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Pagina:Zibaldone di pensieri III.djvu/256

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242 pensieri (1574-1575-1576)

lo riempie quanto piú si possa a questo mondo. Cosí che Cicerone  (1575) non avrebbe forse potuto dire della poesia ciò che disse dell’eloquenza. Ben è vero che questa è proprietà del genere, e non del poeta individualmente, e non deriva dall’arte sua, ma dalla materia che tratta. Certo è che un poeta, con assai meno arte ed abilità di un eloquente, può lasciare un assai minor vôto nell’animo di quello che possa il piú grande oratore, e produr ne’ lettori quel sentimento che Cicerone esprime, in assai minor grado (27 agosto 1821).


*    L’ingenuità per esempio di un fanciullo riuscirebbe graziosa anche all’uomo naturale, perch’essa gli riuscirebbe non ordinaria, essendo sempre alquanto diversa dal suo proprio costume e degli altri suoi coetanei, co’ quali piú che con gli altri si convive, e da’ quali piú che dagli altri l’uomo piglia e forma l’idea dell’uomo (27 agosto. 1821).


*    Tanto è vero esser la grazia del tutto relativa, che gli uomini svogliati e blasés dal lungo uso de’ piaceri ec. hanno bisogno di un forte straordinario per provare il senso della grazia, tanto che quello straordinario che ad essi par grazioso, ad altri par difettoso e produce il senso e il giudizio della  (1576) sconvenienza. Come quei palati che hanno bisogno dei ragoûts e delle salse ad esser solleticati. Questo effetto è comunissimo oggidí, stante la natura della nostra civiltà, massime riguardo alle donne negli uomini, e viceversa. Quel naso retroussé che fa miracoli presso Marmontel, gli fa in Solimano, annoiato, com’é naturale a un Sultano, dall’eccesso de’ piaceri ec. E forse la massima parte delle cose che oggi si hanno per graziose, e lo sono, non debbono questa qualità che alla svogliatura di questo secolo, o di questa o quella nazione. Il numero di queste grazie derivanti