La bellezza dell'universo
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Del pensiero di Dio candida figlia,
Prima d'Amor germana, e di Natura
Amabile compagna e maraviglia;
Madre di dolci affetti, e dolce cura 5
Dell'uom, che varca pellegrino errante
Questa valle d'esilio e di sciagura,
Vuoi tu, diva Bellezza, un risonante
Udir inno di lode, e nel mio petto
Un raggio tramandar del tuo sembiante? 10
Senza la luce tua l'egro intelletto
Langue oscurato, e i miei pensier sen vanno
Smarriti in faccia al nobile subbietto.
Ma qual principio al canto, o Dea, daranno
Le Muse? e dove mai degne parole 15
Dell'origine tua trovar potranno?
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Stavasi ancora la terrestre mole
Del Caos sepolta nell'abisso informe,
E sepolti con lei la Luna e il Sole,
E tu del sommo Facitor su l'orme 20
Spaziando, con esso preparavi
Di questo Mondo l'ordine e le forme.
V'era l'eterna Sapienza, e i gravi
Suoi pensier ti venìa manifestando
Stretta in santi d'amor nodi soavi. 25
Teco scorrea per l'Infinito; e quando
Dalle cupe del Nulla ombre ritrose
L'onnipossente creator comando
Sbucar fe' tutte le mondane cose,
E al guerreggiar degli elementi infesti 30
Silenzio e calma inaspettata impose,
Tu con essa alla grande opra scendesti,
E con possente man del furibondo
Caos le tenebre indietro respingesti,
Chè con muggìto orribile e profondo 35
Là del Creato su le rive estreme
S'odon le mura flagellar del Mondo;
Simili a un mar che per burrasca freme,
E, sdegnando il confine, le bollenti
Onde solleva, e il lido assorbe e preme. 40
Poi ministra di luce e di portenti
Del ciel volando pei deserti campi
Seminasti di stelle i firmamenti:
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Tu coronasti di sereni lampi
Al Sol la fronte; e per te avvien che il crine 45
Delle comete rubiconde avvampi;
Che agli occhi di quaggiù, spogliate alfine
Del reo presagio di feral fortuna,
Invìan fiamme innocenti e porporine.
Di tante faci alla silente e bruna 50
Notte trapunse la tua mano il lembo,
E un don le fèsti della bianca Luna;
E di rose all'Aurora empiesti il grembo,
Che poi sovra i sopiti egri mortali
Piovon di perle rugiadose un nembo. 55
Quindi alla terra indirizzasti l'ali,
Ed ebber dal poter de' tuoi splendori
Vita le cose inanimate e frali.
Tumide allor di nutritivi umori
Si fecondar le glebe, e si fèr manto
60Di molli erbette e d'olezzanti fiori.
Allor, degli occhi lusinghiero incanto,
Crebber le chiome ai boschi; e gli arbuscelli
Grato stillar dalle cortecce il pianto;
Allor dal monte corsero i ruscelli
65Mormorando, e la florida riviera
Lambir freschi e scherzosi i venticelli.
Tutta del suo bel manto Primavera
Copria la terra ma la vasta idea
Del gran Fabbro compita ancor non era.
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70Di sua vaghezza inutile parea
Lagnarsi il suolo; e con più bel desiro
Sguardo e amor di viventi alme attendea.
Tu allor dipinta d'un sorriso, in giro
Dei quattro venti su le penne tese
75L'aura mandasti del divin Sopiro.
La terra in sen l'accolse, e la comprese,
E un dolce movimento, un brividio
Serpeggiar per le viscere s'intese;
Onde un fremito diede, e concepio;
80E il suol, che tutto già s'ingrossa, e figlia
La brulicante superficie, aprio.
Dalle gravide glebe, oh maraviglia!
Fuori allor si lanciò scherzante e presta
La vaga delle belve ampia famiglia. 85
Ecco dal suolo liberar la testa,
Scuoter le giubbe, e tutto uscir d'un salto
Il biondo imperator della foresta
Ecco la tigre, e il leopardo in alto
Spiccarsi fuora della rotta bica,
90E fuggir nelle selve a salto a salto
Vedi sotto la zolla, che l'implica,
Divincolarsi il bue, che pigro e lento
Isviluppa le gran membra a fatica
Vedi pien di magnanimo ardimento
95Sovra i piedi balzar ritto il destriero,
E nitrendo sfidar nel corso il vento;
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Indi il cervo ramoso, ed il leggiero
Daino fugace, e mille altri animanti,
Qual mansueto, e qual ritroso e fiero. 100
Altri per valli e per campagne erranti,
Altri di tane abitator crudeli,
Altri dell'uomo difensori e amanti.
E lor di macchia differente i peli
Tu di tua mano dipingesti, o Diva,
105Con quella mano, che dipinse i cieli.
Poi de' color più vaghi, onde l'estiva
Stagion delle campagne orna l'aspetto,
E de' freschi ruscei smalta la riva,
L'ale spruzzasti al vagabondo insetto,
110E le lubriche anella serpentine
Del più caduco vermicciuol negletto.
Nè qui ponesti all'opra tua confine;
Ma vie più innanzi la mirabil traccia
Stender ti piacque dell'idee divine. 115
Cinta adunque di calma e di bonaccia
Delle marine interminabil onde
Lanciasti un guardo su l'azzurra faccia.
Penetrò nelle cupe acque profonde
Quel guardo, e con bollor grato Natura
120Intiepidille, e diventar feconde;
E tosto varj d'indole e figura
Guizzaro i pesci, e fin dall'ime arene
Tutta increspar la liquida pianura
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I delfin snelli colle curve schiene
125Uscir danzando; e mezzo il mar copriro
Col vastissimo ventre orche e balene.
Fin gli scogli e le sirti allor sentìro
Il vigor di quel guardo e la dolcezza,
E di coralli e d'erbe si vestìro. 130
Ma che? Non son, non sono alma Bellezza,
Il mar, le belve, le campagne, i fonti
Il sol teatro della tua grandezza.
Anche sul dorso dei petrosi monti
Talor t'assidi maestosa, e rendi
135Belle dell'alpi le nevose fronti
Talor sul giogo abbrustolato ascendi
Del fumante Etna, e nell'orribil veste
Delle sue fiamme ti ravvolgi e splendi.
Tu del nero aquilon su le funeste
140Ale per l'aria alteramente vieni,
E passeggi sul dorso alle tempeste
Ivi spesso d'orror gli occhi sereni
Ti copri, e mille intorno al capo accenso
Rugghiano i tuoni, e strisciano i baleni. 145
Ma sotto il vel di tenebror sì denso
Non ti scorge del vulgo il debil lume,
Che si confonde nell'error del senso.
Sol ti ravvisa di Sofia l'acume,
Che nelle sedi di Natura ascose
150Ardita spinge del pensier le piume
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Nel danzar delle stelle armoniose
Ella ti vede, e nell'occulto amore,
Che informa, e attragge le create cose
Te ricerca con occhio indagatore
155Di botaniche armato acute lenti
Nelle fibre or d'un'erba ed or d'un fiore
Te dei corpi mirar negli elementi
Sogliono al gorgoglio d'acre vasello
I Chimici curvati e pazienti 160
Ma più le tracce del divin tuo bello
Discopre la sparuta Anatomia
Allorchè armata di sottil coltello
I cadaveri incide, e l'armonia
Delle membra rivela, e il penetrale
165Di nostra vita attentamente spia.
O uomo, o del divin dito immortale
Ineffabil lavor, forma, e ricetto
Di spirto e polve moribonda e frale,
Chi può cantar le tue bellezze? Al petto
170Manca la lena, e il verso non ascende,
Tanto, che arrivi all'alto mio concetto.
Fronte, che guarda il cielo, e al cielo tende;
Chioma, che sopra gli omeri cadente
Or bionda, or bruna il capo orna, e difende; 175
Occhio, dell'alma interprete eloquente,
Senza cui non avria dardi e faretra
Amor, nè l'ali, nè la face ardente;
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Bocca, dond'esce il riso, che penetra
Dentro i cuori, e l'accento si disserra,
180Ch'or severo comanda, or dolce impetra;
Mano, che tutto sente, e tutto afferra,
E nell'arti incallisce, e ardita e pronta
Cittadi innalza, e opposti monti atterra;
Piede, su cui l'uman tronco si porta,
185E parte e riede, e or ratto ed or restio
Varca pianure, e gioghi aspri sormonta;
E tutta la persona entro il cuor mio
La maraviglia piove, e mi favella
Di quell'alto Saper che la compio. 190
Taccion d'amor rapiti intorno ad ella
La terra, il cielo ed io son io, v'è sculto,
Delle create cose la più bella.
Ma qual nuovo d'idee dolce tumulto!
Qual raggio amico delle membra or viene
195A rischiararmi il laberinto occulto?
Veggo muscoli ed ossa, e nervi e vene,
Veggo il sangue e le fibre, onde s'alterna
Quel moto, che la vita urta e mantiene;
Ma nei legami della salma interna,
200Ammiranda prigion! cerco, e non veggio
Lo spirto, che la move e la governa.
Pur sento io ben che quivi ha stanza e seggio,
E dalla luce di ragion guidato
In tutte parti il trovo, e lo vagheggio.
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205O spirto, o immago dell'Eterno, e fiato
Di quelle labbra, alla cui voce il seno
Si squarciò dell'abisso fecondato,
Dove andar l'innocenza, ed il sereno
Della pura beltà, di cui vestito
210Discendesti nel carcere terreno?
Ahi, misero! t'han guasto e scolorito
Lascivia, ambizion, ira ed orgoglio,
Che alla colpa ti fero il turpe invito!
La tua ragione trabalzar dal soglio,
215E lacero, deluso ed abbattuto
T'abbandonar nell'onta e nel cordoglio,
Siccome incauto pellegrin caduto
Nella man de' ladroni, allorchè dorme
Il mondo stanco e d'ogni luce muto. 220
Eppur sul volto le reliquie e l'orme,
Fra il turbo degli affetti e la rapina,
Serbi pur anco dell'antiche forme
Ancor dell'alta origine divina
I sacri segni riconosco; ancora
225Sei bello e grande nella tua rovina.
Qual ardua antica mole, a cui talora
La folgore del cielo il fianco scuota,
Od il tempo, che tutto urta e divora,
Piena di solchi, ma pur salda e immota
230Stassi, e d'offese e d'anni carca aspetta
Un nemico maggior, che la percota.
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Fra l'eccidio e l'orror della soggetta
Colpevole Natura, ove l'immerse
Stolta lusinga e una fatal vendetta, 235
Più bella intanto la Virtude emerse,
Qual astro, che splendor nell'ombre acquista,
E in riso i pianti di quaggiù converse.
Per lei gioconda, e lusinghiera in vista
S'appresenta la morte, e l'amarezza
240D'ogni sventura col suo dolce è mista
Lei guarda il Ciel dalla superna altezza
Con amanti pupille; e per lei sola
S'apparenta dell'uomo alla bassezza.
Ma dove, o Diva del mio canto, vola
245L'audace immaginar? dove il pensiero
Del tuo Vate guidasti e la parola?
Torna, amabile Dea, torna al primiero
Cammin terrestro, nè mostrarti schiva
Di minor vanto, e di minore impero. 250
Torna e se cerchi errante e fuggitiva
Devoti per l'Europa animi ligi,
E tempio degno di sì bella Diva,
Non t'aggirar del morbido Parigi
Cotanto per le vie, nè sulle sponde
255Della Neva, dell'Istro e del Tamigi.
Volgi il guardo d'Italia alle gioconde
Alme contrade, e per miglior cagione
Del fiume Tiberin fermati all'onde.
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Non è straniero il loco, e la magione.
260Qui fu dove dal Cigno Venosino
Vagheggiar ti lasciasti, e da Marone;
E qui reggesti del Pittor d'Urbino
I sovrani pennelli, e di quel d'Arno
"Michel più che mortale Angel divino". 265
Ferve d'alme sì grandi, e non indarno,
Il genio redivivo. Al suol Romano
D'Augusto i tempi e di Leon tornarno.
Vedrai stender giulive a te la mano
Grandezza e Maestà, tue suore antiche
270Che ti chiaman da lungi in Vaticano.
T'infioreranno le bell'Arti amiche
La via dovunque volgerai le piante,
Te propizia invocando alle fatiche
Per te all'occhio divien viva e parlante
275La tela e il masso; ed il pensiero è in forsi
Di crederlo insensato o palpitante
Per te di marmi i duri alpestri dorsi
Spoglian le balze tiburtine, e il monte,
Che Circe empieva di leoni e d'orsi; 280
Onde poi mani architettrici e pronte
Di moli aggravan la latina arena
D'eterni fianchi, e di superba fronte
Per te risuona la notturna scena
Di possente armonia, che l'alme bea,
285E gli affetti lusinga ed incatena;
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E questa Selva, che la selva Ascrea
Imita, e suona di Febeo concento,
Tutta è spirante del tuo nume, o Dea
E questi lauri, che tremar fa il vento,
290E queste che premiam tenere erbette
Sono d'un tuo sorriso opra e portento;
E tue pur son le dolci canzonette,
Che ad Imeneo cantar dianzi s'intese
L'Arcade schiera su le corde elette. 295
Stettero al grato suon l'aure sospese,
E il bel Parrasio a replicar fra nui
di Luigi, e Costanza il nome apprese.
Ambo cari a te sono, e ad ambidui
Su l'amabil sembiante un feritore
300Raggio imprimesti de' begli occhi tui;
Raggio, che prese poi la via del core,
E di virtù congiunto all'aurea face
Fe' nell'alme avvampar quella d'Amore.
Vien dunque, amica Diva. Il Tempo edace
305Fatal nemico, colla man rugosa
Ti combatte, ti vince, e ti disface.
Egli il color del giglio e della rosa
Toglie alle gote più ridenti, e stende
Dappertutto la falce ruinosa. 310
Ma se teco virtù s'arma, e discende
Nel cuor dell'uomo ad abitar sicura,
Passa il veglio rapace, e non t'offende;
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E solo, allorché fia che di Natura
Ei franga la catena, e urtate e rotte
315Dell'Universo cadano le mura,
E spalancando le voraci grotte
L'assorba il Nulla, e tutto lo sommerga
Nel muto orror della seconda notte.
Al fracassato Mondo allor le terga
320Darai fuggendo, e su l'eterea sede,
Ove non fia che Tempo ti disperga,
Stabile fermerai l'eburneo piede.