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Rime varie (Alfieri, 1903)/LVIII. L'America libera/Ode seconda

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L'America libera - Ode seconda

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LVIII. L'America libera - Ode prima LVIII. L'America libera - Ode terza

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ODE SECONDA.

Annovera i popoli belligeranti.

I.


Chi per le vie del Sol dalla lontana
Terra sen vien sull’ale
Di ratto orïental salubre vento?
D’Eolo ogni altro figlio al vasto sale
Donato ha pace; e piana
L’onda azzurra smaltar di vivo argento
Veggio il nocchier contento.
Vengon le Dee del mar festose tutte
In ala innanzi alle solcanti prore
Dividendo l’umore;
Ed, a gara i Tritón le ben costrutte
Poppe spingendo, asciutte
Quasi paion sull’acque
Sdrucciolar, così poco il mar ne inghiotte.
Chi vien? qual luce inaspettata nacque
A rischiarar l’Americana notte?

II.


Stansi in tenebre e lutto, afflitti e stanchi
Tra il servaggio e la morte,
Di libertà que’ figli generosi,
Cui, tranne il cor, tutto togliea la sorte:
Non che pur l’oro manchi;
Mai non l’usa virtù; ma, bisognosi
D’armi e di pan, pietosi
Già si guardan l’un l’altro, e in tacito atto
Per la patria morir l’un l’altro giura.
Alle adorate mura
Ove l’inopia a fine ha quasi tratto
Le spose e i figli, han fatto
Già il duro addio funesto:
Udir piangendo addomandar del pane
Suoi pargoletti e non ne aver, fia questo
Il punto estremo di miserie umane.

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III.


Or qual mai lingua dir, qual cor potría
Pensar la immensa gioia
Che apportan lor l’alte velate antenne,
Viste lontane in mare anzi che muoia
Del tutto il dì? Nè fia
Nemica squadra che a tal volo impenne
L’ali rapide: venne
Tutto il nemico già. Certo è l’aiuto,
Certo: sol dubbio è chi l’arrechi. Al lido
Con festevole grido
Pien di vitale speme è ogni uom venuto:
Qual per letizia è muto;
Qual di lagrime irrora
Le guance; altri i suoi figli al sen si serra,
Quasi gli abbia di nuovo acquistati ora;
Altri al provido cielo umil si atterra.

IV.


Ed è chi dice ancor: Questi chi fieno
Liberator novelli,
Che magnanimo il piede or volgon dove
Gloria senz’util fia che sol gli abbellì?
Son forse quei che in seno
Là di palustre terra, in fogge nuove,
Con inaudite prove,
A tirannide fero in un che all’onda
D’instancabile ardire argine eterno?
Quei che, Filippo a scherno
Prendendo, armati di povera fionda,
La sorte ebber seconda
A lor alte virtuti?
Quelli, sì, quelli che in un mar di sangue
Lor libertà fondaro, or qui venuti
Sono a dar vita a libertà che langue.

V.


Che parli, stolto? Esser può mai, se immersi
Entro a guadagni lordi,
Fatti immemori son di se costoro
Sì che son da gran tempo a gloria sordi?

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Straniere a lor già fersi
Povertade e virtù: già il ferro in oro,
Ed in alga l’alloro,
E capitano invitto in signor molle,
Ed unïone e forza hanno cangiata
In rea ma disarmata,
Discordia inerte, che del par lor tolle
Pace che guerra. Oh folle
Chi spera in lor! Mal atti
A difender se stessi, altrui fien schermo?
No, no: quei legni che solcar sì ratti
Veggiam vêr noi, non è il Batavo infermo.

VI.


Chi fien, chi dunque? Dagli Ibèri liti
Sciolto han l’ancore forse?...
Che pensi? or quando mai terra sì ancella1
A libertà od a virtù soccorse?
Questi campi romiti
Ancor pel duol di loro Ispane anella;2
Questa, già un dì sì bella
Parte del mondo, or d’abitanti ignuda,
Ne faccia fe se l’Ebro altro qui apporti
Che rio servaggio e morti.
Quest’è, quest’è, che in approdar qui suda
Gente lieve e non cruda,
Benchè non sciolta mai
Da’ regi lacci: al servir cieco accoppia
Onor verace; e in cor, più ch’altra assai,
Di tromba al suon l’impeto primo addoppia.

VII.


E il crederem? fia ver che un Re sottrarne
A servitude or voglia?
Re, che di ceppi apportator pur dianzi
Là dove il Côrso impavido s’inscoglia
Tanti a Stige mandarne
Fu visto; ed ora i lor dolenti avanzi
Vuol servi tener, anzi

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Che a virtute lasciarli ed a bell’opre?
Suo dispotico brando, ancor grondante
Di quel sangue anelante
Vendetta, or fia per noi francar si adopre?
Certo, s’egli è, ricopre
Voglie or forse non schiette
Di generoso indi non regio ammanto.
Deh! non fia che da lui troppo si aspette,
Sì che ritorni il riso stolto in pianto.

VIII.


Ecco sparir già della notte il velo;
E dal Nettunio regno
Sorger col sol le desïate sarte.
Già già chiaro si scorge il primo legno
Coll’ondeggiante al cielo
Bianco lin cui bel giglio aurato parte;
Lo spiega all’aure Marte.
Già scendon; già di vettovaglie e d’armi
Han ristorato ogni uom; già in traccia vanno
Del superbo Britanno. —
Ma tra questi, qual veggio eroe che parmi
Degno d’eterni carmi,
Degno di nascer quivi
Dove libero petto e invitta spada
Porta e di sangue ostil fa scorrer rivi? —
Muse, ergiamgli trofeo che mai non cada.



Note

  1. Varianti: Che pensi? Or quando mai terra sì ancella,
                          Quando a virtude o a libertà soccorse?
  2. Varianti: Ancor pel duol di servitù più fella;