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570 ATTO SECONDO


Non posso vivere senza di lui. Sarebbe una discortesia, un’azion troppo barbara, se non veniste a darle nemmeno un addio.

Pasqualino. La me minzona?1 La me cerca? (si va rasserenando)

Lelio. Sospira, delira per voi.

Pasqualino. E la balla cussì pulito?

Lelio. A perfezione. Brilla con quel piè piccolino, che farebbe innamorare i sassi.

Pasqualino. E mia mugier che m’aspeta?

Lelio. Un giorno più, un giorno meno, non importa. Anderete a casa domani.

Pasqualino. Oh Dio! Mio pare cossa diralo?

Lelio. Vostro padre dica quello che vuole; già poco può vivere, e la sua roba ha da essere vostra, voglia o non voglia. Cosa serve l’esser ricco, se non si gode? Il mondo è bello per chi lo sa prendere. Vagliono più quattr’anni di gioventù bene spesa, che trenta di vecchiaia stentata e affaticata. Fate a mio modo, prendetevi spasso fin che potete; a far da vecchio v’è tempo. Andiamo a ritrovare le nostre ragazze.

Pasqualino. Vegniria volentiera, ma mio pare me fa paura.

Lelio. Cosa vi può fare vostro padre? Non siete più un ragazzo da bastonarvi.

Pasqualino. E1 me farà tior suso dai zaffi2.

Lelio. Sì, come voleva fare a me quando mi credeva suo figlio. Io verrò con voi, nè avremo più paura di cento sbirri. Tenete questo stilo e non dubitate. (gli dà uno stilo)

Pasqualino. Cossa hogio da far de sto stilo?

Lelio. Mettetevelo in tasca, e alle occorrenze v’insegnerò io come si mette in opera.

Pasqualino. Vien mio pare. (tremando)

Lelio. Andiamo presto. Tenete il vostro tabarro.

Pasqualino. No gh’ho coragio.

Lelio. Siete troppo vile.

  1. Mi nomina. [nota originale]
  2. Sgherri.