Vite dei filosofi/Libro Secondo/Vita di Socrate

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Libro Secondo - Vita di Socrate

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Diogene Laerzio - Vite dei filosofi (III secolo)
Traduzione dal greco di Luigi Lechi (1842)
Libro Secondo - Vita di Socrate
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CAPO V.


Socrate.


I. Socrate figlio di Sofronisco tagliapietre e della Fenarete mammana, come dice anche Platone nel Teetete, era ateniese, del popolo alopecense.

II. Si tenne ch’e’ fosse di aiuto ad Euripide, e però Mnesiloco dice così:

     Son di Euripide i Frigi, un nuovo dramma,
     A cui soppose Socrate sarmenti.

E un’altra volta:

     Socrate-chiodo, d’Euripide

E Callia ne’ Captivi:

     Già ti gonfi e così pensi a gran cose.
     — E’ mi lice; n’è Socrate cagione.

Aristofane nelle Nubi:

     Quello poi che d’Euripide compone
     Le tragedie, è colui ch’ha sempre in bocca
     La sapienza.

III. Udito Anassagora, secondo alcuni, e secondo Alessandro nelle Successioni, anche Damane, dopo la [p. - modifica] [p. 113 modifica]condanna di lui, fu discepolo di Archelao il fisico, del quale, dice Aristosseno, fu pur mignone.

IV. Duri afferma aver egli e servito e lavorato in pietra; ed altri che sue sono le Grazie vestite, poste nella cittadella. Il perchè Timone ne’ Silli:

     E da quelle è venuto il tagliapietra;
     Lo spaccia-leggi; il ciurmator de’ Greci;
     L’ostenta sottigliezze; il derisore;
     Il retore; il mezz’attico; l’infinto.


V. Perocchè al dire di Idomeneo era abile nelle rettoriche; ma i trenta, secondo Senofonte, gli vietarono d’insegnare l’arte del dire. Ed Aristofane lo punge, come colui che col discorso le cose minime ingrandiva. Ed anche Favorino nella Varia istoria dice, ch’ei primo col suo discepolo Eschine apprese a far l’oratore — e ciò ne’ libri intorno a’ Socratici pur si assevera da Idomeneo — che primo disputò sulla vita; e primo tra i filosofi morì condannato. Racconta Aristosseno figlio di Spintaro ch’egli procacciava anche di aver danari; poichè, preparata una borsa, raccoglieva la piccola moNeta che vi gettavano, e spesa quella ne poneva uNa di nuovo. Demetrio bizantino dice, che Critone il tolse dall’officina e lo educò, avendolo in affezione per la grazia dell’animo.

VI. Conoscendo però che la contemplazione della natura a nulla profittava per noi, si pose a filosofare di cose morali, in sulle officine e nelle piazze; e a ripetere doversi ricercare:

     Quel ch’hai di buono e di cattivo in casa.

[p. 114 modifica]Spesso nelle quistioni, disputando con maggior calore, dava dei pugNi, si strappava la barba, e molTi spregiandolo lo deridevano; e tutte queste cose e’ tollerava pazientemente. Ond’è che percosso di un calcio ed alcuni meravigliando perchè il comportava, disse: Se un asino mi avesse dato un calcio, dovrei io muovergli contro una lite? — Così Demetrio.

VII. Non ebbe mestieri di viaggiare, siccome la maggior parte, fuor quando gli convenne fare il soldato. Rimanendo il resto del tempo nello stesso luogo, contenzioso com’era, disputava co’ suoi famigliari, non per distorli dalla propria opinione, ma perchè sforzavasi di conoscere a fondo la verità. — Dicono che Euripide, dandogli un’opera di Eraclito, gli chiedesse: Che te ne pare? ed esso aver risposto: Eccellenti le cose che ho comprese; e ciò penso anche di quelle che non ho comprese: se non che vi è bisogno in qualche luogo di un palombajo di Delo. — Curava anche gli esercizii del corpo, ed era di buona complessione. Militò quindi ad Amfipoli; e nella battaglia presso Delio raccolse e salvò Senofonte che era caduto da cavallo; e mentre tutti gli Ateniesi fuggivano, si ritirò a passo lento, rivolgendosi tranquillamente indietro, parato a resistere, se alcuno fosse sopravvenuto; e militò anche per mare in Potidea, poichè la guerra ostava che si potesse a piedi; nel qual tempo raccontano che e’ sia rimasto un’intera notte nella stessa positura; e che siasi mostrato valorosissimo ivi cedendo il pregio del valore ad Alcibiade, il quale, dice Aristippo, nel quarlo delle Delizie antiche, era anche amato da lui. Che però giovinetto, in compagnia [p. 115 modifica]di Archelao, peregrinasse a Samo afferma Ione da Chio, ed a Pitone, Aristotele; così parimente all’Istmo, secondo Favorino nel primo de’ Commentarii.

VIII. Era di animo fermo e democratico, siccome è palese e dal non aver ceduto ai seguaci di Crizia, i quali gli ordinarono di condurre innanzi a loro Leonte da Salamina, uom ricco, per farlo morire, anzi di aver dato ei solo il voto in favore dei dieci generali, e dal non aver voluto, potendo, fuggire ei stesso dal carcere; e rimproverati quei che piangevano per lui; e stando in catene, tenuti ad essi bellissimi discorsi. Era frugale e venerando.

IX. E una volta ad Alcibiade che gli offeriva, come racconta Pamfile nel settimo dei Commentarii un sito spazioso perchè vi fabbricasse una casa, disse: E s’io abbisognassi di scarpe, e tu mi dessi il cuoio perchè facessi le scarpe a me stesso, sarei ridicolo ricevendolo. Spesso agguardando alla moltiplicità delle cose che si vendono, diceva tra sè: Di queste cose io non ho bisogno. E del continuo andava ripetendo quegli iambi:

     L’argenteria, la porpora son cose,
     Utili alla tragedia e non al vivere.

Spregiò altamente anche il macedone Archelao, e Scopa cranionio ed Euriloco di Larissa, non ricevendo danari da essi, nè andando da loro. Era sì regolato nel modo di vivere, che avvenute molte pestilenze in Atene, ei solo non infermò.

X. Dice Aristotele aver egli menato due donne: [p. 116 modifica]prima la Santippe, dalla quale ebbe Lamprocle; seconda la Mirto, figlia di Aristide il giusto, cui prese senza dote, dalla quale generò Sofronisco e Menesseno. Altri affermano, che prima sposasse la Mirto; altri che insieme le avesse entrambe; tra i quali è Satiro e Ieronimo da Rodi. Poichè si racconta, che avendo voluto gli Ateniesi, per iscarsezza di cittadini, far crescere il popolo, decretarono che si sposasse bensì una cittadina, ma che si procreassero figliuoli anche con altra. Però questo aver fatto anche Socrate.

XI. Sapeva guardare con ispregio quelli che il mordevano; e si piccava di economia; e non esigeva alcun salario; e diceva che chi mangia con molto sapore non ha mestieri di companatico; e chi bee con molto sapore, non aspetta la bevanda che non è presente; e che chi abbisogna di pochissimo è assai vicino agli dei. Ciò può trarre, cui piace, anche dagli autori comici, i quali col fine di vituperarlo, senza accorgersi, lo lodano. E però così Aristofane:

     Oh dell’alta sapienta uom giustamente
     Desideroso! Quanto esser felice
     Potrai cogli Ateniesi e cogli Elleni;
     Chè tu sai ricordare, meditare,
     E travagliarti collo spirto; e quindi
     Non ti pesa lo stare,, il camminare;
     Non soffri molto il freddo, nè i conviti;
     Desideri; del vin, del molto cibo
     Ti contieni, e dell’altre cose stolte.

Amipsia che lo introduce con un mantello lacero, dice così: [p. 117 modifica]

     Socrate, di poch’uomini migliore
     E più vano di molti, a noi tu pure
     Vieni, e il comporti con pazienza? Donde
     Il tuo mantello avesti? Questo male
     Per malizia accadea dei conciatori.
     Anco affamato e’ non potè adulare.

E questa sua alterezza e magnanimità fa vedere lo stesso Aristofane così dicendo:

     Che orgoglioso t’aggiri per le vie,
     Getti gli occhi qua là, cammini scalzo,
     Molti mali sopporti e venerando
     Mostri fra noi l’aspetto.

Talvolta però s’accomodava alle occasioni, e ponea vesti splendide; come nel convito di Platone, quando si reca da Agatone.

XII. Era abile dal pari ad esortare e a dissuadere, come allorchè, disputando della scienza, al riferire di Platone, rimandò Zeetete quasi ispirato da un nume; e distolse Eutifronte dal denunziare il padre dell’uccisione di uno straniero, ragionandogli alcune cose intorno la pietà; e colle esortazioni fece Lisia costumatissimo — chè sapea trovar parole accomodate alla bisogna — e mutò al tutto il figlio Lamprocle, irritato contro la madre, come in qualche luogo è detto da Senofonte; e, come dice lo stesso Senofonte, fe’ cessare la voglia a Glaucone, fratello di Platone, di amministrare la repubblica, perchè era incapace; e per converso v’indusse Carmide, che vi avea attitudine. Eccitò poi anche l’ardire dello stratego Ificrate, mostrandogli i galli del [p. 118 modifica]barbier Mida che in faccia a que’ di Callia colle ale si battevano i fianchi. E Glauconide stimava che la città dovesse serbarlo come fagiano o pavone. — Diceva egli, meravigliarsi, che ognuno poteva raccontare facilmente le cose che possedeva, e dir poi non sapeva il nome di quanti amici si era procacciati; tanto poco si dava briga di quelli. — Veggendo Euclide studioso di dispute contenziose: Oh Euclide, sclamò, co’ sofisti certamente tu potrai usare, ma per nessun modo cogli uomini. Imperocchè credeva che fossero inutili quelle magre deputazioni, siccome afferma anche Platone nell’Eutidemo.

XIII. Dandogli Carmide dei servi perchè ne avesse profitto, non volle riceverli. Secondo alcuni dispregiò la bellezza di Alcibiade.

XIV. Lodava l’ozio come il più bello dei possedimenti, secondo narra anche Senofonte nel Convito; e affermava, esservi un solo bene la scienza; un solo male, l’ignoranza; la ricchezza e la nobiltà, nulla aver di onorevole, ma per contrario tutto il male. Il perchè dicendogli un tale, come Antistene era di madre tracia: Pareati dunque, sclamò, che quel generoso dovesse esser nato da due Ateniesi? — Indusse Critone a riscattare Fedone, cui lo stato di schiavo avea posto in luogo turpe, e ne formò un filosofo.

XV. Apparava anche suonare la lira quando ne avea l’agio, dicendo non essere sconvenevole lo apparare ciò che altri non sa. Ballava inoltre frequentemente, stimando utile sì fatto esercizio alla salute del corpo, come racconta Senofonte nel Convito. [p. 119 modifica]

XVI. Diceva, un demone predirgli le cose future. — Che, bene incominciare non era poco, ma vicino al poco. — Ch’e’ nulla sapeva, tranne che ciò stesso sapeva. — E che, chi compera a caro prezzo le cose fuor di stagione, dispera, diceva, di poter giugnere alle loro stagioni. — Richiesto una volta quale fosse la virtù del giovine, il nulla di troppo, rispose. — Era solito ripetere, che si doveva sapere di geometria quanto ad uom basta per dare e ricevere a misura la terra. — Essendosi da Euripide nell’Auge detto sul conto della virtù;

     Che ottim’era lasciare arditamente
     Queste cose dimesse.

Alzatosi uscì sclamando: Essere ridicolo, che quando non si ritrova uno schiavo si stimi convenevole il cercarlo, la virtù poi così si lasci perire. — Interrogato qual dei due fosse meglio: ammogliarsi o no! Rispose: Che che tu faccia di ciò avrai a pentirti. — Diceva, meravigliarsi che coloro che facevano le immagini marmoree procacciando che il marmo fosse somigliantissimo, per se non avevano cura di non comparire simili al sasso. — Anche stimava convenevole che i giovani si specchiassero frequentemente, affinchè se fossero belli, ne divenissero degni, se brutti colla educazione coprissero la diformità. — Invitati a cena alcuni ricchi, ed arrossendone la Santippe: Sta di buon animo, disse, che se saranno misurati, potranno stare a mensa con noi, se indiscreti non ce ne daremo pensiero. — Diceva, gli altri uomini vivere per mangiare, [p. 120 modifica]esso mangiare per vivere. — In proposito della plebe vile solea ripetere, essere lo stesso che uno rifiutando una moneta di quattro dramme ricevesse, come di buona lega, un mucchio di quelle. — Dicendogli Eschine: sono povero, e niente altro posseggo; pur ti do me stesso; E che, rispose, dunque non comprendi le cose grandissime che tu mi dai! Ad uno che mal comportava di essere negletto, da che i Trenta erano venuti in potere, ebbene, disse, forse hai da pentirti? — A chi gli riferì: gli Ateniesi ti hanno sentenziato a morte, rispose, ed essi la natura. — Altri tengono così aver risposto Anassagora. — Sendogli detto dalla moglie: tu morrai ingiustamente! E tu, riprese, vorresti giustamente? — Parendogli in sogno che un tale dicesse:

     Il terzo dì le fertili campagne
     T’accorranno di Ftia.

narrò ad Eschine, che fra tre giorni sarebbe morto. — Sendo per bere la cicuta, Apollodoro gli diede un bel vestito, perchè morisse in quello; ed egli, il mio vestito atto per vivervi, non sarà per morirvi? — A chi gli disse, alcuno parla male di te, soggiunse: Perchè non ha imparato a parlare bene. — Volgendo Antistene alla vista il rotto del suo mantello, veggo, sclamò egli, a traverso di quel mantello la tua vanità. — A chi gli disse, non ti fa il tale dei rimproveri? No certo, rispose, che quelle cose non sono in me. — Affermava: Essere mestieri offerire sè stesso artatamente ai comici poichè se diranno alcuna cosa che sia in noi, ci correggeranno, se no, non ci fa nulla. [p. 121 modifica]

XVII. Vôlto alla Santippe che prima lo aveva con parole ingiuriato e dopo anche bagnato: Non dissi io, sclamò, che la Santippe tuonante avrebbe pure fatto acqua! — Ad Alcibiade che gli diceva, essere la Santippe intollerabile quando garriva, ma io, rispose, ci sono abituato, come se ascoltassi continuamente una carruccola, e tu pure, seguiva, non soffri le oche che schiamazzano! E quegli soggiungendo, ma esse mi partoriscono uova e pulcini; ma la Santippe, riprendeva, mi genera figliuoli. — Un giorno in piazza, avendosi ella tolto d’attorno il mantello, e i suoi famigliaci consigliandogli di vendicarsi colle mani; per dio, sclamò, affinchè, intanto che noi ci diamo dei pugni, ciascuno di voi dica: bravo Socrate; brava la Santippe. — Affermava, convivere colla moglie aspra alla maniera dei buoni cavalieri coi cavalli focosi. Poichè, soggiugneva, siccome costoro, domati quelli, riescono facilmente cogli altri, così anch'io, dopo di aver praticato colla Santippe, potrò di leggieri comportare gli altri uomini.

XVIII. Queste e simili cose dicendo e facendo, n’ebbe testimonio di lode dalla Pizia, la quale die’ a Cherefonte quel responso che va per le bocche di tutti:

     Socrate de' mortati il più sapiente.

Dal che gli venne grandissima invidia; e più dal convincere di stoltezza coloro che tengono sè stessi in gran conto; dei quali fu certamente anche Anito, come si ha dal Menone di Platone. Poichè non potendo costui comportare la pungente ironia di Socrate, prima eccitò [p. 122 modifica]contro di lui Aristofane, poi indusse anche Melito a porgli una querela d’irreligione, e di corruzione di giovani. Melito adunque lo accusò; Poliento, al dire di Favorino nella Varia istoria, trattò la causa; compose l’aringa, secondo Ermippo, il solista Policrate, o, secondo altri, Anito; e tutto preparò Licone il demagogo. Antistene nelle Successioni dei filosofi e Platone nell’Apologia dicono, tre averlo accusato, Anito, Licone e Melito: Anito per istigazione degli operai e dei magistrati; Licone degli oratori; Melito dei poeti; i quali tutti Socrate avea posti in ridicolo. E Favorino nel primo dei Commentarii afferma, non essere vera l’aringa di Policrate contro Socrate; poichè in essa, dice, si fa memoria delle mura rialzate da Conone; la qual cosa avvenne il sesto anno dopo la morte di Socrate. E cosi è la cosa.

XIX. Il giuramento dell’accusa era in questo modo: (che di presente, dice Favorino, pur si conserva nel Metroo) melito di melito afferma e giura queste cose a socrate di sofronisco alopecense: socrate commette delitto non riconoscendo gli dei che la città riconosce, e introducendo altri nuovi dèmoni; commette anche delitto corrompendo i giovani.pena la morte.

XX. Il filosofo però avendo veduto una difesa che Lisia avea composta per lui, disse: L’orazione, o Lisia, è certamente bella, ma non è il caso mio. Chè per vero era più forense che filosofica. E soggiugnendo Lisia: per qual motivo, se l’orazione è bella, non può convenirti? riprese: E non vi potrebbero essere belle [p. 123 modifica]vesti e calzari che mi sconvenissero? — Racconta Giusto tiberiese, nello Stemmate, che mentre lo si giudicava, Platone salì sulla bigoncia e disse: Cittadini ateniesi, send’io il più giovine di quelli che sono ascesi in bigoncia . . . . i giudici gridarono, che sono discesi, cioè discendi.

XXI. Fu adunque condannato con dugent’ottant’un voto di più di quelli che lo assolvevano. E deliberandosi dai giudici s’egli dovesse portar la pena o pagare, disse, che avrebbe pagato venticinque dramme. Eubolide per altro afferma che ne abbia assentite cento. E perchè i giudici ne facevano romore: Ebbene, soggiunse, in grazia di ciò che ho fatto m’infliggo la pena di essere spesato del pubblico nel Pritaneo. — E quelli sentenziarono la sua morte, coll’aggiunta di altri ottanta voti; ed egli incatenato dopo non molti giorni bebbe la cicuta, assai cose belle ed utili ragionando, le quali da Platone si raccontano nel Fedone.

XXII. Scrisse, secondo alcuni un Peana, il princi- pio del quale è:

     Oh delio Apollo, oh Artemide, salvate.
     Garzoni illustri,

Ma Dionisodoro afferma che il Peana non era suo. Verseggiò anche, senza molto successo, una favola esopiana, che incomincia:

     Disse una volta Esopo ai reggitori
     Della città corintia: di virtude
     Giudice il senno popolar non sia.

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XXIII. Egli adunque moriva. Ma gli Ateniesi se ne pentirono ben tosto, a segno che e’ chiusero le palestre e i ginnasii, ed alcuni bandirono, e Melito condannarono a morte. Socrate poi onorarono di un’immagine di bronzo, la quale, operata da Lisippo, fu posta nel Pompeio. E gli Eraclesi discacciarono Anito lo stesso giorno ch’erasi rifuggito da loro. Nè Socrate solo così bistrattarono gli Ateniesi, ma anche molti suoi pari. Poichè e Omero, al dire di Eraclide, a guisa di pazzo, in cinquanta dramme multarono; e chiamarono insensato Tirteo e Astidamante, che primo fra i seguaci di Eschilo avevano onorato di una statua di bronzo. Ed anche Euripide ne li rimproccia nel Palamede, dicendo:

     Uccideste, uccideste
     L’onnisciente, o Greci,
     Il non grave ad alcuno
     La musa filomela.

E così avvennero queste cose. — Filocoro per altro afferma essere morto Euripide prima di Socrate. Era nato, secondo racconta Apollodoro nelle Cronache, sotto Apsefione, nel quarto anno della settantesima settima Olimpiade, a’ sei del mese Targelione, giorno in cui gli Ateniesi purificano la città, e i Delii dicono essere nata Diana; ed era morto il primo anno della novantesima quinta Olimpiade, sendo ne’ settantanni. Anche Demetrio falereo afferma lo stesso altri che e’ morisse di sessant’anni.

XXIV. Entrambi, egli ed Euripide il quale era nato [p. 125 modifica]sotto Calliade il prim’anno della settantesima quinta Olimpiade, avevano udito Anassagora. — E parmi che Socrate abbia anche trattato di cose fisiche; poichè, in qualche luogo, parla di una provvidenza, come dice Senofonte, tuttavolta affermando aver egli fatto discorsi soltanto di cose morali; ed eziandio Platone, ricordando, nell’Apologia, Anassagora ed altri fisici, discorri intorno a cose, cui Socrate disconosce, pur tutte attribuendole a Socrate. — Racconta Aristotele che certo mago venuto di Siria in Atene e molte cose di Socrate biasimò, ed anche gli disse che la sua morte sarebbe stata violenta. V’ha di nostro per lui questo:

     Or dunque bevi, o Socrate, nel cielo;
       Però che certo veramente saggio
       Te disse e il divo e la diva sapienza.
       La cicuta il volubile Ateniese
       Ti die’; dalla tua bocca esso la bebbe.


XXV. Furono suoi avversarj, al dire di Aristotele nel terzo della Poetica, un Antiloco da Lenno, e l’indovino Antifonte, siccome di Pitagora Cilone crotoniate; di Omero, vivente, Sagari, morto, Senofane colofonio; di Esiodo, vivente, Cecrope, defunto, il prefato Senofane; e di Pindaro Amfimene da Coo; e di Talete Ferecide; e di Biante Salaro prieneo; di Pittaco Antimenide e Alceo; di Anassagora Sosibio, e di Simonide Timocreonte.

XXVI. Di coloro che gli successero detti Socratici, principalissimi furono Platone, Senofonte, Antistene. Tra i dieci poi che si nominano, i più distinti sono [p. 126 modifica]quattro, Eschine, Fedone, Euclide, Aristippo. Ma prima noi dobbiamo parlare di Senofonte, poi di Antistene, nei Cinici; quindi dei Socratici, e così di seguito di Piatone, perchè fu capo delle dieci sette, e da lui si istituì la prima Accademia. La successione adunque sia per tal modo.

XXVII. Vi fu anche un altro Socrate, istorico, il quale descrisse partitamente il paese di Argo; un peripatetico, di Bitinia; un poeta epigrammatico; e quello di Coo, che scrisse dei soprannomi degli dei.