Dialoghi marini/13
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13. Nettuno ed Enipeo[1]
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- Enipeo.
- Non istà bene questo, o Nettuno, a dire il vero: ingannarmi l’innamorata, prendendo le mie sembianze, e sverginarmela: ella credeva che glielo facessi io, però si stette.
- Nettuno.
- Ma tu, o Enipeo, eri uno sprezzante, un freddo con una sì bella fanciulla che veniva ogni giorno da te, t’amava perdutamente, e tu non te ne curavi, e godevi di affliggerla. Ella andava ruzzando sulle tue rive, entrava nell’acqua, spesso si lavava, si struggeva di essere teco, e tu la tenevi a badalucco.
- Enipeo.
- E che? E per questo tu dovevi rubarne l’amore, fingerti d’essere Enipeo invece di Nettuno, ed ingannar quella semplice fanciulla di Tiro?
- Nettuno.
- Tardi se’ divenuto geloso, o Enipeo, e prima eri sprezzante. Ma Tiro non ha sofferto alcun male, perchè ha creduto che il suo fiore l’hai tu avuto.
- Enipeo.
- No: chè tu glielo dicesti, andandotene, che eri Nettuno: e di questo ella si è più doluta; ed io sono offeso di questo, che tu t’hai goduto il mio, ed involgendo e nascondendo te e lei in un’onda porporina, t’hai beccata la fanciulla in vece mia.
- Nettuno.
- E sì, perchè tu te ne mostravi svogliato, o Enipeo.