Viaggio in Sicilia (Münter)/Viaggio da Palermo a Girgenti
| Questo testo è riletto e controllato. |
| ◄ | Palermo | Girgenti | ► |
VIAGGIO
DA PALERMO A GIRGENTI.
Dopo una residenza di quasi tre settimane in Palermo, a 20 novembre 1785 diressi il mio viaggio nelle parti meridionali della Sicilia in compagnia del sig. Gibbs, giovane uffiziale americano. Noi andavamo a cavallo secondo l'usitata maniera in Sicilia, ed avevamo con noi una guida armata, chiamata volgarmente campiere. Questa sorta di gente forma una particolare squadra, che ne' tempi andati serviva per perseguitare i banditi; adesso però che questi non infettano più l'isola, serve pen accompagnare, o assistere i viaggiatori per un prezzo assai discreto. Noi fummo provveduti d'ordini del Vicerè e di monsignor Monarchia a' magistrati ed ai monasteri della città, per darci da pernottare, e tutto ciò che ci sarebbe stato di necessità. Alcune altre lettere di privati ci furono date per viaggio, di modochè si trovava sempre da noi una camera ed un letto, sebbene qualche volta con difficoltà e stento, particolarmente quando ciò accadeva verso sera. Gl'incomodi intanto si dimenticano al momento che sono passati, mentre un sonno quieto, ancorchè fosse in un letto da cappuccino, fa le perdute forze riacquistare. Partimmo dunque da Palermo verso Monreale, di cui ho già parlato, e demmo l'ultimo congedo alla bella e fertile valle della capitale dall'altura di quel paese.
La buona strada di Palermo a Monreale non va più lungi da questa città. Al di lì non si trova quasi vestigio alcuno di pubblica carrozzabile strada; e quindi l'unione ed il traffico tra le città siciliane sono straordinariamente impediti, ed incerti tempi tagliati, quando copiosa neve vi cade. In vece di strade non vi sono oltre di quel paese, che soli sentieri, su de' quali appena due cavalli possono andare tra loro vicini: e poichè l'intera contrada è molto montuosa, e di nude balze ripiena, così tali passi sono assai ripidi, formando al tempo stesso delle tortuosità che allungano sino a trenta miglia circa la strada di Palermo ad Alcamo, che in linea retta non sarebbe più di diciotto[1].
Alcuni piccoli insignificanti boschetti s'incontrano. La popolazione non è grande, non avendo io attraversato che due o tre insignificanti casali. Il terreno all'opposto è fertile. Aloè ed una specie d'alberi con larghe foglie ripiene di pungoli innumerevoli (cactus opuntia, Lin.) nascono soprattutto in quantità incredibile ancora sulle più dure rocce. Il tronco dell'aloe, che porta fiore e frutto, s'innalza sino a cinque, o sei braccia, le di cui foglie ne sono spesso lunghe da due sino a tre. Di queste se ne fanno corde, ma non so se vi sia in Sicilia qualche ordinaria fabbrica, dove si lavorino. Con le due suespresse piante formano i contadini delle siepi, che impunemente non si possono attraversare. La strada mi conduceva spesso in giardini, da' quali aveva ragione di osservare, a quale alto grado potrebbe questo suolo esser coltivato; giacchè spesso vidi in uno stesso luogo vigne, oliveti, alberi di fico ed ortaggi assai vicinamente tra loro mischiati e confusi, mentre di quando in quando in mezzo a queste piante qualche albero eccelso signoreggiava, come se destinato espressamente fosse stato a difendere le medesime da' raggi del sole. Io vidi una picciola porzione di terra coltivata, e tutta la rimanente era in abbandono lasciata. L'aratro può appena intromettersi cinque pollici, per poter gettare sul terreno la semenza, la quale suole produrre trenta volte di più[2]. Questa felice regione è così fertile, e sono così veri i racconti degli antichi su tale oggetto ancora ne' più lontani tempi, che n'è derivata la favola, che Cerere abbia abitato in Enna in mezzo dell'isola, e che da lì andò questa Dea in Grecia per cercare sua figlia, ed insegnare l'agricoltura agli uomini. In quegli antichissimi tempi il grano prosperava da se in Sicilia, e Riedesel sostiene d'aver veduto orzo ed avena selvaggi; ma non è adesso affatto possibile di potere discernere ciò ch'è veramente grano selvaggio, o coltivato. Una cosa alquanto simile a questa si può osservare nelle rovine della villa d'Adriano in Tivoli, ove si trovano ancora piante asiatiche, che sono esotiche in tutta l'Italia, e dalle quali si opina che queste siano rimaste, da' giardini di quell'imperatore, dove le medesime crescevano.
La prima città nella parte occidentale della Sicilia è Alcamo, situata e fortificata da' Saraceni in un piccolo monte, che verso il mare si stende, ed in conseguenza assai moderna, per potere contenere qualche cosa di osservabile per un viaggiatore antiquario[3]. Pur non di meno è questa una delle più considerabili città municipali; ha tredici mila abitanti, e paga quattro mila once annue al re, e cinquecento al duca d'Alba grande di Spagna, il quale oltre di questa somma gode di altre grandi possessioni in Sicilia, e ne gode per quanto ne so, in Calabria.
Circa sei miglia d'Alcamo giacciono le rovine dell'antica Egesta, o Segesta, nomi datile dagli antichi, e che porta sulle proprie sue monete. La di lei origine deve essere dardana, giacchè si crede che la medesima fu eretta da colonie trojane, che si stabilirono in questa contrada. Virgilio stesso sembra volerlo dire:
. . . . Sunt et siculis regionibus urbes |
e da questo passo Servio ne rapporta circostanziatamente l'origine al fondatore Aceste. Secondo tale scrittore ebbe costui due fratelli, che fabbricarono Erice ed Entella. L'epoca in cui Segesta fu edificata è difficile a stabilirsi; pare intanto dal primo libro di Dionisio di Alicarnasso e da Virgilio, che il suo principio ebbe luogo da' Trojani, che vennero al seguito parte d'Enea, parte d'Aceste e d'altri ancora.
Interea Eneas urbem designat aratro,
Sortiturque domos; hoc Ilium, et hæc loca Trojæ
Esse jubet, gaudet regno trojanus Acestes.
Che questo rapporto di Virgilio sia un'antica tradizione de' Romani, lo dimostra ancora un passo di Cicerone nella sua terza orazione contro Verre. «Segesta est oppidum pervetus in Sicilia, quod ab Enea fugiente a Troja, atque in haec loca veniente conditum esse demostrant. Itaque Segestani non solum perpetua societate atque amicitia, verum etiam cognatione se cum populo romano conjunctos esse arbitrantur. Questo non è però che un racconto incerto, a cui non può prestarsi sicura credenza, essendo (come in tutti gli avvenimenti metà favolosi e metà istorici) assai difficile anzi interamente impossibile di determinare i limiti tra la favola e l'istoria[4].
Segesta bisognò che fosse abbastanza potente, perchè fu una volta in guerra, saccheggiata e conquistata da' Cartaginesi durante la medesima. La più remota sua istoria è interamente incognita. Si sa che aveva un porto nelle coste occidentali dell'isola chiamato l'Emporio degli Egestani. La distruzione di essa città ebbe probabilmente luogo nelle guerre de' Saraceni. Tra le sue rovine alcuni avanzi si osservano di antiche muraglie costruite con grosse pietre; alcuni resti d'un teatro ancora più estesamente scoverto a' tempi nostri dalle cure del dotto Principe di Torremuzza, il quale con toglier via la terra ha ritrovato molti sedili e diverse porte, per le quali gli spettatori entravano per sedersi. Degno particolarmente di osservazione è un tempio d'antico dorico stile assolutamente intatto, giacchè nell'anno 1781 ciò che sembrava volersene cadere fu ristaurato[5]. Consiste questo tempio in un rettangolo con 36 colonne lisce, la quale forma hanno tra loro di comune tutti li più vetusti tempj d'ordine dorico. Ciascuna colonna ha la sua propria base; l'architrave ha i suoi triglifi, e l'ingresso ha un alto frontispizio. Nell'interno vi si trovano ancora larghe lastre di pietra, che servivano di rivestimento del suolo; ma non evvi traccia veruna di cella, o d'intercolonni, che forse non ve ne saranno giammai stati, come ancora nessun vestigio di tetto vi si osserva. Che i Greci non ne avevano in quei di Cerere, se ne ricorderanno i lettori in Cornelio Nipote, il quale racconta che Pausania in Isparta fu costretto morirsi di fame, dopochè egli aveva preso per suo rifugio un tempio aperto, di cui se ne murò la porta della cella donde non era permesso di obbligarlo ad uscire[6]. Le dimensioni di tal edifizio sono disegnate ne' viaggi di Riedesel. Questo intelligente artista congettura, a causa della decorosa sua architettura, che il medesimo sia più fresco di quelli di Pesto e di Girgenti. Esso erge il magnifico suo aspetto all'orlo d'un precipizio fuori la città, e propriamente sull'apice di piccol monte, il quale con un altro rimpetto forma una ristretta valle, per mezzo la quale scorre il fiume Crinisio tanto ben noto nell'antica favola[7]. Detti due monti sono dell'istessa molle e porosa pietra calcarea, dalla quale sono state tagliate le colonne dell'edifizio. Qui forse con più accurate ricerche scuoprire si possono le Latomie come nelle vicinanze di Pesto e Selinunte.
È ben difficile determinare a quale deità questo tempio sia stato consagrato, giacchè sappiamo da Tucidide, che in Segesta vi sia stato un famoso tempio di Venere, mentre Cicerone nelle sue orazioni contro Verre parla d'un tempio di Diana, dal quale i Cartaginesi dopo aver saccheggiato il paese avevano involato il rinomato idolo di bronzo, che Scipione restituì a' Segestani dopo avere rovinato Cartagine, finchè Verre se lo fece portare in Roma. V'è ancora fama che Esculapio ed Enea avessero ancora de' tempj in quella città; ma non vi sono istoriche prove, per poterne dare sicura decisione. Potrebbe ammettersi che quella opera fosse stata dedicata a Cerere a norma di quanto Vitruvio riferisce[8]. Ciò è probabile, giacchè non vi è stato paese in Sicilia che non avesse adorato Cerere come la più ragguardevole divinità de' Siciliani. All'opposto non può negarsi che l'istesso autore asserisce la cosa medesima de' tempj di Vulcano, Marte e Venere. Forse quello era dedicato a Venere Urania, quando dirsi potesse che una iscrizione trovata sopra luogo, in cui si nomina ΑΦΡΟΔΙΤΑ ΟΥΡΑΝΙΑ, appartenuto fosse a detto tempio[9]. Può essere ancora a Diana, che secondo Cicerone era particolarmente onorata in Segesta. Quid tota Sicilia clarius quam omnes Segestanas matronas, virgines convenisse cum Diana exportaretur ex oppido. Intanto si contrasta che il medesimo sia stato fuori le mura della città; ma non so se ben fondata esser possa tale opinione.
Le monete di Segesta, che ancora si rinvengono in questa contrada, dimostrano quanto ricca ed antica sia stata questa città; dappoichè la più gran parte è d'argento, la quale porta l'impronta della più alta vetustà, perchè le lettere hanno la forma che si osserva ne' più lontani monumenti greci, ed in alcune fa mestieri leggere dalla dritta alla sinistra nella maniera totalmente usata fra le popolazioni orientali. Esse hanno diverse marche, e particolarmente un cane da caccia, allusione della favola del fiume Criniso, che nella figura d'un cane abbia generato il fondatore della città con Egesta giovane trojana. Così sembra che Servio abbia spiegato quelle monete nelle sue note sull'Eneidi[10][11].
L'intera contrada tra Alcamo, Segesta e Trapani è un deserto. In nessun luogo trovansi tracce di una strada battuta, non essendovi che viottoli, i quali nell'autunno sono di sufficiente incomodo a causa del terreno estremamente grasso, e da sovrabbondanti pioggie allagato. Tutto questo territorio è formato da' più eccellenti e fertili campi, che generalmente non sono coltivati, e dove assai di rado si vede qualche mandra di capre e pecore. In tutta la lunga strada non vidi un albero, e molto meno un casale, ma soltanto qualche picciola casa sopra le colline. Dopo un lungo e nojoso viaggio mirai finalmente il famoso monte Erice, adesso monte S. Giuliano; e subito dopo mi accorsi che io lasciando il deserto mi avvicinava ad una popolazione, perchè le strade erano migliori, ed attraversando molti giardini passato avea a lato di case di campagna. Giunsi in seguito alle sponde del mare, da cui una diga lunga un miglio d'Italia conduce alla piccola isola, sulla quale la città e la fortezza di Trapani s'innalzano[12].
Questa città era chiamata ne' prischi tempi Δρἑπανον che in greco significa falce, della quale forma è il suolo su di cui è quel paese costruito. Si è sempre ricorso per le cose le più remote alla mitologia, per potersi spiegare de' fatti, che senza di questa sarebbe certamente riuscito più facile[13]. A noi non giovano ad altro tali mitologiche ricerche, che a determinare con maggiore certezza, che Trapani sia una delle più antiche città della Sicilia, e che la sua origine si perde nella favola. Sembra intanto dal 23 libro di Diodoro, che Amilcare nel principio della prima guerra punica fortificò ed ingrandì la città, e che vi fece trasferire gli abitanti di Erice. Fazello sostiene, non so a qual documento appoggiato, che i primi che l'abitarono furono i Greci, ed all'opposto la città costruita sulla sommità del monte Erice, lo sia stata da una colonia di fuggiaschi trojani. Da qui forse è sorta l'inimicizia che costantemente ha dominato tra quelli due paesi; sebbene dalle antiche e moderne storie è comunemente noto, che città vicine e vicine nazioni di raro sono amiche. Il porto di Trapani era assai famoso, e si chiamava allora porto degli Ericini. Di somma importanza fu questo nelle guerre de' Cartaginesi con i Siciliani e Romani. Niente trovasi di antichità, a riserva di alcuni fondamenti su de' quali sono state costrutte nuove fabbriche, dalla cui posizione può conchiudersi che molte strade vanno ancora nella direzione stessa, e sono così strette, come lo erano nell'antica Trapani. La città, quantunque picciola, è una delle più ricche di Sicilia, giacchè oltre il vantaggio che ella ha di molti facoltosi nobili che vi dimorano, gode d'un gran commercio di sale, che si ricava dalle vicine spiagge del mare, e niente vi abbisogna che il solo calore del sole per la necessaria evaporazione e per l'imbiancamento.
Pesche di tonni e fabbriche di coralli ne accrescono la floridità. Questi si ricavano dagli scogli che sono nel porto e nella spiaggia intorno, e se ne servono per diversi domestici usi, come per corone e per picciole statue di Santi, le quali riescono buone[14]. Uguali travagli si fanno ancora nell'avorio e nell'ambra, la quale si trova sopra quelle coste, ed in marmo siciliano a diverse macchie, ed in bellissimo e bianco alabastro. Di grande utilità sarebbe, quando il Governo soddisfacesse il desiderio de' Trapanesi, ed ivi stabilisse una scuola di disegno, onde gli artisti potessero più conforme alle regole terminare le loro sculture. Questi lavori nudriscono tre mila persone. La gente stessa, che travaglia in coralli ed ambra, incide altresì cammei su d'una specie di conchiglia a diversi strati, che si trova particolarmente sulle settentrionali coste di Sicilia. Questo travaglio è mediocre; i cammei così incisi si portano fuori; e se ne troverebbero più compratori, quando fossero meglio intagliati. Nelle chiese vi sono molte belle prove dell'arte di questa nazione, tra le quali si ammirano precisamente con gran diligenza travagliati alcuni bassi rilievi in noce e in altri duri legni.
Qui non v'è alcun gusto per le scienze, quantunque la città avesse il suo collegio, in cui si danno istruzioni in ogni ramo delle medesime. Non si concedono dignità accademiche per la ragione stessa, che sono proibite in Palermo. L'accademia era un tempo il collegio de' Gesuiti; ma nell'essere stati costoro discacciati dalla Sicilia, tanto la loro casa che le scuole andarono nelle mani di altri ecclesiastici e laici. Una libreria, ch'era in questo collegio, fu portata in Palermo, dove non si trovavano che tutti quei libri che solevano avere i Gesuiti ne' loro piccioli collegi; e perciò il testamento d'un certo Trapanese, che lasciò sessanta ducati l'anno per accrescimento di questa collezione, si è reso inutile. La città è molto forte, e particolarmente dalla parte di mare. Ha una guarnigione di settecento uomini; e la sua popolazione, non compresi i soldati e marinai, ascende a 24 mila abitanti. Nel porto vi è una piccola pietra chiamata lo Scoglio del mal consiglio, su del quale Giovanni Procida concertò tutto il piano per l'esecuzione del Vespero siciliano. Intanto è molto incerto, se questo fosse stato tanto tempo prima considerato e conchiuso, o che sia stato cagionato da una casuale ingiuria fatta nella pubblica strada di Palermo da un qualificato Francese alla moglie d'un ragguardevole Siciliano[15].
Si parla d'una società sotto il nome di confraternità di S. Paolo, stabilita nel sedicesimo secolo a' tempi di Carlo V, il voto della quale consisteva a giudicare sulla condotta de' magistrati e de' loro concittadini, e particolarmente a difendere e vendicare le vedove, gli orfani ed altri oppressi. Quando alcuno cercava ajuto da questa società, oppure se qualche scelleraggine diveniva pubblicamente nota, radunavasi in un luogo solitario, dava ad entrambi le parti degli avvocati, che il tutto bisognavano esaminare esattamente, e dopo si dettava la sentenza, che ordinariamente era sanguinosa. Un membro della confraternità, spesso ancora uno de' giudici stessi, era incaricato dell'esecuzione. Non si sa quando questa finì di esistere, ma durò sino al passato secolo. È ben terribile a pensare ad una unione siffatta, la quale è da presumere che non esisteva solamente in Trapani, ma si estendeva nella Sicilia tutta. Mi si raccontò che in Palermo si mostra tuttavia una sotterranea volta, ove si tenevano le adunanze di quella società. Questa ha molta somiglianza con la tedesca chiamata Fêhm gerichte, ma con la differenza, ch'era tenuta con autorità imperiale.
Sei miglia distante da Trapani giacciono le rovine dell'antica Erice sul monte d'ugual nome, ora chiamato di S. Giuliano. Questa grande montagna s'alza immediatamente al mare, ed è dopo l'Etna la più elevata in Sicilia. Dalla sommità sua distintamente si vede l'isola di Lampedusa, che sta fra Tunisi e Trapani, dalla cui spiaggia si osserva la notte il fuoco sulle coste africane. Per quanto lungi si inoltra la istoria, troviamo notizie d'Erice[16]. Esse cominciano con il racconto della lotta di Ercole con Erice, ch'era il principe sopra tutta questa parte dell'isola, e che l'aveva probabilmente oppressa; perlochè il primo dopo aver superato il suo antagonista, diede la libertà a quelle nazioni, con la condizione che queste dovessero sottomettersi ad uno de' suoi posteri tostochè venisse in Sicilia[17]. Benché questo duello non venga numerato tra le dodici gran gesta d'Ercole, pur non di meno ha cagionato molte tradizioni. Si mostrava ancora a' tempi d'Augusto il luogo dove questa lotta era successa, perchè Servio, secondo Varrone, rapporta sub Erice monte esse infaecundum campum fere in tribus jugeribus in quo Eryx et Hercules dimicarunt; e Cluverio credeva che al tempo suo questo luogo era tuttavia riconosciuto. Subito dopo Ercole, oppure ancora all'epoca stessa sua il monte divenne l'abitazione de' Ciclopi. Almeno dalla Odissea d'Omero (lib. 9) chiaramente si ricava che questi non solamente abitavano sotto l'Etna, ove li avevan situato Teocrito e Virgilio per cagioni mitologiche, ma ben anco sotto i monti nelle occidentali coste della Sicilia. Aλλὄιψ ὑψηλων ορέων ναιουσι καρινα εν σκεσσι ψλαφυροισι, lo che si adatta benissimo con il monte Erice e sue adjacenti contrade; molto più che Tucidide sostiene come vera istoria l'intero racconto d'Omero riguardante i Ciclopi[18]. In seguito, dopo la conquista di Troja sembra che una folla di fuggiaschi trojani sia sbarcata presso di Erice, e ivi sotto il loro conduttore Argeste, o Aceste, abbia quella gente fondata una città. Da qui gli Ericini derivarono la loro parentela con i Romani, e Virgilio fa dire ad Enea
Nec littora longe |
Questa colonia trojana ebbe da combattere meno difficoltà che alcune altre straniere che si stabilirono nell'occidente di Europa. Aceste, del quale ho già parlato altrove, nacque in questa parte della Sicilia, e gli abitanti, o fossero stati Ciclopi, o Sicoli, permisero, a cagione dell'amicizia e stima per lui, che le nuove colonie stessero con i medesimi, lasciando loro libera una porzione di terra. Gli abitatori di entrambi i luoghi, Segesta e Erice, da uno dei loro capi ebbero il comune nome di Elimera, come apparisce dall'Odissea, V, 284, quando si voglia prestare credenza ad una verisimile congettura[20]. L'istoria della città di Erice è molto sconosciuta. Sappiamo solamente che Amilcare nella prima guerra punica la sorprese, ne ammazzò, o vendè la maggior parte degli abitanti, e mandò il restante in Trapani. Probabilmente dopo la conchiusione della pace gli antichi abitatori d'Erice ritornarono al loro paese, e restarono in pacifico e non molestato possesso del medesimo. La picciola città, che ora è situata nella sommità di quel monte, sembra essere sorta dall'antica. Alquanto al di sopra di essa giaceva uno de' più celebri tempj dell'antichità consagrato a Venere Ericina. Secondo Virgilio fu costruito nel tempo in cui Enea si trattenne in questa contrada per seppellire suo padre, e festeggiare la di lui memoria[21].
Tum vicina astris Erycino in vertice sedes
Fundatur Veneri Idaliae.
Altri al contrario dicono che questo tempio sia stato fabbricato dall'istesso Erice[22], e perciò più antico di Dedalo, e tanto più antico, che la più remota tradizione che ascriveva a colui tutte le grandi ed incognite opere, nulla decider potea chi lo avesse costruito, perchè si sapeva unicamente che quell'insigne architetto venne in Sicilia, quando tale opera era di già terminata. Questa era sita su d'un eminente, separata e scoscesa rupe, la quale aveva un circuito non grande a sufficenza per il piano di quell'edifizio. Dedalo innalzò in conseguenza una muraglia intorno un precipizio, e ingrandì in questa guisa la sua superficie. L'intero racconto è in qualche maniera oscuro. Le parole di Diodoro sono le seguenti: – In Erice cum saxum nimis confragosum, praecessumque esset, angustiaque circa templum Veneris non nisi in praecipitiis aedificare sineret muro circum praecipitia ducto summam rupis aream mirum in modum ampliavit. Bisogna dire che la muraglia da questo artefice costruita sosteneva la terra e la pietra, onde rendere il sito più largo e la superficie di esso più appianata. Da un dettaglio di Pomponio Sabino nel suo comentario sopra Virgilio, sembra che Dedalo formò al tempo stesso un'altra migliore strada che al tempio recava, e che ivi consacrò a Venere e a suo figlio Erice, che con lei era forse nel luogo stesso venerato, un montone d'oro, che secondo il rapporto di Diodoro era di un così eccellente lavoro, che niente potevasi trovare di paragonabile[23].
Una gran quantità di ragazze, la maggior parte schiave, che da' naturali di Sicilia e stranieri venivano offerte in dono alla Dea, formava il numero delle serve di quel sagro recinto, le quali chiamavansi ἰεροδούλαι, oppure Libertæ Veneris, ed esercitavano il culto divino. Ne' primi tempi, secondo l'autorità di Strabone, ascendevano le medesime a più di mille, ma vivente lui il numero n'era stato diminuito, perchè la popolazione della città era ugualmente venuta meno con la superstizione stessa, o perchè quelle ragazze ad altro servizio erano state destinate. Quelle davano occasione ad un gran concorso d'uomini, particolarmente di marinai, per cui la città ed il tempio divennero molto ricchi; dappoichè Venere in Erice era tanto implatonicamente adorata, quanto lo era Militta in Babilonia. Tali figlie erano obbligate a dividere col tempio i loro guadagni. Quando dominava Tiberio, nel qual tempo il divisato luogo non era più in così grande stima, come dal citato ragguaglio di Strabone apparisce, la camera del suo tesoro era vuota, per lo che i Segestani che ne aveano l'amministrazione, pregarono quell'Imperatore onde lo avesse fatto restaurare; ed in fatti soddisfece egli con piacere, secondo la testimonianza di Tacito, il di loro desiderio, in considerazione della parentela de' Romani ed Ericini[24]. L'istesso asserisce Svetonio nella vita di Claudio, che portò forse a fine le riparazioni cominciate dall'altro[25]. Ciò successe forse, quando si pose l'iscrizione trovata nel luogo stesso a tempo di Fazello:
Deæ Veneri Erycinæ dicatum.
Di questo famoso tempio non è altro rimasto che una gran porzione de' suoi fondamenti, undici rotte e rovesciate colonne di granito, ed un profondo pozzo chiamato il pozzo di Venere[26].
Qui è forse il luogo adattato a parlare delle ossa de' Giganti, che sono rimasugli de' più vetusti abitatori della Sicilia trovati in caverne e sepolture. Racconta in particolare Fazello le scoverte che se ne sono fatte nel sedicesimo secolo: cioè che in diversi luoghi della Sicilia in sotterranee volte e caverne si siano rinvenuti corpi umani della smisurata lunghezza di venti braccia, i quali caddero in cenere tostochè furono investiti dall'aria fresca, o che furono inavvedutamente smossi ed urtati. Così ci racconta ugualmente il conosciuto conte Pash di Krimien da una figura seduta, da lui scoverta in un sepolcro dell'isola di Joas, ch'egli volle seriamente far credere alla gente che fosse quello di Omero[27]. Di queste ossa siciliane non è rimasto che qualche cranio, qualche ganascia con denti, e qualche coscia. Fazello fa delle relazioni di tali giganteschi corpi, delle quali qui appresso ne rapporterò un pajo.
Nell'anno 1342, come si scavò sul monte Erice per formare il fondamento d'una casa, si trovò una gran cava, dove entrando i travagliatori, videro seduto un gran Gigante. Spaventati avendo presa la fuga si unirono costoro con molti de' loro compagni, ed in gran numero entrarono con lume ed armi nella caverna; ed indi si accorsero che i medesimi erano fuggiti da un cadavere. Questo poggiava la sua mano sinistra su d'una clava tanto grossa quanto un albero di bastimento. Tostochè lo toccarono, la scorza ne cadde come cenere in terra, e niente intatto ne rimase che il solo piombo fatto scolare entro la clava stessa; mentre del corpo che parimente smosso era al suol caduto, non altro restò che tre denti ed un pezzo di testa. I primi si conservarono lungo tempo in città, finchè un francescano se li portò via,
promettendo di recarli al Papa. Quella caverna si mostrava a' tempi di Fazello, il quale assicura che tutte le persone ragionevoli d'allora erano uniformi a credere che questo cadavere dovea essere il gigante Erice che fu ucciso da Ercole[28]. È singolare che non abbiano essi pensato al Ciclope Polifemo, ma si credeva con Virgilio ed altri antecedenti autori, che i Ciclopi dimorassero soltanto intorno l'Etna.
Nell'anno 1548 il cavaliere di Malta Adorno trovò, mentre era a caccia in una campagna di Siracusa, un'apertura che conducea ad una gran caverna. Egli facendo allargarla, ed avendo osservato diversi gradini tagliati nella pietra, vi salì finchè giunse in una profondissima grotta, dove in vece di monete, delle quali andava in cerca, trovò egli un cadavere lungo una ventina di braccia, il quale cadde ugualmente a terra, essendo stato ridotto in polvere subito che fu toccato, eccetto qualche pezzo di testa e le cosce, che furono mandate al gran maestro in Malta. Sufficienti sono questi due racconti, perchè i rimanenti recatici da Fazello sono simili a questi. È giovevole il riflettere che di tali cadaveri sono sempre rimasti residui di testa, denti e cosce, giusto quelle parti del corpo umano, che possono confondersi con quelle di altri animali. Si parla in Sicilia di queste gigantesche ossa e di corpi colossali, come verità conosciute ed innegabili. Ho io stesso parlato con diverse persone che mi assicurarono d'aver esse veduto una testa intera di smisurata grandezza; ed un dotto e filosofo medico non lo negava, ma credeva di potere spiegare questo singolare fenomeno, sostenendo che le ossa, quando infossate in una certa qualità di terra, potevano benissimo crescere in volume. Questa ipotesi sembra essere contraria a molte esperienze. Si potrebbe con più di verisimiglianza credere che le ossa nel pietrificarsi, rivestir si possano d'una crosta di calce, o di materia terrosa, che in seguito non tanto facilmente si potrebbe discernere. Sappiamo inoltre che in tutt'i paesi, e precisamente ne' montuosi, si sono scoverte ossa che dagl'ignoranti sono state tenute come appartenenti a Giganti, ma che lo erano di pesci, oppure d'animali terrestri non più riconosciuti. Le relazioni di scheletri interi che si sono trovati, non hanno una molto fresca data, nè poggiate sono sopra valide autorità per potervi convenire. Perchè tali scoverte verificate soltanto si sono, e in abbondanza negli andati secoli, e nessuna ne' secoli XVII e XVIII, ne' quali se ne sono fatte di assai interessanti? lo non ho mai veduto ossa simili da uguagliarle con quelle degli uomini, e molto meno mi si son presentati cranj umani; e perciò credo che possa uno ingannarsi, o tenere per avanzi di corpi umani ciò che appartenga ad altre bestie, la testa delle quali ha qualche somiglianza con quella degli uomini.
Il celebre Dolomieu si è data somma pena nei suoi molti viaggi in tutta quest'isola per amore dell'istoria naturale di conoscere l'origine di tali relazioni, ma nulla ha potuto scoprire. All'opposto si è egli incontrato con una quantità di vecchie ossa nelle sepolture, che rinvenute si sono nella valle d'Ispica, della quale farò appresso menzione, ed in esse ha con diligenza osservato le teste che sono state da lui stimate dell'ordinaria grandezza; i cranj però erano eccessivamente grandi, e la sotura dell'occipite correva in alcuni sino al naso. Egli non vide mai come io ossa d'uomini colossali; ma intanto è cosa assai osservabile, come l'antica tradizione, e giusto quella de' Ciclopi, ha potuto essere trapiantata da un secolo all'altro nella mente degli uomini. I rapporti sull'esistenza di quella razza han dato l'occasione di averne fatto delle ricerche, e in conseguenza si sono trovate in Sicilia ossa di Giganti.
Rimpetto le occidentali coste della Sicilia s'ergono alcune isole, delle quali Omero fa ricordo d'una sola[29], descrivendola come situata non lungi dalla costa, piccola, incolta, e soltanto da alcune capre selvagge abitata. Dietro quest'isola lasciò nascosti Ulisse i suoi legni, mentre fece la visita ai Ciclopi, da' quali poco mancò che non fosse ritornato. Ciò dimostra che questa era una dell'Egati, e propriamente quella da' Greci e poi da' Romani Αἱχυσα oppure Capraria, e oggi Favignana chiamata.
Dopo due giorni di dimora in Trapani partii a 24 novembre per Mazzara, città vescovile nella costa meridionale di Sicilia, da cui l'intera provincia o valle di Mazzara ha derivato il suo nome. La strada correva costantemente in vicinanza del lido in una piacevole pianura, la quale era meglio coltivata della contrada tra Alcamo e Trapani; e benchè non passassi per mezzo alcun casale, pure molto spesso incontrai delle case sparse intorno le alture. La veduta di quelle campagne era la più mirabilmente deliziosa, perchè verso la dritta, ed avanti di me scorgeva il mare africano con alcune sue picciole isole[30], e dalla sinistra mi si presentava la catena de' monti che attraversa l'intera Sicilia; mentre alle spalle restava Trapani ed il monte Erice, che con la maestosa sua grandiosità tutto l'orizzonte chiudeva. Il giorno era piacevole e bello come di primavera, a segno che io potei pranzare in aperta campagna vicino ad una solitaria fontana, che serviva per abbeverare le mandre. Ma ciò che più mi diede diletto, fu di mirare tante di queste greggi seminate sopra i pascoli, e dalle alture intorno i corni e le sampogne de' pastori ascoltare. Osservai benanco le belle macchiate capre, i montoni con le loro grosse tortuose corna, e le rosse vacche, delle quali Teocrito tanto spesso ragiona; lo che mi recò doppio contento, presentandomisi avanti gli occhi una copia d'imagini teocritiche che vive alla memoria mi erano rimaste, per aver di fresco letti gl'incantevoli idillj di quell'illustre poeta. Io son certo che dilucidazioni sulle sue opere darebbero molta utilità, quando un dotto siciliano conoscitore de' costumi del suo paese, e specialmente di quelli dell'uomo comune volesse intraprenderne la nobile fatica. Molte sue allusioni potrebbero venire rischiarate dagli attuali usi, come ancora non poche consuetudini rapportate dagli antichi scrittori greci particolarmente abitanti dell'isole hanno osservato[31]. Io ne ho ricevuto prove dal mio amico cavaliere di Malta Andolina in Siracusa, quanto bene rischiarati si siano alcuni passi difficili di quello scrittore, dopo essersi più esattamente conosciuta la Sicilia. L'istessa lingua può chiamarsi una figlia del dorico dialetto, perchè tra questa e la più pura toscana vi è quasi la medesima differenza tra la dorica o l'attica. In Sicilia una quantità di greche e forse doriche parole, è rimasta ancora in uso precisamente nel centro della medesima, ove s'incontra poca società con gli esteri. Questa sarebbe una intrapresa, della quale i soli nazionali se ne potrebbero incaricare.
Alla metà del cammino tra Trapani e Mazzara si vedono non lungi dalla costa alcune isole, in una delle quali s'innalzava l'antica Motia, colonia Cartaginese, di cui traccia veruna non si trova a riserva d'una iscrizione scoverta pochi anni sono[32]. A man dritta lasciai Marsala, l'antico Lilibeo, e da un'altura conobbi la situazione di tal paese tanto celebre nell'istoria delle guerre puniche. Ivi non si vede affatto considerevole avanzo di antichità [33]. Verso la sera giunsi finalmente in Mazzara, che giace miglia sei da Trapani, e due e mezzo circa da Marsala[34]. Quella città non era celebre ne' remoti tempi, non essendo che un borgo appartenente a Selinunte; e fu per la prima volta nominata nell'istoria della prima guerra punica, durante la quale fu presa da un comandante cartaginese. Diventò la medesima una città sotto il dominio de' Saraceni. Gli abitanti sostengono contro ogni ragione, che la grande e magnifica Selinunte, le di cui rovine sono stese a terra alcune miglia da lì lontano, sia stata fabbricata in quell'istesso luogo. È consuetudine dei Siciliani che ogni piccola città con gran calore sostiene di avere avuto un nome illustre nell'antichità. Ciò reca un vantaggio, perchè coloro che appartener vogliono alla classe delle persone educate, fanno consistere tutta l'importanza nel sapere rintracciare prove della loro credenza; e da qui si ottiene il profitto che molti vetusti monumenti, iscrizioni e monete si conservano dalla distruzione. È ben noto ancora con quanto zelo e fervore famose città della Grecia contrastarono che alcuni grandi uomini fossero stati loro concittadini.
Mazzara è una piccola città popolata da otto in nove mila anime. È in certo modo fortificata per poter prestare resistenza a' primi assalti de' Barbareschi, ed ha qualche bello edificio, tra i quali la residenza del vescovo, la cattedrale ed il vecchio collegio de' Gesuiti. Io esaminai nel duomo tre antichi sarcofaghi con bellissimi bassi rilievi, sole reliquie di antichità ivi conservate. Uno tra questi è da considerarsi, perchè rappresenta l'arrivo di Cerere da' misterj Eleusini nel suo carro tirato da serpenti. Gli altri due figurano la caccia di Meleagro, ed un combattimento d'Amazzoni. Queste sculture sono molto guastate, ed il lavoro è mediocre, per quanto ne potei giudicare. Le iscrizioni non sono affatto leggibili; ma inserite ritrovansi nelle opere di Gruter e del Principe di Torremuzza[35].
Il mio principale scopo, per cui mi portai in Mazzara, fu l'aspettazione di trovare nell'archivio della cattedrale una considerevole collezione di antichi manoscritti, della cui esistenza era stato assicurato da dotti palermitani. Ma dopo molte ricerche, seppi che nel sedicesimo secolo ve n'era una eccellente raccolta che un certo vescovo Lomellini si portò seco nel Concilio di Trento, dove morì. Tali manoscritti non ritornarono più, ed ora in tutta la città altro non si trova che alcuni diplomi greci e lettere di donazioni del re Ruggiero, i quali con tale gelosia in un convento si conservano, che nessun forestiere ed anco letterato siciliano ottenne mai permesso di esaminare. Così svanì la mia speranza che in me lungo tempo avea nudrito. Queste irregolarità sono una dimostrazione del motivo, per cui gli stessi dotti nazionali conoscono tanto poco il loro paese. Da due secoli corre la voce che l'intero Diodoro Siculo giace conservato in qualche luogo della Sicilia; e potrà un giorno rinnovarsi la scena de' libri arabi di Livio.
Mazzara è la più meridionale città dalla parte d'occidente della Sicilia, e guarda rimpetto le rovine di Cartagine, dove il Mediterraneo appena è largo cento miglia d'Italia. Quanto facile sarebbe di fare sì corto passaggio, se in quelle sponde altra razza d'uomini abitasse, onde vedere il sito dove un tempo s'ergea la sola rivale di Roma, ed in cui al presente una cisterna, ed un paio di muraglie d'un antico romano e non cartaginese acquidotto, formano i segni di umana dimora. Ma qui bisognai metter limite al mio viaggio, ed avvicinarmi alla mia casa.
Dopo un giorno di dimora in quel paese, durante il quale ebbi tempo sufficiente di osservare tutto ciò che lo meritasse, mi diressi alle onorate rovine di Selino. Nel primo giorno giunsi a Castelvetrano, grande, ben costruito paese, posto in una deliziosissima, fertile e ben coltivata pianura. Il suo particolar articolo di commercio è l'olio che si raccoglie da estesi vicini oliveti in quantità assai straordinaria. Ancora molto grano vi si produce; ed il vino che somministra questa contrada, è uno de' più squisiti e forti dell'isola tutta, per lo che la città deve avere assai di che nudrirsi. Il giorno appresso mi posi ben mattino per istrada, onde giungere a tempo debito tra immensi rottami di superbi edifizj. Io passava promiscuamente sopra deliziose alture e valli coverte specialmente di oliveti e molto ben coltivate, finchè giunsi ad una torre di guardia e in alcune isole di arena molto prossime al lido del mare. Qui era un tempo Selinunte.
Questa città, secondo la testimonianza di Strabone e di Tucidide, fu eretta nella 35.ª olimpiade, ossia 640 anni prima di G. C., da una colonia che dalla loro città sotto un capo di nome Pamilio vi aveano spedito i Megaresi, i quali un secolo prima erano in Sicilia dalla Grecia venuti[36]. Essa tanto crebbe in potere ed in magnificenza, che nella 50.ª olimpiade, ossia anni sessanta dopo la sua fondazione, potè portare la guerra a' Segestani, una delle più forti nazioni siciliane d'allora. Sembra che questi due Stati siano vissuti in costante inimicizia, almeno come Diodoro e Tucidide rapportano. Può da qui dunque conchiudersi ch'erano di forze pressa poco eguali, e che Selinunte ebbe cortissimo tempo di bisogno per diventare grande abbastanza onde misurarsi con i più possenti Stati della Sicilia. La sua floridità non durò intanto molto a lungo, perchè 242 anni dopo essere stata edificata, fu conquistata da Annibale cartaginese, che demolir fece la più gran parte delle sue muraglie. Molti abitanti scappati dalle crudeltà di quel nemico, si ricovrarono in Agrigento, che sembra essere stata allora in alleanza con Selinunte, e ritornarono all'antica loro residenza, subitochè i Cartaginesi lasciarono la Sicilia. La detta città, quasi dopo 200 anni la prima sua devastazione, fu per la seconda volta distrutta, e la popolazione trasportata in Lilibeo. Dopo questi infelici successi ritorna Selinunte a ricomparire nella storia, giacchè da Strabone è chiaro che a tempo suo vi erano delle abitazioni sebbene insignificanti. Finalmente fu interamente smantellata al primo assalto de' Saraceni nell'isola.
Essa ebbe il nome di Selino o da una pianta Oppium silvestre, ed in greco σέλινον che germogliava, ed abbondantemente germoglia in questo territorio; oppure dal fiume Selino, che dalla pianta istessa ha derivato quel vocabolo, la quale sembra altresì appartenere al simbolo della città, per trovarsene in molte sue monete l'impronta. Virgilio la chiama palmosa Selinus probabilmente da una specie di selvatica e picciola palma (Chamaerops humilis) che si chiama Giummarra, e che in dovizia cresce nelle coste meridionali della Sicilia.
Oltre una quantità di monete d'argento d'ogni conio e grandezza, rimangono ancora esistenti di questa città considerevolissimi avanzi i quali più che tutto il resto dimostrano quanto grande e potente sia stata. Essa giaceva immediatamente al mare sopra due piccole colline, dove tuttavia, oltre molto antiche incognite mura, si ammirano i resti del porto, delle muraglie, d'una torre, d'una scala intagliata nel sasso, che dal porto alla parte superiore della città conduceva, di cisterne e di sepolture nella maggior parte sotto la terra nascoste. Ma ciò che havvi di più notabile, sono le colossali rovine di tre edifizj, i quali bravarono tutta la distruttiva forza del tempo, e difficilmente devastati furono dalle mani degli uomini. Io non mi impegno a combattere, se tali fabbriche dentro o fuori le muraglie della città abbiano esistito; è certo però che le medesime vi appartennero, e formarono il più cospicuo e nobile di lei ornamento.
S'alzano quelle su d'una collina che sino al mare si estende. Probabilmente tutte, o almeno due, erano tempj, e nell'ultimo caso una di esse era un'opera non destinata ad uso divino, ma un portico, od una specie di foro, ove si teneva l'assemblea del popolo. Tutte tre sono tra loro vicine, e la prima è un tempio il più grande di tutti. Secondo il sentimento di Riedesel, non vi è monumento d'antichità, eccetto quello di Giove Olimpico in Girgenti, che sia in circuito di eguale grandezza. Le dimensioni di tutte le sue parti sono colossali; era secondo il più antico ordine dorico con colonne coniche e lisce, 160 passi lungo ed 80 largo, con una doppia colonnata, una cioè che formava il rettangolo del tempio, e stava sopra una base da gradini elevata; l'altra nell'interno, con colonne più picciole, divideva tutto l'edifizio in tre parti[37]. La colonnata esterna consisteva qui, come nella maggior parte di tutti li vetusti ordini dorici, in 36 colonne, delle quali solamente due che formavano una specie di portico, erano scanalate. Le colonne non aveano plinto, e s'innalzavano su d'una base comune. Sarebbe assai prolisso di rapportare qui tutte le dimensioni di questo e de' rimanenti tempj. Io stesso non le ho misurate, perchè sufficiente cognizione di architettura non aveva, sebbene mi erano state date da un medico trapanese. Intanto queste accordandosi con quelle di Riedesel, credo, a causa di aver io trovato costui molto esatto nelle sue osservazioni, che le di lui misure possano essere soddisfacenti; e qui non rapporterò se non quelle che offrono sensibile idea della grandiosità di questo tempio. Ogni colonna nell'imoscopo ha 31 1/2 palmi di circonferenza. Verisimilmente tale tempio, come il più grande, era dedicato a Giove, molto più che si sa che questo era molto in venerazione in Selinunte. E qui non cade in esame la domanda se questa opera fosse stata dentro o fuori la città, perchè è cosa ben nota che altri tempj di Giove, per esempio del celebre Olimpico in Siracusa, esistevano fuori la medesima[38].
Il secondo sta in una distanza di quasi quaranta passi dal primo in una situazione interamente parallela a questo; ma è alquanto più piccolo. Rettangolo come tutti gli altri tempj dorici, una volta più lungo che largo, ha 34 colonne con 21 scanalature, e più rastremate che negli altri, da cui sembra che questo edifizio sia più moderno ed elegante che i due rimanenti.
Il terzo finalmente giace 35 passi dal secondo, ed è simile a questo. Le sue colonne hanno ancora 21 scanalature; il loro diametro è di 7 1/2 palmi. Riedesel osserva che queste colonne sono a cono molto rastremato, ed hanno de' plinti, e da ciò egli conchiude che questa fabbrica è la stessa che quella del tempio di Segesta[39].
Tutto ciò costituisce il più interessante, che dar possa al lettore qualche idea della passata magnificenza di quella città, e l'impressione che l'aspetto delle sue rovine faceva sopra coloro che da lungi le guardavano da parte di mare. Tutto adesso resta al suolo uguagliato; e sembra che non il tempo o la mano degli uomini abbia potuto distruggere quelle sontuose opere, ma uno straordinario e gagliardo tremuoto; perchè le colonne sono cadute regolarmente secondo l'intera loro lunghezza verso i quattro punti cardinali[40]. Ciò chiaramente si osserva nel terzo edifizio, ove sette colonne sono a terra gettate intatte e vicino l'una dell'altra, alle quali sono attaccati i corrispondenti capitelli, come se tali parti fossero state fuse in una massa. Queste precipitarono verso il lato settentrionale; due altre che si ergevano contro il mezzogiorno rovesciaronsi nella direzione stessa, ed altre situate all'occidente giacciono ancora in quella posizione. La massima parte però delle colonne è spezzata, perchè consistono esse in rotondi smisurati massi di pietra l'un sull'altro legati. Alcune hanno bravato la forza del tremuoto, e sono rimaste interamente o in parte all'inpiedi, particolarmente nel primo tempio. Del secondo ne rimangono dritte ancora due per intero, ed altre per metà. Lo spazio che comprende queste devastazioni è così pieno di smisurate pietre cubiche e cilindriche, e negli intermezzi vi sono tanti arbusti, dumi e cespugli cresciuti, ch'è cosa quasi impossibile di farvi delle ricerche. Vi si scuoprirebbero certamente resti di antica scultura, perchè i Selinuntini non avrebbero avuto tempo di salvarli, quando vero fosse che quello inaspettato flagello avesse rovinato fabbriche siffatte. È ben anco da presumere che volte e camere sotterranee rinvenir si potrebbero.
Un buon miglio da questo luogo che si chiama oggi Pilieri di Castelvetrano, si vedono le Latomie, dalle quali tratte si sono le pietre per le nominate fabbriche, ed ivi colonne e capitelli si trovano per la metà lavorati, come tra le rocce di granito nell'Egitto esistono mezzi obelischi, che non furono allora terminati. Tra quelle Latomie ve n'è una chiamata Rocca di Cusa. La qualità della pietra è la stessa di quella di Segesta, una bianca pietra calcare. Si osservano ancora le traccie dell'antica strada che dalla cava nella città conduceva. Da profondi incavi formati nella medesima si comprende quali grosse masse per questa strada siano state trasportate. Intanto non è interamente deciso se questa sia lavoro de' Romani o de' Greci; essa ha molta somiglianza con le strade de' primi.
Furono forse questi i tempj, dove le donne ed i ragazzi si rifuggiarono tostochè Annibale prese Selino. Costui donò loro la vita non per amore dell'umanità, ma per timore che costoro avessero posto a fuoco per disperazione alle loro infiammabili parti, e così dell'immenso suo bottino privarlo. Appena però si fece notte, i Cartaginesi con punica malafede si scagliarono su i tempj, li saccheggiarono, e le donne in ischiavitù condussero. I Siracusani che pregarono di avere il permesso di comprare le prigioniere, e che avvertirono il generale di non ingiuriare quei luoghi divini, ottennero da lui una mordace risposta: cioè, che persone le quali non aveano saputo difendersi, meritavano di essere schiave, e che gli Dei in collera coi Selinuntani si erano da loro allontanati[41][42].
Avanzai il mio cammino, dopochè per alcune ore girato avea intorno quelle onorevoli rovine, spesso guardando il mare africano, ove le più lontane isole dell'Europa, Cossura e Lampedusa, appena poteano essere colte dall'occhio. Tutta la circostante campagna è ubertosissima. Oltre all'aloe ed ai fichi d'India, crescono qui in gran copia giummarre, e l’appium silvestre, specie di petrosemolo; lo che dimostra quanto le produzioni di queste coste somigliano quelle dell'Africa, lo attraversai a cavallo un pantanoso terreno, il quale, allorchè lo mirai, non sembrommi di grande importanza, ma ch'è degno di osservazione per una circostanza che appresso conobbi. Questa palude, adesso chiamata Jalici, e che in estate rende l'aria malsana, dagli antichi Gonusa era detta, e cagionava, secondo Diogene Laerzio, una malattia tra i Selinuntini, alle donne da parto precisamente pericolosa. Per estirpare questo male Empedocle a sue spese vi lasciò correre due fiumi, per mezzo de' quali l'acqua stagnante riceveva il suo corso e movimento, e non poteva più avvelenare l'aere. Le malattie si dissiparono, ed i Selinuntini, grati e riconoscenti, diedero un banchetto a lido del mare, dove costoro prestarono onori divini al filosofo che inaspettatamente da loro portossi[43].
Nella sera stessa giunsi in Isciacca, ossia Xiacca, le antiche Thermae selinuntinae. Questa città in forma di anfiteatro su d'una elevata roccia s'innalza, ed è mediocremente popolata da 8 sino a 9 mila persone. Non ha vetusti monumenti da fare ammirare, e molto meno fabbriche moderne può vantare, sebbene diverse chiese portino l'aspetto della ricchezza, per essere adornate, secondo l'uso siciliano, di diversi eccellenti lavori in marmo. Il terreno è contramminato da grandi cisterne tagliate nel sasso, che a conservarvi il grano son destinate. Qui si presume che nato fosse Agatocle, uno de' più sanguinarj tiranni dell'isola. Suo padre era un pentolajo, il cui mestiere fu molto esercitato in quel paese, e sembra tuttavia di essere in reputazione[44], almeno molti lavori in creta vi si fanno, ed in verità d'una forma ed eleganza che si avvicinano alla bellezza de' vasi antichi greci, quantunque nessuno di quegli artigiani avesse imparato a disegnare, e molto meno ricevuto qualche idea dell'arte degli antichi.
Sciacca era assai celebrata negli alti tempi per le sue acque minerali chiamate aquae labrodes, delle quali se ne trovano ancora gli avanzi a piè della rupe, sulla quale la detta città è innalzata. Adesso vi sono calde solforose sorgenti usate da' Siciliani al principio di primavera. Queste non sono più degne di osservazione come i bagni a vapore su d'alta scoscesa rupe rimpetto la città, e che al presente consagrati vengono a S. Calogero, mandatovi dall'apostolo S. Pietro per liberare dal diavolo gli abitanti. Quel Santo ha dovuto scuoprire tali spiragli vaporosi, e comunicar loro la forza dei miracoli; questi bagni sono ugualmente frequentati che gli altri a solfo da molti devoti pellegrini ed ammalati che cercano ajuto e dalla soprannaturale forza del Santo e dal salutare effetto de' medesimi bagni. Questi sono in una caverna che sembra allargata dall'arte, per ritrovarsi nelle pareti di essa le tracce dello scarpello. Ivi alcuni sedili ugualmente in pietra sono intagliati ed alcuni vestigj di lettere si osservano qua e là incise nelle dette pareti. Racconta Fazello che queste scritte sono in un linguaggio totalmente incognito, e che abbiano dovuto indicare quale malattia era meglio in ciascun sedile guarita. Adesso non è più possibile di poter leggere qualche parola, molto più che il calore è così grande questa grotta che non può aversi il piacere di a lungo trattenervisi[45]. La medesima assai nell'interno del monte s'innoltra, in cui nessuno si è azzardato di penetrare. Ve ne sono tre altre, in una delle quali ha dovuto essere seppellito S. Calogero. Da una fessura di questa grotta un forte caldo vento si fa strada, per le malattie all'orecchio assai giovevole sperimentato. Sulla rocca indicata vi è una chiesa con un piccolo monastero per due o tre Basiliani ed una quantità di camere per gli ammalati che in estate in gran numero vi arrivano per sudare e bagnarsi. Quella rupe sovrasta immediatamente al mare, dalla di cui sommità una prospettiva assai lungi si ammira, e che si estende su d'una gran parte delle coste di Sicilia.
La strada di Sciacca è quasi piana e rade assai vicino la spiaggia. Il terreno intorno è in parte coltivato; ed in alcune posizioni romanzesche vedute si godono, e specialmente in un luogo detto Monte allegro. Io arrivai al fiume Platano, l’Alico degli antichi, il più grande tra quelli di Sicilia, difficile ad attraversarsi in tempo d'inverno, per essere assolutamente privo di ponti. L'acqua però essendo più bassa di quanto me l'avevano fatto le mie guide supporre, lo passai senza alcuno impedimento. Questo fiume è assai famoso nell'antichità[46]. Minos perseguitava Dedalo, come seppe che questi si era rifugiato in Sicilia, per cui sbarcò con quantità grande di gente alla foce del medesimo, ove un tempo la città di Maccara trovavasi elevata. Questa, dopo che Minos dalla figlia del re Cocalo fu ucciso, ebbe il nome di Minoa, che le diedero i Cretesi in commemorazione di quello eroe, i quali rimasero nel paese, dopo che i Sicani posero in fiamme i loro bastimenti. In seguito la stessa fu chiamata Eraclea, perchè Dorieo, uno degli Eraclidi, si stabilì in quel luogo in vigore del trattato ch'Ercole dopo la morte di Erice conchiuso avea con i Siculi, i quali dovevano rimanere padroni dell'intera contrada, finchè uno de' suoi discendenti fosse tra loro sbarcato. I Cartaginesi non furono di questa nuova colonia spartana contenti, e crederono che un tempo pericolosi costoro all'istessa Cartagine si rendessero, per lo che li attaccarono e la loro città totalmente distrussero. Pur non di meno fu di nuovo sotto la signoria stessa di quella nazione abitata, quando al termine della seconda guerra punica cadde finalmente in potere de' Romani, ed in questo avvenimento ebbe la medesima una romana colonia. Altri resti non se ne trovano che alcune sotterranee cisterne. A' tempi di Fazello un acquidotto ancora si vedea, che fu in seguito devastato. È da riflettersi che il fiume Platano, nella pace conchiusa tra Cartagine e Siracusa sotto Dionisio il vecchio, fu stabilito per limite tra le due nazioni.
Non lungi da Girgenti, su d'una eminente roccia vicino al mare, s'erge la città di Sicoliana, che ha un buon porto, e fa gran commercio di grani. Credono alcuni antiquarj che questa ed il fiume vicino siano stati chiamati Camico, residenza un tempo di Cocalo re de' Sicani, presso del quale venne Dedalo fuggito da Creta. Questo architetto dovè costruire le mura della città sul vertice della roccia, e condurvi una ripida ed incomoda strada. Gran contesa però tra gli antiquari si è destata, se bisogna cercare Camico in Sicoliana oppure nell'attuale Girgenti. È certo che questa dagli antichi Greci Cena fu chiamata, il quale nome comparisce spesso sulle antiche monete che non hanno in se stesse l'impronta dell'arte greca; e quindi potrebbe cadersi nell'idea che gli abitatori di essa più con i Cartaginesi che con quella popolazione avessero avuto unione e rapporto.
- ↑ [p. 247 modifica]Attualmente il Governo è seriamente intenzionato di far continuare le strade che già aperte si sono, ed energiche misure si sono prese, per intraprendere la costruzione di quelle che mancano.
- ↑ Ancora Plinio rapporta nel suo libro 18 dell'Istoria Naturale la feracità de' campi Leontini. Cicerone dice che i campi di Sicilia portano sino ad otto, o dieci di più.
- ↑ [p. 247 modifica]Questo non fu da principio che un castello fatto costruire dal generale arabo Adelcamo sul monte Bonifacio.
- ↑ [p. 247 modifica]Per quanto l'origine di questo paese nella oscurità delle favole immersa si trovasse, pur non di meno molti accreditati autori, oltre i menzionati nel testo, sono di sentimento che Segesta sia stata fondata da' Trojani. Sostiene così la sua credenza Fazello, Deca i, lib. 7, cap. 4, sulle autorità di Strabone, di Dionisio d'Alicarnasso e di Tucidide. L'abate De Blasi, reso garante da una folla di greci e latini scrittori, uguale opinione dimostra, come dal tom. i, lib. i, cap. 7 si rileva. Aggiunge [p. 248 modifica]inoltre Strabone nel lib. 6, che Filottete da Crotone inviò quella dardana colonia: et missos ab eo (Filotette) quosdam in Siciliam ad Erycem cum Egesto trojano Egestam muro cinxisse. Dionisio d'Alicarnasso, de Enea et sociis, in questo modo ci rapporta, che cum ad eam insulae partem appulissent, quam Drepana vocant, in eos inciderunt, qui cum Elymo et Egesto priores Troja profecti erant, et circa fluvium Crimisu habitabant. Isacio, in Licofrone, parlando di Egesto, dice: tres in Sicilia condidit urbes, unam Egestam de suo nomine dictam, et Erycem, et Entellam. Da queste autorità e da quelle nel testo, sembra dunque che gli scrittori, riguardo ai fondatori di questo paese, divisi siano tra Enea ed Egesto, ossia, secondo Virgilio, Aceste. Alcune medaglie che gli appartengono hanno da un lato l'imperatore Augusto e nell'altro Enea che porta suo padre e gli Dei Penati. De Blasi l. c. La ragione di questi due Principi in una sola medaglia uniti ce la fa sapere Cicerone nel passo dall'autore prodotto. Il primo nome di questa città fu Egesta, che poi fu detta Disceapoli dalle due parole greche δίκη, πόλις, ossia vendetta e città, che le avea dato Agatocle a cagione di aver egli fatto uccidere i suoi abitanti, dopo averla espugnata e saccheggiata. I Romani vi anteposero la lettera S, per la ragione addotta da Pompejo Festo: Sed praeposita est, ei S litera ne ab obsceno nomine appellaretur. È singolare l'osservare, come quella nazione sentisse tanto rossore al nome di Egesto, che ne voleva scancellare la memoria. La favola vi giunse per la via del mistero; e rese o credè di rendere meno indecente la condotta di Egesta con farla prostituire ad un fiume sotto la sembianza di un cane.
- ↑ [p. 248 modifica]Questo tempio ha una solidità meravigliosa, che lo fa comparire come opera a getto e di un sol pezzo.
- ↑ [p. 248 modifica]Le parole di Cornelio, lib. 5, Vita di [p. 249 modifica]Pausania, sono le seguenti: in aedem Minervae quae chalcioecus vocatur confugit. (Pausania) Hinc ne exire posset, statim Ephori valvas ejus aedis olstruxerunt, tectumque sunt demoliti, quo facilius sub divo interiret. Pare dunque che il sig. Münter non interpreti questo passo secondo la nota di lui intelligenza. Crede ancora costui che tutti i tempj della Grecia appartenenti a Cerere non avessero tetto. Non fu però così, perchè solamente quelli di Giove fulminante, del Cielo e della Luna dovevano esser tali atteso i caratteri di esse Divinità.
- ↑ [p. 249 modifica]Il monte, ove il tempio la maestosa sua fronte innalza, chiamasi adesso Barbaro, ed il fiume. Crimiso, detto ben anco Scamandro, oggi S. Bartolomeo si appella. Il volere stabilire l'antichità di un tempio rapportato a quella di un altro, soffre sempre difficoltà e contraddizioni. Atteso la proporzione del diametro all'altezza delle colonne, sembra che Segesta sia più moderno di quelli di Pesto; ma questi devono essere meno antichi dell'altro per le scanalate loro colonne. Contraddizione!
- ↑ Lib. I, cap. 7. Cereri extra urbem loco quo non semper homines nisi per sacrificium necesse habeant adire; cum religione caste, santisque moribus is locus debet tueri.
- ↑ [p. 249 modifica]Venere Urania.
- ↑ Hippotes filiam suam Egestam, ne ad cetos religaretur superposuit naviculae, et misit quo fors tulisset: qua delata ad Siciliam Crimnisus fluvius concubit cum ea conversus in canem, unde Acestaes natus....... hujus rei ut esset indicium (numum) effigie canis percussum Siculi habuerunt.
- ↑ [p. 249 modifica]Leggasi ciò che si è detto alla fine della nota numero tre.
- ↑ [p. 249 modifica]Trapani non è situata su d'una isola, ma su d'una penisola. L'autore per equivoco ha preso certamente per diga la strada selciata che dalla città conduce al santuario della Madonna detta di Trapani.
- ↑ Drepanum, dice Servio nelle note sull'Eneidi, civitas est ante pedem montis Erycis trans Lilybeum; dicta vel propter curvaturam litoris in quo sita est, vel quod Saturnus post amputata virilia coelo patri, illuc falcem projecerit, que Δρέπκνος dicitur graece. Quod verisimile putatur propter vicinitatem Erycis consecrati Veneri, quae dicitur nata ex coeli cruore, et spuma maris. Quidam Drepanum dictum volunt a falce Cereris, quam ibi, quum filiam suam Proserpinam quaereret, projecit. Ancora l'oscuro e difficile Licofrone ricorre alla mitologia.
- ↑ [p. 249 modifica]Nel regno di Alfonso si cominciò a pescare del corallo nel mare di Trapani, ove non se ne trova che poco e di bassa qualità. Questa marinaresca industria si estese sino all'isola di Tabarca e ad altre presso la costa di Tunisi, ove si fa la grande e ricca pescagione. Questa naturale produzione, che s'immette nel paese, offre un altro ramo di significante lucro, che numerosi artefici, sì uomini che donne, sogliono ricavare. Tale sostanza, alla [p. 250 modifica]quale prima delle laboriose e diligenti osservazioni dell'Ellis praticate nel mare dell'isola di Schappy e dopo lui da Trembly, Lamarck e Lamouroux non si era data l'animalità, perchè creduta una volta materia vegetale, o pietrosa, si rigenera in modo oltre misura sorprendente; e perciò non potrà quel traffico soffrire alcuna deficienza. La sua riproduzione è molto rapida (dice Spallanzani) per di bel nuovo provvedersene in luogo che ne sia stato privato per via della pesca. Appartenendo gli esseri che la generano alla classe dei polipi, chiamati da' naturalisti coralligeni, si sa quanto siano questi da se stessi prodigiosamente numerosi, e che moltiplicarsi possono all'infinito, per la qualità che questi animalucci hanno di rigenerarsi in tanti altri simili esseri, per quante divisioni che naturalmente od artifizialmente possono eseguirsi d' un solo de' medesimi, le quali suddivisioni ascender qualche volta si fanno sino a cento. Leggansi i nominati autori, ed il Dizionario d'istoria naturale. La più grande altezza del corallo che si pesca nel Mediterraneo, è circa un piede e mezzo; il più grande de' suoi diametri è di otto linee.
- ↑ [p. 250 modifica]Questo picciolissimo scoglio non è affatto nel porto, ma nel lido di tramontana presso Torre Legni, che sulla più sporgente parte della lingua di terra s'innalza. All'imboccatura del porto vi è una piccola isoletta chiamata Colombaja, l'antica Peleja, che secondo Fazello fu munita da un forte nell'entrar ch'Enea fece in esso porto. Al presente non vi è apparenza veruna di antiche muraglie.
- ↑ [p. 250 modifica]Ciò che nella nota numero 3 si è detto di Segesta, può applicarsi ad Erice, perchè i Trojani, detti ancora Elimi, dal nome di un figlio legittimo, o bastardo di Anchise che prima di Enea giunto si crede in Sicilia, fabbricarono non solo Egesta, ma ben anco Erice, Elima ed Entella. Tucidide nel libro sesto ce ne rende sicuri [p. 251 modifica]asserendo: Sedibusque positis in Sicanorum finibus universi vocati sunt Elimi, et urbes ipsorum erant Eryx, et Egesta. Crede Strabone che questo Elimo con Enea fosse venuto, alii ad Egestam (Enea) Siciliae cums Elymo Troae trajecisse, et occupasse Erycem. V'ha chi sostiene esserne stato il fondatore Erice figlio di Venere e di Bute, come chiaramente si scorge dal lib. 4 di Diodoro: Qui (Erice) sui quoque nominis urbem in aedito loco aedificavit. Stefano Bisantino, de urbibus, et populis, l'istessa cosa asserisce: Eryx urbis Siciliae, masculini generis ab Eryce Veneris, et Butae filio. Polibio, lib. i, attesta che questo monte omnes Siciliae montes praeter Ætnam superat. Bouchart, lib. i, cap. 27, l. c., da questa circostanza ha saputo rintracciarne l'etimo derivandolo dalla parola ebraica Harucas, Hareces che vale luogo alto ed eccelso, e che i Greci cambiarono in Ἔρυξ, Eryx.
- ↑ Diodoro, lib. 4.
- ↑ [p. 251 modifica]Pausania, nel suo lib. 3, Laconica, intorno siffatto duello ci rapporta: Herculem enim ajunt cum Eryce luctatum propositis certamini conditionibus, ut si ipse vicisset Erycis regione potiretur; qual cosa fa dire ad Erodoto, lib. 5: Erycis regionem omnem heraclidarum ad ipso Hercule possessam.
- ↑ [p. 251 modifica]Leggasi la nota numero tre e particolarmente il testo di Cicerone.
- ↑ Ελυμφν leggere invece di Σολυμυν, perchè il monte Elimo è il monte vicino Trapani.
- ↑ [p. 251 modifica]Secondo Fazello, Deca 2, lib. i, cap. 2, Anchise morì nel luogo oggi chiamato Bonagia.
- ↑ [p. 251 modifica]Ecco quanto ne dice Diodoro nel libro 4: Qui (Erice) sui quoque nominis urbem in aedito loco edificavit, in cujus arce templum matri condidit, omnique apparatu et donariorum copia exornavit. Stefano, de urbibus, asserisce l'istesso; Eryx urbs Siciliae ab Eryce Veneris, el Bute filio. Credesi ancora da qualcuno che l'istesso Enea ne fosse stato il fondatore, come da Mela ci viene riferito ne' termini seguenti: Montium Siciliae Eryx maxime memorantur ob delubrum Veneris ab Enea conditum. È degno di osservazione che Strabone nel [p. 252 modifica]l. c. ci rapporta esservi stato in Roma un altro tempio ugualmente sacrum Veneris Erycinae dictum.
- ↑ [p. 252 modifica]Ecco la sua espressione che nel lib. 4 si legge: Aureum quoque fanum Erycinae Veneri ingenio, et artificio magno fabricavit, vero et naturali facto tam assimilem, ut extra imitationis aleam esset. Ἰεροδοῦλαι, parola composta dalle due greche ἰερος, sagro e δοῦλαι, serve. Qui pare che l'esattezza dell'autore cada in equivoco, perchè, secondo le parole di Strabone, nel lib. 6, non si dice che quelle donne fossero state mille. Lo fa marcare però espressamente parlando nel libro ottavo di quelle in Corinto: et Fanum Veneris Corinthi ita fuit locuplex, ut plures quam mille habuerit sacrorum famulas meretrices, quas Deae viri, mulieresque dedicarunt. Riguardo a quelle di Erice così ne fa parola nel lib. 6: Praecipua cultum religione Hierodulis mulieribus plenum, quas juxta votum dedicabant tum Siculi cum alii multi exteri.
- ↑ Segestani ædem Veneris in monte apud Erycem vetustate delapsam restaurari postulavere: nota memorantes de origine ejus, et læta Tiberio. Suscepit curam libens ut consanguineus. An. IV.
- ↑ [p. 252 modifica]Svetonio però, nella vita di quell'Imperatore, dice esserne stato costui il restauratore: Templum quoque in Sicilia Veneris Erycinae vetustate collapsum, ut ex erario populi romani reficeretur, auctor fuit.
- ↑ [p. 252 modifica]È da riflettersi che questo tempio, o da Trojani, o da Erice, o da Dedalo innalzato, vantar deve sempre un'antichità remota a segno che ad epoche corrisponde, ove ancora degli ordini di architettura conoscenza non si avea. Quand'anche vero fosse che Doro e Jono fossero stati gl'inventori de' due ordini che il nome ne portano, come il solo Vitruvio ci dà ad intendere, pure l'uso n'era da principio sì poco comune che dallo stesso Omero non se ne fa veruna menzione. Descrivendo egli la sontuosità e magnificenza di Tebe, de' palazzi di Priamo e Menelao, ed in particolare d'Alcinoo e de' due tempi di Minerva e di Vulcano, non presenta ragione da farci comprendere che al [p. 253 modifica]suo tempo conosciute fossero regolarità e bellezza di architettonico ornamento, o per dir meglio dell'ornamento chiamato ordine. Il portico di questo poeta non può esser certamente quello di cui noi intendiamo parlare; nè sa comprendersi come i traduttori abbiano voluto dare siffatto significato alla parola Ἀίδουσα che costui usa nella descrizione di quei palagi, il cui radicale essendo ἀίδω, ossia brucio, accendo, risplendo, pare che non abbia rapporto veruno con il nostro portico. Quel famoso tempio di Erice dunque qual forma avea? Quale ordine, quale gusto, o magnificenza di architettura vi si ammirava? Cosa ci possono far discernere su di questo quelle spezzate colonne che sole tuttavia n'esistono, seppure veramente gli appartennero? Nulla. Essendo tutto favoloso ciò che intorno l'origine del paese si è scritto, lo è ben anco quanto l'origine di quel sagro edifizio riguarda.
Scrittori rispettabili e generali tradizioni ci danno come vera l'esistenza d'uomini straordinariamente grandi, di Giganti. Beroso, Omero, Timeo, Diodoro, Strabone, Plutarco, Filostrato, Solino, ed altri antichi, e tra' moderni Fazello, Valguarnera, Inveges, Mongitore ed alcuni autori di estere nazioni, ce la vogliono assolutamente far credere. E perchè no? Forse Iddio non sapeva far Giganti? e che dopo creati, non fidavasi di distruggerli e lasciarne soltanto superstiti in qualche parte della terra, ed in proporzioni meno grandi ed esagerate? Vi volle forse minor sapienza e difficoltà nella creazione de' nani della Lapponia e della Groenlandia? Intanto questi si credono perchè si vedono, quelli all'opposto si negano, perchè non sono più veduti. A' sentimenti di tutti i menzionati autori si aggiunge la sagra autorità della Scrittura. Nella Genesi, cap. 6, verso 4, si legge: Gigantes autem erant super terram in diebus illis. Dotti interpetri però asseriscono che i Settanta abbiano [p. 254 modifica]malamente tradotte le parole ebraiche nephilim e gibboim, che uomini empii significano. Il canonico Mazzocchi però, con la vasta sua cognizione nelle lingue orientali, dimostra tutto il contrario, Diss. 3, tomo i, Specilegii biblici. Nei numeri, cap. 13, verso 34: Ibi vidimus monstra quaedam filiorum Enac de genere giganteo. Nel Deutoronomio, cap. 2, verso 21: Populus magnus, et multus procerae longitudinis sicut Enacim. Tralascio per brevità tanti altri simili passi, e volendo aggiungere le opinioni de' fisici e degli storici naturali, giova servirsi del più valente ed esatto tra costoro del conte De Buffon. Egli, nel suo Trattato dell'epoca della natura, dopo non pochi ragionamenti conchiude: Ces témoignages me paraissent suffisans pour qu'on puisse croire avec quelque fondement, qu'il y a autrefois éxisté dans le continent de l'Asie non seulement des individus, ma des races des Géans, qu'ont été détruits, et dont les derniers subsistoient encore du temps de David. È ben conosciuta l'importante disputa tra Habicot chirurgo di Parigi e Riolan dottore in medicina e celebre anatomico, risguardante le ossa del re Teutoboco, scoverte nell'anno 1613 nel Delfinato. Il primo di quei due pubblicò un'operetta sotto il titolo di Gigantosteologia, ed il secondo diede alla luce la sua con il nome di Gigantomachia, alla quale essendosi dal primo risposto nel 1618, De Buffon, tra le altre cose da lui notate sul contenuto di essa risposta, in questi termini si esprime: Il donne ensuite les lettres, qui lui ont été écrites dans le temps de la découverte de ces os, et qui semblent de confirmer la réalité du fait du tombeau, et des os du géant Téontobocus. Chi è guidato da maggiore curiosità può ricorrere alla memoria del sig. Le Cat, al giornale letterario dell'abate Nazzari, al lib. 7 della storia della Scozia di Ettore Boezio, ed alla lettera del P. Gentil, prete dell'Oratorio, inserita nel Journal des Savans dell'anno 1692.
[p. 255 modifica]Or ciò posto, quali raziocinj possono addursi sufficienti a dimostrare l'impossibilità dell'esistenza de' Giganti e gli errori e le assurdità d'uomini tanto dotti, e di molte e rare conoscenze dotati? Nella prima età del mondo tutta la generazione, non solo negli uomini, ma ben anco ne' bruti, progrediva con sommo vigore e mirabile sviluppo. Le ossa impietrite trovate in Siberia, e che all'elefante, ippopotamo e corno d'ammone si appartengono, osservati si sono d'una grandezza al di là della regolare. E siccome molte razze di animali estinti si sono, così è da credere che sieno perite ancora quelle degli uomini giganteschi; e che soltanto i Patagoni ne sieno rimasti viventi. Les abitans du pays (La Martinière parla di questa nazione) sont d'une taille gigantesque. Les Espagnols, qui étoient avec Magellan, ne leur vennoient, que jusqu'à la ceinture. Gli stessi Enciclopedisti, avversi a questa credenza, negar non possono che ivi trovavansi de' Giganti: Ces prétendus Géans n'étoient au fond que des hommes très-grand, et qui auroient eu environ six pieds et demi par le rapport des mesures modernes au pied de roi. Dimando se per gigante s'intenda tutt'altro che homme très-grand, e se gli uomini d'una statura di due palmi e mezzo più alta della comune, non siano giganti? Si creda quel che si voglia, et quae unusquisque de ipsis sensit. Tucidide, lib. 6. - ↑ Questa ed altre assai ridicole favole che questo avventuriere ha voluto spacciare, possono dettagliatamente leggersi nella sua breve descrizione dell'Arcipelago.... con un ragguaglio esatto di tutte le antichità scoverte, ed acquistate specialmente del sepolcro d'Omero, e di altri celebri personaggi. Liv. 1773. Questo Conte era nell'ultima guerra turca uffiziale sulla flotta russa. Se la guerra avesse continuato, avrebbe costui scoverte le tombe di tutti li rinominati eroi e dotti greci. Le iscrizioni, che egli ha fatto imprimere, sono bastanti prove, con quanta poca delicatezza sapeva egli ingannare, per annunziare soprattutto una straordinaria ignoranza. Si trovano in Italia diversi gabinetti cha ha costui provveduto di pezzi d'antichità di sua propria invenzione, a' quali appartiene il gabinetto del cardinale Zelanda in Roma. I suoi travagli sono però facilmente conosciuti, e di una sola qualità di terra cotta. Si diletta particolarmente di fare iscrizioni greche che hanno il distinto carattere, che non vi si trova senso comune. Io ho impiegato in Napoli un pajo d'ore sopra una di esse, finchè mi accorsi che questa era della sua fabbrica.
- ↑ D'Orville dimostra assai facilmente con Virgilio ed altri, che l'antica favola non ha mai detto che Erice sia stato di colossale grandezza.
- ↑ Od. IX, ver. 116 e seg.
- ↑ [p. 255 modifica]Queste isole sono celebri nell'istoria della prima guerra punica. Esse furon dette Egadi, e da Virgilio Are, perchè vi si conchiuse la pace tra i Cartaginesi e Romani, con la quale si diè fine a quella guerra, ed in conseguenza di essa la Sicilia, a riserva del picciolo regno di Jerone, divenne provincia romana.
- ↑ Noi abbiamo i viaggi letterarj di Guis, il quale ha piuttosto svegliato che sodisfatto il desiderio di tal opera. Forse Villoison è quegli che ha cercato di riempire questo vuoto nella letteratura, per aver veduto la Grecia fin anco ne' più nascosti angoli e ne' più impenetrabili monti del Peloponneso. Sarebbe desiderabile che qualche dotto siciliano con questa mira occuparsi volesse di scrivere un viaggio per la Sicilia, in cui si parli meno di rovine che degli uomini.
- ↑ [p. 255 modifica]Mozia fu edificata, oppure abitata da' Fenicj V. nota n. 3, Palermo. Stefano, l. c., vuole che Ercole ne sia stato il fondatore, asserendo Motya urbs Siciliae a Motya femina, quae indicavit [p. 256 modifica]Herculi eos qui ipsius boves abegerunt. Fazello, Dece 2, lib. i, cap. i, riferisce l'istesso, ma commette lo sbaglio di situarla presso il promontorio Pachino. Diodoro nel lib. 14 ne fa una bella descrizione: Non procul enim ab hoc colle (Erice) sita erat urbs Motya colonia carthaginensium. Jacet autem haec urbs in quadam insula a sex stadiis ab ora Siciliae distans, et multitudine domiciliorum elegantiaque praeclare instructa. Una seconda Mozia eravi nelle vicinanze di Agrigento, la quale non era che un presidio della medesima, come l'ora nominato autore ci fa sapere: Ductisque (Ducezio) in agrogantinorum regionem copiis Motyam agragantino praesidio munitam oppugnare adoritur. La terza Mozia, se sia mai esistita, si crede che fosse stata costruita nelle spiagge di Mondello, o Sferracavallo, o nell'isola delle Femmine. Su di ciò gli autori sono così discordi, che nulla di vero possono farci rilevare. V. De Blasi, l. c., lib. i parte i, cap. 5.
- ↑ [p. 256 modifica]Si vuole che questo nome derivi da un pozzo ivi chiamato Lilybe, o Lilyba, Diodoro lib. 13, Cluverio lib. 5, cap. i. D'Orville si appoggia a quanto ne interpreta Bouchart, cioè che questa parola sia orientale, proveniente da Lelubo, che vuol dire luogo situato verso Libia; si è data dunque a questo promontorio ed al pozzo siffatta denominazione. Oggi si chiama corrottamente Boeo; e qui i Fenicj, poco dopo di essere stata Selinunte da' Magaresi e Siculi edificata, costruirono la famosa città di Lilibeo. Eccone la testimonianza di Diodoro nel 22 libro: Pyrrhus omnem carthaginentium ditionem suae potestatis et arbitrii fecit praeter Lilybeum, hoc namque oppidum a Carthaginensibus fuit conditum, postquam Dionisius tirannus Molyam Carthaginentium expugnaverat. Questa fortificata città lunghissimo assedio sostenne contro i Romani, in cui dalle due nazioni si manifestò tutto ciò che havvi di grande, intelligente e sagace nell'arte della difesa e dell'attacco delle piazze. Le siege de Lilybée [p. 257 modifica]est sans contredit le chef d'oeuvre de l'art. Folard in Polibio. — Sulle rovine della medesima fu dai Saraceni costruita l'attuale città di Marsala, che il suo nome deriva dall'arabo Marset alla che significa porto di Dio. Non v'è altro resto di antichità da vedere che il pozzo sito nella chiesa di S. Giovanni. Lilibeo fu ancora celebre per la dimora e per la sepoltura della Sibilla Cumana. Solino, capitolo ii, così ne scrive: Lilybitano scilicet promontorio Lilybeum oppidum decus est Sibillae sepulcro. Isidoro, Orig., lib. 8, cap. 8, asserisce, dicta autem, inquit, Cumana a civitate Cumis, quae est in Campania, cujus sepulcrum in Sicilia adhuc manet. D'Orville, part. i, cap. 5; si spiega così: Parietes, et ipsum pavimentum opere musivo ex parte sunt insignia, quae tamen ornamenta non ipsam cavernam antiquitate aequare, sed medii potius aevi censuerim; nam antrum ipsum facile crediderim esse antiquissimum.
- ↑ [p. 257 modifica]L'autore parla sicuramente di miglia alemanne; perciò Mazzara è distante da Marsala miglia due e mezzo circa, e non un miglio.
- ↑ [p. 257 modifica]Mazzara non era che un semplice castello de' Selinuntini, di pochissima importanza, perchè Guiscone se ne impadronì senza pena veruna nelle guerre tra i Segestani e quella popolazione. Ciò viene riferito nel lib. 13 di Diodoro. Versus Selinuntem iter facit, ubi ad Mazzarum flumen pervenit. Emporium illic situm primo insulto capit. Post ad urbem propius accedens.
- ↑ [p. 257 modifica]Nel luogo dove tale colonia giunse dalla Grecia sotto il comando di Lamide, edificò la città Ibla Megara. Tucidide nel lib. 6 asserisce che anno centesimo post urbem ab ipsis conditam (Ibla) Selinuntem Pammilio illuc misso condiderunt Zanclaei Mylas habitantes, Callipolim Naxi, Selinuntem Megarenses Siculi; e Marciano ancora attesta l'istesso, dicendo: Megarenses Selinuntem, Gelenses autem condiderunt Agrigentum. Secondo il computo che ne [p. 258 modifica]fa Causobono nel detto libro di Strabone, si rileva che i Megaresi giunsero in Sicilia 230 anni avanti l'era cristiana, e quindi Selinunte fu edificata 630 anni avanti tale epoca.
- ↑ [p. 258 modifica]Questo tempio è della classe di quelli chiamati Ditteri da δίς e πτέρον, cioè due ed ala, perchè aveva due circuiti di colonne, ossia due περίπτεροι, che significa circondato di colonne.
- ↑ [p. 258 modifica]I Greci, i quali ogni sontuosità e magnificenza ne' loro tempi impiegavano, attenti erano al tempo istesso, e di studio non mancavano nella situazione de' medesimi a norma de' caratteri e delle qualità principali delle divinità che vi si adoravano. I tempj che si ergevano fuori della città erano quelli di Marte, Bellona e Venere, come Dei pericolosi che di disordini e delitti poteano esser cagione. Quelli di Giove, Giunone e Minerva sopra alture situavansi, perchè s'intendeva che queste Deità alle cose ed agli affari pubblici presedessero.
- ↑ [p. 258 modifica]Bisognò passar molto tempo finchè le colonne rastremate si fossero in linea curva.
- ↑ [p. 258 modifica]Io son di opinione che il tremuoto non poteva con tanto giudizio e regolarità stendere al suolo quelle colonne. Mi persuado al contrario, che nella confusione e nel caos in cui questi smisurati massi fossero stati trovati, avrebbe potuto questo tremendo e sconvolgente fenomeno l'opera sua manifestare.
- ↑ Diod. lib. 13.
- ↑ [p. 258 modifica]Ciò trovasi scritto nel lib. 13 di Diodoro: Hi responsum ab Hannibale ferunt Selinuntiis, qui libertatem tueri nequissent servitutis conditionem nunc experiendam esse. Deos vero incolis infensos Selinunte jam excessisse.
Il barone Pisani, afflitto da prematura morte di un figlio, che di talenti e cognizioni superiori alla di lui età era adornato, non lascia pur non di meno di occuparsi dello studio delle antichità e belle [p. 259 modifica]arti. Egli ha di recente scritto una memoria su di tre smisurate metope d'uno de' tempj di Selinunte, scoverte negli scavi intrapresi dagl'inglesi Harris ed Angel. Il Governo le ha fatte in Palermo venire, e malgrado che ciascuna di esse fosse ridotta in moltissimi frantumi, ne ha egli saputo giudiziosamente interpetrare le scolture che vi si osservano. La detta memoria non è stata stampata, ma se ne trova descritto un estratto nel Mercurio Siculo dei 2 ottobre di quest'anno 1823. - ↑ [p. 259 modifica]Queste sono le parole di Diogene Laerzio, Vita di Empedocle: Sedata autem peste apud flumen epulantibus apparuisse Empedoclem, illos eo conspectu adsurrexisse ei, divinosque honores velut Deo detulisse.
- ↑ Il mio amico Andolina in Siracusa possiede un manico d'un vaso di creta cotta con il nome dell'artefice, ch'è ΑΓΑΘΟΣΕΣΥ. È molto singolare che si sia trovato questo nome, che sembra per altro di non essere così comune. Sarebbe questo un tema per un italiano letterato, che facilmente due tomi in foglio riempirebbe, per dimostrare che il re Agatocle abbia fatto questo vaso e portato seco in Siracusa nell'averla conquistata, e che in seguito gli servì d'urna, la quale fu trovata nella sua sepoltura. Quest'opera esser potrebbe compagna a quella, di cui Klotz dà un prolisso squarcio ne' suoi Ridiculis litterariis.
- ↑ [p. 259 modifica]Terme, nome proveniente dal greco δερμαί, stufe, oppure δέρμη, caldo. Ve n'erano delle altre chiamate Terme imeresi, ove era l'antica Imera, la quale presso Termini s'innalzava. Questa fu fondata da Zancle (25) con i quali unironsi molti Calcidesi da Siracusa esiliati, e perciò fece dire a Tucidide, lib. 6, quae sola, in hac Siciliae parte est graeca civitas; ed in altro luogo dell'istesso libro, toccante i fondatori della medesima, riferisce che postquam Zanclam autem conditam Himera ab Euclide, et Simo, et Sacone coloniae ducibus condita fuit. Pindaro nella 12.a ode pitia descrive la favolosa origine dell'acqua di quei bagni; e Diodoro nel lib. 5 in questi sensi ne parla: In vicino Himerae tractu, ubi calidarum fontes aquarum Nimphae sub adventum Herculis in gratiam Palladis aperuerint, ad oggetto di ristorare quell'eroe dalle sue fatiche. Riguardo alle circostanze de' sedili de' bagni delle quali Münter fa menzione, in questo modo vengono descritte in Fazello, Deca i, lib. 6, cap. 3, In quibus sudaturi egri sedent, literis quibusdam, quibus cuique sedi suus morbus quem sanabant significabatur, Phoenicibus ne an Damascenis cum [p. 260 modifica]neque a Graecis neque Haebreis Chaldeisque legi unquam potuerint. Questa città prese il nome dal Lume Imera, il quale non è un solo, ma due tra loro separati, che avendo le loro sorgenti sulle Madonie, anticamente Nembredi, presso Polizzi, si scaricano ne' due opposti mari, dividendo quasi in due l'isola tutta. Per questa particolarità fu stabilito il loro corso per linea di marcazione de' rispettivi dominj de' Cartaginesi e Siracusani.
- ↑ [p. 260 modifica]Cette rivière (Martinière, Diz. Geogr.) est le fleuve Camicus, ou Halicus des anciens. Non è però il più grande tra tutta la Sicilia; proprietà che ha l'Imera considerato come unico fiume, perciò Cluverio, lib. i, cap. 16, lo chiama maximum flumen, ed appresso omnium Siciliae amnium longissimus. Intanto cade costui in contraddizione chiamando nel cap. 10 dell'istesso libro il Simeto, oggi Giarretta, totius etiam insulae maximus, ac proximus Catanae. Ancora Vibio Sequestre, nel suo trattato De fluminibus, opina in questo modo, asserendo: Itaque simili modo Symaethum fluvius eo quod maximus fuerit Siciliae.
- Pagine che usano Nota separata
- Testi in cui è citato Johann Hermann von Riedesel
- Testi in cui è citato Publio Virgilio Marone
- Testi in cui è citato Servio Mario Onorato
- Pagine con link a Wikipedia
- Testi in cui è citato Dionigi di Alicarnasso
- Testi in cui è citato Marco Tullio Cicerone
- Testi in cui è citato Gabriele Lancillotto Castello
- Testi in cui è citato Cornelio Nepote
- Testi in cui è citato Pausania
- Testi in cui è citato Tucidide
- Testi in cui è citato Marco Vitruvio Pollione
- Testi con errata corrige
- Testi in cui è citato il testo Eneide
- Testi in cui è citato Diodoro Siculo
- Testi in cui è citato Tommaso Fazello
- Testi in cui è citato Giovanni da Procida
- Testi in cui è citato Carlo V d'Asburgo
- Testi in cui è citato Augusto
- Testi in cui è citato Marco Terenzio Varrone
- Testi in cui è citato Filippo Cluverio
- Testi in cui è citato il testo Odissea
- Testi in cui è citato Omero
- Testi in cui è citato Teocrito
- Testi in cui è citato Pomponio Leto
- Testi in cui è citato Strabone
- Testi in cui è citato Tiberio Giulio Cesare Augusto
- Testi in cui è citato Publio Cornelio Tacito
- Testi in cui è citato Gaio Svetonio Tranquillo
- Testi in cui è citato Déodat de Dolomieu
- Testi in cui è citato Jan Gruter
- Testi in cui è citato Tito Livio
- Testi in cui è citato Diogene Laerzio
- Testi in cui è citato Empedocle
- Testi in cui è citato Dionisio I di Siracusa
- Testi SAL 100%
- Testi in cui è citato Gaio Plinio Secondo
- Testi in cui è citato Salvatore Maria Di Blasi
- Testi in cui è citato Licofrone
- Testi in cui è citato Sesto Pompeo Festo
- Testi in cui è citato Friedrich Münter
- Testi in cui è citato Alfonso V d'Aragona
- Testi in cui è citato Abraham Trembley
- Testi in cui è citato Jean-Baptiste de Lamarck
- Testi in cui è citato Lazzaro Spallanzani
- Testi in cui è citato Stefano di Bisanzio
- Testi in cui è citato Polibio
- Testi in cui è citato Samuel Bochart
- Testi in cui è citato Erodoto
- Testi in cui è citato Pomponio Mela
- Testi in cui è citato Berosso
- Testi in cui è citato Timeo di Tauromenio
- Testi in cui è citato Plutarco
- Testi in cui è citato Lucio Flavio Filostrato
- Testi in cui è citato Gaio Giulio Solino
- Testi in cui è citato Mariano Valguarnera
- Testi in cui è citato Antonio Mongitore
- Testi in cui è citato il testo Genesi
- Testi in cui è citato Alessio Simmaco Mazzocchi
- Testi in cui è citato Georges-Louis Leclerc de Buffon
- Testi in cui è citato Jean Riolan il Giovane
- Testi in cui è citato Ettore Boezio
- Testi in cui è citato Antoine-Augustin Bruzen de La Martinière
- Testi in cui è citato Ferdinando Magellano
- Testi in cui è citato Francesco Saverio de Zelada
- Testi in cui è citato Jacques Philippe D'Orville
- Testi in cui è citato Pierre-Augustin Guys
- Testi in cui è citato Jean-Baptiste-Gaspard d'Ansse de Villoison
- Testi in cui è citato Isidoro di Siviglia
- Testi in cui è citato Marciano di Eraclea
- Testi in cui è citato Isaac Casaubon
- Testi in cui è citato Pietro Pisani
- Testi in cui è citato Christian Adolph Klotz
- Testi in cui è citato Pindaro
- Testi in cui è citato Vibio Sequestre