Pagina:Il fu Mattia Pascal.djvu/287

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mi sarei recato a Oneglia, da mio fratello Roberto, a sperimentare su lui l’impressione che avrebbe fatto la mia resurrezione. Ma dovevo assolutamente vietarmi di fare il minimo accenno alla mia permanenza in Roma, alle avventure, ai casi che m’erano occorsi. Di quei due anni e mesi d’assenza avrei dato fantastiche notizie, di lontani viaggi... Ah, ora, ritornando vivo, avrei potuto anch’io prendermi il gusto di dire bugie, tante, tante, tante, anche della forza di quelle del cav. Tito Lenzi, e più grosse ancora! Ah!

Mi restavano più di cinquantadue mila lire. I creditori, sapendomi morto da due anni, s’erano certo contentati del podere della Stia col molino. Venduto l’uno e l’altro, s’erano forse aggiustati alla meglio: non mi avrebbero più molestato. Avrei pensato io, se mai, a non farmi più molestare. Con cinquantadue mila lire, a Miragno, via, non dico grasso, avrei potuto vivere discretamente.

Lasciato il treno a Pisa, prima di tutto mi recai a comperare un cappello, della forma e della dimensione di quelli che Mattia Pascal ai suoi dì soleva portare; subito dopo mi feci tagliar la chioma di quell’imbecille d’Adriano Meis.

— Corti, belli corti, eh? — dissi al barbiere.

M’era già un po’ ricresciuta la barba, e ora, coi capelli corti, ecco che cominciai a riprendere il mio primo aspetto, ma di molto migliorato, più fino, già... ma sì, ringentilito. L’occhio non era più storto, eh! non era più quello caratteristico di Mattia Pascal.

Ecco, qualche cosa d’Adriano Meis mi sarebbe tuttavia rimasta in faccia. Ma somigliavo