Dialoghi dei morti/8
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8. Cnemone e Damnippo
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- Cnemone.
- Questo è il caso di quel proverbio: II cerviatto la fa al leone.
- Damnippo.
- Perchè se’ sdegnato, o Cnemone?
- Cnemone.
- E mi dimandi perchè sono sdegnato? È stato un inganno crudele: a mio marcio dispetto ho lasciato uno erede: io m’aspettava il suo, e gli ho lasciato il mio.
- Damnippo.
- Come è avvenuto?
- Cnemone.
- Io facevo carezze ad Ermolao, gran ricco, senza figliuoli, e presso a morire; ed egli le accoglieva con piacere. Mi parve di fare una gran pensata a pubblicare il mio testamento, nel quale gli lasciava tutto il mio; acciocchè egli per cortesia facesse altrettanto a me.
- Damnippo.
- E la fece egli?
- Cnemone.
- Quel che scrisse nel suo testamento non so: io morii di subito, per un tegolo che mi cadde sul capo. Ed ora Ermolao ha il mio; come un pesce cane, ha inghiottita l’esca e l’amo.
- Damnippo.
- E il pescatore, aggiungivi. L’inganno è cascato su l’ingannatore.
- Cnemone.
- Lo so: e però piango.