo affatto dell'Etna non si legge nelle sue opere, quantunque, secondo la descrizione dell'Odissea, creder bisogna che Ulisse vi abbia davvicino veleggiato, per esser egli stato presso Scilla e Cariddi. Può da qui con sicurezza conchiudersi, che a' tempi di quel poeta l'Etna non fosse stato considerato come un monte ignivomo conosciuto, dappoichè non è affatto da supporsi che un tal autore avesse lasciato inutile una circostanza che per una poetica fantasia era tanto interessante e ricca. La prima relazione storica che noi abbiamo dell'Etna, come una montagna vulcanica, si trova in Diodoro, il quale racconta che al tempo de' Sicani, probabilmente prima che i Greci fossero venuti in Sicilia, vi sia stata una così violenta esplosione che gli abitanti delle parti orientali, ver[p. 70 modifica]so le più lontane d'occidente, si siano recate. Forse fu poco dopo che i Greci vi sbarcarono; ed avendo in conseguenza trovate quelle coste disabitate, le scelsero come loro residenza. In seguito ci rapporta Tucidide, che dal tempo in cui quella popolazione si stabilì in Sicilia sino all'età sua, vi erano state tre esplosioni di questo monte, una delle quali accadde ai tempi di Pitagora ed un'altra in quelli di Jerone o Gelone. È facile che costui abbia avuto questa notizia da Pindaro, il più antico di tutti gli scrittori che han fatto parola dell'Etna[16]. La terza ebbe finalmente luogo quando vivea Tucidide. Ve ne furon due altre sotto i due Dionisi. Platone, che fu allora in Siracusa, fu invitato da' Catanesi a venir presso loro, per osservarvi le operazioni del vulcano.

Molto frequenti furono a' tempi de' Romani quelle esplosioni, e particolare menzione se ne fa di una successa nel 662, dopo la fondazione di Roma, che fu sì violenta che la terra ne fu scossa sino a Messina, che il mare fu posto in rivolta sino alle isole vulcaniche, e che molti bastimenti bruciarono nel mare stesso. Nelle guerre civili quel monte s'infiammò due volte; ed in seguito i siciliani scrittori citano gli anni dopo la nascita di Gesù Cristo 225, 420, 812, 1169, oppure 1183 sotto l'impera[p. 71 modifica]tore Federico II, e 1285, 1329, 1333, 1408, 1444, 1446, 1447, 1536, 1603, 1607, 1610, 1614, 1619, 1634, 1669, 1682, 1688, 1689, 1702, 1766 e 1781, ne' quali l'Etna ebbe considerevoli eruzioni. Si è creduto che questo fosse in sotterranea unione col Vesuvio e colle isole orientali; supposizione che non si può in verità interamente rigettare, ma che manca di esser dimostrata: come ben anco un'altra circostanza sostener si vuole che le ceneri dell'Etna fossero cadute nella Grecia[17].

Eliano racconta che sull'Etna fu innalzato a Vulcano un tempio circondato da mura e da un bosco sacro. Si è ben anco asserito che in esso tempio e bosco vi sieno stati dei cani, i quali amichevolmente e con mansuetudine accoglievano tutti coloro che con venerazione e senza criminosa intenzione vi si avvicinavano, ma al contrario si scagliavano e morsicavano i peccatori che a quel tempio presentar si volevano. Non si trova però traccia veruna di questo edifizio, ma con Fazello e Cluverio si potrebbe forse supporre che la così detta Torre del Filosofo ne sia un avanzo. Si può negare con ragione l'esistenza del bosco in un suolo di eterna neve coverto, e che un uomo avesse potuto trattenervisi per vivere in una così considerevole altura, ove perpetuo e rigo[p. 72 modifica]roso inverno predomina. Io credo che tale edifizio nella regione selvosa cercar si debba, ove le sue rovine, qualora non siano inondate ed in preda delle lave, stian sepolte sotto cespugli, dumi ed alberi in una situazione in cui verun conoscitore avvicinato si sia[18].

Nelle vicinanze di Catania trovansi diversi piccioli luoghi alle falde del monte, assai famosi nella vetusta storia. Io non ebbi tempo di esaminarli; e la cattiva qualità delle strade non avrebbe certamente resi questi viaggi sì facilmente praticabili. Fa mestieri adunque che io in questo segua gli altri; e delle attuali circostanze di luoghi siffatti, altri diversi rapporti non posso esporre, se non quelli che trovo tra i moderni.

Centorbi, dagli antichi chiamata Centuripe, è rappresentata da Tucidide come un castello da' Siculi edificato. Si scorge da una descrizione di Cicerone, che questa sia stata una delle più grandi città della Sicilia, e che appartenesse alla medesima la più gran porzione dei fertili campi dell'Etna, che furono dall'antichità tanto rinomati, e che come i più fecondi dell'isola tutta furon tenuti. Era dunque naturale che quei nazionali gran commercio di grani facessero, e che in seguito una molto ricca popolazione divenissero. La loro coltura [p. 73 modifica]stava in proporzione colla ricchezza loro, perchè amavano le scienze, mentre al tempo stesso erano coraggiosi, e nell'arte della guerra molto esercitati. Per molti secoli la floridità di costoro fu nel pieno suo vigore, giacchè la vera caduta di quella città convien che si ascriva alla sua ribellione contro l'imperatore Federico II, che dalle sue rovine la città di Augusta nel 1233 fece costruire. A' tempi di Fazello gli avanzi ancora si vedeano delle sue muraglie, ch'erano formate con alte e larghe pietre. L'antico circuito di Centorbi rilevar si potea da tutti i rottami qua e là dispersi, come ancora in alcuni luoghi i resti delle sue muraglie si trovano. Vi sono in essa alcuni muri antichi, una cisterna ed alcune sotterranee camere a volta, che sembrano essere state stalle, e in cui si vedono ancora residui di qualche mangiatoja. Molti avanzi di antiche colonne, rottami di statue colossali e frantumi di architettura giacciono nella città seminati. Fuori di essa vi sono le rovine d'un bel bagno e di un ponte sul fiume Simeto, che l'antica direzione della strada consolare tra Catania e Centorbi dimostrano. Sotto tali reliquie molti vasi siciliani d'una bella materia, lavoro e pittura si scuoprono, come ben anco molti cammei, gemme e manifatture d'oro e d'ar[p. 74 modifica]gento; locchè chiaramente dimostra a quale stato di comodità ed opulenza giunse una volta quella popolazione.

Non lungi da Centorbi, sopra scoscesa ed alta rupe, s'erge la città di S. Filippo d'Argirò, l'antica Agyrium, patria di Diodoro Siculo. Questa fu riguardata come una delle più vetuste città, perchè da Ercole visitata; ed era già ricca e splendida, quando i Greci per la prima volta penetrarono in Sicilia. I Romani grande considerazione e stima le dimostrarono. Cicerone ne loda i suoi abitanti chiamandoli Agyrenensem populum fidelem, et illustrem, e la città stessa in primis honestam civitatem Siciliae. Parla egli ancora del grande famoso teatro, di cui non si trova la menoma traccia, nè si sa ove fosse situato. I soli resti di questa così celebrata città riduconsi ad antichi fondamenti di vaste fabbriche sotto terra sepolti, e ad alcuni sotterranei acquidotti nella roccia, incavati.

In Adernò, l'antica Adranum, si vede tuttavia un grosso pezzo d'una muraglia con ismisurate pietre formata, che un avanzo del famoso tempio di Adranus fa congetturar che sia. Costui era una deità siciliana in questo paese particolarmente venerata. Oltre di ciò alcuni gran resti di muraglia di pietra della [p. 75 modifica]lava si osservano, lavorata come a pietra da taglio. Essa muraglia ha una larghezza di otto braccia, e da torri quadrate si vede difesa. Un'antica fabbrica ridotta in chiesa, che forse fu un tempio, una ben tenuta sepoltura e l'avanzo d'un eccellente bagno ben anco vi si ritrovano. Vicino a questi frantumi cominciano i grandi acquidotti che giungevano sino a Catania, dei quali io ne vidi gli avanzi fuori la medesima[19].

Nelle vicinanze di Paternò, città eretta dai Normanni alle radici dell'Etna, vi è una caverna, la di cui entrata è quasi chiusa da cespugli e da antiche muraglie. In questa cava si sente un continuo fremito derivante dalle acque perenni prodotte dallo scioglimento delle nevi del monte, e che, unendosi, formano un fiumicello che in questa caverna si precipita, la quale Grotta del Fracasso a cagion di quel rumorío è chiamata[20]. L'acqua si perde da principio sotto terra, ma sgorga fuori cento passi distante da quella, nel qual luogo forma il primo bacino, e più lungi un secondo. Da questi due bacini scorre l'acqua per iscaricarsi in un pantano che ha comunicazione col fiume Simeto. Si è provato gettare in tale grotta cose leggiere, e costantemente si è osservato che ricomparivano in uno di quei due bacini; [p. 76 modifica]quindi si è certi della loro unione con l'antro menzionato. Si crede non senza fondamento che quest'acqua sia quella che chiamavasi negli antichi tempi con celebrità Fontes Palicorum, situata presso il vetusto Menaeum. Vuole la favola che i Palici sieno stati figli di Giove e della ninfa Etna o Thalia, la quale, quando fu gravida, per timore di Giunone venne affidata da quel Dio alla Terra che la prese nel suo seno, da cui tornò ad uscire dopo che quella ninfa avea dati alla luce i due gemelli che il nome portarono di πάλικοι, da πάλιν ed ἲκομαι[21].

Tutto ciò successe nel fiume Simeto. I Palici venerati furono come viaggiatori di mare, ai quali vittime umane dagli antichi offrironsi, e a loro un tempio fu innalzato nel luogo stesso che si aprirono l'uscita dalla terra. Ivi i due Gemelli avevano il loro oracolo ed ivi pure due piccole ma profonde vasche vi erano, dalle quali sgorgava sempre acqua. Questi bacini si chiamavano Δελλοι, e tenuti erano per fratelli de' Palici, ed in conseguenza sagri a segno, che straordinaria virtù si ascriveva al giuramento che in loro vicinanza si prestava[22]. Quegli che giurava era immerso nell'acqua, e la divinità del luogo invocando, nulla di sinistro gli accadeva, ove la verità esposto avesse; [p. 77 modifica]all'opposto uno spergiuro vi si sprofondava ed ivi affogato moriva[23].

Diodoro, che descrive l'intera favola de' Palici, fa menzione che al suo tempo da quella grotta usciva un forte fetore di solfo[24]. Adesso però il caso è diverso, imperocchè vicino alla medesima vi sono delle sorgenti che esalano tale disgustoso odore. È ben da comprendersi che una sorgente, la quale due mila anni fa era mischiata con particelle solfure, abbia potuto perdere questa qualità, senza che si azzardi di prendere da questo cambiamento ragione, che tale caverna non sia stata a' Palici consagrata; molto più che vi si riunisce insieme il resto delle circostanze, di cui Solino n'è chiara testimonianza: Supra Catanam et Centoripas Symethus fluvius est Siciliae. Prope est fabula Palicorum. Del resto niente vi è degno d'osservazione in Paternò, a riserva di alcuni pezzi di antichi acquidotti e delle rovine d'un ponte a due archi sopra quel fiume.

Nella contrada di Belpasso, casale distante mezzo miglio da Paternò, vi sono residui di muraglie e torri e di un rettangolare edifizio sito in una collina da muraglie circondata. Da questi ed altri avanzi si è conchiuso, che qui forse s'ergea una ragguardevole città, e propriamente, come si crede, l'antica Hybla major.

  1. [p. 155 modifica]Ἀίτνης e da dorici Ἀίτνα è parola greca proveniente da ἀίδω, che significa brucio. Il nome di Mongibello, che da' Saraceni gli fu dato, è un pleonasmo, perchè nel loro linguaggio Gebel è l'istesso che monte. Bouchart, lib. i, cap. 28, il quale ordinariamente tutti gli etimi dal fenicio, od arabo derivare si studia, vuole che questo antico vocabolo nasca dalla parola attuna, o etuna, che vale fornace, oppure oscurità. Pindaro, nell'inno i Pitio, alludendo alla sua grandiosità, lo chiama κὶων οὐρανοῦ, colonna del cielo.
    La terra ancora grandemente fervida i suoi sforzi faceva, onde dalle acque del mare emergere, che dopo i primi suoi raffreddamenti tutto intorno la cuoprivano. L'Etna per via del sotterraneo fuoco si aprì a poco la volta la strada, a svilupparsi dall'acqueo involto che imprigionato il tenea, quando rapidi ed estesi ritiramenti del mare ivi come in tanti altri luoghi immensi spazi di terra allo scoverto lasciando, furon cagione che questo monte sulle acque la sua testa finalmente cominciasse ad alzare. Può dirsi che sotto i nostri occhi, Santorino nell'Arcipelago, nel 1707 emerse in [p. 156 modifica]ugual modo dal seno del mare un'isola; e pochi anni sono a fianco delle Azori una isoletta in forza d'una sommarina eruzione si è formata. V. Dr. Mac-Culloch in the journal of science, pubblicato nel 1823. Accadde questo nel 1811, a' 13 giugno. L'isoletta che fuori ne venne, a cui si è posto il nome di Sabrina, è tutta di basalti, che verticali sulla superficie delle acque s'innalzano. Io ne ho veduto un bel rame nell'opera inglese del sig. Guglielmo Webster. Su d'un suolo già pria di sua natura calcare e primitivo, coverto poscia da sommarine lave, continuando l'Etna i suoi vulcanici laboratorj, nuove eruzioni sulle antiche sempre più accatastando, la smisurata sua mole di mano in mano accresceva; e monti, e colline, e profondi strati di lave l'un sull'altro vomitava, daddove i suoi lati, o la sommità sua dalla espansiva forza dei sotterranei fuochi venivano aperti e squarciati. L'Etna non è dunque al presente che una unione di monti differenti e vulcani estinti interposti, ed inclusi in un immenso cono ottuso, il di cui vertice di 12000 piedi sulla superficie del mare s'innalza con una base di 60 leghe di circuito. Il conte di Buffon nell'art. 16 della teoria della terra, assegna a questo vulcano l'altezza menzionata, la quale non si accorda con alcuna di quelle che Brydone, De Luc, Schuckburg, Saussure, Needam, Schmith e Spallanzani hanno calcolato, i quali chi più chi meno la fan discendere di circa 1700 piedi, come verificar si può dalla lettera 31, tom. 4 della corrispondenza astronomica di Zach. Quindi il sig. Ferrara, nella descrizione dell'Etna avuti presenti i calcoli di costoro, e dopo praticati i suoi, conchiude che l'altezza del medesimo sul livello del mare è di due miglia ed un quinto.
    Molti secoli trasandarono pria che gli uomini soccorsi dalla storia alla posterità avessero potuto trasmettere i grandi avvenimenti della terra, quali erano essi atterriti, vessati e distrutti. Da [p. 157 modifica]tempo immemorabile ed in epoca in cui non possa documento alcuno vantarsi, salvo quanto dagli archivi stessi dello sconvolto e disordinato globo terrestre, può il filosofo congetturare ed ipotesi incertamente ideare, si vuole ed è da credere che l'Etna abbia bruciato. Al comparir della storia mancato non si sarebbe dagli scrittori a compilarsi avvenimenti e fenomeni cotanto terribili ed interessanti; ma Omero, che spesso fa menzione di Sicilia, non dimostra conoscenza veruna di quel vulcano, perlochè congetturar si può che prima di questo poeta vulcano siffatto esistito non avesse, o che per lungo spazio di secoli (com'è più probabile) desistito quel monte avesse dalle sue ignee operazioni. Rimasto tranquillo ed in quel riposo che Buffon, non so se a ragione, all'interrotta comunicazione del sotterraneo focolare di esso con le acque marine la cagione ne ascrive giusto nel tempo ove queste allontanate se gli erano in uno de' grandi abbassamenti delle medesime, venne in seguito destato dal suo letargo, quando quest'acque per un'altra rivoluzione di bel nuovo accostandosi al vulcano, l'antica sotterranea comunicazione riaprirono. D'allora fu che Pindaro, Tucidide e Diodoro cominciarono per la prima volta a darcene qualche descrizione. Devesi dunque conchiudere che quel vasto accrescimento di acque, che seco trasse dolorose ragioni di grandi inondazioni, verificato si sia tra l'epoca di Omero e quella de' tre nominati scrittori. Ma perchè avvenimento sì straordinario e spaventevole, e desolante assai più che le attivissime operazioni di quella montagna, non renderlo pubblico ed a memoria eterna negli annali della storia di già cominciata? Sembra però che quel rispettabile naturalista cada in contraddizione, per assegnare a quella ideata inondazione una data molto antecedente ad Omero istesso, asserendo nell'art. 16, l. c., c'est-à-dire lorsque la mer Mediterranée s'étant élevée par la rupture du Bosphore [p. 158 modifica]et de Gibraltar, a inondé les terres entre la Sicile et l'Italie, et s'est approchée de la base de l'Etna. In una nota di Dolomieu, Mémoire sur les îles Ponces, si legge, che facendo costui grata memoria della erudizione dell'abate Testa, da lui manifestata in due dissertazioni intorno i vulcani di quella parte d'Italia, in questi sensi continua: Il commente le passage de l'Odissée où Homère conduit Ulisse chez la magicienne Circé. Les flammes, que le héros grec voit constamment sur cette côte, les prodiges, que lui racconte la Déesse, sont, dit il, de phénomènes vulcaniques embellis des charmes de la poësie; Homère n'a pu les décrire, que parce qu'il connoissoit les volcans, qui pour lors ravageoient cette partie de l'Italie. Se dunque quel poeta ebbe cognizione di quei vulcani, non potea certamente ignorare l'Etna, che più attenzione e curiosità attirar dovea. Chi sa qual circostanza sarà stata causa di questo silenzio; e se qualche più diligente e penetrante commentatore sulle tracce dell'abate Testa studiando traveder possa che alcuni tratti di Omero alludano a questo vulcano.
    Ma se in ciò si è nella certezza e nella oscurità, da non poche altre involta si trova la teoria dei vulcani, che mille fenomeni e di novità e di meraviglia in ogni eruzione presentano. Ov'è la sorgente di questo fuoco? Dove si asconde e come questa si annienta ne' lunghi assopimenti e riposi? E come inaspettatamente con nuova forza ritorna a generarsi? Come a totalità estinta rimane dopo aver per molti secoli sì potentemente bruciato? Le piriti, i solfi, i carbon fossili, i bitumi si accendono al contatto dell'aria e dell'acqua, ma non sogliono nè detonazione, nè fermento, nè esplosione in modo alcuno produrre. I fisici ed i geologi vi han fatto a ragione concorrere i metalli, e precisamente il ferro, che misto al solfo la qualità accensibile di pirite marziale e di ferro solforato viene ad acquistare. Il Davy con le vaste sue chimiche dottrine [p. 159 modifica]ne costituisce primi motori gli accesi suoi nuovi metalli il potassio, sodio, silicio, alluminio e calcio. Sulla opinione di costui il Dr. Maravigna riposa ed attribuisce alla infiammazione di queste metalliche masse la principal causa de' vulcani. Han però costoro contrarj il dotto mineralogico M. Breislack ed il conte Lippi, a' quali con giudizio ed intelligenza rispondendo il nominato dottore, lascia almeno indecise le opinioni di questi ultimi. V. cap. 5 della storia dell'eruzione dell'Etna nel 1819 del D. Maravigna. L'acqua marina e quella deposta dalle pioggie in caverne sotterranee sembra esser uno degli agenti necessarj per quel focolare. Un gran volume della medesima posta in contatto ed in urto con una gran massa di fuoco, gagliardi e violenti alimenti all'esplosioni somministra. In quella unione molte potentissime cagioni di forze impellenti, repulsive e discioglienti si succedono: vapori, rarefazioni, acidi, gaz, accensioni d'idrogene, sviluppo di calorico, le di cui azioni più sensibili e veementi si rendono, ove forti ostacoli e compressioni al loro sviluppo ed alla libera loro tendenza si presentano. E questa scomposizione dell'acqua sarà tanto più efficace nei suoi effetti, quanto più imbevuta si trovi di sali, olj e grassi che ordinariamente quella del mare sogliono accompagnare. Breislack, lib. 7, cap. 97, ha creduto d'avere scoverta la causa primitiva di quei sotterranei focolari nell'accensione del petrolio, de cette série de faits, dice costui, qui s'accroîtra avec le temps, il me semble, qu'on peut déduire, que le pétrole est le principal agent de l'embracement des volcans ... Ferrara, historien très-exact de ce volcan (Etna), affirme d'avoir souvent observé du pétrole souterrain, autour des fentes près des nuovelles bouches des éruptions. Infatti non si può negare che attesa la gran quantità d'idrogeno che la compone, questa materia sia assai combustibile, e di leggieri si comprende di quanta forza dev'essere [p. 160 modifica]accompagnata un'infiammazione d'una gran massa della medesima in cave sotterranee, quando noi i significanti effetti delle picciole sue infiammazioni osserviamo. A queste cause, e forse la più attiva, penetrante e rapida, si unisce, ed è appunto l'elettricità, alla cui forza e concentrazione vigorosa, per mancanza di conduttori che la divertano, non v'ha solida e compatta sostanza che resista senza immediatamente infiammarsi e fondersi. De l'autre part, si esprime il primate de' naturalisti, Buffon, epoca 4, l'electricité me paroit jouer un très-grand rôle dans les tremblemens de terre, et dans les éruptions des volcans. Breislack, tom. 3, lib. 7, cap. 96, dice, la quantité de matière électrique, qui suivant les rélations de tous les observateurs se dévéloppe dans les éruptions et dans les détonations souterraines qui les accompagnent. Nelle riflessioni geogoniche di Virey, inserite negli Ann. di chimica e fisica di Guyton, Monge, Bertholet ecc. sta scritto: C'est ce fluide électrique qui enflamme le gas hydrogène, échappe par torrens du sein de ces opérations pyrochimiques de la nature.
    Uno de' fenomeni che agita e divide le opinioni de' fisici e geologisti è l'acqua che in gran torrenti si suole da vulcani vomitare, e ve n'ha di quelli che per siffatta ragione vulcani ad acqua si appellano, come il Pacayta in America. Ma ciò che in questo caso sorprende, è appunto l'enorme quantità di pesci che in alcune di tali acquose eruzioni è comparsa. Il Cotopaxi, Tougurhana e Saugay offrono questa meravigliosa singolarità; e maggiormente eccita la sorpresa, l'osservare che questi piccioli animali non ne rimangono alterati o scomposti. Essi sono gli stessi ed identici che trovansi ne' fiumi presso quei vulcani, e che succhiati e strappati in conseguenza non vengono dalle viscere del mare. V. Dict. Ist. Nat. L'Etna, i suoi orrori e le devastazioni sue ben anco aumenta con enormi getti e torrenti d'acqua. Brydone fa la [p. 161 modifica]descrizione d'una di queste grandi inondazioni che nel 1755 distrusse alcune belle foreste della regione mezzana. Breislack, Cordier, Buffon e Ferrara attribuiscon questi accidenti alla liquefazione delle nevi, prodotta da uno sviluppo istantaneo di calorico che le investe, ed alle subitanee dirotte pioggie che a quelle alture ed in quei movimenti metereologici possono facilmente e con rapidità generarsi. La circostanza esige ed impone oculari esperienze su i fatti e su i luoghi e nel momento degli spaventevoli avvenimenti in massimo vigore, che non e permesso senza la perdita della vita praticarsi. Si esaminano quindi le rovine, le prodotte devastazioni e le marcate tracce di passati torrenti, e non sapendosi donde sieno scaturite quelle acquee masse, avida la fantasia del meraviglioso con poca riflessione e senza stento decide, e crede essere effetti d'una eruzione proveniente dal focolare stesso, che fumo, fiamme e fuoco ha contemporaneamente gettato. Non si trova certamente un osservatore, il quale, per quanto amore ed entusiasmo per la scienza aver possa, e per tutta l'intrepidità che lo eccita, ardir voglia di recarsi nel luogo e tempo dove quegli orribili parossismi della convulsa terra si manifestano. Per questa ragione forse il canonico Recupero, che diè alla luce un discorso sulla irruzione dell'acqua del 1755, non ha saputo dirci se questa fosse stata dolce o salsa, fredda o calda, e parlando d'un sale, da lui creduto un deposito di questa corrente d'acqua, non si è preso la pena di esaminarne la condizione. Malgrado riflessioni sì giuste, e che riguardar soltanto possono la generalità della teoria, non è da negarsi che da inaspettata e particolare cagione una esplosione di quella natura derivi. Un gran deposito d'acqua soprapposta al vasto fornello della mina non ancora decomposta può essere in alto sollevata, e dall'impulso ed azione elastica de' sottoposti gaz resi da un intenso aggregato di calorico più liberi ed indomiti, [p. 162 modifica]furiosamente aprirsi la strada al bramato equilibrio si sforzano, e tutto quell'inviluppo acquoso trascina seco a quelle alture.
    Intanto De Luc, e prima di lui con più energia ed ingegno Buffon, sostengono che la comunicazione sotterranea de' mari sia di assoluta necessità per la formazione de' vulcani. Dice il primo, Journal des mines, pag. 69, c'est donc l'eau de la mer, qui produit et entretient la fermentation des matières inflammables, qui donnent naissance aux volcans. Il secondo, più sicuro di sue congetture, in questi sensi nel l. c. si esprime: Il est nécessaire, que les cavités des volcans communiquent avec la mer; sans cela ils ne pourroient vomir ces immenses torrens d'eau, ni même faire aucune eruption. Il sig. Nollet, da una visita fatta al Vesuvio, in una memoria delle scienze del 1750, avea difeso tale opinione, a cui il canonico Recupero ed ora il nominato D. Maravigna si erano uniformati. M. Brydone, che tanti encomj riceve dal Buffon, non sa all'opposto persuadersi, e nega assolutamente tali comunicazioni, adducendo per ragione che il vuoto il più perfetto non potrebbe le acque far montare ad un'altezza maggiore di piedi 34, che quel naturalista sostiene poter ascendere al di là di 12000 piedi per via d'un immaginato succhiamento, o supposta aspirazione cagionata dal fuoco: Mais la force, dice costui, de succion ou d'aspiration n'a point des bornes. V. l. c. Ferrara, nella sua nominata opera, par. 4, confutando tale credenza, asserisce: Io devo dire con Dolomieu, che non concepisco come potrebbe esistere una comunicazione diretta tra il mare e le fucine vulcaniche, senza che le acque estinguessero a totalità qualunque accensione. Breislack in fine, lib. 7, cap. 97, unitosi a questa ipotesi, sostiene che leur éloignement, ou leur proximité de la mer n'a aucun rapport nécessaire avec leurs périodes d'inflammation, ou de tranquillité.
    In mezzo a queste disparità di supposizioni ed [p. 163 modifica]ipotesi d'uomini tanto rispettabili cosa rimane a credersi? Io mi persuado che l'acqua marina non ne sia indispensabile, ma che in alcuni particolari casi ed in una certa proporzione influir possa ad accrescere la forza di quel laboratorio della natura. Humboldt ha fatto conoscere che nel 1756 il vulcano Giorullo in America s'infiammò a distanza di 36 leghe dal mare. I vulcani del Messico ne sono assai discosti; il Popocatapec n'è a 37 leghe, Cotopaxi a 40, e quelli del Chili son separati dalle spiagge del mare per una distanza almeno di 100 leghe. Aggiungo che se la concorrenza di quelle acque ne fosse la vera cagione, non si troverebbero tanti vulcani estinti, e tuttavia assai presso le medesime e fin anco nelle isole stesse. Vi è dunque un ignoto germe a cui è dovuta la creazione di quell'arcana combustione; e che forse l'immediata e copiosa unione delle acque marine con il centro del sotterraneo fornello abbia soffocato ed estinto per intero quel germe, piuttostochè esserne il primario e necessario nutrimento. Che se copiosi torrenti di acqua si son veduti qualche volta scender giù da quelle altezze, hanno potuto essere, come si è detto, effetti di repentine pioggie e d'istantanee liquefazioni di nevi, oppure che uscite in una volta siano da fianchi, o da crateri del vulcano provenienti da vicini depositi ammassati da filtrazioni che dalle superficie nell'interno del monte aperte si erano le strade. L'istesso conte di Buffon, il più fervido e zelante sostenitore di quel partito, quasi contraddicente alla sua abbracciata opinione, conchiude: Car l'eau qu'ils rejettent, est certainement l'eau des pluies qui pénètre par les fentes, et qui se ramasse dans les cavités de la montagne — Théorie de la terre, cap. 16.
  2. [p. 163 modifica]Nel lib. 6 di Strabone scritto si legge: Inessam, quae in montanis est Etnae habitandam, occuparunt, eique loco Etnae nomen imposuerunt a Catana dissito stadiis 80.
  3. [p. 164 modifica]Si è da Brydone osservato che presso questa grotta vi siano due delle più belle montagne che l'Etna abbia partorito.
  4. [p. 164 modifica]Nell'anno 1783 questo vulcano cacciò fuori una lava che si estese a 20 leghe sopra una larghezza di quattro; così rapporta M. Sayves, l. c., tom. 2. Breislack però, a testimonianza di Pennant, le dà molto più grandi dimensioni, perchè nel lib. 7, cap. 109, in questo modo si esprime: Mais la lave la plus surprenante de toutes sous le rapport de la grande extension est celle décrite par Pennant, le Nord du globe, tom. i, la quelle sortit d'un volcan de l'Islande en 1783 et occupa une étendue de 94 milles de longueur, et de 50 milles de largeur, aggiungendo che la sua altezza arrivò da 80 sino a 100 piedi.
  5. [p. 164 modifica]I fenomeni cominciarono agli 8 marzo.
  6. Con quale veemenza il monte abbia allora vomitato, può ricavarsi da una pietra di 30 braccia in lunghezza, che si sprofondò in terra 15 braccia ad una distanza di mille passe dalla bocca dell'aperto vulcano.
  7. [p. 164 modifica]Il cav. Hamilton, nel suo viaggio all'Etna e in una lettera diretta al Segretario della Real società di Londra, a testimonianza di lord Winckelsea che vi fu presente, riferisce che questa lava corse per lo spazio di 15 miglia dalla sua bocca, ed in alcune parti era larga sino a 7 miglia. Dolomieu, catalogue des laves de l'Etna, dice: Ces courans de laves très-communes sur l'Etna y ont quel ques fois acquis une étendue immense; il en est qui ont plus de trois lieues de large sur dix de longeur.
  8. [p. 164 modifica]Questo è l'unico monte tra un centinajo e più che fan grandioso ed imponente corteggio a Mongibello, di cui se ne conosca la formazione, che nella nominata eruzione ebbe il suo principio. Se gli è dato il nome di rosso, perchè diverse sue parti ne sono state tinte, sebbene in alcune altre il bianco ed il giallastro vi dominano. Egli non strano il supporre che siffatta varietà di colori dipenda dal ferro alterato dagli acidi. Questa montagna, a causa di essere bicipite, è stata ben anco monti rossi chiamata.
  9. [p. 164 modifica]Il nominato osservatore inglese azzardò di [p. 165 modifica]scendere attaccato ad una corda in quel sotterraneo, donde diverse impenetrabili caverne in rami orribili stendevansi. L'intenso freddo ed il gagliardo vento che spesso spegneva le torce a bella posta ivi recate, lo costrinsero a metter fine alle sue ricerche.
  10. È abbastanza sorprendente che una lava, la quale nella sua origine non era larga più d'un braccio e mezzo, potè allargarsi giunta presso di Catania sino a tre o quattro miglia italiane.
  11. [p. 165 modifica]Il sig. Dolomieu, Mémoires sur les îles Ponces, si spiega così: Les plus pésantes (le materie cacciate fuori) retombent autour du cratère et élèvent les montagnes coniques, dont le nombre sur les flancs de l'Etna est prés de cent.
  12. [p. 165 modifica]Questa interessantissima visione si rapporta solo dal sig. Brydone nella lettera 9, l. c. La blancheur, ci vuol egli far credere, de la voie lactée ressembloit à une flamme pure, qui traversoit les cieux, et à l'oeil nud nous découvrions des groupes d'étoiles invisibles dans les régions plus basses. In verità a quell'altezza la privazione delle nebbie, la rarefazione e sottigliezza dell'atmosfera ci fan comprendere che le stelle veder si possono alquanto più luminose e raggianti. Ma che in quella specola etnea gli astri si mostrarono all'occhio nudo di Brydone più visibili e docili, che a' comuni telescopj, con i quali la Caille, Maupertuis e Mairan non seppero mai coglierli, non sembra affatto credibile. Vi fu bisogno del gran telescopio di Herschel, onde per la prima volta mostrarsi all'uomo quei gruppi di numerose stelle causa dell'osservato biancore nella via lattea. Se vero fosse ciò che Brydone sostiene, e viaggiatori, e fisici, ed astronomi, e naturalisti, lungi dal contemplar ivi il fumo, le ceneri ed i sottoposti mari e le inferiori terre di Sicilia, insensibili non sarebbero stati a trascurar di gioire e letiziarsi di quel celeste e mirabilissimo adorno degno di tutta la contemplazione.
  13. [p. 165 modifica]Non tutto ciò che fuori si getta da' vulcani sotto il nome di lava s'intende compreso. Le pietre, i macigni, le ceneri, le arene, le pomici, le ghiaje e le acque formano una classe separata di [p. 166 modifica]materie; quelle ridotte dall'azione del fuoco allo stato fluido e che poscia raffreddate convertonsi in masse solide e dure, sono unicamente chiamate lave. Possono esse in due distinte e generali specie distinguersi, in cellulari cioè o porose, ed in compatte; e per quello che riguarda le sostanze che le compongono, secondo Cordier, ridotte si sono a due generali classi, che i nomi derivando dalla predominante sostanza, lave felspatiche e pirosseniche vengono appellate. Sulle medesime prender si possono in particolare considerazione lo stato di fluidità, infiammazione, raffreddamento, decomposizione e fertilizzazione.
    Uno de' più portentosi e mirabili fenomeni che offrono le lave, è certamente la lunga durata di loro fluidità ed infuocamento. Senza ch'esse perfettamente liquide si mantengano, giunger non potrebbero sì sollecite a far que' cammini su d'una lunghezza e larghezza in modo tanto straordinario, n. 4. Si è veduto che quella del 1669 dopo mesi quattro si scaricò nel mare qual vasto torrente fluido di metallo in perfetta fusione. Une lave, dice Dolomieu nel catalogo delle lave dell'Etna, qui coula à la fin du sezième siècle dans la direction de Bronte parcourut en vingt-quatre heures un espace de plus de cinq lieues. Il loro movimento può divenir alle volte ritardato e lento a cagion degli ostacoli che loro si presentano. Un piano quasi orizzontale render ne potrebbe il progredimento stazionario, o far che le lave impieghino più di un giorno a percorrere una sola tesa. Il sig. Tedeschi, Eruzione dell'Etna del 1669, dà per certo che in certi punti la lava bisogno avea di quattro giorni per fare un passo. Ma ciò che distingue questa liquidità da quella nelle comuni nostre fornaci verificata, è il grande spazio di tempo in cui le lave vi si mantengono a dispetto di tutte le cause di raffreddamento che le circondano, e la forza che per molti anni fa lor sostenere un calore, che dissipato [p. 167 modifica]facilmente sarebbe, ove una particolare segreta causa insita alla natura di esse lave non esistesse. Il signor Massa, autore degno di fede, assicura che dopo 8 anni la lava del 1669 non era ancor fredda, e molto fumo vi si vedea uscire in tempo di pioggia. Dolomieu nella citata memoria asserisce che questo fenomeno existe dans les laves ... de l'Etna, dans celles entre autres des irruptions de 1761 et 1762, qui s'entassèrent sur la prééminence dite la schiena d'Asino. Ho letto ancora in Breislack, che alcune lave di questo vulcano si sono riconosciute ancora calde e fumanti dopo un intervallo di 25 a 30 anni. V. lib. 2, cap. 26; e Dolomieu, parlando nella memoria stessa d'una lava che nel 1301 uscì dal cratere di Cremate alle falde del monte Eupomeo in Ischia, ci fa con sorpresa conoscere, que cette lave après cinq cents ans d'anciennété renferme encore des matières, qui agissent les uns sur les autres et qui y produissent de la chaleur, et un dégagement de vapeurs. Breislack però, che volle esaminarla dopo anni 9 che lo fu dall'or nominato Naturalista non vi scuoprì il menomo effetto di calore. V. lib. 2, cap. 26. L'aria, che per il suo ossigeno è l'anima d'ogni accensione, sembra all'opposto che qui inutile se ne renda l'efficace ed indispensabile suo potere. De Luc, lett. 50, nell'Istoria della terra, conchiude: En un mot, la lave ne conserve son état de fusion, que lorsqu'elle n'est pas exposée au courant de l'air. Usciti quei gorgoglianti vividi torrenti di fuoco dagli squarciati seni del monte, immediatamente nella parte superiore e nelle laterali ricuopronsi d'una crosta di durissima sostanza e di scorie, effetto dell'eseguito raffreddamento; mentre formando la medesima una specie di enorme volta sulla lava stessa, prosegue questa il celato suo cammino senza punto alterare la primitiva sua fluidità ed infiammazione. Un altro meraviglioso fenomeno questi travagli immensi dell'attiva natura accompagna. Questo fuoco, la di [p. 168 modifica]cui intensità sembra dover tutto distruggere, scomporre, polverizzare e sin anco in gas ridurre, illesa lascia ed intatta la volta di quella galleria, la quale se in alcuni de' suoi lati creparsi qualche fiata si vede, e da quelle fessure liquidi fiumi di fuoco per diverse ed inattese direzioni le strade spianarsi, i di cui tristi ed orrendi effetti l'infelice Catania nel 1669 ne pianse, non è certamente l'immediata azione del fuoco la vera cagione. Un aggregato di elastici vapori, ridotto a passare ad una più violenta rarefazione, lacera quei ritegni onde l'adito aprirsi all'equilibrio. Ma qual può esser mai la causa che nudre l'esistenza e la durata di sì intenso e concentrato termico? Gli Enciclopedisti, sull'autorità di Dolomieu, affermano étre entretenu par une cause, qui est dans la lave elle même. Questo scrittore la crede nel solfo attesa la sua combustibilità e la sua presenza in quelle infuocate masse; ma altri naturalisti non sanno uniformarvisi, dopo essersi assicurati che questo metallo non vi domina che in picciola dose. Menard de la Croye ne vuole all'ossigeno dell'acqua tutto il merito accordare. A queste ed a qualunque altra ignota cagione non è irragionevole lo aggiungere, che la forza del termico più concentrata si renda per la natura stessa delle lave ritrose e cattive conduttrici del menzionato elemento. Mi conferma in questa credenza l'osservare che le materie vitree ed argillose, delle quali le lave sono molto cariche, siano conosciute come le meno capaci a potere il termico ne' circondanti corpi comunicare.
    Quelle stesse sostanze che noi crediamo le meno esposte ad alterazioni come più solide, tenaci e compatte, nudriscono pur non di meno un germe che inevitabilmente ad una metamorfosi ed alla distruzione le conduce. Se le lave sono un prodotto delle materie alterate dal fuoco, un'altra contraria forza, ossia la via umida loro fa soffrire un'altra scomposizione che la loro qualità assolutamente [p. 169 modifica]ne cambia. L'influenza dell'atmosfera, che lenta e sorda ma sicura rompe l'unione delle parti costitutive di quelle masse, in ragione de' suoi alternanti cambiamenti dall'umido al secco, e dal secco di nuovo all'umido è la principal causa di quella dissoluzione. Le qualità diverse delle materie componenti le lave, la più o meno forte adesione che tra loro le particelle di esse conservano, la maggiore o minore azione del fuoco nella vetrificazione di queste masse e l'esposizione fin anco di esse se al sud o al nord situate, devono ragionevolmente ritardarne, o accelerarne la decomposizione. Da qui si comprende che tempo assegnabile per produrla non si riconosce, e che il sig. Borch ed il canonico Recupero ed altri naturalisti ingannati si siano nell'argomentare che non solo le date delle lave diverse stabilir si possano dalla cognizione degli strati terricci e decomposti che le rivestono, ma sibbene quella del vulcano stesso e sin anco del mondo. Ha creduto Borch di aver veduto quasi un pollice di terriccio sulla lava del 1669, quando Spallanzani, cap. 7, l. c., assicura di non averne generalmente osservato; aggiungendo che in quella dell'Arso d'Ischia, che nel 1301 corse al mare, da lui dopo 486 anni esaminata, non seppe rintracciarvi che l'antica sua sterilità e durezza, come in alcune lave di Catania, le quali, destinate da 2000 anni per le fabbriche, sono di tempra sì forte che ove l'agricoltore non vi abbia tutta l'industria ed ogni travaglio penoso impiegato, offrono tuttavia segni manifesti che loro impresse l'agente dal quale furon generate. Le lave cellulari sono le più sollecite alla decomposizione, particolarmente qualora abbondanti trovansi di ferro, il quale nell'ossidarsi, facendo in esse degli sforzi, produce una specie di utile triturazione.
    Le migliori lave per la fertilità sono le nere, che non riflettendo i raggi solari conservano nel loro seno un principio assai efficace di vegetazione. Le [p. 170 modifica]scorie leggiere e friabili sono aisement attaquées par toutes les causes de destruction ... et qui les change en terre végétale. V. Dolomieu, Catalogue ... Le ceneri che vi posson cadere sopra, agevolano grandemente il termine di questo benefico cambiamento. Les cendres, dice Buffon, Theo., art. 16, se convertissent encore plus vite en terre, que les poudres de verre et de lave. L'istesso Strabone trovavasi già averlo spiegato nel suo lib. 6, Ætnei cineres afferunt fertilitatem regioni. Verificata la scomposizione, a cui l'opera potente del tempo quelle resistenti indomite masse non sa eccettuare, se ne preparano per l'esposte ragioni la fecondità e l'organizzazione, che sorgon mirabilmente da quelle materie stesse che la natura scelte avea, onde in un momento estinguerle, e sotto infuocate masse seppellirle. In luoghi, ove le vaste impronte di devastazione e di morte orride sotto gli occhi regnare si osservano, e che nuove triste catastrofi imminenti predicono; ivi la più tranquilla e felice vita da migliaja e migliaja d'uomini si gode in grazia delle bellezze e delizie di costante e florida vegetazione. I licheni, le muffe, gli elicrisi che sin anco ne' più durissimi ed immutabili quarzi e sulla liscia sfuggevole superficie de' vetri stessi si radicano, sono i forieri che lieti annunziano il principio della fecondità. La stessa successiva loro putrefazione, quella delle picciole e tenere erbette che germogliano e periscono, i detrimenti istessi delle scorie e delle sciolte materie accrescono per gradi la grossezza della crosta vegetativa, e quindi più grandi e larghe erbe e frondute piante la rivestono, e di un grato verdore, belli ed adorni rendono gli spaventevoli aspetti delle bruciate sostanze; finchè l'uomo la creatrice sua mano vi aggiunge, e dalle impercettibili muffe ed esilissimi fili d'erba agli alberi i più folti ed eccelsi, alle più squisite e dolci frutta ed al portentoso albero di castagno [p. 171 modifica]detto di 100 cavalli si arriva. È questo un albero immenso che ogni osservatore non trascura nell'etnee sue ricerche, formato da quattro, o cinque tronchi diversi vicinamente tra loro piantati, e con il tempo insieme raccolti ed aggruppati, sembra comporsene un solo d'una circonferenza di canne ventotto circa.
  14. [p. 171 modifica]Spallanzani ha di già pubblicato le sue osservazioni. Ma il nominato sig. Ferrara, tanto nei suoi Campi Flegrei di Sicilia che nella Descrizione dell'Etna da lui dati alla luce, ci ha arricchito di molte conoscenze su i fenomeni tutti, e su tutte le produzioni di questo gran vulcano.
  15. [p. 171 modifica]Questi antichi rimasugli di logoro edifizio erano i più alti che in questo monte conosciuti si fossero. Là vicino nel 1804 il sig. Gemmellaro, da nobile ospitalità animato, costruito avea una casetta non lungi tre quarti di lega dal ciglione del cratere di Mongibello, quando lord Forbis, ajutato da una soscrizione tra i suoi concittadini residenti allora in Sicilia, fece edificare una casa chiamata oggi la casa dell'Inglese, la di cui altezza sul livello del mare, secondo una tavola inserita nel tomo 4, lettera 31 della Corrispondenza astrono mica di Zach, si fa giungere a 8996 piedi. E venendo ad Empedocle, strano non sarebbe il credere ch'egli in certi tempi e per alcune ore, qual sacerdote dell'etneo santuario, avesse ivi un altare piantato, onde meglio e comodo i misteri spiare, gli arcani scuoprire della natura gelosa ed ostinata a non farsi sino a questo momento da chi si sia insidioso e diligente osservatore sorprendere. V'ha chi opina essere una semplice vedetta fatta da' Normanni edificare, ad oggetto di esplorare gli andamenti del nemico. Congetturano taluni che questa fabbrica la destinazione abbia avuto d'un notturno ricovero per l'imperadore Adriano, avido di goder da quell'altura l'incantevole scena dell'apparir del sole. Un passo d'Elio Spartiato in Adriano ne [p. 172 modifica]somministra l'idea: Post in Siciliam, egli riferisce, navigavit, in qua Ætnam montem conscendit, ut solis ortum videret arcus specie, ut dicitur, varium. Casaubono in Spartiato così commenta: Arcum intellige coelestem ... et solem cum jam supra horizontem incipit ascendere, varii parent colores. Da queste parole nulla può decidersi a favore di quel supposto ricovero. Si è giunto fin anco a credere che quelle mura siano un resto d'un tempio dedicato a Vulcano. È da credersi però che tale sagro edifizio abbia avuto il suo seggio nella regione selvosa, giacchè Eliano, lib. ii, cap. 3, de Animalibus, dice in Ætnae Siciliae sacra est Vulcani aedes; or Etna non significa il cratere del vulcano, ma il monte intero. D'altronde chiaramente sembrano dimostrarlo gli arbores sacrae, che secondo il detto autore lo circondavano, i quali crescer non poteano che nella regione mezzana e selvosa. Può benissimo quella fabbrica essere piuttosto un altare di Giove etneo, ove temporarj sagrifizj ed occasionali cerimonie apprestavansi.
    Si era lo Spallanzani pentito di non aver voluto vedere ed esaminare la composizione di quei rottami, per cui, fattane dall'Italia ricerca all'abate Ferrara, d'inviargliene alcuni pezzi per osservare se laterizj, o vulcanici ne fossero i materiali, dopo averli ricevuti analizzò, che il cemento era di calce divenuta col volger degli anni carbonato caleare, e che le pietre appartenevano a due qualità di lave diverse, una di roccia, di corno e di felspato l'altra.
  16. [p. 172 modifica]Vedasi la nota 1.
  17. [p. 172 modifica]Dopo le segnate, altre eruzioni hanno avuto luogo, tra le quali, la più vasta e di molti terrori e fenomeni accompagnata, fu quella del 1819, descritta, come si è detto nel n. 1, da Maravigna.
  18. [p. 172 modifica]Il cono che forma tutta la massa dell'Etna, la di cui apotema si valuta essere 28, o 30 miglia, e diviso in tre zone, o regioni, chiamate piemontese, selvosa e nevosa. Alcuni, e tra questi il [p. 173 modifica]Buffon, di quest'ultima ne fanno due suddivisioni, distinguendo la parte più bassa, ove le nevi in estate si fondano, e la più alta, in cui le medesime vi sono costanti, ed in ogni stagione e temperatura insolubili. V. Teo., art. 16. Tutti gli osservatori sono discordi toccante l'impressione che sulla macchina dell'uomo quell'aere così puro e rarefatto, ed al tempo stesso d'una significante dose di calorico spogliato, deve produrre. Io mi trovava, dice Spallanzani, cap. 8, l. c., nella temperatura ch'è la più amica dell'uomo, e l'aria sottile che io respirava, quasi che fosse interamente vitale . . . Io non mi persuado che costui e Ferrara, o qualunque altro, dopo qualche ora fidato si sarebbe di respirare quella bell'aria, che per soverchia bellezza diviene nociva ed insalubre. Lord Hamilton con i suoi compagni non vi sapea ben respirare. Forbin, l. c., esclama, che la rarefaction de l'air rendait la respiration difficile, plus tard l'oppression devint estrême. Chi sostiene il contrario attribuisce questo mal essere a malattie ed indisposizioni particolari; ma io dico che gli ammalati e gl'indisposti o non avrebbero desiderio di complimentare d'una visita quel cratere, o non vi giungerebbero che a metà cammino, oppure ivi giunti vi perirebbero sfiniti dalla sola stanchezza. Gay Lussac, che in un globo aerostatico all'altezza di 21482 piedi si trovava bene, non era certamente spaventato di vedersi in sì grave pericolo; ma io son certo che nessuno vorrà stabilire per teoria, che tutti gli uomini debbano con ugual temerità non atterrirsi a quell'altura ed in quella terribile situazione. Nè perchè alcuni non soffrono viaggiando per mare, si ha da decidere che gli ammalati soltanto vi patiscono. Se all'apice dell'Etna molti sono stati affetti da difficile respirazione, della quale si sono liberati allo scender da quella eminenza, si dee piuttosto attribuire ad una particolare forte robustezza, quando da quell'affanno non sono stati alcuni sì sollecitamente attaccati. [p. 174 modifica]Vi è da supporre che questo buon essere sarebbe stato estinto in persona di coloro, che avidi del diletto provato dallo Spallanzani, avessero voluto per alquanto altro tempo trattenervisi.
  19. [p. 174 modifica]Questo tempio credesi innalzato prima della venuta de' Siculi, ed era in una sì grande reputazione, che Dionisio costruì ivi a canto una città, a cui diede il nome di Adrano. Ecco le parole di Diodoro, lib. 14. Dionisius in Sicilia oppidum sub ipso Ætnae montem condidit, quod ab illustri quodam de lubro Adranum nuncupavit. Circa mille cani mastini erano al servizio di quel tempio consegrati, i quali mansueti e placidi verso quei paesani e forestieri che devoti ad onorare quella divinità si recavano, all'opposto feroci ed indomiti erano contro coloro che venivano con l'intenzione di rubare. Eliano, nel lib. ii, cap. 20, de Animalibus, ci racconta questa favoletta; non so se alcuno voglia prestargli credenza.
  20. [p. 174 modifica]Et vorago illa rugitum ingentem, et horrentem emittit. Diodoro, lib. ii.
  21. [p. 174 modifica]Palici, vocabolo composto dalle due parole greche πάλιν, di nuovo, ed ἲκω, vengo, per esser quei due gemelli ritornati di bel nuovo dal seno della terra. A costoro fu consegrato il più antico conosciuto culto in Sicilia. de Blasi, lib. i, cap. 10. Il loro tempio fu elevato presso il fiume Simeto helle vicinanze della città di Erice, diversa da quella della quale antecedentemente si è già fatta menzione. Eravi là ben anco un monte del nome stesso, detto oggi Catalfano. Post Symethum est Erices fluvius nascens ex Eryce monte, et urbe . . . Mons hodie vocatur Catalfano. V. Bouchart, l. c., cap. 28. Quel sagro edifizio fu certamente uno che tra più famosi ed eccellenti di quanti se ne videro in Sicilia signoreggiò un tempo nella più alta antichità. Nel lib. ii di Diodoro se ne legge una bella ed energica descrizione: Situm vero est hoc templum in campo amenissimo, et Deorum maestate [p. 175 modifica]digno, porticibus atque aliis diversoriis exornatum. In quel tempio immolavansi vittime umane; ma questo empio rito essendosi soppresso, furon perciò quei Dei chiamati placabili, come si rileva dal lib. 9 delle Eneide:

    . . . . . . . circum
    Flumina pinguis, ubi est placabilis ara Palici.

    Questo altare con il più grande religioso rispetto era venerato. L'autel des Palices (dicono gli Enciclopedisti) étoit l'asyle des malheureux, et sur tout des esclaves fugitifs; e Diodoro, l. c., rapporta quod servis calamitate oppressis praesertim vero dominos inclementes nactis plurimum auxilia praebet.

  22. [p. 175 modifica]Bouchart, l. c., dice: Itaque delli dicti sunt, quod ex eorum indicio perjura innotescerent, giacchè delli in lingua punica è l'istesso che indices.
  23. [p. 175 modifica]Le punizioni riservate agli spergiuri eran diverse. V'ha chi crede che bruciati restavano da interno fuoco; asseriscono altri che venivano soltanto della vista privati.
  24. [p. 175 modifica]Aqua tamen sulphuris odorem exuberantis praebet. Diodoro, lib. ii.