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supposte ingiurie, ed essendo poi stato al servigio del Comune di Firenze, come Astrologo, sarebbesi riconciliato co’ fiorentini: eppure rimane pubblico documento in che intervenne Guido come testimone e si dichiara ivi stesso di Forlì. Ma checchè sia di ciò, non è questo il caso che più città si quistionino dell’onore d’essere la patria d’Omero o del Tasso. E chi se lo vuole se lo pigli.

Cristianamente è da sperare che Guido morisse pentito delle sue colpe: ma letterariamente parlando, resti pure fra gli uomini, per la celebrità che ottennero, degni di nota, ma dove Dante lo pose [1].

Ed eccoci ad altro ma ben diverso uomo, la cui fama purissima non è macchiata da verun tristo fatto o dalla menoma vergogna. Eccoci a Leonardo di Bonaccio Bigoli da Pisa, appellato comunemente Fibonacci [2].



  1. «Ma dimmi della gente che precede
    Se tu ne vedi alcun degno di nota.
    . . . . . . . . . . . . . .
    Vedi Guido Bonatti. . . . . . . Inf. xx. v.103

  2. Il Guglielmini fu d’avviso che non si conosca punto il cognome di Leonardo, e nè manco che Bonaccio si appellasse il di lui padre. Egli suppone che per istrazio ed ispregio fosse chiamato Bigollone, ossia Scipito, come per tale passava a’ que’ giorni l’oro solo non appetiva; che poi i pisani, vergognandosi di maltrattare così una loro gloria, tolsero l’ultima sillaba ne, e restò la parola Bigollo, che fu poi convertita in Bonaccio; e ciò nel corso certamente di pochi anni (Elogio pag. 36 e 37 e nota mmm pag. 224). Viva la fervida immaginazione! Il Libri, cui nella sua storia piaceva di giudicar tutti dall’alto al basso, e che non lascia passare occasione, propizia o no, di battere la sferza a diritta e a sinistra, non si lasciò sfuggire siffatta storiella. Ma checchè fosse della stima o disistima che da principio mostrassero per Leonardo i suoi concittadini, è ben chiaro che se l’intitolazione de’ suoi libri fu fatta da lui, egli non si sarà data da se un qualifica odiosa e balorda: se poi quell’intitolazione