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210 IL RE ENRICO TI SCENA VL Londra. — Una stanza nella Tom.


{{Ct|t=2|v=1|f=120%|SCENA VI.}}
Si vede ti re Ehrioo eeduto con un libro in mano^ e U Luogo^ tenente che gli sta di dietro; entra Glocester.
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''Gloc''. Buon giorno, milord! Intento assai alla lettura?


''Enr''. Sì, mio buon lord: milord, avrei dovuto dir piuttosto: è peccato l’adulare, e l’adulazione era il chiamarvi buono. Buon Glocester e buon serpente significherebbero il medesimo; ed entrambi sarebbero fuor di proposito: non diciamo perciò buon lord.
Oloc. Buon giorno, milord 1 Intento assai alla lettura?


''Gloc''. Amico, lasciateci soli; dobbiamo parlare. {{Ids|(il luog. esce)}}
''Enr''. Sì, mio buon lord: milord, avrei dovuto dir piuttosto: è^ peccato l’adulare, e l’adulazione era il chiamarvi buono. Buon Glocester e buon serpente significherebbero il medesimo; ed entrambi sarebbero fuor di proposito: non diciamo perciò buon lord.


''Enr''. Così fugge il pastore negligente dinanzi al lupo: così il povero agnello dà prima la sua lana e poscia offire la gola al coltello del beccaio. — Quale scena di sangue sta ora per compier Roscio?
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''Gloc''. Il sospetto crucia sempre le menti dei re; il ladro teme in ogni cespo un soldato.


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''Enr''. L’uccello che s’invischiò le penne sopra un ramo, d’ogni ramo paventa; ed io sfortunato padre di un dolce figlio, ho ora dinanzi a’ miei occhi l’oggetto fatale, da cui quel misero rimase preso e ucciso.


''Gloc''. Stolto e pazzo fu quel padre di Creta che insegnar volle il volo al figlio suo! L’imbelle, sebben coll’ali, andò annegato.
dinanzi a’ miei occhi l’oggetto fatale, da cui quel misero rimase^ preso e ucciso.


''enr''. Io sono quel Dedalo; il mio povero figlio era Icaro; tuo padre fu il Minosse, che ne interruppe il corso; tuo fratello Eduardo, il sole che gli sciolse le penne; e tu stesso sei il mare, le cui avide onde ingoiarono il suo corpo. Ah uccidimi colle armi, non colle parole! Il mio petto può sopportar meglio la punta del tuo pugnale, che le mie orecchie sostener non possano quella tragica istoria. — A che qui venisti? certo a togliermi la vita.
Gloc Stolto e pazzo fu quel padre di Creta che insegnar volle il volo al figlio suo! L’imbelle, sebben coll’alì, andò annegato.


''Gloc''. In conto m’hai di un carnefice?
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''Enr''. Persecutore sei certo; e se l’uccidere gl’innocenti è opera del carnefice, sei un carnefice.
Gloc. In conto m’hai di un carnefice?


''Gloc''. Uccisi tuo figlio per la sua presunzione.
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''Enr''. Se ucciso tu fossi stato la prima volta che la tua si manifestò, vissuto non avresti tanto per uccidermi il figlio. Ma odi la mia profezia. Migliaia d’uomini che nulla sospettano ancora di quel ch’io preveggo; sospiri di vecchi, lagrime di {{Pt|ve-|}}
Gloc, Uccisi tuo figlio per la sua presunzione.

''Enr''. Se ucciso tu fossi stato la prima volta che la tua si manifestò, vissuto non avresti tanto per uccidermi il figlio. Ma odi la mia profezia. Migliaia d’uomini che nulla sospettano ancora di quel ch’io preveggo; sospiri di vecchi» lagrime di veDigitized by Google
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216 IL RE ENRICO VI


SCENA VI.

Londra. — Una stanza nella Torre.

Si vede il re Enrico seduto con un libro in mano, e il Luogotenente che gli sta di dietro; entra Glocester.

Gloc. Buon giorno, milord! Intento assai alla lettura?

Enr. Sì, mio buon lord: milord, avrei dovuto dir piuttosto: è peccato l’adulare, e l’adulazione era il chiamarvi buono. Buon Glocester e buon serpente significherebbero il medesimo; ed entrambi sarebbero fuor di proposito: non diciamo perciò buon lord.

Gloc. Amico, lasciateci soli; dobbiamo parlare. (il luog. esce)

Enr. Così fugge il pastore negligente dinanzi al lupo: così il povero agnello dà prima la sua lana e poscia offire la gola al coltello del beccaio. — Quale scena di sangue sta ora per compier Roscio?

Gloc. Il sospetto crucia sempre le menti dei re; il ladro teme in ogni cespo un soldato.

Enr. L’uccello che s’invischiò le penne sopra un ramo, d’ogni ramo paventa; ed io sfortunato padre di un dolce figlio, ho ora dinanzi a’ miei occhi l’oggetto fatale, da cui quel misero rimase preso e ucciso.

Gloc. Stolto e pazzo fu quel padre di Creta che insegnar volle il volo al figlio suo! L’imbelle, sebben coll’ali, andò annegato.

enr. Io sono quel Dedalo; il mio povero figlio era Icaro; tuo padre fu il Minosse, che ne interruppe il corso; tuo fratello Eduardo, il sole che gli sciolse le penne; e tu stesso sei il mare, le cui avide onde ingoiarono il suo corpo. Ah uccidimi colle armi, non colle parole! Il mio petto può sopportar meglio la punta del tuo pugnale, che le mie orecchie sostener non possano quella tragica istoria. — A che qui venisti? certo a togliermi la vita.

Gloc. In conto m’hai di un carnefice?

Enr. Persecutore sei certo; e se l’uccidere gl’innocenti è opera del carnefice, sei un carnefice.

Gloc. Uccisi tuo figlio per la sua presunzione.

Enr. Se ucciso tu fossi stato la prima volta che la tua si manifestò, vissuto non avresti tanto per uccidermi il figlio. Ma odi la mia profezia. Migliaia d’uomini che nulla sospettano ancora di quel ch’io preveggo; sospiri di vecchi, lagrime di ve-