Delle Frascherie di Antonio Abati fasci tre/Fascio I

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Delle Frascherie di Antonio Abati fasci tre FASCIO PRIMO.


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DELLE

FRASCHERIE

FASCIO PRIMO.


Penava l’Asia in un secolo, che facea dubbio, s’era il tirannico, in cui regnava Caligola, o ‘l calamitoso, in cui egli[1] anhelava d’essere. I flagelli del Cielo crescevano di pari grado con l’humane ingordigie, come ne’ corpi infermi con l’ardore d’una febre s’avanza anche la sete. E perché, a parer di Solone,[2] l’egualità non fa mai guerra, la disuguaglianza de gli humori havea cagionata sì bellicosa intemperie alla tranquillità dell’Asia, che parevano rinovare a’ suoi irreparabili esterminij le rivali oppressioni d’un Mitridate e d’un Silla. A molti grandi, a’ quali pareva tolto l’essere, perché mancava loro la potenza di fare, altri alimenti non rimanevano, che su i rimasugli de’ Sudditi. & a molti Sudditi, le cui faticose industrie erano cotidiani sacrificij
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a’ Padroni, non restava altra cagione di viver lieti, che il non haver più da perdere, né più da temere. In tanto, perch’è natura de’ mortali l’osservar con occhio torvo le prosperità imperiose, sembrava a prima fronte un refrigerio del travagliato Vulgo poter vantare co’ suoi maggiori una consimile proportione nelle disavventure: mentre la Fortuna avvezza a balestrar i privati qualificava con le percosse, da lei segnalate su i grandi, la vilipesa conditione de’ suoi colpi volgari. Era un solazzo de’ miseri, il veder depressi, ed avvallati, quei Monti, che poco dianzi nella penosa vallea degl’infimi aduggiavano con l’ombre loro tiranniche i semi delle virtù humane: e ponderavano i Savij, ch’essendo la fortuna una esecutrice dei divini decreti, non convenivale, il farsi vincere di gloria da quei tali, che delle Deità si fanno emuli: ma più tosto insegnar con colpi di maestrevole ferza questo gran dogma ai Principi: che non per altro si fè cieca Fortuna, che per non distinguere dal volgo l’imaginate franchigie dei Potenti, ferendo con ugual sinistra chi vive. E perché reputavasi comunemente, che i maggiori Tiranni dell’universo si fussero scelti per fato a disperder i Regni Asiatici, vivevano in dubbio i popoli, com’avveniva ai Romani ne le contese d’Othone, e di Vitellio[3]


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per qual d’essi dovevano ricorrere ai Tempij, sacrar le preci, o detestar i voti, mentr’era certo, che saria stato sempre il peggiore, chi havesse vinto.

Havevano antici, & onorati affari per l’Ionia alcuni ben agiati Patritij Europei, che per esser dei beni d’una straniera fortuna corredati, men de gl’altri i mali dell’intestine calamità sentivano. Eran costoro dimoranti in Efeso; e quantunque di famiglie distinti, uniti però di volere, ne menavano per lo più fra inseparabili consortij la vita.

Godeva fra questi un vanto di privilegiata Rinomea Stamperme Cavaliero d’alto legnaggio, il qual haveva in se stesso quelle due prerogative congiunte, che fra i nobili individui di quel secolo trovavansi malagevolmente divise, cioè a dire divino Ingegno nelle scienze, & humanissima Idea nei costumi.

S’erano a casa di Stamperme trasferiti in un giorno estivo alcuni de’ praticati Amici, per divertir quivi col sollievo di qualche esemplare ragionamento la noia d’un sonnacchioso meriggio, ma parendo all’hospite, che gl’animi loro fussero anche da un insolito stupore ingombrati, vago di scuotere dalla mesta taciturnità i loro vivaci talenti, prese a favellar ai medesimi in cotal guisa.

Amici. Non o se vi facciano più guer
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ra i pensieri, o vi diano più pensieri le guerre. Di gratia ponderate alquanto, qual sia hoggi l’havere, e il saper vostro. I danni, che dalle militie, e dai Grandi si tragono, son communi per l’Asia; ma la natura ha fatto commune quel ch’è gravissimo; accioché l’egualità nella fierezza del fatto ci riconsoli. I Cieli sono inesorabili; né per ingiurie si placano; è però, se la volontà non termina il pianto col consiglio della ragione, non attendete, che le stelle ad istanza de’ nostri arbitrij dian fine. La volontà che a suo talento si sa alleviar gl’infortunij; ed architettar le letitie, ha forza di convertir ogni cosa, se non in oro, in quello almeno, che con l’oro non si compra. E maggior ventura questa di quella di Mida, che

In pena sol de l’avide preghiere
Tratte havea su le dita auree miniere.

Perdeste, è vero, una gran parte delle sostanze vostre; ma se ponderate, che la maggiore ancora ne ritenete, voi acquistate molto. Consistono solo le vostre perdite, in dimenticar quel che vi rimane, quel che il Cielo non vi tolse. La fortuna vi fe’ sobrij, ma non digiuni; anzi ha corpi digiuni l’Ionia, che si riempirebbono con le vostre reliquie. Ricordatevi ch’è satio quel volere, che ha quel che vuole, quando non vuole, se non quel che può. Avvampano di martiali incendij le Provincie d’Asia, nol nego; ma se la Terra non
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sa cessare gli alimenti alle fiamme, havrà ben humore da estinguirle il Cielo.

 
Non sempre gli Aquiloni
     De l’aereo sentier volubil onde,
     Squassan fremendo a l’ampia Hircinia i legni,
     Bruma d’Olenij segni
     Non mandan sempre i gelidi Trioni,
     I tronchi adulti a vedovar di fronde,
     Virtù, che il suolo asconde,
     Spunta in aprico al variar d’un Cielo:
     E a chi sofferse il gelo,
     Da l’Arabiche vie
     Porta un April l’Autumedon del Die.

Pitagora comandò a’ suoi discepoli, che né il cuore, nè il cerebro divorassero, cioè che non fusse da loro con le fisse apprensioni distemperato il cervello, né il cuore con ismoderate cure trafitto.

 
Meglio è haver ne la sete Alma, che rida,
Ch’a rivo d’or mover Tantalee fauci,
Ne la lieta penuria è satia Bauci,
Ne la copia penosa è voto Mida.

È così natura dell’amicitie palesare i cuori, come delle mestitie l’asconderli: gli animi turbati son come l’acque torbide, le quali non fanno scernere ne’ fondi de’ Fiumi quelle arenne, che nelle limpidezze traspaiono. Nelle aperte chiarezze de’ discorsi nostri si scoprano da noi a vicenda i più occulti penetrali dell’anime, e si


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soffrano con lieta toleranza le meste trafitture del Cielo. La patienza è un Nume tutelare de’ miseri, un Custode della nostra conditione. Diceva un faceto ingegno,

 
Ho sempre intesa dir questa sentenza,
     Borsa de’ Letterati è la Penuria,
     Moneta de la borsa è la Patienza.

Qui sogghignarono in vicendevoli risposte gl’Amici, e Stamperme vedendoli alla letitia, & all’attentione avviati, così proseguì.

È vero, che la secura hilarità d’un fiorito secolo, come quello d’Augusto era, nudrisce gli ardori delle emulationi, e’ pruriti della Gloria.[4] Certamen virtutis, & ambitio gloriae felicium hominum affectus, disse Tacito. Come in contrario i moti fatali de’ Regni scuotono ogni valorosa costanza de gl’ingegni humani; il che avvenne ne’ tempi della espeditione di Xerse contro la Grecia, ma che vogliamo far noi de’ talenti nostri, o Amici, mentre così girano i Cieli? Aspettiamo che ‘l Satirico ci sgridi, che[5] ne paratas quidem artes audemus cognoscere! Quell’ammassare in sè stesso senza uso le dottrine de’ libri, è un vitio tanto peggiore dell’Avaritia, quanto che un dotto Capo in morte non benefica i posteri come un Erario colmo. Sia dunque il mio Albergo in avvenire un’erudita Palestra delle vostre


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menti, e se le lettere furon parti in voi d’un’industriosa fatica non vi venga humore di dar loro entro un neghittoso otio la tomba. Non v’è il più povero d’un ricco avaro, né il più ignorante d’un dotto torpido; ma dirò meglio. È così vergognoso perdere il posseduto, quando si trascura, com’è difficile il ritinere quel che s’hà quando non esercita. I segreti studij non così vagliono a i profitti, come l’uso d’una palese reminiscenza,[6] Plus si separes, usus sive doctrina, quam citra usum doctrina valet, disse Quintiliano. Se ‘l moto di ruinose guerre ci toglie hoggi il concorso d’una compotenza emula, l’otio d’una privata pace non ci negherà almeno d’un compagnevole riscuotimento la mossa; né sarà poco a chi non può appagare i desiderij del sapere, il grattarne i pruriti. È vero che

[7]Tunc bene fortis equus reserando carcere currit,
          Cum quos preatereat quosuè sequatur, habet:

Mà se l’esempio dell’altrui carriere non sarà sprone a’ progressi nostri, potrà ciascuno di noi conchiudere con Luciano, che facillimum est iuxta proverbium solum currentem vincere.

Mentre con iscambievoli ragionamenti giva Stamperme disponendo a’ vir
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tuosi passatempi gli animi de’ suoi Amici, & essi co’ loro voti concordi a’ suoi profitevoli consigli accorrevano, ecco d’improviso sopravegnendo Ticleue, il filo de’ loro cominciati discorsi interruppe.

Era costui per le agitationi d’una trascorsa vita sopranomato lo scherno di fortuna. Com’huomo di versatile natura, nel biasmo de’ pravi huomini, e nella emendatione de’ buoni.

 
Quel Satiro parea, che in doppia banda,
     Si vantava saper con un sol fiato
     Riscaldar, raffreddar mano, e vivanda.

Seguì un tempo le Corti, per guadagnarvi; ma le fuggì poi, per non perdersi. Le stelle l’havean formato miglior Poeta, che Corteggiano: perché appena sapeva più fingere conversando in carte, che traversando in Corte: e però era solito dire, che le nature Corteggiane ammorbano, od impoveriscono. Quelle Vergini Muse, le quali il vitioso secolo, o non ama, perché non può violarle, o non sa honorare, perché a vergogna furono con suo decoro traportate da lui una volta alla Reggia d’un imperiale Personaggio, la cui accreditata Pietà o tracciava miserie da soccorrere, o meritava facondie: che lo decantassero.

 
[8]Et spes, & ratio studiorum in Caesare tantum
Solus enim tristes hac tempestate Camoenas
Respexit, cum iam celebres, notique Poetae
Balneolum Gabijs, Romae conducere furnos


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Tratto al fine dal genio d’una placida speculativa ritolse alle attività cortegiane l’arbitrio: e diessi fra le contratte amicitie all’angenuo godimento d’una privata quiete. La vera Filosofia, diceva egli, tutte le cose insegna, fuor che il viver coi Prencipi: perché ella, nel trovar l’amore della verità, vuol riposo, e libertà di vita.

Entrò con ridente viso Ticleue nelle stanze di Stamperme: & a gli Amici, che della cagione delle sue improvise letitie il richiesero, così incontinente rispose.

Vengo, Amici di Corte, ove spettatore mi trovai d’un bell’atto. La Padrona i dì passati intimò a Cavalieri più ricchi della Città, che gissero a giocar seco in Palazzo: & hoggi appunto si è appiccata la mischia. Hor è un leggiadro spettacolo, il vedere da un lato un Donatore, che vuol esser rubato dalla Volontà, per obligar la Fortuna, e dall’altro un’Avara, che vuol doni dalla Fortuna, per non haver oblighi alla Volontà. Voi già intendeste la Cifra. I denari di quei Giocatori son come gli Animali, che visita
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rono il Leone infermo, niuno ne torna indietro. Si portano borsoni pieni, ma si fanno voti, perché i voti non si fanno, che per ricever gratie. Pensar di vincere è caso da processo, il vincere è corpo del delitto. Il Giuoco è di Primiera, ma le regole son disordinate; chi non fa sempre passo, non può far passata: chi non getta al monte, sta sempre basso, e mostra molta puntualità, chi mostra pochi punti. Insomma chi non asconde le Primiere, si fa veder fra gli ultimi: e chi vince col Flusso è tenuto in quel luogo, onde i flussi hanno esito. Hor che dite di questo secoletto, Amici? Dov’è quel tempo d’Augusto, il quale si vantò in una lettera a Tiberio, di non haver maggiore, e più comoda occasione di donare, che in giuoco? Hoggi il Giuoco vale d’occasione alle Dame nostre, per giustificare i lor furti. O sæcula, o mores!

Io ragionava poc’anzi, replicò Stamperme, dal modo da tranquillare i nostri animi nelle turbolenze belliche: e come il Boccaio, ne i rischi della Pestilenza, prese occasione da sollevar con novelle i cuori delle sue foresane: così parevami opportuno, già che a noi: — [9]Arte benigna, Et meliore luto finxit praecordia Titan. Che in questi giorni estivi, ne i quali le militie, per far lavori in campagna, dan
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no serie a i quartieri, con varie FRASCHERIE, o sodi ragionamenti di lettere si ristorassero in gran parte gl’animi nostri da le militari calamità abbattuti.

Non meno de i già disposti Amici appagossi Ticleue del savio consiglio di Stamperme, e piacqueli sopra tutto l’esclusiva, che si diè in comune a passatempi di giuoco, per contraporsi ne i casi delle mestizie, non solo al costume d’idioti Cittadini di quei tempi, ma etiandio alla natura d’un certo Prencipe Italiano, che vedendosi astretto a celebrar con le ritiratezze il lutto cagionatoli dalla morte del Padre, non seppe trovar miglior mezo, per additare alla Corte la necessità, che haveva di temperare le sue cupe doglie con qualche honesto sollevamento, che ‘l trastullarsi fra i suoi confidenti al giuoco delle carte; onde poteva dirsi di lui, quel che d’un simil caso esagera Seneca. [10] Proh pudor Imperij, Principis Romani lugentis sororem Alea solacium animi fuit.

Si rinuntij il Palatino passatempo, disse Ticleue a quel Romanesco, a cui, perché era tutto il dì assiso a giuocare, & a vincere, solevano i curiosi di Corte addattare quell’antico detto Romanus sedendo vincit. Lascisi la dottrina di queste carte, a chi va indotto delle nostre;
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e particolarmente a quei Grandi, ne’ quali il mondo non fa vitio il giuoco, né l’adulterio, come ne’ mediocri farebbe.

[11] ——————— Alea turpis,
Turpe, & adulterium mediocribus,

disse il Satirico.

Il giuoco è tra le cose honeste compreso, e ben savij possono additarsi coloro, che di lui honestamente, e con fine anche d’arrischiar venture si vagliono; ma dirò bene che in esso per lo più il miglior Artefice è il peggior huomo; e di quei buoni huomini, che ne i suoi esercitij consumano indiscretamente l’hore, eccovi le praticate sciocchezze. Logorare in mistiero da giuoco il suo senno, aspettare con le saviezze d’un’Arte le discrettioni d’una stolta fortuna, mercare da sé medesimo a prezzo di timori le fallacie d’una speranza, avventurare nell’incerto di frivola carta il sicuro de’ suoi tesori, rimettere a gli arbitrij d’un caso l’arte d’un arbitrio; invitare l’Avversario ai rischi, & al rischio d’un avversario invito attenersi; e finalmente per un punto in un punto impoverire, perder il tempo & in breve tempo quelle sostanze, che con longhezza di tempo s’adunano. Pur troppo è giuoco l’humana vita, senza che la vita ne i giuochi medesimi l’esperimenti. Diceva un faceto Poeta.


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Gioco siamo noi di quest’avara etade,
     Quanti provar vid’io dagli avversari
     Infra Coppe di mensa arme di Spade,
     Et a quanti i Baston tolser Denari,
     E se ciò non vi basta, udite questo,
     Quanti pochi in buon Punto han fatto Passo,
     Quanti in mal Punto hanno perduto il Resto,
     E quanti Re vidi restarne in Asso.

Passiamo dunque in più valevoli esercitij quest’hore; già che ad altri acquisti si indrizzano le industrie nostre. A passaggi dell’erudite Carte non assiste Fortuna; né sono ivi in arbitrio di Nume cieco i discapiti delle nostre vedute: non pugniamo noi con Avversarij ma godiamo fra concordie amichevoli, non ergiamo alle Deità spergiuri, ma sacrificij, consumiamo in somma con vantaggio il tempo, per disporci in un tempo a quei beni, che per opera di tempo non si dileguano.

Qui replicarono i loro uniformi voti gli astanti Amici, e Stamperme sentendo, che s’era tutti dell’anteposto partito confermati, ordinò a tre suoi Servi, i quali ne la bell’Arte del Canto sapevano così ben intonare, com’andar malamente intonati, che alcuna delle loro moderne, e più poetiche canzonette cantassero. Ponderò, che la Musica meglio di qualunque
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Arte poteva richiamar all’orecchio un animo profondato nelle mestitie; perché sollevato in tal parte, si rendesse poi più disposto al salutare ricevimento di quei discorsi, che all’Intelletto tramandansi. Assisi intanto gli Amici, posti i musicali instrumenti in assetto, indi a poco alzarono concordemente i Cantori all’armonia della seguente Canzonetta i concetti loro, e così cominciarono.

Parte il Verno, e già fioriscono
     Colli, Prati,
     Nuovi fiati
     L’aria gelida addolciscono:
     Tributari
     De’ suoi liquidi Diamanti,
     Sciolto il piè, sen vanno a i mari
     D’un’immobile Madre i Figli erranti.
     Ma, se torce il Verno il piede,
     Tosto il riede,
     Al rotar di poche Lune;
     Se di Morte armi importune
     Troncan al miser huom l’Alma, e la Pace,
     Torna polve, ombre resta, un nulla giace.
Parte April, e più non spirano
     Le fresch’aure,
     Piagge Maure
     Calda vampa al sen cospirano,
     Verde Faggio
     Secco langue a i soli estivi,
     Che nel suol chinando il raggio


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A la sete comun furano i rivi.
Ma, se torce Aprile il piede,
Tosto riede,
A rotar di poche Lune;
     Se di morte armi importune
     Troncan al miser huom l’Alma e la Pace
     Torna polve, ombra resta, un nulla giace.
Parte il Luglio, e già s’infrondano
     Secchi arbusti,
     Prati adusti,
     Piaggie nove homai fecondano;
     Ecco abbonda
     Di bei pomi il curvo legno;
     E di prole hor nera, hor bionda
     Già la sposa de l’Olmo il seno ha pregno.
          Ma, se torce un Luglio il piede,
          Tosto riede,
          Al rotar di poche Lune;
          Se di Morte armi importune
          Troncan al miser huom l’Alma, e la Pace
          Torna polve, ombra resta, un nulla giace.
Parte Autunno, e ‘l giorno adombrano
     Nubi grevi,
     Sparge nevi
     L’erte cime a’ monti ingombrano:
     Ecco fende
     Tronchi alpini Africo fosco,
     E se il foco i tronchi accende,
     Del Verno reo vendicatore è il Bosco.
          Ma, se torce Autunno il piede,
          Tosto riede,


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     Al rotar di poche Lune;
     Se di Morte armi importune
     Troncan al miser huon l’Alma, e la Pace,
     Torna polve, ombre resta, un nulla giace.

Grata al sommo riuscì la testura di questa Canzonetta, e gli uditori, ravvisandosi in essa i motivi, tratti dal Lirico in quei versi.

 
[12]Frigora mittescunt zephyris, ver proterit æstas
     Interritura simul
Pomifer autumnus fruges essuderit, & mox
     Bruma recurret iners.
Damna tamen celeres reparant cælestia Lunae;
     Nos ubi decidimus,
Quo pius Æneas, quo Tullus dives, & Ancus
     Pulvis, & umbra sumus.

Quantunque l’Intercalare della Canzone paresse per le rimembranze di morte più atto a concitar mestitia, ch’a dissiparla, disse però Stamperme, che miglior cominciamento non poteva darsi a’ loro arbitrarij esercitij, che con la ponderatione d’un sì necessario fine. Goderono tutti, oltre questo, di non veder quivi imitata l’inferma maniera de’ moderni Musici,


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che non d’altra morte cantano tutt’hora nelle loro Canzoni, che di quella d’Amore. non hanno tanti occhi le scuole de’ Pittori, né tanti ohimè gli Speciali, e quanti begli occhi, e quanti ohimè d’amorose agonie disegnano, & esalano hoggi nelle loro musicali Canzonette i Verseggiatori discepoli, e Poetastri storpiati, che servendo all’idiotismo d’una Musica, con la fanciullaggine de’ loro metri, son certi di non meritar ne’ medesimi altro nome, che d’Abbecedarij di Poesia. V’è di peggio, che le loro amorose cantilene, o destano ne gli uditori i sopiti rimorsi di libidine, o ne rinovano gl’irritamenti.

 
[13]————Quod non excitas inguen
Vox blanda,

cantò il Satirico. Ridicolo però parmi, che Agamennone trovasse colà un Citaredo che con un suono Dorico conservar sapesse Clitennestra in pudicitia. Se Clitennestra fusse hoggi, o vedrebbe cangiata l’arte ne’ Musici, od in sé stessa la natura.

Erano già tornati all’attentione gli Amici, quando un Musico, come che presago fusse de loro sentimenti, prese a cantar contra Amore le facetie di questa Canzonetta.

AMor vattene via:
     Perché il Ciel m’ha concesso,


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     Che fuor di te mi stia,
     Per non esser un dì fuor di me stesso,
     Già mai non sarà vero,
     Che m’alletti il seren di due pupille,
     Naufragato Nocchiero
     Fugge l’aspetto ancor d’acque tranquille.
     Amor ferma la man, muovi il tuo piè,
     Via, via, non fai per me.
Lo sguardo rilucente
     Più non m’arde il cervello;
     Non ho più chiodi in mente,
     La tenaglia a la borsa, ò al cor martello,
     Quest’animata cera
     Al sol degl’occhi altrui più non consumo
     A la bellezza altera
     Più non porta il mio foco orma di fumo.
     Amor ferma la man, muovi il tuo piè,
     Via, via, non fai per me.
Vinco fuggendo un volto,
     Sano fuggendo un guardo,
     A mirar non mi volto,
     Ch’a la nave d’amor remora un guardo,
     Rete di belle chiome
     L’amorosa mia fè più non allaccia,
     De la femina il nome
     Par che dica al mio cor LA FE’ MINAccia.
     Amor ferma la man, muovi il tuo piè,
     Via, via, non fai per me.

A pena havevano terminate gli Amici quelle lodi, che giudicarono alla canora Poesia convenirsi, che uno de’ Cantori con voce di Basso fè Pompa del seguente componimento, in persona d’Amante, il
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quale spinto da un’amorosa politica, s’arrollò alla militia; ma prima di far transito all’ire della morte, volle pretendere da una Donnicciuola, ch’egli amava come sua vita, i congedi estremi.

 
UN politico humore,
     Nina mia, m’ha forzato,
     A diventar Soldato.
     E questa forza in me nacque d’Amore;
     Che se la guerra, e Amore
     Son due mali gemelli,
     E se i mali novelli
     Disacerban tal’hor vecchio dolore,
     Per tua cagion gira alla terra deggio:
     Perché d’Amore al tedio,
     Ond’io meschin vaneggio,
     L’incontrar di morir solo è rimedio.
Parto a la guerra, o Nina,
     Corro a i rimedi ardito:
     Ma pria che feritor, parto ferito.
     Dal tuo leggiadro viso
     Su questo fragil muro
     Minacciano ruina
     La scorreria del riso,
     Lo stral del guardo, e del parlar la mina:
     Onde, cor mio, ti giuro,
     Che fin ad hor non mi son bene accorto
     Se vo dietro a la Guerra, o se la porto.
Ma sia, che vuol la spada
     M’ha posta a la cintura.
     Giudica tu, Ben mio, dove mi vada,
     Già che l’empia sciagura
     Vuol che un Campo guerrier sia la mia strada,


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     Tu di campar nella Città procura.
Fatti pur buone spese;
     E se in battaglia il mio valor compensa,
     Qualche ferro inhumano,
     O facendo difese,
     In Trinciera di muro io resto morto,
     Tu per vital conforto
     Potrai col ferro in mano,
     Fin che havrai provision nella Dispensa
     Far trinciare la carne a la tua mensa.
     Così da te lontano,
     Mentre tu magni piano,
     Et io forte combatto
     Morrò di Punta, e tu vivrai di Piatto.
Ma s’egli avvien, ch’io viva,
     O cada giù di Flegetonte a riva,
     Giuro per lo tremendo
     Spiritaccio d’Orlando,
     Ch’io t’amerò marciando,
     Ch’io t’amerò marcendo:
     E s’avverrà, che in perigliosa squadra,
     Io campi, amando te,
     Questo mio Re, che di servir mi quadra,
     Et ha quadrini assai,
     Sarà de’ Quadri il Re,
     E tu Donna de’ Fior, Nina, sarai:
     Mentr’io per te ne l’arme, e ne l’amore
     Sarò Fante di Picche, Asso di Core.
Già che il destino vuole,
     Che sian di te le luci mie digiune,
     Resta in pace, o mio Sole,
     Ecco vado a veder le meze Lune.
     I tuoi focosi guardi


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     Son cagion, Nina mia, ch’io cangi loco,
     Parto, perché tu m’ardi,
     Non disconviene il mio camino al foco.
Così diceva un dì Drudo assoldato,
     Che da l’Idolo amato
     Al fin si distaccò,
     E nel sentir Tarapatà, marciò.
     Misero, ma a che pro?
     Tosto, ch’egli hebbe il piede
     Da l’Idol suo diviso,
     Comparve in guerra, e ne rimase ucciso.
     Ahi, come ben si vede,
     Che in martial tenzone
     Ogni Amante è poltrone,
     Nel mestiero d’Amore
     Sempre si perde il core:
     Et io mi son per questo esempio accorto,
     Che in guerra ancor, chi non ha core, è morto.

Le facetie non insulse del cantato componimento allettarono non meno dell’altro l’orecchie de gli ascoltanti; ma perché diceva il Petrarca.

[14]Puossi in bel cantar esser molesto,

Stamperme diè congedo a’ Musici, come a quelli a chi poteva adattarsi quel moto del Spartano, intorno al Rusignuolo magro: Vox tu es: præterea nihil. Termini, disse all’hora l’ingenuo Ticleue, non dirò il concerto musico, perché dalle Muse hebbe nome; ma ben sì lo spettacolo de
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gli sconcertati musi di questi Artefici; Rammentiamoci, che Pallade, di cui siamo seguaci, per non vedersi in volto quella deformata enfiatura di gote, mentre sonava il flauto, lo franse. Più tosto, se dobbiamo talvolta aditarci de’ vitij, vagliamoci del suono, come far soleva[15] Tiberio Graco. Questi, quando in orare sentivasi soverchiamente concitato da sdegno, voleva che un suo Servo, che dietro la Bigoncia assistevali, sonasse un istromento musico, e con esso ammolisse l’asprezze della sua vocale alterigia. Ridevasi dell’erudita facetia di Ticleue; quando Stamperme voltosi a’ circostanti Uditori, favellò loro in tal guisa.

Hor dunque, Valorosi, poiché vaghi vi veggio di dar principio a qualche ingegnoso gareggiamento, godrei, che mi scioglieste un dubbio, natomi, che ha molto, dalla ponderatione del corrente secolo; ed è.

Chi dovrebbe imitarsi hoggi ne i sentimenti dell’animo, o Heraclito, col piangere le attioni humane, come miserie, o Democrito, col ridersi d’esse, come inettie.

Trovavasi qui Rorazalfe, soggetto per chiarezza d’Avi riguardevole, e per
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habiti acquistati, e naturali di commendabili prerogative; né meno eloquente nel difender i Rei nel Foro, che severo nel fare esuli dal Foro della propria coscienza le colpe. Fattosi questi in gioventù Settario di quell’Elvidio Prisco Protettore appresso Tacito, impiegò l’ingegno in Filosofia, non come i più, per viver disutile sotto questo nume ampio; ma per servir la Repubblica sicuro da’ colpi di Fortuna. Seguitò i Mastri, che tengono esser beni le sole cose honeste, e mali le brutte. Potenze, e nobiltà, e ciò ch’è fuor del nostro animo, né beni, né mali.

Rorazalfe fu il primo ad esser richiesto di parere sopra il proposto quesito, come quegli, che più di qualunque altro credevasi nell’Arte declamatoria versato; onde promosso più tosto da un impulso d’ingegnoso capriccio, che da un’arbitraria elettione di Natura; espose indi a poco alla difesa d’Heraclito i suoi eloquenti motivi in tal guisa.

IN prigioniere fasce
     Sgorga il Mortal, che nasce,
     Lagrime elette a presagir tormenti,
     E d’obortino dì piagne i momenti,
     Così ne l’Oriente,
     Perché ‘l suo Dì nascente
     D’un folgor fuggitivo ha le facelle
     Co’ mesti rai di moribonde Stelle.
     Su l’aperte campagne
     In rugiadoso duol l’Alba lo piagne.


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Il Pianto è precursore dell’humana peregrinatione. La sua cura è d’appianare, e d’additarci la via, menar suole alla Valle delle moderne miserie l’età ventura. Egli è il primo atto dell’humanità nostra espresso da bambini con virilità, impresso dalla natura con artificio. Lagrimiamo i danni prima, che ne avvengano, acciò, che improviso non ne sopprima il dolore. Piagniamo i falli prima di commetterli, perché non paia malagevole il pentimento. Così le lagrime in noi, come pravi humori, sono inditij de’ morbi, e come atti di penitenze, son pronostico de’ misfatti futuri. Hor ecco premuta l’Asia fra i Colpi del Cielo, fra le colpe dei Grandi; e sarà huomo sì barbaro in essa, che sotto le pressure di questo torchio non distilli una lagrimosa pietà da’ suoi lumi?

Flere iubet pietas, cantò il Poeta,

I giusti Giudici non condannano chi piagne; ma chi fa piangere, come i dotti non incolpano delle tempeste i Mari, ma i venti. Chi è savio, piagne i miseri, perché piangono i mali; non piagne i mali, perché siamo lagrimati da miseri, e così non lagrima l’ingiurie della Fortuna, ma l’infirmità humana.

Gran providenza di natura. Il pianto è un humore, amassato da piaga di miserie, che spremuto mitiga delle miserie la piaga, e quando pur talvolta sia inutile il suo sfogamento, si può dir con quel Savio.
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Piango perché nulla giova. E non è lagrimevole il vedere; che sul terreno d’un volto cada così infecondo un humore, di cui habbiamo sì prodighe cagioni?

Molti furono, che mai non risero; niuno che non piangesse mai. Democrito stesso, c’hebbe, disse Persio[16], sì petulante la milza nel ridere, è certo, che piangendo nacque; e se rise poi, fu ridicolo; perché il ridere dell’humane miserie è un imitare i mentecati, che i suoi obbrobrij non conoscono; è un deridere il Cielo stesso il quale, se impiaga i mortali, gode etiandio, che ne piangano; perché le lagrime de’ feriti son risi de’ feritori, e perché il pianto è il sangue delle nostre piaghe.

Il pianto, come più malagevole a simularsi del riso, porta seco più sembianza di veritiero, più attrattiva di compatimento. Piangendo, le passioni si sfogano, le necessità s’additano, i rimedij s’avventurano. Non v’è maggior argomento di stupidezza, che il non commuoversi a quei mali, in cui concorre la forza del dolor privato, e la ragione del compatimento commune.

Anche il riso s’ammanta alle volte di lagrime. Cesare perché era lieto in veder la testa di Pompeo, mascherò le vergognose letitie co’ pianti. Lo stesso fe’ anche Xerse in quel giorno, in cui mirando da
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un eminente poggio il transito della sua poderosa Armata, hebbe a dire a sé stesso.

 
Uno stuol furibondo,
     Qual Vicario di Morte
     Te segue, o Xerse, e par che seco porte
     Di Grecia a i danni epilogato un Mondo.
A far satollo il seno
     Di tante turbe al provido Bifolco
     Manca spatij di glebe, e già vien meno
     A la Cerere Greca esca di solco.

Credesi però da Savij, che Xerse fatto anch’esso imitatore d’Heraclito, lacrimasse nelle sue indomite potenze la caducità humana; ponderando, che in numero d’armati, che haver parevano d’innumerabili la sembianza, nel gir d’un Secolo, non ne sarebbe per reliquia del tempo, rimasto vivo un suol huomo. Nell’esempio dunque della ferità impietosita d’un Xerse.

 
Ponderate, o mortali,
Come di Morte a l’orrido pensiero,
In un volto guerriero,
Ove nati a fierezza arma i suoi vanti,
Forestiera pietà celebra i pianti.

Appagati haveva, e compunti gli animi de’suoi compagni il saggio discorso di Rorazalfe; quando ecco Stamperme si rivoltò con un piacevole ghigno ad Egideargo; come che ravvisasse nella sua lieta, e pratticata natura una ingegnosa dispositione di contraporsi con le difese del riso alle commendate lagrime di Rorazalfe.
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Era Egideargo un Cavaliero di sì placidi, & amorosi costumi, di sì ameno, e disciplinato ingegno, che da chiunque conversava seco poteva ragionevolmente appellarsi con quell’attributo di Tito: La delitia dell’human genere. Il suo amico era alieno dal nudrir rancori, dal meditar vendette; e se pur un necessario risentimento ad una di queste passioni traheva, reputava; come quell’Agricola di Tacito( ), più honorato il vendicarsi, che il portar odio. Ambiva i beni di Fortuna, per occasioni da collocar in altrui i beneficij; stimava beneficio un’inchiesta da recar altrui le fortune. Era in somma una incomparabile Idea dell’Amicitia in quel secolo. Col giovare, sapeva obligar gl’ingrati; con l’amare, disciplinar i maligni; e con tutti il suo generoso animo non di fumosa, ma di chiara gloria era colmo.

Eletto al succedente Discorso Egideargo da gl’Inviti del giudicioso Stamperme, ornò i suoi avversarij sentimenti s’una scaltra, & aspettata eloquenza; e così a favellar s’espose.

È più atto d’humanità, a mio credere, il deridere le mondane miserie, che il deplorarle. Se niuna cosa è più convenevole ad un Savio d’un grand’animo, tale non può additarsi quello, che
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dalle mestitie è debilitato, e confuso. V’è forse alcuno fra noi, che ambitioso d’apparir sensitivo; nell’altrui duello, ami d’accompagnare i communi danni con la pompa delle sue fievolezze; Et in un tempo in cui non è meno necessario il patire, che immedicabile il male, tenti di palesare le sue privationi, e di solennizare la vanità de’ suoi voti con le lagrime? Troppo infermi havremo gli occhi, se alla vista dell’altrui lippitudine piangono; e mali interpreti saremo de’ beneficij del Cielo, se querelandoci d’esso, non compensiamo la presente perdita di quanto tolse col passato godimento di quanto diede. Contra Fortuna dobbiamo ridendo mostrar le fronti intrepide, e non additar la codardia co’ singhiozzi. Non può meglio il Savio dominar le stelle che in negar di sentir offese dall’influenze, che in disprezzar ridendo i suoi colpi. Se le vere lagrime non cagiono mai senza le fisse apprensioni di chi le sgorga, chi è quello, che piangendo non s’abbandoni, e meditando solo le sue perdite, non trascuri i ripari? E non dirassi stolto colui, che dal suo hospitio bandito, ami meglio di lagrime l’esiglio, che d’ire investigando i ricovri? I voleri del Cielo, i capricci de gli huomini ne scemarono gli agi, nol nego; ma soridendo possiamo sollevarci da quei mali, che in noi dalle concepute mestitie derivano, non sa
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remo di noi stessi Tiranni a disanimarci, od a negare un salutifero coraggio alle nostr’alme? E s’egli è vero, che a’ mali porta per lo più il tempo le vicissitudini del miglioramento, chi n’assicura, ch’estenuati dalle nostre arbitrarie mestitie possiamo haver agio di riveder cambiate le scene, e migliorati gli atti alla Vita? È pur meglio licentiar vivendo il dolore, che nudrirci in seno alle sue licentiose frodi, perché n’uccidano. Il tempo del piangere termina ne’ suoi stessi principij, cioè nell’età di fanciullo. Chi ne i progressi della vita il ripiglia, altro non fa che rimbambire, per invecchiar più tosto. Non v’è cosa più nemica della natura ch’un dolor lungo; poiché per esso gli attributi di natura s’abbreviano.

Heraclito non meritò il titolo d’huomo, perché l’huomo ch’è ragionevole, hebbe di risibile il titolo. Quella cosa, ch’eccita il riso, pur ch’esso dal labro d’un mentecato non isgorgi, è per lo più in noi un giudicio dell’intelletto, che oltre il senso, che l’imaginatione commune conosce esser quella deforme, amirabile, o dilettevole. Ciò non è dato a’ Brutti, i quali non hanno attione di ridere, perché manca loro la potenza.

Son morbi di predominante Natura le lagrime dei fanciulli; e però Zoroastro, che nascendo rise, fè pronostico d’haver a riuscir un Mago, cioè un operante sopra
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le facultà di Natura. Ma ponderiamo i pianti dell’Età virile. Altro non son questi, che vergogna de gli spiriti humani, i quali restringendosi dentro per non farsi vedere infelici in qualche avvenuto male, mandan fuori l’acqua, che sopra la membrana del cerebro si genera da’ vapori, che non ponno esalare dalla calvaria; onde in contrario argomentando, se gli spiriti per l’accennato conoscimento s’allegrano, e per rifarsi della passata contritione, si dilatano, e ridono, sarà gloria dei medesimi nel corpo nostro, doppo haver capite le stravaganze dell’Asia, il giudicarle inettie, e ‘l dilatarsi in risate.

Il vero riso del moderno secolo è il finto; e questo può anche apparir sul volto di persona, che nasconda lo sdegno, e che ami di far piangere altrui. Tale fu quello[17] d’Ulisse, appresso Homero, che voleva uccidere i Proci, o quello di[18] Giove, appresso Hesiodo, ch’era irato con Prometeo.

È nudo invero quell’animo, che palesa in aperto le sue passioni, ma non si loda questo nel corrente secolo, che non distinguendo i corpi dall’animo, chiama vergognoso chi è nudo. Anibale, quando vidde farsi molesta Fortuna al suo Imperio anhelato, per isfogare i suoi cupi
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dispetti sorrise fra lagrimose turbe; onde soggiunse il Petrarca.

 
E così avvien, che l’animo ciascuna
     Sua passion sotto il contrario manto
     Ricopra con la vista hor chiara, hor bruna
Però s’alcuna volta io rido, o canto
     Facciol perché non ho se non quest’una
     Via da celare il mio angoscioso pianto.

Hor sentite, come i mondani disastri d’una ridente beffa sian degni.

Note

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