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I tempi correvano troppo avversi alle scienze perchè l’esempio di Gerberto nella non brevissima sua vita, e l’impulso dato da lui nel breve suo Pontificato, potessero produrre tutti quegli effetti che in altre condizioni se ne sarebbe dovuto aspettare. Nulladimeno non andarono al tutto perduti: e già assai pochi anni dopo di lui troviamo fiorente e famosa la scuola di Parma, nella quale, insegnandovisi il trivio e il quadrivio, non mancava agli studiosi l’addottrinamento nelle scienze della quantità discreta e della continua[1].

Da questa scuola, e dalle altre che meno vantate si trovavano in altre città[2], è da credere che apprendessero tanta scienza di calcolo e di geometria, quanta era necessaria all’uopo dell’arti da loro professate, il nostro Lanfranco [3] e gli altri architetti de’ quali la Gran



  1. «S. Pier Damiani studiò a Parma nel 1025, ove allora era una celebre scuola secondo il monaco Benedetto di Chiusi, che circa il 1028 scriveva di lei, che qual fonte di sapienza vantavisi in questa parte; e sino al 1115 Donizzone chiamolla Emporio delle Sette Arti» (cioè il Trivio e il Quadrivio). Bettinelli, Del Risorgimento d’ Italia negli studj, nelle Arti e ne’ Costumi dopo il Mille. Part. i. cap. 2 pag. 49. — e V. Tiraboschi St. della Letter. Ital. Tom. iii. Lib. iv cap. i. n. 11.
  2. Tiraboschi ivi n. 9. e seq.
  3. Nostro dico Lanfranco, perché egli fu certamente l’architetto del Duomo di Modena. Ma non posso negare essere buona assai la ragione di dubitare che egli non fosse modenese addotta dal ch. Marchese Giuseppe Campori (Gli Artisti Italiani e Stranieri negli Stati Estensi. Modena 1855 pag. 278) ed approvata dal ch. March. Amico Ricci nella dotta sua Storia dell’Architettura in Italia dal Secolo iv al xviii. (Modena 1857 Tom. i pag. 609 nota 32), cioè che altrimenti non avrebbero i modenesi ascritto quasi a miracolo d’aver potuto trovare uomo capace di tanto lavoro. Ma ciò prova solo che Lanfranco, se avea il merito non aveva