Vita di Giacomo Leopardi/Capitolo I

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Ai miei figliuoli Capitolo II
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Capitolo I.


I GENITORI.


Sommario: Il paese di Recanati. — Monaldo Leopardi. — Suo matrimonio con la marchesa. Adelaide Antici. — Invasione francese negli Stati del Papa. — Passaggio dei francesi da Recanati. — La repubblica a Recanati. — Gl’insorti abbattono gli alberi della libertà e fanno governatore Monaldo. — Tornano i francesi e Monaldo con la famiglia fugge. — Paura delle pulci. — Decreto di morte contro Monaldo.— Assedio d’Ancona. — Monaldo e la moglie assistono all’assedio. — Danni recati dall’inesperienza di Monaldo al suo patrimonio. — La moglie accorre al riparo. — Monaldo spodestato dalla moglie. — Una madre cristiana. — Rigida amministrazione della contessa. — Contradizioni di Monaldo. — Sue massime in politica. — Desiderio di possedere una biblioteca. — Monaldo scrittore. — I Dialoghetti e La Santa Casa di Loreto.


Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno del 1798 in Recanati, «piccola terra, scrive il Giordani, che il Papa chiama città; vicina quattro miglia a Loreto, quel gran mercato d’ignobili superstizioni.... Ivi tutti i mali d’Italia e nessuna consolazione.»1

La piccola città sorge e si distende sul dorso pianeggiante di un colle alto sul mare circa trecento metri. Ha tutto intorno ubertose e ridenti campagne; e domina dall’alto un immenso panorama: a nord-est, per una serie di colli digradanti al mare e sparsi di [p. 2 modifica]paeselli e di case campestri, l’occhio, quando il cielo è puro, dal monte d’Ancona si spinge a traverso l’Adriatico fino ai monti della Dalmazia; da ovest chiudono l’orizzonte le lontane cime degli Appennini, lasciando spaziare la vista verso nord fino al monte Sanvicino, dal lato opposto fino ai monti della Maiella; un’ampia distesa di colline, di pianure, di valli, verdeggianti di boschi, ridenti di campi coltivati e di ville.

Da questo ameno e variato paesaggio ebbe Giacomo Leopardi le prime impressioni della vita e del mondo, dolci impressioni, delle quali consacrò i grati ricordi nelle poesie. Chi vuol mettere a riscontro del vero quei ricordi, chi vuol vedere Recanati nel suo bello, deve andarci nella primavera. E sentirà la verità di quei versi:

Primavera d’intorno
Brilla nell’aria e per li campi esulta,
Si ch’a mirarla intenerisce il core.

D’inverno è un’altra cosa; d’inverno, quando il tempo è buono, Recanati è quasi sempre avvolta da un triste velo di nebbia. Ciò che forse, insieme all’aria mutabilissima, umida, salmastra, che il poeta disse crudele ai nervi, contribuì ad alimentare, con tante altre cause più gravi, la congenita e immedicabile malattia di lui.

La città e tutta, si può dire, in una strada, la strada principale, che la traversa da un’estremità all’altra, ed alla quale metton capo molte vie e viuzze trasversali. All’estremità sud-ovest sorge il vecchio palazzo Leopardi, che fu la triste prigione ove stoltezza e malvagità condannarono il povero poeta a dibattersi per oltre due terzi della sua misera vita, meditando e cantando il dolore umano. Parecchie altre famiglie nobili, una quarantina circa, avevano in Recanati il loro palazzo, e vi dimoravano, ai tempi della fanciullezza di Giacomo. Tenevano tutte [p. 3 modifica]carrozza, avevano appartamenti riccamente mobiliati, servitori in livrea, davano ricevimenti nei quali si osservava la più rigida etichetta.

In tutte le case c’era almeno un prete, l’aio o il maestro dei signorini. In casa Leopardi, quando nacque Giacomo, ce n’erano due.



La famiglia dei conti Leopardi è delle più antiche d’Italia, le memorie di essa rimontando fino al 1200. E quasi egualmente antica è la famiglia Antici, nella quale il conte Monaldo, padre di Giacomo, si scelse la moglie.

Monaldo, nato il 16 agosto 1776, primo di quattro figli, dal conte Giacomo e dalla marchesa Virginia Mosca, rimase a quattro anni privo del padre; e a diciotto, coll’assenso degli zii e della madre, e mediante il pagamento di una tassa al Governo del Papa, divenne padrone di so e del suo, assunse, cioè, l’amministrazione del patrimonio e il regime assoluto della famiglia; ciò che, secondo la volontà del padre espressa nel testamento, avrebbe dovuto avvenire soltanto quando egli avesse compiuto i venticinque anni.

Per giudicare del carattere e delle qualità di Monaldo, abbiamo, oltre i suoi scritti e le lettere sue e dei parenti, la sua Autobiografia,2 che va fino al 1802, ed appare scritta con sufficiente sincerità. Egli stesso vi parla della sua tendenza, fin da ragazzo, a sovrastare, non però, dice, a soverchiare; del suo bisogno d’imporre agli altri la propria volontà; della bestiale [p. 4 modifica]istruzione che gli fu data; della sua timidità con le donne; dei molti e gravi errori nei quali cadde per la sua inesperienza.

Ragazzo di sedici anni, si innamorò perdutamente di una contessina Teresa Ondedei Zongo, della sua stessa età, con la quale trovavasi spesso insieme, e che gli pareva lo corrispondesse; ma non ebbe mai il coraggio di manifestarle l’amor suo; anzi una volta che un amico di casa gli disse alla presenza di lei: «Poichè tutti lo sanno, confessami qui che tu fai all’amore con la contessina Teresa,» egli, con le brace nel volto, disse: «Non è vero,» e fuggì. «La giovane, soggiunge egli, se ne offese, e quel momento, che poteva legarci per sempre, fu la tomba della nostra corrispondenza.» Nel 1796, a venti anni, corse pericolo di sposare, per intromissione d’altri, una giovane di Bologna, figlia del marchese Camillo Zambeccari, che aveva più età di lui, e non gli piaceva. Liberatosi miracolosamente dal pericolo (ma la liberazione gli costò più di ventimila scudi), l’anno appresso, assistendo il 15 giugno alla messa solenne per la festa di San Vito, vide la marchesina Adelaide Antici, se ne innamorò, ne parlò pochi giorni dopo al fratello di lei, amico suo fin dall’infanzia, e il 27 settembre la sposò, contro il volere di sua madre e dei parenti. Ma il giorno stesso delle nozze fu fatta la pace; e la marchesina Adelaide divenuta contessa Leopardi fu da quel giorno donna e madonna, e in breve, padrona assoluta e dispotica della casa.



Erano i tempi della invasione francese negli Stati del Papa; e n’ebbero i loro guai anche Recanati o la famiglia Leopardi. Alla prima notizia dell’avvicinarsi delle truppe francesi a Bologna (giugno 1796), lo spavento dei Recanatesi fu tale, che il clero e il [p. 5 modifica]popolo si recarono a visitare processionalmente la Santa Casa di Loreto, e fecero un triduo solenne al Crocifisso nella chiesa di Sant’Agostino; di che nacque un subbuglio, volendo alcuni che il Crocifisso fosse portato in processione per tutta la città, ed altri no. Monaldo riuscì a calmare il subbuglio; ed egli stesso fece poi fare a sue spese in Recanati un triduo solennissimo nella chiesa di San Vito. Intanto il Governo del Papa, non volendo questi assentire alle esorbitanti domande della Francia, risolve di apparecchiare la guerra; e Monaldo, secondando gli ardori bellicosi di suo fratello Vito, che aveva allora diciassette anni, consentì che si arrolasse nell’esercito papale, lo accompagnò a Roma, offrì all’erario trecento scudi all’anno durante la guerra, e di cquipaggiare e mantenere a sue spese il fratello ed un altro volontario in un corpo di cavalleria.

Dopo la battaglia di Faenza e la presa di Ancona (febbraio 1797), alcuni soldati francesi andarono a Loreto, e di lì a Recanati, dove pernottarono, per ripartire la mattina dipoi alla volta di Roma. Al conte Monaldo, come rappresentante del Municipio e incaricato delle armi, toccò provvedere gli alloggi ed i viveri e sodisfare alle altre domande del generale francese: ed egli, salvo un po’ di paura, se la cavò non male. Alcuni giorni dopo passò da Recanati Napoleone Bonaparte, allora generale in capo dell’esercito francese in Italia. « Io non lo vidi, scrive Monaldo, perchè, quantunque stessi sul suo paesaggio nel palazzo comunale, non volli affacciarmi alla finestra, giudicando non doversi a quel tristo l’onore che un galantuomo si alzasse per vederlo. »

Senza parlare delle forti contribuzioni, altri danni e disturbi toccarono alla famiglia Leopardi durante l’invasione francese: il più grave di tutti fu questo.

Dopo l’occupazione di Roma per parte dei francesi e la proclamazione della Repubblica romana (1798), [p. 6 modifica]anche in Recanati, come in tutti gli altri paesi delle Marche, si era stabilito il governo repubblicano, del quale molti erano scontenti e indignati. E già, profittando delle poche forze francesi rimaste nella Romagna e nelle Marche, s’eran formate delle bande d’insorti, per abbattere il governo repubblicano e ristabilire l’antico. Nel giugno del 1799 una grossa mano di quei briganti (li chiama così anche Monaldo) entrò in Recanati, sollevò il popolo, abbattè gli alberi della libertà, e andata alla casa Leopardi trascinò con sè Monaldo, e lo fece, contro sua voglia, governatore. Egli si adoperò più che altro a salvare dalle mani di quei furibondi qualche galantuomo in voce di liberale, che volevano massacrare.

All’entrare degli insorti i pochi francesi che si trovavano in città erano fuggiti: ma all’alba del giorno dipoi fuggirono alla loro volta gl’insorti con quei di dentro unitisi a loro, appena ebbero sentore che i francesi tornavano. Monaldo, avvisato del loro avvicinarsi dal fratello Vito e consigliato da lui, si rifugiò colla moglie e il resto della famiglia presso alcuni suoi contadini fuori della città.

Giacomo stava per compiere un anno, e la contessa Adelaide, incinta di un altro figliuolo, era vicina al parto.

I francesi, tornati in numero di circa dugento, stavano per entrare in città, quando, intimoriti da alcuni colpi di facile sparati da pochi giovani appiattatisi dietro le siepi lungo la strada, retrocedettero: allora i briganti rientrarono, e vi furono sette od otto giorni di tale anarchia, che i saggi, scrive Monaldo, desideravano il ritorno dei francesi come una redenzione.

È curioso, e merita di essere riferito con le parole stesse del conte, questo aneddoto. « Nella prima notte che dormii in campagna, scrive egli, la mia povera moglie fu divorata dalle pulci. La sua gravidanza le [p. 7 modifica]rendeva intollerabile quel tormento e la privazione del sonno, e volle onninamente tornare in città, finchè si ripulisse affatto la casa. Io fremevo, e non sapevo persuadermi che si avessero a temere le pulci più dei francesi. Dovetti cedere e condurla a casa, finchè, purgato affatto l’asilo nostre da quelli animali terribili, vi ritornammo tranquillamente. »

La mattina del 25 giugno i francesi, in numero di cinque o seicento, rientrarono in Recanati: i briganti erano fuggiti tutti, e insieme con essi la maggior parte dei cittadini. Il comandante appena arrivato al Municipio scrisse un decreto di morte contro Monaldo e comandò che la sua casa e due altre venissero smantellate e incendiate. II decreto, per la intromissione di un commissario francese, Lantelme, che conosceva il conte e avea ricevuto da lui qualche piacere, fu revocato; e la famiglia Leopardi potè senza rischio tornare in città e nel suo palazzo; mala trepidazioni e le paure non erano finite. Appena arrivati e messisi a tavola per pigliare un po’ di ristoro, un biglietto del cognato Antici avverte Monaldo di recarsi subito da lui. Va e sente che si trattava di nuovo, per un equivoco, d’incendiare la sua casa. Anche questo pericolo fu scongiurato, ed eccoti subito dietro una imposizione di guerra, nella quale il conte era tassato per mille scudi. Parendogli averne avute assai per quel giorno, disse fra se: ci penseremo domani. Ma intanto viene una pattuglia ad arrestarlo, con grande spavento della famiglia. Tanto lui che gli altri, ai quali era stata imposta la contribuzione, tentavano schermirsi dal pagarla; e appunto da ciò gli arresti. Bisognò almeno in parte pagare. Non per questo cessarono le paure. Monaldo si ritirò per quattro o cinque giorni a Loreto in compagnia della moglie, a cercarvi un po’ di riposo: tornato, corse pericolo di essere prese con altri, e mandato in Ancona per ostaggio ai francesi. [p. 8 modifica]

Proprio in que’ giorni la contessa si era sgravata del secondo figliuolo, che ebbe nome Carlo.

In mezzo a questi ed altri disagi e paure il conte e la contessa vollero prendersi un po’ di spasso; uno spasso abbastanza singolare.

Per opera di una grossa banda d’insorti, Recanati ed altre città delle Marche erano state per poco liberate dai francesi, i quali ridottisi in Ancona erano ivi stretti d’assedio dagli insorti stessi, in aiuto dei quali vennero indi a poco gli austriaci. « II Governo degli insorti, scrive Monaldo, ci trattava bene; e vedendo che i francesi stavano pazientemente in Ancona, ci accostumammo a quell’ordine di cose, cominciammo a respirare e a ridere, e al rischio della nostra situazione non si pensava più. Anzi tutti correvano all’assedio di Ancona, per vederlo e divertirsi, e quel campo diventò una villeggiatura per la provincia intera. »

Monaldo, che n’aveva anche lui una gran voglia, si risolve d’andare quando seppe lo sbarco degli austriaci a Sinigaglia. Andò, e come sentì che la piazza di Ancona si arrenderebbe, cercò alloggio alla meglio nella casuccia d’un villano, alquanto lontana dalla piazza, ma sotto il tiro del cannone.

« Le palle e le bombe, scrive egli, strisciavano e cigolavano non raramente al fianco nostro e sopra di noi. Resto ancora meravigliato come mai essendo io cautissimo e timidissimo potessi espormi a quel pericolo; ma l’esempio seduce, e l’abitudine rende famigliare qualunque situazione. Inoltre per la tanta allegria di vederci liberi dai francesi eravamo tutti ubriachi e non pensavamo ad altro. Dormivamo tranquillamente sotto la bocca del cannone, come sotto l’ombra di un olivo pacifice. » II conte e la contessa ammirarano il campo degli assedianti, nel quale quasi ogni parte d’Europa era rappresentata, ammirarono il concorso dei forestieri che rendeva quel soggiorno deliziosissimo, ammirarono il contegno degli austriaci [p. 9 modifica]sommamente cortese e morigerato; e dopo tutte queste ammirazioni Monaldo conclude: « Vivemmo colà alquanti giorni allegrissimamente, e quel poco di bene ci ristorò delle angustie passate. » Indi, racconta come una mattina un turco passò sotto le loro finestre, tenendo per i capelli la testa di un francese tagliata di fresco. « Quella povera testa aveva ancora un resto di vita, e contorceva la bocca e gli occhi. II turco la guardava schernendola, e diceva: — Ride franciusa. — »

Pur lodando il governo austriaco di aver trattato bene le popolazioni delle Marche, appena liberatele dai francesi, Monaldo si lagna che non le avesse restituite subito, com’esse desideravano ardentemente, alla dominazione e alle leggi della Chiesa. Ma indi a poco la battaglia di Marengo (14 giugno 1800) rimise tutta l’Italia in potere della Francia: e così il benestare per il conte Monaldo finì. E finchè durò negli Stati del Papa il governo francese, egli si tenne lontano da qualsiasi ufficio pubblico.


Come tutti i figli di famiglia che, giovani ed inesperti, si trovano a un tratto padroni di un ricca censo, Monaldo aveva creduto che le sue rendite fossero inesauribili; e nei bisogni, veri o presunti, della famiglia, aveva, senza misura e discernimento, ricorso al credito. La rottura del suo matrimonio bolognese gli era costata, sappiamo, più di ventimila scudi; altre spese pazze aveva fatte: ci erano poi state le contribuzioni di guerra. Che pensò? — Lui aveva fatto il male, lui troverebbe il rimedio; e si mise a speculare. L’anno dopo il suo matrimonio, parte a debito, parte con un po’ di denaro della dote, comprò una grossa partita di grano, per rivenderlo quando fosse [p. 10 modifica]cresciuto di prezzo; ciò che, secondo lui, non poteva, per la difficoltà dei tempi, mancare. Fatti i conti, ci avrebbe guadagnato un sessanta o settantamila scudi; coi quali avrebbe pagato i debiti, che molti e gravi oberavano il suo patrimonio, e investito il resto in nuovi acquisti. Ma il prezzo del grano calò, e il povero conte dove contentarsi di rivenderlo scapitando qualche migliaio di scudi.

Poco appresso gli misero in testa una grande impresa agraria. Credendosi intelligente e pratico nella materia, si lasciò facilmente persuadere, e in compagnia d’altri prese a livello una grande tenuta nella provincia romana, per bonificarla con la cultura delle Marche: ma avevano fatto i conti senza l’oste, cioè senza la malaria. Le famiglie dei poveri contadini delle Marche trasportate nella campagna romana vi morivano; e Monaldo dove abbandonare l’impresa con una perdita rilevante.

Tutto ciò non fece che aggravare le condizioni già minacciose del patrimonio del povero conte e mettere lui in grande apprensione.

Probabilmente la contessa Adelaide, appena entrata in casa Leopardi, dovette accorgersi che le faccende dell’amministrazione domestica andavano male. Uscita da una famiglia meno ricca, ma più savia nel commisurare le spese all’entrate, avrà subito cercato di rimediare con un po’ d’ordine e d’economia; ma nei primi anni, un po’ per la novità, un po’ per la trepidazione continua in cui tutti vivevano in quelle vicende pubbliche, non credò forse il male così grave, e non vide la necessità di provvedimenti serie radicali. Questa necessità non tardò però a manifestarsi. Non poterono restarle interamente nascoste le cattive speculazioni del marito; le giunsero all’orecchio le domande, le pressioni, le minaccie dei creditori, ch’erano molti ed ingordi: allora ella aprì gli occhi; e li fece aprire al marito; e [p. 11 modifica]tutti e due videro il baratro nel quale la famiglia stava per precipitare. II patrimonio rendeva circa seimila scudi all’anno; e i debiti, ammontanti a quarantottomila, assorbivano per interessi poco meno che l’intera rendita; la rovina era dunque irreparabile, ed imminente: per evitarla non ci volevano mezzi termini; e non c’era tempo da perdere.

Donna d’animo forte e duro, fredda, calcolatrice, educata alla scuola dei gesuiti, prese subito una risoluzione eroica: persuase, o piuttosto impose a Monaldo, reo convinto d’ inettitudine amministrativa, di lasciare interamente a lei il governo della famiglia; e Monaldo si rassegnò; e fece egli stesso domanda che l’amministrazione de’ suoi beni venisse affidata ad un economo. Fu nominato l’economo, e fatto nel 1803 un concordato coi creditori. L’economo, s’intende, c’era di nome; chi faceva tutto era la contessa Adelaide; la quale (dice la contessa Teresa Teia Leopardi, autorità non sospetta) trattò il marito da pupillo bene sorvegliato e privo di denaro.3

Il povero conte, il quale forse solamente allora aveva misurato la gravità del male da lui fatto, dove trarre un grande respiro quando ne vide scongiurate le terribili conseguenze; ma dove anche rimanere molto umiliato e scontento. Egli aveva una grande opinione di se; si credeva una testa quadra, e non sapeva, dice egli stesso, adattarsi alle seconde parti. « Tutto quello che mi ha avvicinato, scrive nella Autobiografia, ha fatto sempre a mio modo, e quello che non si e fatto a modo mio, mi e sembrato mal fatto. » Onde ci dove volere una gran forza d’animo sua e d’altri per piegarlo a tanta sottomissione. Più d’una volta si lamentò, fin coi figliuoli, della tirannia della moglie; ma non ebbe, non che la forza, nemmeno la velleità, di ribellarsi. [p. 12 modifica]Quando queste cose avvenivano, i coniugi Leopardi avevano tre figli: oltre i due già nominati, Giacomo e Carlo, era nel 1800 nata Paolina. I poveri ragazzi probabilmente non seppero mai niente delle faccende di casa, e cresciuti non riuscirono a rendersi ragione dello stato della famiglia, dove la madre era tutto, il padre niente. Paolina, non più giovinetta, scriveva nel 1831 ad un’amica: « Si dette il caso quando io era piccina piccina, e anche forse quando non ero nemmeno nata, che la gonna di mia madre s’intrecciò fra le gambe di mio padre, non so come. Ebbene non e stato mai più possibile ch’egli abbia potuto distrigarsene. »4 Fino a qual punto arrivasse la soggezione di Monaldo alla moglie lo dicono alcune parole di lui nella Autobiografia: quando egli fece la famosa speculazione del grano, dovendo recarsi ad Ancona, addusse alla moglie un pretesto qualunque, ch’essa accettò per buono: « In quelli anni giovanili il persuaderla era facile; adesso mi leverebbe le lettere dalle tasche, mi farebbe un processo, metterebbe a rumore tutto il paese, s’io le tacessi la causa di un sospiro. »

In altre lettere alla stessa amica, Paolina parla così de’suoi genitori. « Mamà e una persona ultrarigorista, un vero eccesso di perfezione cristiana, la quale non potete imaginarvi quanta dose di severità metta in tutti i dettagli della vita domestica. Veramente ottima donna ed esemplarissima, si e fatta delle regole di austerità assolutamente impraticabili, e si è imposti dei doveri verso i figli che non riescono loro punto comodi ».5 « Papà e buonissimo, di ottimo cuore, e ci vuole molto bene; ma gli manca il coraggio di affrontare il muso di mamà anche per una cosa lievissima, mentre ha quello di affrontare il stro [p. 13 modifica]assai spesso.... Marianna mia, non se ne può più affatto affatto. Io vorrei che tu potessi stare un giorno solo in casa mia, per prendere un’idea del come si possa vivere senza vita, senza anima, senza corpo.»6 Intorno alla madre abbiamo un documento assai più terribile; il ritratto di lei fatto da Giacomo stesso, il figliuolo. «Io ho conosciuto intimamente, scrive egli, una madre di famiglia che non era punto superstiziosa, ma saldissima ed esattissima nella credenza cristiana e negli esercizi della religione. Questa non solamente non compiangeva quei genitori che perdevano i loro figli bambini, ma gl’invidiava intimamente e sinceramente, perchè questi erano volati al paradiso senza pericoli e avean liberato i genitori dall’ incomodo di mantenerli. Trovandosi più volte in pericolo di perdere i suoi figli nella stessa età, non pregava Dio che li facesse morire, perchè la religione non lo permette, ma gioiva cordialmente; e vedendo piangere o affliggersi il marito si rannicchiava in sé stessa e provava un sensibile dispetto. Era esattissima negli uffizi che rendeva a quei poveri malati, ma nel fondo dell’anima desiderava che fossero inutili, ed arrivò a confessare che il solo timore che provava nell’interrogare e consultare i medici era di sentirne opinioni o ragguagli di miglioramento. Vedendo ne’ malati qualche segno di morte vicina, sentiva una gioia profonda, che si sforzava di dissimulare solamente con quelli che la condannavano; e il giorno della loro morte, se accadeva, era per lei un giorno allegro ed ameno, né sapeva comprendere come il marito fosse sì poco savio da attristarsene. Considerava la bellezza come una vera disgrazia, e vedendo i suoi figli brutti o deformi, ne ringraziava Dio, non per eroismo, ma di tutta voglia. Non procurava in nessun modo di aiutarli a nascondere i loro difetti, [p. 14 modifica]anzi pretendeva che in vista di essi rinunziassero intieramente alla vita nella loro prima gioventù: se resistevano, se cercavano il contrario, se vi riuscivano in qualche minima parte, n’era indispettita, scemava quanto poteva con le parole e coll’opinion sua i loro successi (tanto de’ brutti quanto de’ belli, perchè n’ebbe molti); e non lasciava passare, anzi cercava studiosamente l’occasione di rinfacciar loro e far loro ben conoscere i loro difetti e le conseguenze che ne dovevano aspettare e persuaderli della loro inevitabile miseria. Sentiva i cattivi successi de’ suoi figli in questo o simili particolari con vera consolazione, e si tratteneva di preferenza con loro sopra ciò che aveva sentito in loro disfavore. Tutto questo per liberarli dai pericoli dell’anima; e nello stesso modo si regolava in tutto quello che spetta all’educazione dei figli, al produrli nel mondo, al collocarli, ai mezzi tutti di felicità temporale. Sentiva infinita compassione per li peccatori, ma pochissima per le sventure corporali o temporali, eccetto se la natura talvolta la vinceva. Le malattie, le morti, le più compassionevoli de’ giovanetti estinti nel fior dell’età, fra le più belle speranze, col maggior danno delle famiglie del pubblico etc. non la toccavano in verun modo. »7 Letto questo ritratto, si sente il bisogno di supporre che quella madre non sia la madre dello scrittore, o che questi abbia caricato le tinte. La prima supposizione è assurda: la seconda può avere qualche grado di probabilità. Ma anche ammesso un po’ d’csagcrazione in alcuni particolari, la sostanza del ritratto riman vera, ed ò confermata e completata da altro testimonianze. Chi conobbe quella donna, afferma che essa non fece mai una carezza ai figliuoli, [p. 15 modifica]non disse mai loro una parola affettuosa, non li strinse mai al seno; che i figliuoli dinanzi a lei dovevano chinare gli occhi, obbedire e tremare. Quando erano piccini, se una cucchiaiata di pappa bruciava loro la lingua, e piangendo gridavano: mamma, scotta; lei rispondeva: offritelo a Gesù! Quando furono grandi, non soffrì che facessero amicizia con alcuno, perchè ciò distoglieva dall’amore di Dio. 8

Prese le redini della amministrazione domestica, la contessa andò diritta al suo scopo, senza scrupoli, senza debolezze, senza pietà: mantenne alla famiglia tutte le apparenze della antica agiatezza; non licenziò un servitore, non un prete, non il cocchiere: fece vendere le sue gioie; ridusse le altre spese al puro necessario; abolì ogni divertimento, ogni svago; trasformò la sua casa in un convento. Come per lei tutto

il mondo era Recanati e Loreto, tutta l’occupazione e il pensiero costante della sua vita, l’economia domestica e la preghiera; così non ammetteva che i figliuoli desiderassero vedere altro mondo di là dal suo; non ammetteva che per la sodisfazione di questo vano e peccaminoso desiderio si dovessero sprecare denari. L’ufficio ch’ella si era assunta di restauratrice della fortuna di casa Leopardi faceva la sua forza: essa lo sentiva, e, come tutti gli animi da natura tirannici, ne abusava. Lo sentivano anche gli altri e piegavano il capo. Il martire predestinato di questa tirannia fu Giacomo, nato per vivere libero e indipendente. Monaldo ebbe almeno la consolazione di veder rifiorire il patrimonio e assicurate le sorti della casa. Giacomo, mentre il patrimonio rifioriva, dovè a Firenze e a Napoli rassegnarsi a vivere in grandi strettezze, sollevate in parte dai soccorsi degli amici. [p. 16 modifica]

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Monaldo era un uomo pieno di contradizioni; le quali si conciliavano nell’animo suo per la gran fede nella Provvidenza. — Tutto ciò che gli avveniva doveva avvenire, perchè così piaceva a Dio.—

S’era, come sappiamo, innamorato da giovinetto della contessina Ondedei; e anche più tardi pensava che sarebbe stato felice sposandola; ma, fatta per timidità la sciocchezza di dire che non la amava, e andata in fumo ogni speranza di nozze, si consolò pensando che ciò era secondo la volontà di Dio. «La Provvidenza non aveva decretata la nostra unione, e ciò fu senza meno per il nostro meglio.»

Sposò poi, contro il volere di sua madre, l’Adelaide Antici ; e quando l’ebbe sposata si accorse che il carattere di lei era perfettamente contrario al suo; ciò che non dovè fargli fiorita di rose la vita matrimoniale. Ebbene, che importa? Così aveva voluto la Provvidenza.

E come egli scrisse in ogni tempo a sua moglie lettere da innamorato (che si conservano inedite in famiglia) così fece dopo ventisei anni di matrimonio un grande elogio di lei nella Autobiografia. «Lo obbligazioni che io le professo, scrive egli, sono innumerabili come ò illimitato l’affetto che sento per lei, e il suo ingresso nella mia famiglia è stato una vera benedizione.» Ma l’elogio finisce così: «Dunque avrò io potuto sottrarmi avventatamente a quella mano che castiga visibilmente tutti quei figli i quali disgustano i proprî genitori, o si nuiritano senza consenso loro? No, no. Io restai inesorabile al pianto che la mia cara madre versò ai miei piedi, e ne sono punito terribilmente. Gli arsenali delle vendette divino sono inesausti, e tremino quei figli che ardiscono di [p. - modifica] [p. - modifica] [p. 17 modifica]provocarle. Il naturale e il carattere di mia moglie e il naturale e carattere mio sono diversi, quanto sono distanti fra loro il cielo e la terra. Chi ha moglie conosce il valore di questa circostanza, e chi non l’ha non si curi di sperimentarlo.»

Il matrimonio di Monaldo fu dunque per lui una benedizione di Dio, e una terribile punizione.

Nonostante la diversità del carattere, il conte e sua moglie andavano perfettamente d’accordo in molte cose; sopra tutte, nel fare della osservanza delle pratiche religiose prescritte dalla Chiesa cattolica, e delle massime insegnate dai più autentici interpreti di essa, i gesuiti, la regola della vita, e nel sottomettere in tutto a quella regola l’educazione dei figliuoli.

Nell’animo di Monaldo le idee religiose non avevano fatto però così orribili guasti come in quello della moglie; non avevano spento affatto ogni sentimento umano. Entro il rigido petto di quel legittimista feroce, di quel sanfedista fanatico, di quel nobil uomo di provincia, autoritario in supremo grado, ed attaccato a tutti i pregiudizi della sua casta, batteva pure un cuore di padre; ma se quei battiti urtavano contro le sue idee e i suoi pregiudizi, o, peggio ancora, contro la volontà di sua moglie, il cuore senz’altro doveva tacere. Anche egli metteva innanzi a tutto la salvazione dell’anima; anch’egli desiderava il paradiso pe’ suoi figliuoli; ma se erano malati, ne aveva dispiacere, e faceva dire de’ tridui perchè guarissero: insomma li amava. E avendo dato ad essi una educazione che impediva ogni confidenza ed intimità coi genitori, si meravigliava e doleva, quando poi furono grandi, che non aprissero a lui il loro cuore con piena fiducia.

Pochi altri tócchi basteranno ad abbozzare il profilo di quest’uomo singolare.

Rispetto alle sue opinioni politiche, quando si è detto, come ho già detto, ch’era un legittimista feroce [p. 18 modifica] e un sanfedista fanatico, s’è detto abbastanza. La condotta da lui tenuta, al tempo della invasione francese negli Stati pontificii, basta, anche per ciò solo che se ne è accennato, a giustificare queste caratteristiche. Ma ecco qualche altro particolare.

Nazione e Libertà sono le due parole nel cui odio implacabile era come dire concentrato il pensiero politico di Monaldo. La seconda specialmente gli faceva perdere il lume della ragione. Un tale gli mandò una volta un innocente sonetto A Maria Santissima, con preghiera di pubblicarlo nel giornale La Voce della Ragione, da lui compilato e diretto. Sospettò (di che non erano capaci i liberali?) che sotto il nome di Maria Santissima si nascondesse chi sa quale diabolica cosa!... forse la Libertà; e, inorridito, gittò senz’altro il sonetto nel cestino.

Tuttavia si credeva e si vantava uomo libero; ma le basi e i confini della vera libertà erano per lui la fede di Gesù Cristo e la fedeltà al sovrano legittimo. Fuori di questi limiti, diceva, non si vive liberi, ma dissoluti. Altra sua massima: La patria non è la nazione, non è nemmeno lo Stato; al quale sarà tuttavia poco male se daremo nome di patria; la patria vera è la terra nella quale siamo nati e viviamo. Di questa soltanto, diceva egli, è permesso ai cittadini occuparsi; padrone e legislatore dello Stato è il sovrano legittimo.

Ma siccome in quei tempi di rivolgimenti politici il sovrano legittimo era di tratto in tratto costretto a cedere il suo posto all’illegittimo, occorrevano anche altre massime con le quali regolare la propria condotta in qualche difficile contingenza. Perciò Monaldo ammoniva: «L’uomo prudente deve tenersi lontano dalle cospirazioni, e sentire la convenienza di sottomettersi al vincitore.»

Queste massimo furono la regola di tutta la sua vita, queste cercò inculcare ai figliuoli, queste propugnò con gli scritti. E della patria, come la intendeva [p. 19 modifica]lui, fu amantissimo; quanto dovè poi odiarla e maledirla il suo grande e infelice figliuolo.

Era fatale che padre e figlio fossero, in ogni cosa, l’uno l’opposto dell’altro.



Quando nel 1847 Monaldo morì, la Gazzetta di Modena, giornale clericale, «parlò di lui con enfasi, come di un Salomone.»9 Così scriveva con amara ironia Pietro Giordani a un amico.

Monaldo (poichè dobbiamo dire due parole di lui come scrittore) fu, anzichè un Salomone, una testa balzana; ma fu uomo non volgare; amò i libri e gli studi; e con questo duplice amore, forse con le sue stranezze medesime, aprì al figlio la via di divenire una gloria d’Italia.

Ebbe per istitutore un ex-gesuita spagnuolo, Giuseppe Torres, che, rifugiatosi in Italia, fu accolto amorevolmente ed onorevolmente in casa Leopardi, dove passò il resto della vita. Monaldo gli si professa riconoscente per la buona educazione con la quale, afferma lui, seppe formargli il carattere. Egli fu, dice nell’Autobiografia, «non già il mio precettore soltanto, ma il mio padre ed amico, e a lui devo la mia educazione, i miei principii e tutto il mio essere di cristiano e di galantuomo.» Ma l’affetto che per ciò gli ebbe sempre non gl’impedì di chiamarlo l’assassino de’ suoi studi. I metodi coi quali lo ammaestrava erano così bestiali e opprimenti che dopo qualche anno il giovinetto «annoiato, indispettito, e disperato, fece proponimento di non studiare, e lo mantenne fedelmente.»

Ciò però non gli tolse l’amore dei libri e della lettura, sbocciato in lui fin da ragazzo.

[p. 20 modifica]C’era in casa una stanza destinata ad uso di biblioteca, con qualche centinaio di volumi messi là alla rinfusa; della quale e dei quali nessuno, pare, si occupava. Se ne occupò lui, cercandovi libri da leggere, e accrescendola fin da ragazzo con l’acquisto di qualche libro che comprava andando a spasso per la città col pedagogo. A dodici o tredici anni egli non era naturalmente in grado (specie avendo un cotal maestro) da distinguere i libri buoni dai cattivi: perciò così le letture, come le compre, erano fatte a caso. Ma le cognizioni sono sempre cognizioni ; e tutto poi, bene o male, si mette a posto in una mente bramosa di sapere. Coli’ andare degli anni, e col piacere di possederne, crebbe il desiderio dei libri ; nei quali il giovine spendeva volentieri i denari di cui poteva disporre. Ne comprò dagli eredi del Vescovo di Cesena, e da un prete Pintucci recanatese, col quale fece un vitalizio; ne comprò più tardi, con maggiore discernimento, alle fiere di Sinigaglia e di Recanati, a Roma e a Bologna. Era allora sui venti anni, era padrone di sé, stava per prender moglie ; e l’ idea di possedere una biblioteca, e di acquistarsi autorità tra i suoi concittadini, oltre che per la nobiltà e per la nascita, anche per il sapere e la dottrina, lo sedusse.

La biblioteca c’era: si trattava di accrescerla; a ciò giunse opportuna la soppressione delle corporazioni religiose. Quanto avevano di buono in fatto di libri i conventi dello Marche, scrive Monaldo, andò, negli anni dal 1798 al 1810, ad arricchire la sua biblioteca.

Gli studi che, seguendo la sua naturale inclinazione, Monaldo coltivò di preferenza negli anni maturi, furono di religione, di politica, di amministrazione e di storia municipale; ma da giovane ebbe anche la velleità di faro le suo prove nella letteratura. Come quasi tutti i giovani, scrisse dei versi, che [p. 21 modifica]furono facilmente lodati dai parenti e dagli amici, i quali non ne capivano niente; e le lodi fecero per qualche momento credere al giovine di avere qualche attitudine letteraria e qualche scintilla di poesia. Nel 1803 cominciò la pubblicazione delle sue opere «Opere|del conte|Monaldo Leopardi|Gonfalonieri|da Recanati (Macerata, presso Antonio Cortesi)»; ma accortosi a tempo del poco o nessun valore di quei suoi lavori letterari, arrestò la pubblicazione al primo volume, che conteneva una tragedia, Montezuma, una commedia, I tre fratelli, e poche liriche. Due altri volumi di opere drammatiche, fra cui sono pure due tragedie, Il convertito, e Il traditore, rimasero manoscritti.

Interrotta saviamente la stampa delle sue opere letterarie, non è a credere per questo che il conte stesse inoperoso. Benché accortosi di non essere poeta, seguitò a scrivere versi fino all’anno 1806, e li raccolse tutti in un volume manoscritto di Poesie sacre e profane, in fronte al quale scrisse nel 1830: «Queste poesie sono tutte fredde, snervate e brodo senza sale, e desidero con buona fede che nessuno si metta al caso di darmi ragione leggendole. Le conservo, perchè ad abbruciarle c’è sempre tempo, e perchè in ogni modo mi piace di rammentare che non ho passato gli anni giovanili nell’ozio, e non ho deturpato la penna scrivendo cose disconvenevoli a cristiano.» Seguitò anche a scrivere qualche commedia, che fece bene a lasciare inedita ; e venne forse preparando alcuni degli altri lavori che pubblicò più tardi.

Il primo scritto che, dopo la pubblicazione delle opere letterarie, Monaldo diede alle stampe fu la Notizia della zecca e delle monete recanatesi, pubblicata a Recanati nel 1822. Due anni dopo pubblicò, pure in Recanati, La serie dei Bettori della Marca Anconitana, libro scritto in latino, al quale fece negli anni seguenti alcune aggiunte, che rimasero manoscritte; poi [p. 22 modifica]l’Elenco dei libri manoscritti esistenti nella libreria Leopardi (Recanati, 1826); poi il Memoriale di frate Giovanni Niccolò da Camerino francescano, scritto nell’anno 1371 (Ancona, 1828). A questa, ch’è è una contraffazione letteraria, tennero dietro, successivamente, la Serie dei Vescovi di Recanati (Recanati, 1828); le Osservazioni sul progetto di colonizzare l’agro romano (Recanati, 1829); l’Istoria evangelica scritta in latino con le sole parole dei Sacri Evangelisti, spiegata in italiano e dilucidata con annotazioni (Pesàro, 1832); finalmente i famosi Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831 (Pesaro, 1831, Modena, 1832), dei quali furono fatte sei edizioni in Italia in soli tre mesi, e varie traduzioni in lingue straniere; libretto di politica reazionaria, che parve eccessivo anche ad alcuni regnanti, e contro il quale si scagliò il Lamennais con un articolo nella Revue des Deux-mondes. Ai Dialoghetti successero nel 1832 le Prediche recitate al popolo liberale da Don Muso Duro, curato nel paese della Verità e nella contrada della Foca Pazienza (Pesaro e Modena); la Vita di Niccolò Bonafede vescovo di Chiusi (Pesaro); Sulle riforme del Governo: Una parola ai sudditi del Papa (Pesaro); il Catechismo filosofico, per uso delle scuole inferiori (Pesaro, poi Imola e Modena, 1833).

Monaldo, non solamente aveva, come appare da qualche titolo delle opere citate, dedicato la sua penna agi’ interessi della religione e della Chiesa, dai quali non sapeva disgiungere quelli della monarchia per diritto divino; ma nell’adempimento di questo ufficio portava l’ardore battagliero dell’uomo per cui la lotta è elemento di vita. E poiché a questi cotali combattenti, meglio che l’opuscolo o il libro, pare campo acconcio per la lotta il giornale, egli, dopo avere nel 1832 mandati alcuni articoli al diario clericale di Modena La Voce della Verità, fondò da sè un giornale, di cui fu egli direttore e [p. 23 modifica]compilatore, col solo aiuto della figliuola Paolina. Il giornale, intitolato La Voce della Ragione, si stampò a Pesaro, e durò dal 1832 al 1835; nel quale anno fu soppresso dal Governo pontificio, per le intemperanze del Direttore; il quale, quando si trattava di dire ciò che gli sembrava la verità, non guardava in faccia nessuno; e, per quanto clericale, diceva volentieri male del governo dei preti. I molti articoli scritti da Monaldo nella Voce della Ragione furono quasi tutti ristampati separatamente. Egli, durante la pubblicazione del giornale, non limitò a quello, e non interruppe poi, la sua operosità di scrittore polemista in servigio delle sue idee. Stampò a Modena nel 1834 uno scritto su La giustizia nei contratti e l’usura; raccolse dalla Voce della Ragione e ristampò, prima a Pesaro (1834), poi a Lugano, a Napoli, a Palermo, le Considerazioni sulla Storia d’Italia di Carlo Botta, in continuazione di quella del Guicciardini; scrisse e pubblicò nel 1835 e nel 1836, a Pesaro, a Fossombrone e a Modena, altri scritti di minor mole; e negli anni dal 1836 al 1838 mandò al giornale di Lugano, Il Cattolico, parecchi articoli di vario argomento, tutti dal più al meno ispirati ai soliti sentimenti reazionarii.

Uno degli ultimi e più singolari lavori di Monaldo è il libro La Santa Casa di Loreto, Discussioni iste- riche e critiche, che furono prima pubblicate nel Cattolico di Lugano, poi, coll’aggiunta di altre sette Discussioni, riunite in volume (Lugano, presso Francesco Veladini e Comp., 1841).

Questo libro e i Dialoghetti bastano a dare un’idea delle qualità della mente e della cultura del conte Monaldo, qualità che sono intimamente connesse col carattere suo d’uomo e di cittadino, quale lo impastarono i pregiudizi di casta, l’educazione gesuitica e la ferrea volontà della moglie. Se altre condizioni di vita avessero fatto di lui un altro uomo, anche come scrittore sarebbe riuscito più ragionevole, e per [p. 24 modifica]ciò più stimabile e più simpatico. Astrazion fatta dall’assurdità delle tèsi che sostiene, i suoi ragionamenti sono spesso condotti a filo di logica, e nelle Discussioni su la Santa Casa hanno un corredo di dottrina che farebbe onore anche ad un luminare della Chiesa.

Oltre le opere a stampa, alle quali abbiamo sommariamente accennato, si conservano nella libreria di casa Leopardi parecchi scritti inediti di Monaldo; i due volumi di opere drammatiche e il volume di Poesie sacre e profane già nominati; alcune traduzioni libere da Cicerone; cinque volumi di cose recanatesi; alcune miscellanee di filosofia e di letteratura, d’economia e di politica; e, fra altri lavori di minore importanza, cinque volumi di Annali e monumenti recanatesi, che sono l’ultimo attestato di affetto del vecchio conte al suo paese natale.



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Note

  1. Scritti editi e postumi di Pietro Giordani, pubblicati da Antonio Gussalli; vol. IV, pag. 152.
  2. Autobiografia di Monaldo Leopardi, con appendice di Alessandro Avoli; Roma, Befani, 1883. I passi riguardanti Monaldo, chiusi fra virgolette, o stampati in corsivo, sono tratti dalla Autobiografia.
  3. Contessa Teresa Teia Leopardi, Note biografiche sopra Leopardi e la sua famiglia; Milano, Dumolard, 1862, pag. 9.
  4. Paolina Leopardi, Lettere a Marianna ed Anna Brighenti, pubblicate da Emilio Costa; Parma, Battei, 1887, pag. 53.
  5. Idem, ibid., pag. 8.
  6. Paolina Leopardi, Lettere, pag. 53.
  7. Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura di Giacomo Leopardi; Firenze, Le Monnier, 1808, vol. I, pag. 411.
  8. Paolina Leopardi, Lettere, ediz. cit., pag. 8.
  9. Giordani, Epistolario, vol. VII, pag. 189.