Vai al contenuto

Viaggio in Sicilia (Münter)/Viaggio da Catania a Messina

Da Wikisource.
Friedrich Münter - Viaggio in Sicilia (1788-1790)
Traduzione dal tedesco di Francesco Peranni (1831)
Viaggio da Catania a Messina
Viaggio al Monte Etna Messina
[p. 78 modifica]

VIAGGIO

DA CATANIA A MESSINA.


Il 6 gennajo 1786 partii da Catania a cavallo in compagnia di una perita guida del paese. All'uscita della città mi trovai sopra spaventevoli lave, che dritto al mare erano scorse dall'Etna, le quali a causa di loro antichità hanno bastante terra sulle loro superficie, per esser con utilità coltivate; e perciò per quanto incolta e selvaggia sembrar possa quella campagna, pur non di meno è molto fertile ed al tempo stesso popolata. In verità l'intera costa fra Catania e Messina è la più numerosa di gente che in tutt'altra parte dell'isola. Non si viaggia un mezzo miglio senza incontrar case e grandi e mediocremente edificati casali. Il vasto monte resta per lungo tratto sempre alla sinistra, la di cui smisurata base si stende lungo la spiaggia del mare. Io lo vidi qui, da un altro lato che da Catania osservato l'avea, daddove gli eccellenti e fertili campi nelle inferiori sue posizioni potei esattamente ammirare. Le vedute in questa parte di strada sono soprat[p. 79 modifica]tutto selvatiche, dimostrando le più distinte traccie del fuoco. La costa di grossissime rocce di lava è ripiena, le quali o da' crateri, che si sono aperti ne' fianchi del vulcano, sono state vomitate, oppure che staccate si sieno da infuocati torrenti, che dagli scoscesi lati del medesimo sin giù al mare han rotolato.

Questi macigni sono intanto i più parlanti segni della incontrastabile forza del fuoco e grandezza del cratere, dal quale molti di essi come a bombe da un mortajo sono stati scagliati. I più singolari tra questi sono i così detti Faraglioni, ossia Scopuli Cyclopum, che due miglia da Catania tra Jaci e Jaci reale sul livello dell'acqua s'innalzano. Il commendatore Dolomieu ha queste rare produzioni vulcaniche nel suo Voyage pittoresque de Naples et de la Sicile descritto.

i. Il più vicino al lido ha una forma quasi piramidale, e consiste in grosse ma assai vicine tra loro grigie colonne di basalto di disuguale grandezza, che in tal posizione al registro di un organo rassomigliano.

2. Le più grandi sono nel centro; hanno due o tre piedi di diametro, e tutte son quasi di pentagona figura. Le più alte, che corrono in tal modo sino alla sommità, sono quasi 60 piedi sopra il mare, e portano una massa di [p. 80 modifica]nera e forte lava, su di cui uno strato d'argilla sovrasta.

3. Il secondo di questi scogli è più picciolo, e contiene de' basalti che non sono verticali, ma quasi al modo paralleli, ed è come il seguente di argilla coverto.

4. Il terzo è qualche cosa più basso, ma come il primo configurato, ed ha ugualmente che gli altri uno strato di argilla.

La maniera in cui sono state create queste tre isolette è facile a comprendersi, quando conceder si voglia che i basalti non siano che una cristallizzazione vulcanica, sulla quale opinione, per quanto ne so, tutti i naturalisti trovansi quasi uniformi, eccetto pochi, i quali per alcuni basalti, trovati nelle coste d'Irlanda e di Scozia, hanno avuto occasione di sostenere che questi sieno piuttosto il prodotto di una naturale cristallizzazione che l'opera del fuoco[1]. Senza che io mi trattenga sopra una quistione, su della quale non posso decidere, espor ne voglio le congetture esternate dalla maggior parte di coloro che hanno veduto queste siciliane produzioni. Un sotterraneo fuoco ha probabilmente scagliato fuori dal seno della terra queste smisurate ed allora infuocate masse. Il contatto del mare, che immantinente raffreddolle, ridusse le meno bruciate in cristalli di basalto, [p. 81 modifica]mentre una porzione di esse rimase nell'originale sua deforme figura. Il superiore di già nominato strato di argilla è una parte del suolo del mare che queste piramidi staccarono, e seco in alto alzarono nell'uscir dalla terra.

Sin da' tempi de' Romani questi tre massi basaltici hanno avuto il nome di scogli de' Ciclopi. Cyclopia saxa vengon da Virgilio chiamati; e Plinio dà a' medesimi la denominazione di Scopuli Cyclopum. L'origine di questi vocaboli fa d'uopo cercarla nella più lontana favola, perchè Teocrito od altri poeti misero nell'Etna l'abitazione de' Ciclopi, perlocchè il picciolo seno di mare in cui quelle rocce s'innalzano, ebbe il nome di Porto Ulisse, che sin a' nostri giorni ha portato, essendosi in questo luogo creduto che Ulisse sbarcasse con animo di cercar su quel monte Polifemo. Questo è il porto del quale Virgilio, nel 3 lib. dell'Eneide, fa in questi sensi menzione.

Portus ab accessu ventorum immotus, et ingens.

Si è procurato di unire queste tre rupi per via d'una diga, onde render migliore e più utile questo porto; ma ciò non ha avuto esito felice, perchè il violento continuato urto del mare ha replicatamente distrutto tutte le fatiche e le speranze; e soltanto quelle rocce [p. 82 modifica]abbarbicate nelle viscere della terra han potuto resistervi. Sono queste così vicine al lido, che da qui esaminar si possono senza che vi si sbarchi e monti. Io dovetti contentarmene a cagione di un vento forte e gagliardo, da non permettermi di far uso d'un battello da pescare. Là presso altre picciole rupi alzan le loro teste, gettate forse come le di già descritte, o che, da uno dei crateri dell'Etna vomitate, sieno in giù nel mare rotolate[2]. Una di queste roccie di Jaci si appella, perchè forse creduta quella stessa, con la quale Polifemo ammazzò quell'amante di Galatea. Abbiamo il seguente epigramma sopra di lui, rapportatoci da D'Orville.

Acidis haec cernis montana cacumina busti
Aquor, et ex imis fluminis ire jugis
Ista Cyclopei durant monumenta furoris;
Hic amor, hic dolor est candida Hymphatuus.
Sed bene si periit, jacet hac sub mole sepultus
Nomen, est exultans unda perenne vehit.
Sic manet ille quidem, nec mortuus esse feretur
Vitaque per liquidas caerulea manet aquas[3].

In uno de' lati del menzionato porto un premontorio alto si estolle, ove costruito trovasi il castello di Jaci. Questo è un immenso cubo di lava, la quale mostra e cristalli e palle di basalto presso la spiaggia, da cui è quella ba[p. 83 modifica]gnata. Nella più superiore parte di esso promontorio è sito il detto antico normanno castello, che, a motivo della perpendicolare sua posizione, non può esser preso di assalto[4].

Otto miglia distante da qui s'erge Jaci reale, uno de' più bei luoghi di cui ho nel mio viaggio in Sicilia goduto. Esso è mantenuto straordinariamente pulito, e con larghe pietre di lava soprattutto coverto. Le case e le chiese sono di un bello stile e con molta regolarità fabbricate. Giace la città in elevata posizione a' piè dell'Etna, e su di nove strati di diverse lave, ciascuna delle quali da una crosta terriccia è coverta, per cui potrà a ragione conchiudersi della lontana età dell'eruzione di quel vulcano.

Da questo paese cavalcai verso Taormina, battendo lungo la spiaggia una deliziosa strada di quattro miglia e mezzo, da campi ben coltivati e ben costruiti casali spalleggiata. Fin qui a piè dell'Etna si era sempre andato, il quale ebbe alla fine il suo termine; ma prima di lasciare quel suo dominio, una spaventevole operazione del suo fuoco osservai: cioè una corrente di lava che dalla sommità di quel monte scorse dieci miglia sino al mare, ove una diga formò, che con grande utilità impiegar si potrebbe, quando in quelle coste stabilir si volesse un porto eccellente. Un fiume, dagli an[p. 84 modifica]tichi chiamato Άσινης, ora fiume freddo, stabilisce da questa parte il confine di tale vasta montagna. La pianura, per dove questo fiume il suo corso dirige, intersecata resta da molti torrenti che dalle alture si scaricano, quando forti piogge li gonfiano, e la neve repentinamente si scioglie, producendo allora vaste desolazioni che all'istante svaniscono. Da questa pianura vidi avanti di me alzarsi l'enorme e sublime grandezza dell'Etna; mi consolai delle eccellenti feraci contrade nella inferiore regione del medesimo; ed una quantità osservai di estinti vulcani, che non potei scuoprire da Catania. Or siccome in situazione siffatta mi trovava di gran lunga più vicino di esso monte, di quanto io lo era in quel paese, così potevansi da me più chiaramente distinguere il vero suo cratere ed i piccioli subalterni vulcani, che nella più alta zona del medesimo gli facevan meravigliosa corona.

Io passai la notte in un casale chiamato i Giardini, che sotto l'alto ed interamente isolato Monte Toro sta costruito, su del quale la città di Taormina maestosa s'innalza. In quel distretto, sopra un promontorio di lava, era un tempo l'antica Nasso, 700 anni avanti G. C. edificata da una colonia venuta dall'isola di Naxus nell'Arcipelago[5]. Nessun residuo [p. 85 modifica]evvi più della medesima, se non il luogo. La torre che vi si trova, chiamata lo Schiso, non è che un'opera normanna da' rottami di quella fabbricata. Intanto monete di un molto bello e perfetto lavoro vi si scuoprono, che a Nasso si attribuiscono. Ivi assai vicino esistè un famoso tempio d'Apollo, Archagetas, che fu in buon essere sin a' tempi dell'imperatore Adriano. Quel Dio ricevuto avea tal soprannome, perchè la detta colonia nassitana sotto la di lui protezione si era in Sicilia recata[6]. Un altro ben anco celebrato tempio di Venere vi si trovava in venerazione, ma si dell'uno come dell'altro non esiste traccia veruna, quantunque Fazello, il quale s'ingannò, toccante la situazione di quello di Apollo, crede di averne veduto sotto Taormina le logore e corrose rovine.

La mattina appresso, 7 gennajo, di buon'ora ascesi a cavallo il monte, ove giace questa città. Alto e scosceso è il medesimo, il quale, pieno di cambiamenti, all' occhio presenta ora nude rocce ed ora boschi deliziosi e fertili praterie in mezzo alle stesse rupi e sotto le loro ombre. Esso resta interamente dall'Etna diviso. Sestini, nelle sue lettere sopra la Sicilia, asserisce che il lato verso il Mongibello è formato di gesso in lamine e che sia un prodot[p. 86 modifica]to vulcanico, ma che io alla decisione dei naturalisti lo lascio. Il monte comincia dalle coste del mare ad innalzarsi; ed una valle larga alcune miglia le sue radici da quelle dell'Etna separa. Gli antichi lo chiamarono Mons Taurus, ed era famoso per le sue belle ed antiche miniere di marmo.

Questa montagna, benchè scoscesa ed incomoda, assai dilettevole si offre dal lido verso la città; locchè fu da Appiano ugualmente ammirato. A motivo delle innumerevoli tortuosità della strada si è costretti di allungarla due miglia e più d'Italia per giungere alla città, la quale attribuir deve alla di lei felice situazione se meno delle altre siciliane città sia stata devastata da combattenti armate, che non sì facilmente vi si avvicinavano. Questa non è però situata nella parte la più eminente del monte, nella quale la picciola fortezza di Mola sta innalzata, la di cui altezza da ogni attacco nemico sicura la rende, ma, secondo la mia opinione, potrebbe divenire il più forte di tutti i castelli di Europa, qualora (locchè non so) non vi mancasse l'acqua, e luogo sufficiente vi fosse per costruirvi de' magazzini.

In diversi modi si rapporta da Diodoro l'origine di Tauromenium. E certo che una colonia degli abitanti di Naxos circa 366 anni avanti [p. 87 modifica]G. C. si ritirò sotto la condotta del proprio Principe Andramaco sul monte Taurus, dopo che Dionisio devastata avea la loro città. Tale colonia si fortificò in conseguenza in quell'altura, ove sicura trovavasi dalle ostili sorprese, mentre viveva al tempo stesso in un aere più puro, che prima alla spiaggia del mare goder non potea[7].

Il fondatore di essa città, Andramaco, era un nobile uomo ben lontano di opprimere i suoi sudditi. Egli aveva il dominio sopra di costoro, che acquistato si era in forza di libera scelta del popolo, del quale si trovava costui ugualmente soddisfatto. Il di lui figlio fu il celebre storico Timeo, le di cui opere si sono perdute. Vivente lui la città non era che un piccolo fortificato castello. All'arrivo de' Romani in Sicilia conchiuse la medesima un'alleanza con costoro; ma Cesare, discacciandone gli antichi abitanti, forse perchè inclinati a sostenere il contrario partito, la ripopolò con una colonia romana. Del resto molto poco si sa della sua storia, ma che questa fosse assai ricca e potente, possiamo persuadercene dagli ancora superstiti avanzi dell'antica sua magnificenza.

La presente città è picciola e di poca considerazione, contenendo soltanto 6000 abitanti, compreso il numero grande di monaci che vi di[p. 88 modifica]morano. Le moderne sue fabbriche non altro di osservabile conservano che una quantità di rottami di colonne, di fondamenti ed altro antico, di cui quella gente ha saputo trarre profitto, e che in ogni strada e quasi in tutte le case si vedono. La situazione sua però è la più bella ed incantevole che idear si possa; e particolarmente, ove la vista impedita non venga, tutto ivi si presenta al più alto grado romanzesco e variato. In ciascun punto nuova prospettiva si apre, come si gode a Nyon sul lago di Ginevra, quando da un lato questo amenissimo lago, Ginevra e tutte le restanti città intorno al medesimo situate, mentre da un altro si osservano di eterna neve coverte le sommità del monte Bianco e delle Alpi tutte della Savoia. Io in nessun altro luogo di sì ricchi e deliziosi luoghi ho goduto.

L'antico paese si estendeva assai più del presente, in cui si trovano tuttavia gli avanzi delle grandi muraglie del primo, ove resta compreso il teatro assai più alto della città. I più considerevoli e ben mantenuti pezzi di antichità giacciono quasi tutti sul monte fuori il recinto del paese.

Le cisterne di Taormina sono le più belle e le più celebri di tutta la Sicilia, e forse di tutta l'Italia ancora. Ve ne sono esistenti cinque, [p. 89 modifica]di cui la più picciola è intatta. Essa è totalmente della struttura medesima della Piscina mirabile di Napoli, è incavata nella rupe ed ha nel suo mezzo una fila di otto pilastri, che la sua covertura sostengono. La sua forma paralellepipeda è palmi 128 lunga, 48 larga e 30 profonda. Altre tre sono più grandi ma molto danneggiate; e la quinta all'antica naumachia immediatamente comunica. Tutte queste cisterne hanno unione con gli acquidotti incavati nel sasso ed in parte tra loro stesse, perchè l'una sull'altra situate, la maggior delle quali sta nel centro. Porzione degli acquidotti è in buono stato. Questi erano straordinariamente grandi, i quali, secondo il rapporto del Principe di Biscari, portavano l'acqua da un luogo 14 miglia distante da Taormina. lo credo essersi stabilita tale distanza, dopo esser state poste a calcolo tutte le tortuose vie e linee oblique che, attesa la condizione del monte, non era possibile di evitare.

Lo scopo per il quale siano state a spese eccessive tali opere costruite, sembra essere stato quello di provvedere la naumachia delle necessarie acque. L'idea di edificare una naumachia sopra un ripido ed alpestre monte, e l'acqua per via di smisurate cisterne e lunghi acquidotti recare in un paese che a' suoi piedi il [p. 90 modifica]mare Jonio ed un porto a tali esercizj idoneo apprestava, dimostra più che qualunque altra cosa, quanto grande fosse stata la prodigalità de' Romani e de' Greci, quante volte veniva loro in testa di acquistare tutto ciò che a norma del proprio gusto serviva loro di divertimento[8]. Della menzionata naumachia non v'è che un solo muro laterale, che ha 18 archi e 19 nicchie quadrate in mezzo a questi. Quel muro sta nel giardino d'un chiostro; ed il luogo dove si radunava l'acqua è divenuto adesso un giardino d'aranci e limoni; mentre la muraglia stessa che ora è rimasta all'impiedi, e sopra la quale vi erano i sedili per gli spettatori, non è che un terrazzo, il quale per una vigna ed un pometo è destinato. In questa posizione le vedute del castel di Mola e dell'Etna sono belle ed amene oltre qualunque descrizione; ma quali in tutte queste vicinanze non sono tali, e che non sieno cagioni di meritamente accordare a Taormina, come a Girgenti, il nome di Paradiso della Sicilia?

D'Orville sostiene che questa fabbrica sia un circo; una circostanza però da lui stesso riferita dimostra che la sua opinione non sia ben fondata. Egli ha trovato che il terreno resta coverto da larghe pietre, e perciò molto mal idoneo a potervi far correre carri e ca[p. 91 modifica]valli. Quella muraglia ha ben anco alcune proprietà architettoniche, che per ispratichezza di tecniche parole non posso ben descrivere, e delle quali io non credo che i lettori ne possano essere interessati.

Gli avanzi di due tempj fuori la città si osservano. Di uno di essi non esistono che i soli gradini ed un muro laterale di cinque palmi d'altezza, di marmo bianco coverto. Non aveva colonne, e sembra una picciola cappella, oppure una sepoltura secondo l'autore del Voyage pittoresque. Al presente questa base serve di fondamento ad una nuova fabbrica. Giusto là evvi una chiesa di S. Pancrazio, le di cui mura laterali sono di grossi pezzi di marmo bianco, che senza dubbio a qualche tempio una volta appartenevano. Fazello ha voluto che uno di questi tempj sia stato consagrato ad Apollo Archigeta; egli però s'inganna, perchè questo fu sul monte e non alle radici di esso innalzato.

Nella città vi sono alcune sotterranee camere con volta, e fuori della medesima sparsa sul monte si trova una quantità di tombe, alcune delle quali sono formate per semplici urne e sarcofaghi. Ma la maestosa veduta che in questo paese si gode è sì deliziosa ed incantevole, che l'uomo vi si trattiene onde far gioire l'oc[p. 92 modifica]chio, e l'anima di godimento trasportare con le naturali sue bellezze, piuttosto che con l'esame e considerazione di quei funebri domicilj, de' quali se ne trovano in copia grande nelle altre città di Sicilia e d'Italia.

L'antico teatro di Tauromenio è uno de' più pregiabili e degni monumenti dell'antichità in tutta la Sicilia; e lo era assai di più pria che quelli si conoscessero, che scoverti in seguito furono sotto le rovine d'Ercolano e Pompeja. Da quel teatro, di cui è parola, si è cercato rintracciare ogni rischiarimento sulla struttura degli antichi teatri, e perciò D'Orville ne ha una lunga descrizione disteso, che io voglio fare quanto più breve mi sarà possibile, e dare al tempo stesso al mio lettore una chiara e distinta idea di questo superbo edifizio[9]. I Tauromenitani, sulla sommità d' una roccia alquanto più alta della loro città, una posizione trovarono dalla natura formata, che ad abbreviarne la costruzione corrispondea: cioè un abbassamento tra due torreggianti rupi, che un semicerchio naturalmente apprestava. Si serviron dunque costoro di tanto felice accidente per l'edificazione del loro teatro, per via del quale acquistarono in parte i sedili per gli spettatori, che nelle rupi istesse intagliarono. Non avevano inoltre bisogno di [p. 93 modifica]molti piani di arcate, ma di due salite soltanto, che conducevano alle superiori file de' sedili, ed alle quali si andava di fuori del teatro da quella parte ov'era la scena. Queste due salite erano sufficienti per rendere il servizio stesso, per il quale in un altro sito una folla di scale e porte stata sarebbe necessaria. Si andava ben anco dalla più bassa alla più alta fila, intorno la quale una galleria o portico correva con archi e pilastri di mattoni fabbricati sull'orlo della roccia, il piè della quale è dal mare bagnato.

La scena era giusto rimpetto l'Etna ed aveva la veduta sopra Taormia, le campagne circostanti ed il monte. Una porzione della più alta muraglia, che tutto il teatro intorno circondava, come ancora parte di una galleria ornata di colonne destinata forse per il sito delle signore, sono tuttavia all'inpiedi, ed ove trentasei nicchie si contano che servivano probabilmente per mettervi delle statue e non per riempirle di vasi di rame per rinforzo del suono, come alcuni han creduto; locchè sarebbe per altro assolutamente inutile, essendo ivi il suono senza di questo sufficientemente chiaro e distinto. Più fresche ricerche hanno dimostrato che vi erano tre divisioni di sedili, [p. 94 modifica]e che ciascuna contenendone nove file, queste ascendevano a ventisette. In ciò uguagliava quasi tutti gli antichi teatri; ma adesso viene il più straordinariamente interessante: cioè il podium, il più basso e specialmente il più distinto cerchio di sedili, ove teneano il loro seggio i più illustri spettatori, e che paragonar si può ai nostri palchetti. Si osserva di più la orchestra intera, ch'era il luogo tra il giro che il podium formava ed il pulpito, ove i ballerini e pantomimi le loro rappresentanze esercitavano.

Da lì sopra si vede il pulpito[10]; un andito incavato alcuni piedi nella roccia parallelo alla scena, nel quale situavansi i musici; poscia il proscenio ch'era diviso dalla scena per via d'un portico, e finalmente la scena stessa. Tutte queste parti si osservano sinora discernibili, dacchè una gran parte del proscenio e le sue decorazioni di belle colonne d'ordine corinzio, e tra queste delle nicchie per statue sono ancora esistenti.

Detti avanzi trovansi in tale stato di conser vazione che copiar si possono dagl'architetti gli ornamenti di tutto il proscenio. Questo, se condo le regole di Vitruvio, aveva tre grandi volte, delle quali quella del centro era la più ampia, e tutte tre avevano la veduta sull'Etna. D'ambi i lati del medesimo vi sono due [p. 95 modifica]fabbriche quadrate a due appartamenti, nell'ultimo de' quali trovansi due camere che probabilmente sono state l’odeo, o servir potevano per eseguirvi le prove degli attori, oppure destinavansi per il coro per mettervisi in ordine, quando questo doveva uscire. Le scale che al divisato appartamento conducevano, si veggono in buonissimo stato; e da lì due porte nello scenario menavano. Il proscenio è tutto al più largo tre braccia; locchè rende la congettura assai verisimile, che la scena su di cui gli attori rappresentavano, era di legname, e che dal proscenio sino al pulpito estendevasi. L'intero teatro è sopra il sasso, ma ha basi di smisurate mura, che particolarmente sono visibili dalla parte dello scenario.

La chiarezza e la distinzione con le quali si ascolta ogni parola che in questo teatro si proferisce, ci persuadono quanto gli architetti di allora abbiano le regole dell'acustica conosciuto; e deve la loro arte doppia meraviglia recare, quando si considera che queste opere a cielo scoverto eran costruite. La scena e le sue decorazioni dimostrano quanto magnifico sia stato questo edifizio, non essendovisi risparmiato il più bel marmo di Taormina, non che quello forestiero. Per quanto questo teatro sia in buono stato, pur non di meno vi si ammi[p. 96 modifica]rerebbero maggiori avanzi, quando il magistrato di quel paese non avesse commessa la sciocchezza di accordare ad un paesano il permesso di costruire sulle sue rovine una villa, perlochè si è da costui presa dalle medesime quella quantità di pietra che gli abbisognava. Secondo ogni probabilità l'intero proscenio e le di lui decorazioni sarebbero almeno illesi rimasti[11].

Io fui molto felice per aver passato in Taormina un giorno il più perfettamente sereno, di modo che dall'altura in cui mi trovava gioire potei d'una illimitata prospettiva. Onde verso tramontana dirigere i miei sguardi, dovetti uscire dalla galleria che intorno la parte superiore del teatro girava, e sulla più esterna punta della roccia che sovrasta al mare mi assisi. Da lì la intera montuosa spiaggia di Sicilia tra Taormina e Messina osservai, non meno che la costa di Calabria da Scilla al capo Spartivento e la punta di Geraci, ove un tempo l'antica Locri si ergeva. Reggio giaceva avanti di me come una macchia bianca, mentre l'orizzonte metteva un limite agli alti monti Appennini di Calabria. Sotto i miei piedi sembravano picciole isole nuotare parte nude e parte di cespugli vestite. Sul teatro alto si alzava la piramidale roccia, su della quale il [p. 97 modifica]forte di Mola è costruito, e la di cui altezza par che faccia quasi sparire quella di Taormina. Ma assai più eccellente e magnifica era la vista dell'istesso teatro. Tutte le bellezze della natura trovansi qui riunite, ed allo spettatore, onde ad un solo sguardo goderle, ridenti ed amene si presentano. Sotto di me guardai le rovine del proscenio, indi sul tortuoso dorso del monte le case, le chiese e le disperse ville della piccola Taormina; in seguito l'intera strada che dal lido alla città conduce, il casale, i Giardini, la smisurata lava sulla quale era edificata Naxos e tutta la costa di Sicilia, per quanto lungi poteva l'occhio arrivare. Io notai tre seni di mare; e credo d'aver veduto sin a Siracusa. Esteso alla mia sinistra giaceva nello splendor del sole il mare Jonio, ed alla mia destra il monte Etna in tutta la sua maestà signoreggiava. In nessun luogo, anco in Catania, veduto l'avea in tanta grandiosità; perchè da qui in una distanza di sei miglia poteva assai meglio d'allora esaminar la sua base. Da questo luogo compresi assai chiaro quanto conveniente sia il nome che Pindaro gli ha dato chiamandolo κίων οὐρανίας, colonna del cielo. Egli parla del gigante Tifone, nemico degli Dei, e descrive la sua carcere [p. 98 modifica]

Σικελία τ'αυτοῦ πιἐζει
Στέρνα λαχνάεντα, κία
Δ'οὑρανία συνέχει
Νιφόεσς Ἂιτνα[12].

Con dispiacere lasciai questa veduta; ma il tempo era breve, perchè giunto in Taormina, recandomi subito sul teatro, mi restava da veder molto pria che fosse venuta la sera. Un uffiziale, a cui fui raccomandato, mi accompagnò e mi condusse specialmente in quei luoghi che belle prospettive offrivano, ed al tempo stesso qualche antico monumento. Verso sera partii da Taormina, ed a piedi andai per un'angusta scoscesa strada tra cave di marmo e forcute rocce, finchè giunsi di nuovo sulla strada maestra. I marmi che io esaminai in questo cammino erano bruni, rossi, verdi e macchiati di colori diversi. La strada che io doveva adesso seguire, era ingombrata da non poche smisurate masse di marmo e di roccia, che dal monte erano state giù rotolate. Questa perdeasi qualche volta nelle vicine montagne, e particolarmente nei contorni del picciolo forte di S. Alessio, le fauces tauromenitanae degli antichi, il quale su d'una selvaggia montagna alto s'innalza. [p. 99 modifica]

La notte e le distese ombre di queste sterili rocce al chiarore della luna rendeano questo stretto e precipitoso viaggio presso a profondi abissi ancora più pericoloso di quello che io di giorno avrei potuto sperimentare. Riposai la notte dodici miglia lontano da Taormina in un luogo chiamato fiume di Nisi, che Fazello senza ragione ha tenuto per l'antica Inessa, cioè la città chiamata un tempo Etna, e situata là dove al presente è costruito il convento di S. Nicola dell'Arena. La mattina appresso cavalcai senza pericolo, attraversando la fiumana di Nisi assai faticosa in alcuni tempi dell'anno; seguitai costantemente la spiaggia sotto l'ombra delle alte e nell'antica storia celebrate calcidiche e perolitane rupi, finchè arrivai alle cascine di campagna, con le quali hanno principio i borghi di Messina, e dopo un cammino di sei miglia italiane tra cascine e giardini giunsi in quella città.

  1. [p. 175 modifica]Quorum medium, et eminentissima Galatœa dicitur. Servio in Virg., En. i. Questi scogli sono vicino al casale detto della Trezza. Fin da' tempi di Plinio i più considerevoli eran tre. Egli dice nel lib. 3 Scopuli tres Cyclopum. I monumenti più celebri di questa naturale produzione sono i rialti dei Giganti sulla costa settentrionale d'Irlanda e la meravigliosa grotta di Fingal nell'isola di Staffa, una dell'Ebridi. Reca sorpresa l'osservar solamente le tavole 3, 4 e 5 inserite alla fine dell'opera di Breislack, le quali rappresentano i basalti de' Giganti; e le altre due 6 e 7, ove trovansi incisi quei tanto regolari e simmetrici della grotta menzionata. Un aggregato prodigioso di questi basalti cuopre [p. 176 modifica]ancora la costa di Scozia, i quali penetrano sino a sei e sette leghe nell'interno del paese. Secondo Buffon se ne trovan da per tutto, anco in quelle contrade ove meno sembra che vi abbiano apparentemente bruciato vulcani. V. Epoca della nat. I basalti d'Irlanda hanno un diametro di 15 a 16 pollici ed un'altezza di 25 a 30 piedi, contandosene trenta mila in una longitudine di due leghe, secondo la descrizione di Chaptal. Quella grotta si chiama melodiosa a cagione d'un piacevole romore che vi si sente ad ogni assorbimento e rigurgito d'acqua prodotti da un antro sotto il livello del mare. Dolomieu ha osservato delle naturali colonne di basalto, che sino all'altezza di 300 tese elevandosi sul livello del mare, formano una specie di cordone attorno l'Etna, aggiungendo in oltre, che il y a des laves prismatiques à une plus grande élévation à plus de 800 toises. Vedi Memorie ecc. Ancora Spallanzani fa la descrizione delle lave basaltiche dell'isole di Vulcano e Felicuda, non meno che di quelle che si diramano lungo tutta la costa da Catania a Castel di Jaci. In quelle contrade se ne trovano per ogni dove in Jaci Reale, la Motta, Paternò, Licodia, Capo dell'acqua, Bianca Villa, Adernò, Bronte, ed in altri paesi.
    Questa parola basalto, che non è, secondo Dolomieu, l. c., ni latin, ni grèc, appartient à la langue étopienne; il signifie noir, ou brûlè. La loro posizione e figura sono veramente bizzarre. Vi sono basalti verticali, inclinati, orizzontali; e quel ch'e più notabile, ve n'ha di quelli che si partono divergendo da un centro comune ed altri che hanno una superficie convessa rimpetto ad una concava, ed in questo caso col nome di articolati vengono distinti. Se ne rinvengono formati in grosse colonne o prismi che contengono molte altre colonnette e piccioli prismi. La figura è colonnare o prismatica, ed ordinariamente pentaedra ed esaedra.
    I naturalisti, nell'analizzare l'origine di questa [p. 177 modifica]immensa e quasi generale produzione, si sono divisi in due partiti sotto i nomi di Vulcanisti e Nettuniani, alla testa dei quali vi sono ugualmente uomini assai illustri. Credono i primi che questi siano l'opera del fuoco, mentre i secondi sostengono che lo sian dell'acqua. Le forme prismatiche de' basalti sono considerate da ogni mineralogista e geologo come l'effetto d'un ritiramento che quelle masse han prodotto nel disseccarsi, se l'azione è stata cagionata dall'acqua o dal raffreddarsi quante volte ne sia stato il risultato della fusione. È in conseguenza la cristallizzazione che genera in tutt'i modi quella regolarità nelle forme di queste materie, a cui si è fin anco data la denominazione di cristallizzate; quantunque non si debbano quelle produzioni considerare in rigore come provenienti da una vera cristallizzazione, ma da un ritiramento regolare delle parti componenti le lave. Fluide ed ancora infuocate siffatte correnti gettaronsi finalmente nel mare, e venute quindi in contatto delle acque, investite naturalmente furono da immediato freddo, che, cagionando una inevitabile contrazione in quelle masse già dal fuoco dilatate, si restrinsero in forme regolari e simmetriche. Il sig. Patrin, dopo aver con diligenza esaminati tutti i ragionamenti e le prove che dall'un partito e l'altro si sono esposti, conchiude così: Il me semble qu'il est facil de les concilier, ou plutôt de les réunir et de les fondre en une seule et même opinion, en disant que la matière des basaltes a été véritablement fournie par des volcans, mais par des volcans sous-marins, dont les éjections étoient de la même nature que celles qui produisent les courans de lave des volcans découverts. Questa decisione, degna del dotto naturalista, non esclude que' basalti che nel modo già pria indicato sono stati chiaramente generati come in un'epoca posteriore al ritiramento delle acque, e non appartenenti all'opera di queste acque stesse sopra le lave sommarine. Senz'altri esempi basta [p. 178 modifica]osservare i basalti e le colonne regolari che formaronsi nella lava del 1669, che in poca quantità gettò nel mare di Catania. Vi è anzi un'altra cagione di raffreddamento che li produce, cioè il semplice contatto dell'aria atmosferica. Spallanzani, tom. 3, cap. 19, l. c., ne produce un luminoso esempio, avendo osservato dentro il cratere dell'isola di Vulcano de' basalti; ed il prode osservatore cav. Gioeni assicura di averne trovato quasi sulla cima dell'Etna di quelli perfettamente poliedri e caratterizzati nel centro delle lave sboccate da' fianchi di quel monte in tempi posteriori di molto all'abbassamento del mare. Io comprendo che l'aria a quell'altezza per la sua frigidità ha forza bastante a cagionare nelle lave un sollecito ritiramento; ma quelle rotolate nel mare perchè in alcuni luoghi non vi si assoggettano? Può questa eccezione derivare, perchè le lave non vi s'immersero che lentamente ed a poca quantità; oppure che dalla diversa qualità delle medesime tale divario dipenda. Una spiaggia che per 23 miglia da Catania verso Messina si estende, coverta interamente si vede di lave spaventevoli, che tutte dai focolari dell'Etna scaricate si sono, delle quali un terzo raffreddato si osserva in restringimenti colonnari e basaltici, ed il rimanente non è che una serie di ammassi disordinati e confusi, che la menoma regolarità di forma non lasciano rilevare. Ed è certamente alla varietà della sostanza dovuto, che non tutti i basalti si presentano sotto le stesse configurazioni e secondo le medesime linee. Le lave nel consolidarsi sono state soggette alle leggi generali de' restringimenti e delle cristallizzazioni. La forza d'attrazione delle particelle fra loro nell'avvicinarsi a se stesse, dopo che l'azione del fuoco le aveva allontanate, ha travagliato nel coagulo di quelle lave secondo la natura di esse ed a norma del numero delle sostanze che le compongono, onde risultarne basalti più meno regolari e precisi nelle forme, che [p. 179 modifica]l'omogeneità delle parti costitutive rende più caratterizzati ed esatti ne' lineamenti. Finalmente un terzo sistema si è dal sig. Hotton formato, da molti partigiani detti Plutonisti seguito; cioè che i basalti siano una produzione della fusione generale, alla quale i minerali sono stati assoggettati nel fondo del mare, il cui focolare, secondo l'espressione di Pictet, ricercar si deve dans le sombre royaume de Pluton.
    Non è la regolare geometrica loro figura che solo rende i basalti degni dell'attenzione de' fisici. La cristallizzazione essendo, secondo i Vulcanisti, Nettuniani e Plutonisti, la causa primordiale di loro generazione, un'altra secondaria ma vera cristallizzazione produce i più begli e meravigliosi suoi lavori nelle cavità, e per dir così ne' pori di quelle artifiziose masse. Nelle più dure e compatte brillano tutt'i sorprendenti cristalli della calce carbonata, superbi e mirabili modelli de' quali nel museo di Biscari si ammirano. Altri scogli di quella basaltica natura, riempiti nelle loro screpolature e caverne di belle zeoliti, l'occhio osservatore del naturalista sorprendono. In quella stessa raccolta di rarità alcune se ne ammirano che gareggiano coi grossi giargoni e diamanti, tra le quali zeoliti, tendendo alcune ad una tinta verdastra, potrebbero esser prese per veri smeraldi. Di questa sostanza se ne sono da Karsten formate quattro distinte specie. V. Klaproth, Dizionario chimico. Il celebre Haüy ne ha fatto ancora delle classificazioni ed ha dato il nome d’analcime a quella de' nostri basalti, alla quale il nome di ciclopite è stato sostituito dall'abate Ferrara, perchè conosciuta la prima volta da Borch nelle viscere degli scogli de' Ciclopi. V. Ferrara, l. c. Queste cristallizzate materie non preesistenti, nè coeve allo sbocco delle lave, non de rivano che dall'infiltrazione delle acque marine, le quali deposero nelle cavità e fessure le particelle, di cui erano ripiene, che andaronsi gradatamente a [p. 180 modifica]cristallizzare. Le alte lave dell'Etna ridotte a forma basaltica furono in parte sommarine ed anteriori a' primi abbassamenti delle acque del mare che le tenean da bel principio sepolte. In esse però non si ravvisano che poco le impronte ed i naturali tesori di queste secondarie cristallizzazioni. Ciò ha dovuto nascere, perchè di poco posteriore al corso di quelle lave fu l'abbassamento del mare che a secco lasciolle, e perciò tempo non diè all'infiltrazione ed all'aggregamento delle particelle, onde prodursi in seguito quei cristallini lavori. Breislack intanto nega che le zeolite nascano dalla cristallizzazione delle acque marine, adducendo la ragione ch'esse sono ancora contenute in quelle lave, che non sono state mai sotto il livello delle acque medesime. Lo conferma in questa ipotesi l'analisi da Kirwan istituita, mediante la quale non si è trovata menoma traccia di sal marino; quindi Breislack conchiude, qu'il est plus raisonnable de supposer que la zéolithe s'est formée pendant la consolidation de la lave, que de la regarder comme postérieurement introduite. V. lib. 7, cap. 10.
    Gli Egiziani ed i Greci facevano grand'uso de basalti per rappresentare le loro divinità, ed i Romani impiegavano somme straordinarie per tirarli dall'alto Egitto onde farne ugualmente bellissime statue. La più famosa è quella ricordata da Plinio e fatta scolpire dall'imperatore Vespasiano, per innalzarla nel tempio della pace. Rappresentava questa in un sol pezzo di basalto il Nilo, intorno a cui sedici puttini scherzavano. Essa più non esiste; e su d'un'antica copia fatta in marmo bianco lo scultore Bourdict ne fece una nel 1690, che nelle Tuilleries di Parigi si ammira. Si crede però che il basalto d'Egitto e l'altro di cui parlano Plinio e Strabone n'appartient ni aux laves, ni aux traps, mais à une véritable granite dont les grains très-fines et très-attenués sont masqués par des molécules très- abondantes d'horn-blend, Dict. Ist. Nat. Questa [p. 181 modifica]qualità di basalto sarebbe una produzione primitiva contemporanea al granito, a cui si dava il nome di lapis lidius e di basanites lapis. Si è però certi che ivi non abbiano i vulcani il loro vasto e tremendo impero esercitato? In ogni luogo della terra non mancano le sue produzioni, malgrado che apparentemente sembra di non averne in alcune regioni esistito. La reponse, dice Buffon, ep. 4, en est aisée, c'est qu'il y a eu des mers par-tout, et des volcans presque par tout. L'inospitalità delle deserte e barbare provincie dell'Africa è stata causa sufficiente che quasi nessun conto se ne sia preso da' naturalisti. Per altro se mai vero sia, che secondo Dolomieu l'etimologia di basalto nel linguaggio di Etiopia corrisponda a bruciato, può trarsi argomento che da quella nazione sia stata la natura di tale sostanza come opera del fuoco considerata.
  2. [p. 181 modifica]Non è possibile che quelle rupi fossero state scagliate sin là dall'esplosioni vulcaniche, o che, più difficilmente ad idearsi, rotolando vi siano giunte. Esse staccate si sono da masse più grosse di lava.
  3. [p. 181 modifica]Può vedersi il cap. 15 dell'opera nominata da D'Orville.
  4. [p. 181 modifica]Questi basalti sferici generati sono da pezzi di lava in alto gettati, i quali, rotolando prima nell'aere e poscia in piani inclinati, scendendo già per i fianchi del monte, acquistarono naturalmente una forma rotonda. Il progressivo raffreddamento è la ragione che queste palle vulcaniche, di cui l'Etna è ripieno, formate si osservano in bellissimi strati concentrici. Anco le rocce di trap, oltre la piramidale loro configurazione, ridur si possono, secondo Faujas de Saint-Fond, in palle a foglie concentriche.
  5. [p. 181 modifica]Si crede che Nasso sia stata la prima città costruita da' Greci in Sicilia. Questa interessante epoca non potea sfuggire all'attenzione dell'istoria, onde ricordarla ne' suoi annali. Ecco quanto se ne riferisce da Tucidide nel lib. 6: Graecorum autem primi Chalcidenses, et ex Eubea navigantes cum [p. 182 modifica]Theucle coloniae Dux Naxum condiderunt. L'istesso si legge ancora nel lib. 6 di Strabone. D'Orville, cap. 15, ne stabilisce la data 736 anni prima di G. C. Et condiderunt, egli dice, ipsum Naxon anno I olympiadis 11, uniformandosi in questo al computo che ne fa Falconer nel lib. 8 di Strabone, il quale così si spiega: Primus Graecorum Theucles Chalcidensium duxit coloniam, et condidit Naxum anno. A. C. 736. Cluverio, appoggiato all'autorità di Eusebio, e dell'istessa credenza; ed aggiunge, secondo Tucidide, che tanto l'ara d'Apolline che il tempio di Diana furono eretti su i fianchi del fiume Anasis, la prima alla destra, ed alla sinistra del secondo l'altro. V. lib. i, cap. 14. L'abate de Blasi, persuaso dell'importanza della vera epoca in cui realmente i Greci per la prima volta in Sicilia si stabilirono, e dalla quale tante altre ne dipendono riguardanti la posteriore loro storia, diligentemente calcola che Teocle Ateniese approdò in Sicilia 735 anni prima di G. C., ma non lascia di addurre ragione della differenza d'un anno con quell'epoca giustamente stabilita da Falconer.
  6. [p. 182 modifica]Archegetas, Ἀρχηγέτης, parola greca dinotante principe protettore; et Apollinis Archegetae, idest ducis cujus auspiciis ductuque eo pervenissent aram quae nunc extra urbem extat extruerunt. Tucidide, lib. 6.
  7. [p. 182 modifica]Si legga ciò che Diodoro ne' suoi libri 14 e 16 ne scrisse, ove apparentemente si contraddice. Cluverio però, nel suo lib., cap. 14, riconciliando questi passi e quelli di altri autori cendo, conditum igitur fuit in hoc Tauro Monte Tauromenium oppidum ab Andramacho Olimpiadis 103, anno tertio, che corrisponde alla data stabilita da Münter. Non si sa comprendere intanto come Strabone asserisca che Tauromenium a Zancleis, qui Hyblae erant, fuisse conditum. Sembra probabile, come crede Fazello, Deca i, lib. 2, cap. 3, che il suo nome provenga dalle due parole [p. 183 modifica]greche ταῦρος ο μένος, cioè toro e forza, ardore guerriero. Pur non di meno Falconer, nel lib. 6 di Strabone, intende che taurus tragga il suo etimo da taur o tor, che in lingua ebraica o celtica significa monte.
  8. [p. 183 modifica]Naumachia, combattimento navale, parola greca composta dalle due ναῦς, nave e μάχη pugna. Naumachiarii si dicevan quelli disgraziati prigionieri o delinquenti che venivano condannati a combattervi. Quest'opera è sicuramente romana giacchè i Greci, i quali non avevano la ferocia di quel popolo, non potevano divertirsene. Tali edifizj costavano tesori immensi, ne' quali si faceva entrar l'acqua per via di canali con tale rapidità, che appena gli spettatori avevan tempo di avvedersene; e con prontezza uguale ne venivano evacuati onde nuovo spettacolo sostituirvisi. Si può da qui comprendere quali straordinare spese furono impiegate nella costruzione della naumachia di Taormina. Si dice che Cesare sia stato il primo a costruirne una sulle sponde del Tevere presso Roma, ed i preparativi per sì barbaro e crudele divertimento furon così clamorosi, che un numero immenso di forestieri da tutte le parti del mondo vi concorse. V. Svetonio, vita di Cesare, cap. 39. Claudio ne fece una sul lago Fucino, facendo passar avanti di lui i 24 vascelli al combattimento destinati. Gl'infelici che in quel brutalissimo sollazzo, degno del feroce cuore di Claudio, doveano cader vittima, gli dissero: Ave, Imperator, morituri te salutant: ed egli ordinò sull'istante la zuffa, loro freddamente rispondendo avete vos. Nerone, facendo perciare la montagna che separa questo lago dal fiume Lire, volle che 19 mila uomini vi combattessero; e per aggiungere inaspettato orrore a quel massacro in sè stesso abbastanza orribile, onde meglio deliziare l'infernale anima sua, fece sortir dall'acqua ogni sorta di mostri marini.
  9. [p. 183 modifica]I teatri greci eran composti di tre parti [p. 184 modifica]principali, la scena, il teatro propriamente detto e l'orchestra. Scena, parola latina, da σκενή greca, non significava che un intreccio d'alberi per coprirsi dal sole; ma fu in seguito adottata per quella parte del teatro, daddove gli attori sortivano, e per riporvisi le macchine e le decorazioni che in tragiche, comiche e satiriche venivano distinte. Era la medesima compartita da tre grandi archi o porte. La centrale era chiamata reale, e forestiere le due altre. L'oggetto principale della decorazione situavasi nel mezzo ed a' lati venivano distinte le lontane prospettive. Da noi si usa tutto il contrario. Avanti a questo vi era un grande e libero spazio detto προσκηνιον, avanti scena, ove gli attori rappresentavano, dal quale uno o due gradini scendendo si andava al θυμέλη, altare, in cui sagrifizj a Bacco si offrivano. Tutto ciò costituiva la scena. Il teatro era quasi l'intero dell'edifizio ed abbracciava l'orchestra e la porzione circolare fissata per sedervi gli spettatori. Ne' grandi teatri i sedili erano interrotti da alcuni ripiani detti dal nome latino precinzioni da praecingere, che ordinariamente si costruivano ad ogni nove file di sedili, due de' quali servivano per una precinzione. Questi erano intersecati da picciole scale, per dare il comodo alla gente di salire e scendere, le di cui aperture erano denominate vomitorj, dall'osservare che le persone sboccavano da questi, come se fossero state vomitate. La parte de' sedili intercetta tra due di esse scale, si addimandava cuneo perchè in effetto ne prendea naturalmente la forma; e da qui tutti quegl'individui, che a cagione del cattivo loro costume o circostanze non erano ammessi a sedere nel teatro, si chiamavano discuneati. In que' pubblici luoghi si usava ogni distinzione, e perciò eran tutti gli spettatori destinati a prendervi seggio secondo il ceto e la dignità che onorava. L'orchestra finalmente deriva il suo [p. 185 modifica]nome dal greco ὀρχησής, danza, ed era il luogo fissato per i subalterni rappresentanti, cioè cantanti, ballerini ed istrumentisti, i quali tra un atto e l'altro, oppure alla fine del grande spettacolo solevano i loro pezzi esercitare.
    I Romani, che presero da' Greci l'uso de' teatri, avevano pur non di meno qualche diversità nella ripartizione. La vera differenza consisteva nell'uso dell'orchestra, perchè la romana era destinata per il luogo degli imperatori, consoli, senatori, edili e delle vestali, alla quale si dava il nome di podium che significa balaustrata. Questa nazione come la greca prodigava tutta la sontuosità, magnificenza e ricchezza in tali edifizj. Semplici privati dissipavano incredibili somme. I più superbi furono quelli eretti da Emilio Scauro e C. Curione. Si dice che il primo conteneva 80000 spettatori; il secondo era composto di due teatri, che girando intorno un perno univansi per formare un anfiteatro.
    Le donne non montavano le scene degli antichi teatri a causa della debolezza della loro voce. Gli eunuchi ne adempivano le funzioni; ed affinchè la voce si facesse meglio e più distinta sentire, oltre l'echee o vasi di bronzo ideati e supposti da Vitruvio usarsi per tale oggetto, Guglielmo Schlegel, nel suo Trattato di letteratura drammatica, lez. 3 ci dà ragguaglio che si compensava con grand'arte la diminuzione dei differenti generi d'effetti prodotta dalla lontananza, dando agli attori certe maschere costruite di sorte da rinforzare la voce ed aggrandendo la loro statura col coturno.
  10. [p. 185 modifica]Il pulpito ed il proscenio presso i Romani erano l'istessa cosa. ossia il luogo più elevato, che corrisponde al nostro palco scenico.
  11. [p. 185 modifica]Questo teatro è di romana costruzione, per quel che in atto dalla sua costruzione ed architettura si scorge. È facile però, come alcuni credono, che sia stata un'opera greca, alla quale i [p. 186 modifica]Romani apprestarono de’ cambiamenti e delle restaurazioni
  12. [p. 186 modifica]La traduzione di quel testo greco è la seguente: In Sicilia il nevoso Etna colonna del cielo preme l’irsuto petto di costui (Tifone) e lo incatena.