Ville e Castelli d'Italia/La Villa Pia Comm. C. Crespi
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particolare della zoccolatura.
Villa Pia
S’insinua nel lago, a mo’ di penisola, un colle, coronato di annose magnifiche piante, d’uno di quei boschi, che la religione degli antichi voleva sacri, e che il Cristianesimo, dove potè, ha ribenedetti. Questo qua si chiama, in effetto, il Sacro Monte d’Orta, ed è tutto sparso di cappelle, che l’arte ingenua della scultura policroma in terra cotta ed in legno ha popolate di drammi religiosi in azione. La penisoletta poi si vien connettendo alla sponda per un breve dosso erboso, che da ambo i lati sovraggiudica le placide acque. Gli è su quel dosso che Villa Pia protende i suoi terrazzi, gli è da quello che lancia in aria la sua torre-minareto.
Se la Natura aveva preparato il terreno, la Fortuna combinò a meraviglia i due elementi indispensabili a generare i miracoli dell’Arte: un mecenate e un ingegno.
facciata verso il lago
particolare delle logge verso il lago. Ho detto mecenate per abitudine: ma l’esempio degli intelligenti e munifici promotori d’opere nobili e belle non occorre di salire fino al Palatino d’Augusto a cercarlo: il prototipo che può darci a intendere un signore come il castellano di Villa Pia bisogna piuttosto chiederlo a quegli ingegnosi ed alacri cittadini dei nostri Comuni, a quei maggiorenti delle gloriose nostre città marinare e mercantili, che non cavarono già le loro ricchezze dal privilegio feudale, ma seppero essi medesimi onestamente adunarle, governando con operosità e con sagacia le proprie industrie, e diffondendone i prodotti, con gli avvedimenti nuovi del cambio e del credito, fin sui più lontani mercati del mondo . Uomini esercitati nel pensiero e nel lavoro, epperò naturalmente amici di pensatori e di lavoratori; lieti di averseli intorno, di
particolare dei portici verso il lago.
finestra di piano terreno e di primo piano.
vederli all’opera, di fregiare le proprie case e di nobilitare le proprie famiglie prediligendo, sopra i forzieri colmi d’oro, i tesori del genio umano: libri, quadri, statue, architetture d’antichi e nuovi maestri.
Al signore bisognava di riscontro l’artista: uno che non uscisse dall’ambiente gelido e chiuso delle vecchie Accademie, e non vi si fosse plasmato a una tradizione sola e a una sola maniera; anzi, che liberamente si fosse nudrito del midollo di tutti gli stili più geniali, studiandoli ne’ loro tipi genuini, assimilandosi di ciascuno d’essi il carattere, penetrandone le attenenze necessarie coi luoghi e coi tempi; e che così avesse acquistato il diritto e l’abilità di eleggere di volta in volta lo stile che meglio s’attagliasse al proprio assunto; e che elettolo, sapesse applicarlo, non solo con una conoscenza perfetta dei particolari, ma altresì con l’intuito sicuro dell’insieme; trattando l’opera, non come un faticoso centone da lucidare su frammenti altrui, ma come una creazione nuova e sua.
Incarnazione di questo tipo d’artista si trovò essere l’architetto Cav. Angelo Colla; un autodidascalo, avrebbero detto i nostri vecchi, nel quale la ricerca longanime dei buoni esemplari non aveva soffocato la indipendenza della invenzione, ma sapeva tenerla in riga, e l’ingegno era bensì governato dalla dottrina, ma non inceppato altrimenti da consuetudini ripetitrici. In lui s’avvenne un uomo che era fatto per intenderlo, il Comm. Benigno Crespi, e osò a lui affidarsi: porgendo così occasione di sciogliere il volo a uno di quegli intelletti, che spesso il dotto volgo misconosce e disdegna, inchinevole com’è a scambiare per bizzarria una imaginativa potente, e la insofferenza delle pastoje scolastiche per ispirito di rivolta o per lo meno di secessione.
Il Colla dunque non istette in forse; e, volendo che a una dimora destinata al riposo ed allo svago rispondesse quel che l’Arte ha trovato di meno rigido e di più pittoresco, pensò ad emanciparsi dal classicismo greco
particolare della facciata principale.
romano: non che ne facesse poca stima, tutt’altro; ma gli parve che, in una plaga di per sè romita e severa, l’aspetto determinato nell’edificio dalla piattaforma greca o dal tutto-sesto romano avrebbe accresciuto il raccoglimento, non aperto facilmente l’animo alla letizia. Che cosa invece di più vago di quello stile, che, nato sotto i fervidi soli del l’Oriente, si era acclimato così bene in Ispagna e nella stessa no stra Sicilia, e così meravigliosa mente era rivissuto, per virtù d’innesto, a Ve nezia? che faceva ripensare ai mi nareti di Bagdad e di Damasco, alle torri dell’Alhambra, all’Alcazar di Siviglia, alla Ziza e alla Cuba di Palermo, riconosciute da ultimo, è vero, costruzioni nor manne, ma pregne di arabo sa
cuspide della torre.
pore e germogliate da arabo tallo? Eleggere lo stile arabo era quasi ricondurci in quell’atmosfera d’ospitalità, di cavalleria e di coltura, della quale i Califfi, bisogna pur confessarlo, furono dei primi propagatori tra le rudi baronìe dell’Occidente; era quasi invitarci a respirare quell’aura di poesia, che aleggia nelle ghazele di Hafiz, e celebra in accenti così soavi i fasti della bellezza, della gioventù e dell’amore.
Quando un signore generoso s’incontra con un artista di rara valentìa, non può non uscirne novità e bellezza, a patto però di poter disporre, oltre ai quattrini ed al genio, di un terzo coefficiente, ed è il tempo. Or di questo va data lode particolare al signor Crespi, che non istrozzò l’opera con le pressure impazienti dei ricchi volgari; che a un ingegno vago di squisitezze infinite, armonizzatore di complicate e dilicate policromie, geloso di una esecuzione irreprensibile fino nei particolari più minuti, non misurò i giorni, nè tampoco gli anni: a tale, che il valentuomo visse bensì abbastanza per divisar l’opera in ogni sua parte, non per vederla compiuta; e al suo legittimo continuatore, il signor architetto Talamoni, toccò l’onore e il carico di condurla a fine.
Quello stile che gli artisti spagnuoli del Rinascimento chiamarono moresco, e che si sèguita a designare volgarmente con questo nome, è più propriamente arabo, il germe essendone pullulato in quelle regioni situate fra il Mar Rosso e l’Eufrate, che, prima ancora della comparsa del Profeta, erano il grande scalo dell’Oriente, e d’onde una stirpe avventurosa si era cimentata già a visitare non solo gli antichi Imperii dei Medi e degli Assirii, la Giudea e le colonie greche e romane, ma, secondo vi è ragione di credere, persino la remota India. Moderne ricerche, in fatti, nell’Alta India e nei piccoli Stati confinanti con la Persia hanno dimostrato come dall’India traesse le sue origini lo stile persiano, che, progenitore dell’arabo, già si era propagato nella Siria e nell’Asia Minore avanti la costruzione stessa della Kaaba; e hanno rivelato i primi albori dell’arco multiplo, e in particolare dell’arco eccentrico e dell’appuntato, in età anteriore di molti secoli alla fondazione dell’Islamismo .
La conquista a cui Maometto sfrenò le tribù de’ suoi deserti, pur sapendo loro imporre l’idea moralizzatrice di un incrollabile teismo, compì l’opera che la navigazione, il commercio, lo spirito d’avventura e di scoperta avevano iniziata. Alla caduta dei Sassanidi, gli Arabi, che già avevano percorso vittoriosamente la Siria e l’Egitto, scosso il vacillante Impero greco e intrapreso il conquisto del mondo, poterono contemplare nella città di Madain, di cui s’erano insignoriti, i prodigj compiutivi dall’arte persiana. Essi rimasero abbagliati, dice uno storico, dalla molteplicità e dallo splendore degli ornamenti, di cui videro adorni e quasi ageminati edifizj e cupole, che si alzavano fino alle nubi. Allorchè poi l’Islam ebbe riportato in Occidente i suoi maggiori trionfi, e messe radici in Ispagna, le traccie dell’antico fanatismo s’andarono più sempre obliterando; la filosofia, che i suoi sapienti raccolsero dall’antichità greca e trasmisero all’immemore Europa, ma soprattutto le scienze naturali, le matematiche, l’astronomia, l’architettura nautica, la cartografia, l’irrigazione, la industria esercitata sulle materie tessili, sui cuoj, sui metalli, e, insieme con l’applicazione de’ più rari trovati dell’ingegno umano, l’esercizio quotidiano della carità e della lindura, la diffusa viabilità, la frequenza delle grandi ed utili opere pubbliche, impressero un periodo di sette secoli d’un suggello di civiltà così inoltrata quale non conobbero età posteriori.
Elevando un palazzo che ricorda le delizie della Corte fra tutte intellettuale dei Califfi, l’artista non ha dunque celebrato i fasti della scimitarra, ha celebrato quelli d’un internodio di vita civile, che, per la singolare precocità con cui vi prevalsero industrie e commerci, può dirsi un presentimento dell’età moderna, e proprio di quel mondo del lavoro e del pensiero, di cui il castellano di Villa Pia è una delle illustrazioni.
salone.
sala da pranzo.
Gli storici dell’arte distinguono nell’architettura araba due epoche e due maniere; la prima, che ha i suoi esemplari in ispecie nelle moschee di Medina, di Gerusalemme e di Damasco, ritrae dello stile neo-greco dei monumenti del Basso Impero, ma v’innesta due elementi suoi proprii e caratteristici: l’arco incurvato a cerchio oltre il peduccio, in figura di ferro da cavallo, e la volta stalattitica, che in cima al minareto principia, se anche timidamente, a insertare le une sulle altre, a mo’ d’alveare, le varie e alterne sue nicchioline. Nè mancano gl’imaginosi che vogliono ravvisarvi traccie della tenda nomade primitiva: nelle colonne angolari le antenne, nelle cornici a bastone le aste trasversali, nelle merlature traforate e intagliate gli ornamenti che s’infiggevano sovra le dette intelajature della tenda, nei cordoni cilindrici a spira le corde, nelle impiallacciature, infine, di preziosi marmi e di majoliche, il tessuto dei ricchi tappeti orientali.
La seconda epoca e maniera incomincia a mostrarsi nelle moschee di Amru e di Ebn Tulun in Egitto, e si svolge soprattutto durante i califfati dell’Occidente, nelle leggiadre fantasie dell’Alhambra a Granata e dell’Alcazar a Siviglia . Ivi, oltre all’arco oltrepassato e tipico, che gli Arabi chiamano sacro, comparisce l’arco acuto, non già foggiato, come l’ogiva nordica, sul triangolo equilatero o sull’isoscele, ma su due centri posti al di qua e al di là del mezzo della corda, arco che qualche
atrio. volta s’appunta al vertice, evolvendosi in una linea serpentina concavo-convessa, spesso anche si bipartisce o tripartisce in lobi e s’addentella a foggia di merletto, secondo vediamo nelle loggie dei palazzi veneti; forma questa che gli Arabi certo non accattarono in Europa, ma sembrano avere attinta all’India, che fu nota proba-
rimessa e scuderia
bilmente ab-antico, già il dicemmo, ai loro audaci navigatori, e rivisitata certamente fu dall’armi loro vittoriose, sotto il regno del quinto Califfo Abd-Amelek. Ma e nell’una maniera e nell’altra, e nei mutui innesti che naturalmente se ne fecero, un carattere costante è quello imposto all’ornamento arabo dalla proscrizione della figura umana, che gl’Ismaeliti avevano redata dalla iconoclasta Cananea, e che spronò l’imaginazione loro a ricattarsi con ogni maniera di combinazioni geometriche, di intrecciamenti e nodi e trafori vaghissimi, di musaici e smalti e policromie come quelle dei loro lucenti azulejos, infine con una flora stilizzata e gentilmente commista a bizzarrie calligrafiche, di cui s’innamorarono, sulla fine del Quattrocento, anche Leonardo e Alberto Dürer, ed a cui l’arte modernissima ritorna. Il difetto poi di quella parlante efficacia che è propria del volto umano, sospinse l’ingegnoso islamita ad animare altrimenti la morta pietra, confidando anche sulle pareti degli edifizj il proprio pensiero a ciò che ne è la trascrizione diretta, l’alfabeto: di che gli faceva particolare abilità la forma snodata, organica e quasi vivente dei caratteri cufici, tolti a prestanza dalle medaglie dei Sassanidi, e che probabilmente risalgono a origini assire o fenicie. È naturale che trovandosi innanzi una tanta dovizia di materiali, il nostro artista, al quale non incombeva alcun rigoroso mandato di ricostruzione storica
particolare della rimessa.
d’un’epoca o d’un monumento, si lasciasse guidare da soli criterii estetici nella scelta e nella combinazione di elementi, che gli stessi architetti arabi del periodo più fiorito, voglio dire del XIII e XIV secolo, intrecciarono con felice libertà; senza parlare dei mozarabi, i quali, o di araba stirpe che fossero, applicatisi a costruzioni cristiane, ov vero, e per lo più, cristiani contemporanei o posteriori al dominio islamita, si valsero dell’araba maniera, ma, pur lasciando largamente ad essa la preminenza, non si peritarono di tramescolarvi modanature ed ornamenti gotici o del Rinascimento, in quello stile che chiamarono mude jar; stile che finì con degenerare alla sua volta nei capricci del plateresco, malamente tritando in gingilli da oreficeria la severità delle linee costruttive .
Nulla di queste aberrazioni nell’opera del Nostro; la quale è bensì traricca d’ornamenti, aduna bensì tutti gli esemplari dell’archeggiare arabo, ma senza uscire dalla inesauribile miniera stilistica del tempo. In un solo caso si può dire che l’artista si sia alquanto emancipato dalla tradizione: nell’avere, cioè, adottato un coronamento a modiglioni, che talvolta sostiene, è vero, anche negli edifizii arabi, grondaje di amplissima tesa, come richiede, in clima torrido o quasi, il gran sole; e anche qui ce ne offre un esempio il padiglione delle scuderie, elegantissimo; ma non si vede che vada di conserva con le merlature; laddove, sul culmine di Villa Pia, una ne corre, traforata e intagliata nel più pretto stile orientale, delle più leggiadre che possano imaginarsi. Vano sarebbe entrare in particolari descrittivi, dove molte ed ottime eliografie permettono al lettore di rendersi ragione d’ogni cosa coi proprii occhi. Questo mi par che possa affermarsi, e basti: che l’edifizio risponde alla legge suprema e costante d’ogni cosa bella: unità nella varietà. Varietà infinita nei motivi ornamentali, nella applicazione delle policromie e delle dorature; ma inquadrata vigorosamente dentro alle linee costruttive. Unità manifesta nella semplice planimetria quadrilatera, senz’altro aggetto se non di un corpo mediano sulla fronte principale, ove quattro arcate di portico reggono un terrazzo, e da un secondo terrazzo a sommo dell’edifizio si spicca la torre, che va rastremandoşi per finire a foggia di minareto; unità viepiù manifesta nella facciata verso il lago, dove il portico a terreno corre continuo per otto arcate, e sopra vi si dispiega una bella ordinanza di elegantissime bifore, tenute in mezzo da due corpi di fabbrica più sobriamente forati.
Degna di nota è la scelta delle colonnine che fregiano i due portici terreni, altre in broccatello di Spagna, in rosso di Francia, in lumachello di Svezia, altre in verde di Polcevera, in rosso di Levanto, e in quei variegati diaspri di Sicilia, che non invidiano più bei marmi africani, e che fanno pensare all’isola di Cerere e di Santa Rosalia, cantata da Ibn-Hamdis, dopo Teocrito e prima del Meli, in bellissimi versi, e rimpianta dall’arabo poeta quasi terra natìa. Un altro avvedimento dell’Architetto non va pretermesso, e fu di trattare il grande vestibolo come gli Inglesi sogliono le loro Halls, abbracciando tutti i piani in un solo vano, dietro il quale la scala dall’imo al sommo si svolge. Nelle case greche e romane, sviluppate spesso su un piano solo e con pochi serrami, era naturale che il vestibolo desse a conoscere la costruzione intera, aprendo molteplici e profonde visuali a terreno; nelle costruzioni nostre moderne, che per lo più si svolgono nel senso dell’altezza, gli è in questo senso appunto che giova mostrarcene l’ossatura, e, per così dire, aprircene il nocciolo .
Superfluo aggiungere che il Colla, il quale in ogni sua fabbrica amava spargere motti ed epigrafi che ne manifestassero la destinazione e gli scopi, non risparmiò qui bellissimi distici arabi, di cui la biblioteca arabo-sicula dell’Amari gli fece copia. Vero è che non possono essere molti gli ospiti in grado di gustare quei saporiti apoftegmi, i quali celebrano l’ospitalità, l’amicizia, la munificenza, lo studio, la savia letizia: ma certo l’artista pensò ’che, entrando quelle soglie da lui tanto adorne, altri avrebbe trovato nelle accoglienze oneste e liete della munifica famiglia la migliore delle interpretazioni e la più eloquente delle chiose.