Favole (Fedro)/Libro terzo/XVI - La Cicala, e la Civetta
Da Wikisource.
| ◄ | XV - Il Cane all'Agnello | XVII - Gli Alberi in tutela degli Dei | ► |
Sovente avvien, che lo scortese il fio,
Che sua alterezza meritogli incontri.
* Con dispettoso canto a una Civetta,
Che sol di notte va di cibo in cerca,
E in qualche cavo tronco dorme il giorno,
Toglieva il sonno un'incivil Cicala.
Se pregata è a tacer, ella più stride;
Dan nuove preci nuova lena al canto;
Sicchè non v'esser scampo, e sue parole
Dispregiarsi, veggendo la Civetta,
A la frode rivolta sì le parla.
Giacchè il tuo dolce armonioso canto,
Tal che di Febo udirmi sembra il plettro,
Dormir mi vieta, il nettare vo' berem
Che testè diemmi Palla. Se t'è grado,
Vieni che il beveremo. La Cicala,
Ch'ardea di sete, appena udìo le lodi
Di sue voci, che ratta a lei sen vola.
Tosto fuor de la tana l'altra escita,
La trepida Cicala insiegue, e uccide,
Che morta quello diè, che negò viva.
| ◄ | XV - Il Cane all'Agnello | XVII - Gli Alberi in tutela degli Dei | ► |