Pagina:Il fu Mattia Pascal.djvu/88

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Mi misi a ridere e gli risposi che fino alla mattina di quello stesso giorno non avevo visto neppure dipinta una roulette, e che non solo non sapevo affatto come ci si giocasse, ma non sospettavo nemmen lontanamente che avrei giocato e vinto a quel modo. Ne ero stordito e abbagliato più di lui.

Non si convinse. Tanto vero che, girando abilmente il discorso (credeva senza dubbio d’aver da fare con una birba matricolata) e parlando con meravigliosa disinvoltura in quella sua lingua mezzo spagnuola e mezzo Dio sa che cosa, venne a farmi la stessa proposta a cui aveva tentato di tirarmi, nella mattinata, col gancio di quella donnetta allegra.

— Ma no, scusi! — esclamai io, cercando tuttavia d’attenuare con un sorriso il risentimento. — Può ella sul serio ostinarsi a credere che per quel giuoco là ci possano esser regole o si possa aver qualche segreto? Ci vuol fortuna! ne ho avuta oggi; potrò non averne domani, o potrò anche averla di nuovo; spero di sì!

— Ma porqué lei, — mi domandò, — non ha voluto occi aproveciarse de la sua fortuna?

— Io, aprove...

— Sì, come puedo decir? avantaciarse, voilà!

— Ma secondo i miei mezzi, caro signore!

Bien! — disse lui. — Podo ió por lei. Lei, la fortuna, io metarò el dinero.

— E allora forse perderemo! — conclusi io, sorridendo. — no no.... Guardi! Se lei mi crede davvero così fortunato, — sarò tale al giuoco; in tutto il resto, no di certo — facciamo così: senza patti fra noi e senza alcuna responsabilità da parte mia, che non voglio averne, lei punti il