Viaggio in Sicilia (Münter)/Viaggio da Girgenti a Siracusa
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VIAGGIO
DA GIRGENTI A SIRACUSA.
Io lasciai Girgenti li 6 dicembre 1785, ma soddisfar non potei il mio desiderio di vedere Castrogiovanni, l'antica Enna dalla favola, e da' poeti tanto altamente celebrata, la quale, situata nel mezzo del paese, fu chiamata l'umbilico di Sicilia, come Delfo il centro della terra, per lo che Pindaro ed altri le diedero il nome di ὀμφαλός τῆς γῆς[1]. Nel mese d'inverno possibil non è di viaggiare per l'interno dell'isola, ove le strade sulle montagne coverte sono di profonda neve, e irrigate da molti torrenti le valli, sopra de' quali nè ponti, nè altri mezzi di passaggio vi sono, per cui i viaggiatori sono spesso trattenuti, oppure un più lungo giro costretti di fare. Dopo che io considerai tutto questo in compagnia de' miei amici di Girgenti, dovetti abbandonare il mio progetto di vedere alcune parti della Sicilia dal mare lontane, e mi trovai in conseguenza nella necessità di recarmi in Siracusa per la strada usitata. Viaggiai per mezzo una piacevole e ben coltivata contrada che alla più ricca di tutta l'isola appartiene, perchè in grande abbondanza pistacchi e mandorle produce, ed oltre di ciò ha ricchissime miniere di solfo, ove questo si trova affatto in massa quasi trasparente e di un bellissimo color giallo. Miniere siffatte si estendono nelle vicinanze di Palma, città di mediocre grandezza situata miglia dodici italiane da Girgenti.
Ivi mi trattenni mezza giornata, e niente osservai di particolare se non un albero di palma in mezzo del mercato. Questo fu il secondo che io vidi in tutta la Sicilia, e produce fiori e datteri, i quali sono ugualmente gustosi che gli africani. Da qui è da convincersi che tali alberi prosperar possono in tutta l'isola e forse ancora nella bassa Italia, e divenirvi indigeni; e quindi dovrebbe l'agricoltore acquistare quest'altro ramo di nutritura, perchè pochi di questi alimentar potrebbero una picciola famiglia, mentre i loro frutti, come assai piacevoli, sarebbero generalmente ricercati. I piccioli selvaggi alberi di palma, chiamati da Linneo Chamaerops humilis, che in detta isola crescono in gran dovizia, e che chiamati sono giummarre, restano ordinariamente assai bassi. Sono stato assicurato da persone istruite che entrambe queste piante non sono le sole comuni con quelle dell'Africa, perchè lo scirocco può di leggieri i semi da quel paese sulle coste di Sicilia gettare.
Dopo un breve cammino da Palma nella città di Licata arrivai. Giace la medesima alle falde d'un alto monte, e immediatamente al mare. Il di lei porto è assai pericoloso, e precisamente quando soffia forte vento di scirocco che vi è rimpetto. Io vi giunsi dopo poche settimane che un bastimento d'Olstein aveva naufragato nel porto stesso. Osservai il luogo ove questo disastro successe, il quale soltanto pochi passi era dalla spiaggia distante. Gran contesa tra gli antiquarj è insorta, se Licata sia la famosa Gela o Phintia, fabbricata da Phintia dopo aver distrutta Gela, i di cui abitanti popolarono quella città. Forse i due partiti hanno in certo modo ragione, perchè quando Licata non fosse l'antica Phintia, pur non di meno ha potuto portare il nome di Gela in memoria di essa, dalle cui rovine fu quella fabbricata e da' suoi abitatori popolata[2][3].
Non altro vi si può ammirare che una sola antica greca iscrizione che fu ritrovata ne' suoi contorni, considerata come una prova che Licata sia Gela, perchè parla del popolo gelese; benchè molti accidenti potrebbero essere stati cagione che quella iscrizione là rinvenuta si fosse. La medesima, inserita in tutte le più celebri collezioni d'iscrizioni, è nella miglior maniera rapportata in D'Orville sicula e nell'opera del Principe di Torremuzza. Contiene questa i nomi di molti giovani, che ne' giuochi olimpici in epoche diverse trionfarono, e che furono in conseguenza coronati. Il suo dialetto è dorico, perchè i Gelesi erano dorici. La sua antichità è molto lontana, quando questa provenga da Gela, la quale fu distrutta 60 anni dopo la fondazione di Siracusa, oppure 680 anni prima della nascita di Gesù Cristo. Pur non di meno la nuova forma delle lettere fa credere che non sia di alta antichità, o che riguardar possa gli abitanti di Phintia come quelli di Gela, giacchè non è interamente inverisimile che il popolo di quella abbia portato il nome di questa. Presso Licata ha la sua foce il fiume salso l’antico Himera[4]. Questo è famoso per una vittoria che Agatocle sulle sue rive riportò contro i Cartaginesi. Il monte, alle cui falde è sita Licata, è appunto l’Ecnomus, su del quale, secondo il rapporto di Diodoro, il tiranno Falaride costruì un castello, da lui usato per farvi morire i suoi nemici che vittime nelle sue mani cadevano. Colui ch'era condannato a morte, veniva racchiuso nel cavo ventre d'un bue di bronzo, il quale si faceva per sì crudele oggetto arroventire. La sua bocca era in modo conformata, che il gemito de' moribondi imitava il naturale muggito dell'animale. Falaride ricompensò il nobile artefice che costruito avea quell'opera, con farvelo morire[5].
Io camminai per mezzo i campi, chiamati da Virgilio Geloi, assai presso la spiaggia del mare, e giunsi dopo corto viaggio a Terranova, che su d'un'altura, in mezzo una molta amena e ben coltivata campagna, lieta s'innalza stendendosi verso il mare. Questa è ben costruita, gode mediocre prosperità, parte per il commercio di grani e parte per abitarvi molte facoltose persone della bassa nobiltà. Tutti coloro che credono Licata essere l'antica Phintia, fa mestieri che qui od in queste vicinanze ricerchino Gela. Ciò si accorda con il diario di Antonini, il quale sostiene essere stata Gela ad XL lapidem d'Agrigento, che forma appunto la distanza tra Girgenti e Terranova; ora il fiume Gela ha la sua foce. Questo è chiamato da Strabone Γαυδων e ne porta tuttavia il nome, lo che servir può di dimostrazione che Terranova nel luogo stesso di Gela è costruita.
Questo paese, come si è già fatta menzione, fu eretto da due colonie che vennero da Creta e Rodi, e per situarsi nel medesimo sito si riunirono. Era Gela assai potente e ricca. Tracce della passata sua floridità ancora si manifestano nelle molte monete d'argento, che nei contorni di Licata e Terranova si sono scoverte, la di cui comune impronta è Hibon, divinità della Campania e Sicilia, simbolo dell'agricoltura sorgente della sua ricchezza.
Da' tempi i più lontani, gli abitatori di essa furono detti Γελωοι. Tal nome si legge costantemente nelle monete, per cui da Virgilio le adjacenti sue campagne col nome di campi geloi sono descritte[6]. In seguito ebbero quello di Gelenses come da Cicerone si rileva; e sembra forse probabile che, secondo D'Orville, lo presero dopo la devastazione di Gela, e come in Phintia si ricovrarono. L'istesso Virgilio chiama Gela immaris, lo che offre una prova che la medesima sia stata grande, benchè non si abbiano su di ciò documenti più esatti. Tale soprannome che le ha dato Virgilio, sembra piuttosto derivarlo da Gelone, Trasibolo e Terone, a cagione delle grandiose loro azioni.
La presente città di Terranova fa commercio grande di canape, e particolarmente di soda e cotone, che si producono nella contrada. Essa contiene 10 mila anime, e la sua prosperità si lascia rilevare da' dazj che la medesima con il suo territorio paga annualmente al duca di Monteleone suo attuale barone, che montar si fanno a 40 mila scudi.
Da Selinunte sino a Terranova andai quasi sempre lungo la costa del mare. Indi m'inoltrai un pajo di miglia in una deliziosa e ben coltivata valle entro terra. Attraversai Biscari, picciola città che porta il titolo di principato a chi ne ha il possesso. Ivi giacea la celebre ed antica Camarina, di cui non altro più rimane che un pezzo di muraglia che apparteneva alla cella d'un tempio. Questa città era situata presso il fiume Hipparis che adesso porta il nome di Camarana, come lo ha ben anco un casale ivi vicino. Nei più vetusti tempi Camarina, secondo il Comentario di Eustachio, nel libro sesto della Odissea, fu chiamata Hypperia, sede de' Pheaci, i quali scacciati dai Ciclopi scelsero la loro dimora nell'isola di Sceria, che portò un tempo il nome di Corcira. Dopo venne abitato l'istesso luogo da una colonia siracusana che vi si stabilì 130 anni dopo la fondazione di Siracusa, ossia anni 600 prima dell'era volgare. L'amicizia tra la città principale e quelle delle colonie ch'era solita mantenersi, non durò lungo tempo tra quelle due popolazioni. Divenuti i Camarinesi da bel principio ricchi e potenti, e quindi superbi, una ribellione contro i Siracusani suscitarono, i quali sembra che mantenuto avessero sopra di coloro un certo dominio. Furono in conseguenza i Siracusani costretti di rivolgere le armi contro la loro propria colonia, che la molestarono per l'intero corso di anni sedici[7].
Camarina ebbe in seguito nuovi abitatori di Gela; ma sembrava che lo spirito di rivolta diretto si fosse in questo paese; giacchè per la seconda volta esternossi; per lo che Gelone, tiranno di Gela e poi di Siracusa, distrusse Camarina che fu poscia dai di lui abitanti di nuovo provveduta. Essa andò crescendo in potere e considerazione, perchè Pindaro ce lo fa conoscere, quando egli la chiama καμαρινα λαοτρῳος[8] in un inno da lui composto ad un trionfatore ne' giuochi olimpici[9].
Nelle guerre puniche Camarino si gettò sempre nel partito de' Cartaginesi; fu vinta da' Romani e probabilmente per la terza volta devastata, perchè costoro vi mandarono una nuova colonia. Questa è l'ultima notizia che noi abbiamo di questa città, la qual ebbe uguale sorte con tutte le altre grandi che fiorirono un tempo sopra di quel littorale. Non vi è forse luogo in Europa ove tanto apparentemente possa l'uomo persuadersi della vanità di tutte le grandezze terrestri quanto in Sicilia, in cui si osservano gli avanzi di vetustissime opulente città, e i siti su de' quali esse si ergevano: Hem nos homunculi indignamur, si quis nostrum interiit aut occisus est, quum uno loco tot oppidorum cadavera projecta jaceant[10].
Presso Camarina esiste un lago già dagli antichi menzionato, per mezzo del quale scorre il fiume Hypparis che alla nazione dava il comodo di poter trasportare nella città gli alberi che si tagliavano sul monte. I suoi vapori erano assai malefici, come lo erano quelli di Selino. I Camarinesi consultarono un oracolo che probabilmente nelle vicinanze si venerava, e fu loro risposto, esser meglio lasciarlo come si trovava[11]. Pur non di meno fu da quei paesani fatto disseccare, e da questo lato si avvicinò il nemico che distrusse la città. Questo lago al presente è nella maggior parte di terra coverto.
Molti vasi greci d'un bellissimo disegno con una quantità d'altri lavori in creta ritrovati si sono nelle adjacenze di questa città. Il fu Principe di Biscari, proprietario del terreno, vi fece degli scavi, impiegandovi i Cappuccini, della cui poltroneria era disgustato. I più belli vasi quivi rinvenuti furono portati nella sua raccolta in Catania, de' quali in seguito si terrà parola. Tutti questi descritti luoghi sono nominati da Virgilio nell'Eneide, e propriamente nel viaggio d'Enea nel Mediterraneo. Io ne ho di già alcuni versi rapportato, ma qui sarà grato di leggerne l'intero passo.
Hinc altas cautes projectaque saxa Pachini
Radimus et fatis nunquam concessa moveri
Apparet Camarina procul campique Geloi,
Immanisque Gela, fluvii cognomine dicta.
Arduus inde Agragas ostentat maxima longe
Mœnia, magnanimum quondam generator equoteque
datis linquo ventis palmosa Selinus, (rum.
Et vada dura lego saxis lilybeia cœcis.
Hinc Drepani me portus, et illætabilis ora
Adcipit . . . .
Da Biscari andai in Chiaramonte, città della contea di Modica, che giace sull'altura di un monte, dalla quale si scuopre l'intera costa, ove Camarina, Gela e Finzia s'ergevano. Economo, al di cui piede è costruita Licata, chiude la prospettiva. Il giorno seguente feci una sufficiente prova della qualità delle montuose strade di Sicilia, giunto essendo in una lunga scoscesa, sterile montagna che piuttosto meritava essere la dimora della morte che degli uomini. Erano le strade sovrattutto incomode, estremamente strette, precipiti ed assai pericolose. Nelle valli soltanto vedeansi segni d'alberi e di case, dove qualche impraticabile fiumicello scorreva, che giù dalle montagne precipitavasi. Tra queste rocce due non insignificanti paesi sono edificati, Modica e Ragusa. Uno in distanza ne vidi, la cui situazione non isvegliò in me il piacere di osservarlo. Dopo un dispiacevole cammino di mezza giornata arrivai finalmente in Noto, città, quantunque non grande, pur non di meno bella e su d'un delizioso poggio elevata, che gode la veduta sopra fertili campi di grano, e sul vicino campo passerò l'antico Pachino[12].
Dell'antico Neetum vi sono adesso pochissimi resti. Giaceva questo su d'una scoscesa collina otto miglia italiane da Noto e da Siculi, probabilmente costruito in epoca, in cui i Greci, non ancora padroni dell'intera isola, avevano però discacciati i primi abitanti di essa da Siracusa e sua spiaggia. Ducezio, re de' Siculi, nacque in quel paese; e presso di questo trovansi i resti di un'antica quantunque poco celebre città, Elorum, della quale a' tempi di Cluverio vedeansi gli avanzi d'un teatro, d'una peschiera da Plinio menzionata nel lib. 32, cap. 2, e delle sue muraglie. Ora non rimangono a vedersi che isolati dispersi frantumi. Io non volli esaminarli per non essere degni d'osservazione, e perchè desiderando recarmi in Siracusa, perder non voleva due giorni guardando un insignificante muro.
In Noto feci conoscenza con il barone Astuto per uno de' più valenti conoscitori d'antichità molto stimato, e che un'eccellente collezione di monete siciliane possiede. Egli me la fece con grande officiosità esaminare, e mi regalò una quantità di duplicati delle medesime, per accrescere la mia picciola raccolta. La sua è quasi completa, e contiene, oltre di quelle pubblicate dal Principe di Torremuzza, molte altre ancora non ben conosciute monete che l'istesso Barone ha intenzione di render note ne' di sopra nominati opuscoli di autori siciliani.
Dalle osservazioni su d'una ben ordinata e perfetta collezione delle antiche monete di Sicilia si acquista la giusta idea della ricchezza ed alta coltura, a cui giunse quest'isola; perchè la quantità delle diverse impronte che ciascuna città siciliana avea, non eccettuate le picciole, è incredibilmente grande; e la graduata varietà delle monete tanto in oro che in argento, riguardo la grandezza ed il peso, dimostra in quale abbondanza siano queste circolate. Le più vetuste facilmente sono conosciute dallo stile egiziano, oppure da quello etrusco de' disegni, dall'antica ortografia delle parole greche e dall'antica figura delle lettere. Si trovano molte monete segestane, messene e siracusane, su delle quali le parole scritte si veggono da dritta a sinistra, e la di cui ortografia e la forma delle lettere si allontanano dalle moderne. Si vede, per esempio, la più vetusta Digamma sopra le monete d'Eraclea: su quelle di Messina si legge ΔANKLE per ZAΓKΛH. Vi si vede inoltre il miglioramento dell'arte che giunge a tale perfezione, che appena nelle più belle greche monete dell'epoca di Alessandro si manifesta. Le più eccellenti sono le grandi tetradrachmen d'Agrigento, Siracusa e Catania[13].
Sopra tutto sono le siciliane e dopo queste quelle della bassa Italia le più belle di tutte le greche; e chi è avvezzo ad esaminare i loro disegni e la loro scultura, sa trovare una gran differenza tra queste e quelle degli antichi Romani, ancorchè appartengano all'epoca la più florida delle arti in Roma, d'Augusto sino agli Antonini. Le siciliane sono per altro riguardo degne di meraviglia, perchè mostrano quanto la nazionale fisonomia degli antichi Siciliani uguaglia quella dei moderni. Ho veduto sì in Siracusa che in Catania teste di signore, particolarmente ragazze, interamente simili alle più belle da me ammirate sulle medaglie. Così la natura ed il bel clima conservano gli stessi lineamenti nella terra medesima, benchè il sangue mischiato, si sia con quello de' Normanni, Saraceni, Tedeschi e Spagnuoli; mentre l'esperienza dimostra che negli altri climi meno dolci la fisonomia nazionale facilmente si cambia, ancorchè la popolazione non si sia così considerevolmente unita con le straniere[14].
Oltre la menzionata collezione di monete siciliane, greche e romane, possiede ancora il barone Astuto una mediocre raccolta di sarcofaghi, di picciole e grandi statue, di busti, d'iscrizioni; ma non sono d'importanza veruna, tanto più che costui in grandissima parte ne ha fatto acquisto in Italia particolarmente in Roma, e non sono in conseguenza opere siciliane.
A mezzogiorno partii da Noto, ed era io così vicino a Siracusa che sperava di giungervi la sera stessa. Ma tosto che passai Avola fui preso da una terribile tempesta, per lo che dovetti ritornare in questo piccolo paese. Ciò mi faceva differire d'una mezza giornata il mio viaggio, e mi era anco dispiacevole, per essermi negato all'invito di detto barone Astuto, di passare l'intera giornata con lui. Una lunga notte, ed al tempo stesso nojosa, me ne castigò; ma il giorno appresso, il dì 12 dicembre, ebbe termine il mio malcontento. Mi avvicinai a Siracusa; vidi la veneranda testa dell'Etna, coverta di eterne nevi, ergersi sopra l'orizzonte, e giunsi finalmente nel distretto stesso di quella città, passando presso l'Olimpo sul fiume Anapo.
- ↑ [p. 272 modifica]Ὀμφαλός τῆς γῆς, significa umbilico della terra. Diodoro, lib. 5, lo chiama meglio Σικιλίας ἐμφαλός, umbilico della Sicilia e Callimaco nell'inno a Cerere lo nomina ὀμφαλός Ἕνναν, umbilico di Enna. Questa città fu edificata da' Siracusani sotto il comando di Enno, dal quale prese il nome.
La medesima è stata molto celebrata da' poeti a causa del ratto di Proserpina e d'uno assai magnifico tempio alla di lei madre Cerere consegrato. Questo e uno de' tre che innalzati si vogliono in onore di essa, e da Gelone fatto costruire. V. De Blasi, lib. i, cap. 10. Era il più venerato in tutta l'isola non solo da' nazionali stessi, ma ben anco dagli esteri. La superstizione fu portata tanto oltre, che Cicerone, lib. 4 in Verre, fa fede che simulacrum Cereris unum, quod a viro non modo tangi, sed nec aspici quidem fas fuit. Gli altri due tempj di Cerere erano in Catania e Siracusa, del primo de' quali ne fa menzione Diodoro nel lib. 11, ove rilevansi queste parole: Post haec Gelo Cereri quoque in Ætna fanum aedificare instituit. Questo scrittore si lascia tanto trasportare in lode di Enna, che nel quinto libro, tra le altre meraviglie, assicura che tanta illic odorum fragrantia esse dicitur, ut canes ad feras indagandas emissi facultate sensus impedita odoratu feras investigare nequeant. Adesso di tutto quel superbo edifizio, e della splendida e pomposa grandezza di questo paese non rimangono che appena supposti rottami, i quali degni sono di esser mirati. - ↑ Diodoro, lib. 22.
- ↑ [p. 273 modifica]Gela fu fabbricata da Antifemo di Rodi ed Eutimo di Creta 45 anni dopo la fondazione di Siracusa, ossia 690 anni prima di G. C., come si rileva dalle parole di Falconer nel lib. 6 di Strabone. Antiphemus Rhodius, et Eutimus Cretensis Gelam condiderunt anno ante Christum 690. Altri antichi e dotti scrittori ugualmente l'attestano, come Tucidide, nel lib. 6, in cui si trova espresso che Antiphemus e Rhodo, et Eutimus e Creta suam uterque coloniam ducentes communiter condiderunt anno 45 post Siracusas habitari cæptas; atque huic quidem urbi a Gela flumine nomen positum fuit. Questo fiume al presente si chiama Salso a causa delle sue acque, le quali passando per cave di sale ne acquistano il sapore. Credesi che questa città derivi forse il suo nome dal riso che Antifemo fece all'oracolo, nell'additargli il sito dove costruire egli dovea una città, perchè γὲλως, in lingua greca è l'istesso che riso. V. Cluverio, lib. 14. Nel lib. 3 dell'Eneide si trova scritto: Immanisque Gela fluvii cognomine dicta, e secondo Bouchart, lib. i, cap. 29, che tutto vuol far venire dall'arabo, asserisce che quel nome si tragga da Bela, ossia vortice, e che gli Eolj ed i Dorj, come erano i due nominati fondatori, sostituiscono la Γ alla B; e quindi se ne ricava Gela, nome dato a quel fiume, che secondo il detto autore è vorticoso.
- ↑ [p. 273 modifica]Imera meridionale, perchè il settentrionale si chiama fiume Grande.
- ↑ [p. 273 modifica]Le parole di Diodoro, lib. 19, sono le seguenti: Tenebant autem Carthaginenses Ecnomen nefarium collem ubi Phalaridis castellum fuisse ajunt. In hoc taurum aeneum habuisse etc. Plutarco, ne' suoi Paralleli num. 39, rapporta essere stata una vitella di bronzo; aeream buculam confecit, ed aggiunge che Egestae quae Siciliae urbs est, saevus quidam fuit tyrannus Emilius Censorinus donis eos afficiens, qui nova invenissent tormenta. Vi fu un [p. 274 modifica]certo Arunzio Patercolo che un cavallo di bronzo sul modello del toro costruì, e che avendolo presentato a Censorino, questi ve lo fece bruciare e poscia lo fece gettare dal monte Tarpeo. Eum comprehensum de monte Tarpejo dejecit. Non si sa ove sia questo monte Tarpejo presso di Segesta. Plutarco cita il quarto di Aristide, ma le sue opere dalle quali avrebbe potuto ricavarsi schiarimento, più non esistono. Sarà forse così chiamato ad imitazione di quello di Roma.
- ↑ [p. 274 modifica]Il y a une ville, qui sans doute est l'ancienne Gela. La Martinière, Diction. Géog. Niente è rimasto d'antico in questo paese che una vetusta ingente colonna d'ordine corinzio con un immenso architrave. V. Cluverio, lib. i, cap. 15. D'Orville, parte i, cap. 6.
- ↑ Marliano Eracleota lo racconta ne' seguenti versi:
Μεγαρεις Σελινούντ'οἲ Γελώοι θ'εκτισαν
Ακραγαντα Μεσσηνην δ'Ιονες εκ Σαμου
Συρακουσιοι δε την Καμαριναν λεγομενην
Ουτοι δε ταντην ηραν εκ βαθρων παλιν
Προς έξ ετη και τετρακοντ' ωχημενην[1]. - ↑ Pind., Ol. V.
- ↑ [p. 274 modifica]Καμαρινα λαοτρόφος, nudrice del popolo, perchè quest'ultima parola greca è composta dalle due λαός, o τρόφος, cioè popolo e nudrice. Si è veduto, secondo l'ultimo testo di Marciano, che Camarina fu edificata dai Siracusani. L'istesso asserisce Strabone nel lib. 6. Camarina Colonia Syracusanorum, e Tucidide, nel lib. 6, rapporta così: Camarina quoque primum a Syracusanis fuit condita ferme 135 an. postquam Syracusae conditae fuerunt; secondo questo istorico, Dascone e Menecolo ne furono i fondatori.
- ↑ Cicer., ep. fam. 6.
- ↑ Με κινει Καμαριναν ακινητοξ γαρ αμεινιον με ποτε κινησας την μειονα μειξονα θηιης.
Anth., lib. 5. Lubini[2].
- ↑ [p. 275 modifica]Questo promontorio trae la sua etimologia dal greco παχυς, che significa grasso. Pachyni promontorium est austrum spectans, unde et Pachynum dictum ab aeris crassitudine. Servio in Virgilio, lib. I. Eneide. Bouchart però, lib. 1, cap. 27, fa derivare quel vocabolo dall'ebraico bachum, torre di osservazione; e siccome i Greci cambiano il B in Π, se ne forma in conseguenza la parola πακῢς.
- ↑ [p. 275 modifica]Digamma è la lettera F, la quale veniva usata in vece della V consonante. Proviene questa parola dalle due greche δις e γαμμα, cioè due volte gamma, perchè la lettera F ha la forma di una doppia Γ gamma.
- ↑ [p. 275 modifica]Nel l. c. di Cicognara si legge che un viaggiatore inglese aveva fatto simili osservazioni in Tartaria. Egli sostiene, con il paragone di alcuni molto vetusti monumenti, che in quella asiatica regione le fisonomie non sieno cambiate, ma fa vedere altresì che han sofferto cambiamento nell'India dopo che divennero Indosciti i suoi discendenti che presero costumi totalmente opposti a quelli de' loro antichi.
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