Gerusalemme liberata/Canto secondo
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1 Mentre il tiranno s'apparecchia a l'armi,
letto Ismeno un dí gli s'appresenta,
men che trar di sotto a i chiusi marmi
ò corpo estinto, e far che spiri e senta,
men che al suon de' mormoranti carmi
n ne la reggia sua Pluton spaventa,
i suoi demon ne gli empi uffici impiega
r come servi, e gli discioglie e lega.
2 Questi or Macone adora, e fu cristiano,
i primi riti anco lasciar non pote;
zi sovente in uso empio e profano
nfonde le due leggi a sé mal note,
or da le spelonche, ove lontano
l vulgo essercitar suol l'arti ignote,
en nel publico rischio al suo signore:
re malvagio consiglier peggiore.
3 "Signor," dicea "senza tardar se 'n viene
vincitor essercito temuto,
facciam noi ciò che a noi far conviene:
rà il Ciel, darà il mondo a i forti aiuto.
n tu di re, di duce hai tutte piene
parti, e lunge hai visto e proveduto.
empie in tal guisa ogn'altro i propri uffici,
mba fia questa terra a' tuoi nemici.
4 Io, quanto a me, ne vegno, e del periglio
de l'opre compagno, ad aiutarte:
ò che può dar di vecchia età consiglio,
tto prometto, e ciò che magica arte.
i angeli che dal Cielo ebbero essiglio
nstringerò de le fatiche a parte.
dond'io voglia incominciar gl'incanti
con quai modi, or narrerotti avanti.
5 Nel tempio de' cristiani occulto giace
sotterraneo altare, e quivi è il volto
Colei che sua diva e madre face
el vulgo del suo Dio nato e sepolto.
nanzi al simulacro accesa face
ntinua splende; egli è in un velo avolto.
ndono intorno in lungo ordine i voti
e vi portano i creduli devoti.
6 Or questa effigie lor, di là rapita,
glio che tu di propria man trasporte
la riponga entro la tua meschita:
poscia incanto adoprerò sí forte
'ognor, mentre ella qui fia custodita,
rà fatal custodia a queste porte;
a mura inespugnabili il tuo impero
curo fia per novo alto mistero."
7 Sí disse, e 'l persuase; e impaziente
re se 'n corse a la magion di Dio,
sforzò i sacerdoti, e irreverente
casto simulacro indi rapio;
portollo a quel tempio ove sovente
irrita il Ciel co 'l folle culto e rio.
l profan loco e su la sacra imago
surrò poi le sue bestemmie il mago.
8 Ma come apparse in ciel l'alba novella,
el cui l'immondo tempio in guardia è dato
n rivide l'imagine dov'ella
posta, e invan cerconne in altro lato.
sto n'avisa il re, ch'a la novella
lui si mostra feramente irato,
imagina ben ch'alcun fedele
bia fatto quel furto, e che se 'l cele.
9 O fu di man fedele opra furtiva,
pur il Ciel qui sua potenza adopra,
e di Colei ch'è sua regina e diva
egna che loco vil l'imagin copra:
'incerta fama è ancor se ciò s'ascriva
arte umana od a mirabil opra;
n è pietà che, la pietade e 'l zelo
an cedendo, autor se 'n creda il Cielo.
10 Il re ne fa con importuna inchiesta
cercar ogni chiesa, ogni magione,
a chi gli nasconde o manifesta
furto o il reo, gran pene e premi impone.
mago di spiarne anco non resta
n tutte l'arti il ver; ma non s'appone,
é 'l Cielo, opra sua fosse o fosse altrui,
lolla ad onta de gl'incanti a lui.
11 Ma poi che 'l re crudel vide occultarse
el che peccato de' fedeli ei pensa,
tto in lor d'odio infellonissi, ed arse
ira e di rabbia immoderata immensa.
ni rispetto oblia, vuol vendicarse,
gua che pote, e sfogar l'alma accensa.
orrà," dicea "non andrà l'ira a vòto,
la strage comune il ladro ignoto.
12 Pur che 'l reo non si salvi, il giusto pèra
l'innocente; ma qual giusto io dico?
colpevol ciascun, né in loro schiera
m fu giamai del nostro nome amico.
anima v'è nel novo error sincera,
sti a novella pena un fallo antico.
su, fedeli miei, su via prendete
fiamme e 'l ferro, ardete ed uccidete."
13 Cosí parla a le turbe, e se n'intese
fama tra' fedeli immantinente,
'attoniti restàr, sí gli sorprese
timor de la morte omai presente;
non è chi la fuga o le difese,
scusar o 'l pregare ardisca o tente.
le timide genti e irrisolute
nde meno speraro ebber salute.
14 Vergine era fra lor di già matura
rginità, d'alti pensieri e regi,
alta beltà; ma sua beltà non cura,
tanto sol quant'onestà se 'n fregi.
il suo pregio maggior che tra le mura
angusta casa asconde i suoi gran pregi,
de' vagheggiatori ella s'invola
le lodi, a gli sguardi, inculta e sola.
15 Pur guardia esser non può ch'in tutto celi
ltà degna ch'appaia e che s'ammiri;
tu il consenti, Amor, ma la riveli
un giovenetto a i cupidi desiri.
or, ch'or cieco, or Argo, ora ne veli
benda gli occhi, ora ce gli apri e giri,
per mille custodie entro a i piú casti
rginei alberghi il guardo altrui portasti.
16 Colei Sofronia, Olindo egli s'appella,
una cittade entrambi e d'una fede.
che modesto è sí com'essa è bella,
ama assai, poco spera, e nulla chiede;
sa scoprirsi, o non ardisce; ed ella
lo sprezza, o no 'l vede, o non s'avede.
sí fin ora il misero ha servito
non visto, o mal noto, o mal gradito.
17 S'ode l'annunzio intanto, e che s'appresta
serabile strage al popol loro.
lei, che generosa è quanto onesta,
ene in pensier come salvar costoro.
ve fortezza il gran pensier, l'arresta
i la vergogna e 'l verginal decoro;
nce fortezza, anzi s'accorda e face
vergognosa e la vergogna audace.
18 La vergine tra 'l vulgo uscí soletta,
n coprí sue bellezze, e non l'espose,
ccolse gli occhi, andò nel vel ristretta,
n ischive maniere e generose.
n sai ben dir s'adorna o se negletta,
caso od arte il bel volto compose.
natura, d'Amor, de' cieli amici
negligenze sue sono artifici.
19 Mirata da ciascun passa, e non mira
altera donna, e innanzi al re se 'n viene.
, perché irato il veggia, il piè ritira,
il fero aspetto intrepida sostiene.
engo, signor," gli disse "e 'ntanto l'ira
ego sospenda e 'l tuo popolo affrene:
ngo a scoprirti, e vengo a darti preso
el reo che cerchi, onde sei tanto offeso."
20 A l'onesta baldanza, a l'improviso
lgorar di bellezze altere e sante,
asi confuso il re, quasi conquiso,
enò lo sdegno, e placò il fer sembiante.
egli era d'alma o se costei di viso
vera manco, ei diveniane amante;
ritrosa beltà ritroso core
n prende, e sono i vezzi esca d'Amore.
21 Fu stupor, fu vaghezza, e fu diletto,
amor non fu, che mosse il cor villano.
arra" ei le dice "il tutto; ecco, io commetto
e non s'offenda il popol tuo cristiano."
ella: "Il reo si trova al tuo cospetto:
ra è il furto, signor, di questa mano;
l'imagine tolsi, io son colei
e tu ricerchi, e me punir tu déi."
22 Cosí al publico fato il capo altero
ferse, e 'l volse in sé sola raccòrre.
gnanima menzogna, or quand'è il vero
bello che si possa a te preporre?
man sospeso, e non sí tosto il fero
ranno a l'ira, come suol, trascorre.
i la richiede: "I' vuo' che tu mi scopra
i diè consiglio, e chi fu insieme a l'opra."
23 "Non volsi far de la mia gloria altrui
pur minima parte"; ella gli dice
ol di me stessa io consapevol fui,
l consigliera, e sola essecutrice."
unque in te sola" ripigliò colui
aderà l'ira mia vendicatrice."
ss'ella: "È giusto: esser a me conviene,
fui sola a l'onor, sola a le pene."
24 Qui comincia il tiranno a risdegnarsi;
i le dimanda: "Ov'hai l'imago ascosa?"
on la nascosi," a lui risponde "io l'arsi,
l'arderla stimai laudabil cosa;
sí almen non potrà piú violarsi
r man di miscredenti ingiuriosa.
gnore, o chiedi il furto, o 'l ladro chiedi:
el no 'l vedrai in eterno, e questo il vedi.
25 Benché né furto è il mio, né ladra i' sono:
ust'è ritòr ciò ch'a gran torto è tolto."
, quest'udendo, in minaccievol suono
eme il tiranno, e 'l fren de l'ira è sciolto.
n speri piú di ritrovar perdono
r pudico, alta mente e nobil volto;
'ndarno Amor contr'a lo sdegno crudo
sua vaga bellezza a lei fa scudo.
26 Presa è la bella donna, e 'ncrudelito
re la danna entr'un incendio a morte.
à 'l velo e 'l casto manto a lei rapito,
ringon le molli braccia aspre ritorte.
la si tace, e in lei non sbigottito,
pur commosso alquanto è il petto forte;
smarrisce il bel volto in un colore
e non è pallidezza, ma candore.
27 Divulgossi il gran caso, e quivi tratto
à 'l popol s'era: Olindo anco v'accorse.
bbia era la persona e certo il fatto;
nia, che fosse la sua donna in forse.
me la bella prigionera in atto
n pur di rea, ma di dannata ei scorse,
me i ministri al duro ufficio intenti
de, precipitoso urtò le genti.
28 Al re gridò: "Non è, non è già rea
stei del furto, e per follia se 'n vanta.
n pensò, non ardí, né far potea
nna sola e inesperta opra cotanta.
me ingannò i custodi? e de la Dea
n qual arti involò l'imagin santa?
'l fece, il narri. Io l'ho, signor, furata."
i! tanto amò la non amante amata.
29 Soggiunse poscia: "Io là, donde riceve
alta vostra meschita e l'aura e 'l die,
notte ascesi, e trapassai per breve
ro tentando inaccessibil vie.
me l'onor, la morte a me si deve:
n usurpi costei le pene mie.
e son quelle catene, e per me questa
amma s'accende, e 'l rogo a me s'appresta."
30 Alza Sofronia il viso, e umanamente
n occhi di pietade in lui rimira.
che ne vieni, o misero innocente?
al consiglio o furor ti guida o tira?
n son io dunque senza te possente
sostener ciò che d'un uom può l'ira?
petto anch'io, ch'ad una morte crede
bastar solo, e compagnia non chiede."
31 Cosí parla a l'amante; e no 'l dispone
ch'egli si disdica, e pensier mute.
spettacolo grande, ove a tenzone
no Amore e magnanima virtute!
e la morte al vincitor si pone
premio, e 'l mai del vinto è la salute!
piú s'irrita il re quant'ella ed esso
piú costante in incolpar se stesso.
32 Pargli che vilipeso egli ne resti,
ch'in disprezzo suo sprezzin le pene.
redasi" dice "ad ambo; e quella e questi
nca, e la palma sia qual si conviene."
di accenna a i sergenti, i quai son presti
legar il garzon di lor catene.
no ambo stretti al palo stesso; e vòlto
il tergo al tergo, e 'l volto ascoso al volto.
33 Composto è lor d'intorno il rogo omai,
già le fiamme il mantice v'incita,
and'il fanciullo in dolorosi lai
oruppe, e disse a lei ch'è seco unita:
uest'è dunque quel laccio ond'io sperai
co accoppiarmi in compagnia di vita?
esto è quel foco ch'io credea ch'i cori
dovesse infiammar d'eguali ardori?
34 Altre fiamme, altri nodi Amor promise,
tri ce n'apparecchia iniqua sorte.
oppo, ahi! ben troppo, ella già noi divise,
duramente or ne congiunge in morte.
acemi almen, poich'in sí strane guise
rir pur déi, del rogo esser consorte,
del letto non fui; duolmi il tuo fato,
mio non già, poich'io ti moro a lato.
35 Ed oh mia sorte aventurosa a pieno!
fortunati miei dolci martíri!
impetrarò che, giunto seno a seno,
anima mia ne la tua bocca io spiri;
venendo tu meco a un tempo meno,
me fuor mandi gli ultimi sospiri."
sí dice piangendo. Ella il ripiglia
avemente, e 'n tai detti il consiglia:
36 "Amico, altri pensieri, altri lamenti,
r piú alta cagione il tempo chiede.
é non pensi a tue colpe? e non rammenti
al Dio prometta a i buoni ampia mercede?
ffri in suo nome, e fian dolci i tormenti,
lieto aspira a la superna sede.
ra 'l ciel com'è bello, e mira il sole
'a sé par che n'inviti e ne console."
37 Qui il vulgo de' pagani il pianto estolle:
ange il fedel, ma in voci assai piú basse.
non so che d'inusitato e molle
r che nel duro petto al re trapasse.
presentillo, e si sdegnò; né volle
egarsi, e gli occhi torse, e si ritrasse.
sola il duol comun non accompagni,
fronia; e pianta da ciascun, non piagni.
38 Mentre sono in tal rischio, ecco un guerriero
hé tal parea) d'alta sembianza e degna;
mostra, d'arme e d'abito straniero,
e di lontan peregrinando vegna.
tigre, che su l'elmo ha per cimiero,
tti gli occhi a sé trae, famosa insegna.
segna usata da Clorinda in guerra;
de la credon lei, né 'l creder erra.
39 Costei gl'ingegni feminili e gli usi
tti sprezzò sin da l'età piú acerba:
i lavori d'Aracne, a l'ago, a i fusi
chinar non degnò la man superba.
ggí gli abiti molli e i lochi chiusi,
é ne' campi onestate anco si serba;
mò d'orgoglio il volto, e si compiacque
gido farlo, e pur rigido piacque.
40 Tenera ancor con pargoletta destra
rinse e lentò d'un corridore il morso;
attò l'asta e la spada, ed in palestra
durò i membri ed allenogli al corso.
scia o per via montana o per silvestra
orme seguí di fer leone e d'orso;
guí le guerre, e 'n esse e fra le selve
ra a gli uomini parve, uomo a le belve.
41 Viene or costei da le contrade perse
rch'a i cristiani a suo poter resista,
nch'altre volte ha di lor membra asperse
piaggie, e l'onda di lor sangue ha mista.
quivi in arrivando a lei s'offerse
apparato di morte a prima vista.
mirar vaga e di saper qual fallo
ndanni i rei, sospinge oltre il cavallo.
42 Cedon le turbe, e i duo legati insieme
la si ferma a riguardar da presso.
ra che l'una tace e l'altro geme,
piú vigor mostra il men forte sesso.
anger lui vede in guisa d'uom cui preme
età, non doglia, o duol non di se stesso;
tacer lei con gli occhi ai ciel sí fisa
'anzi 'l morir par di qua giú divisa.
43 Clorinda intenerissi, e si condolse
ambeduo loro e lagrimonne alquanto.
r maggior sente il duol per chi non duolse,
ú la move il silenzio e meno il pianto.
nza troppo indugiare ella si volse
un uom che canuto avea da canto:
eh! dimmi: chi son questi? ed al martoro
al gli conduce o sorte o colpa loro?"
44 Cosí pregollo, e da colui risposto
eve ma pieno a le dimande fue.
upissi udendo, e imaginò ben tosto
'egualmente innocenti eran que' due.
à di vietar lor morte ha in sé proposto,
anto potranno i preghi o l'armi sue.
onta accorre a la fiamma, e fa ritrarla,
e già s'appressa, ed a i ministri parla:
45 "Alcun non sia di voi che 'n questo duro
ficio oltra seguire abbia baldanza,
n ch'io non parli al re: ben v'assecuro
'ei non v'accuserà de la tardanza."
idiro i sergenti, e mossi furo
quella grande sua regal sembianza.
i verso il re si mosse, e lui tra via
la trovò che 'ncontra lei venia.
46 "Io son Clorinda:" disse "hai forse intesa
lor nomarmi; e qui, signor, ne vegno
r ritrovarmi teco a la difesa
la fede comune e del tuo regno.
n pronta, imponi pure, ad ogni impresa:
alte non temo, e l'umili non sdegno;
glimi in campo aperto, o pur tra 'l chiuso
le mura impiegar, nulla ricuso."
47 Tacque; e rispose il re: "Qual sí disgiunta
rra è da l'Asia, o dal camin del sole,
rgine gloriosa, ove non giunta
a la tua fama, e l'onor tuo non vòle?
che s'è la tua spada a me congiunta,
ogni timor m'affidi e mi console:
n, s'essercito grande unito insieme
sse in mio scampo, avrei piú certa speme.
48 Già già mi par ch'a giunger qui Goffredo
tra il dover indugi; or tu dimandi
'impieghi io te: sol di te degne credo
imprese malagevoli e le grandi.
vr'a i nostri guerrieri a te concedo
scettro, e legge sia quel che comandi."
sí parlava. Ella rendea cortese
azie per lodi, indi il parlar riprese:
49 "Nova cosa parer dovrà per certo
e preceda a i servigi il guiderdone;
tua bontà m'affida: i' vuo' ch'in merto
l futuro servir que' rei mi done.
don gli chieggio: e pur, se 'l fallo è incerto
i danna inclementissima ragione;
taccio questo, e taccio i segni espressi
de argomento l'innocenza in essi.
50 E dirò sol ch'è qui comun sentenza
e i cristiani togliessero l'imago;
discordo io da voi, né però senza
ta ragion del mio parer m'appago.
de le nostre leggi irriverenza
ell'opra far che persuase il mago:
é non convien ne' nostri tèmpi a nui
'idoli avere, e men gl'idoli altrui.
51 Dunque suso a Macon recar mi giova
miracol de l'opra, ed ei la fece
r dimostrar ch'i tèmpi suoi con nova
ligion contaminar non lece.
ccia Ismeno incantando ogni sua prova,
li a cui le malie son d'arme in vece;
attiamo il ferro pur noi cavalieri:
est'arte è nostra, e 'n questa sol si speri."
52 Tacque, ciò detto; e 'l re, bench'a pietade
irato cor difficilmente pieghi,
r compiacer la volle; e 'l persuade
gione, e 'l move autorità di preghi.
bbian vita" rispose "e libertade,
nulla a tanto intercessor si neghi.
asi questa o giustizia over perdono,
nocenti gli assolvo, e rei gli dono."
53 Cosí furon disciolti. Aventuroso
n veramente fu d'Olindo il fato,
'atto poté mostrar che 'n generoso
tto al fine ha d'amore amor destato.
dal rogo a le nozze; ed è già sposo
tto di reo, non pur d'amante amato.
lse con lei morire: ella non schiva,
i che seco non muor, che seco viva.
54 Ma il sospettoso re stimò periglio
nta virtú congiunta aver vicina;
de, com'egli volse, ambo in essiglio
tra i termini andàr di Palestina.
, pur seguendo il suo crudel consiglio,
ndisce altri fedeli, altri confina.
come lascian mesti i pargoletti
gli, e gli antichi padri e i dolci letti!
55 Dura division! scaccia sol quelli
forte corpo e di feroce ingegno;
il mansueto sesso, e gli anni imbelli
co ritien, sí come ostaggi, in pegno.
lti n'andaro errando, altri rubelli
rsi, e piú che 'l timor poté lo sdegno.
esti unírsi co' Franchi, e gl'incontraro
punto il dí che 'n Emaús entraro.
56 Emaús è città cui breve strada
la regal Gierusalem disgiunge,
uom che lento a suo diporto vada,
parte matutino, a nona giunge.
quant'intender questo a i Franchi aggrada!
quanto piú 'l desio gli affretta e punge!
perch'oltra il meriggio il sol già scende,
i fa spiegare il capitan le tende.
57 L'avean già tese, e poco era remota
alma luce del sol da l'oceano,
ando duo gran baroni in veste ignota
nir son visti, e 'n portamento estrano.
ni atto lor pacifico dinota
e vengon come amici al capitano.
l gran re de l'Egitto eran messaggi,
molti intorno avean scudieri e paggi.
58 Alete è l'un, che da principio indegno
a le brutture de la plebe è sorto;
l'inalzaro a i primi onor del regno
rlar facondo e lusinghiero e scòrto,
eghevoli costumi e vario ingegno
finger pronto, a l'ingannare accorto:
an fabro di calunnie, adorne in modi
vi, che sono accuse, e paion lodi.
59 L'altro è il circasso Argante, uom che straniero
'n venne a la regal corte d'Egitto;
de' satrapi fatto è de l'impero,
in sommi gradi a la milizia ascritto:
paziente, inessorabil, fero,
l'arme infaticabile ed invitto,
ogni dio sprezzatore, e che ripone
la spada sua legge e sua ragione.
60 Chieser questi udienza ed al cospetto
l famoso Goffredo ammessi entraro,
in umil seggio e in un vestire schietto
a' suoi duci sedendo il ritrovaro;
verace valor, benché negletto,
di se stesso a sé fregio assai chiaro.
cciol segno d'onor gli fece Argante,
guisa pur d'uom grande e non curante.
61 Ma la destra si pose Alete al seno,
chinò il capo, e piegò a terra i lumi,
l'onorò con ogni modo a pieno
e di sua gente portino i costumi.
minciò poscia, e di sua bocca uscièno
ú che mèl dolci d'eloquenza i fiumi;
perché i Franchi han già il sermone appreso
la Soria, fu ciò ch'ei disse inteso.
62 "O degno sol cui d'ubidire or degni
esta adunanza di famosi eroi,
e per l'adietro ancor le palme e i regni
te conobbe e da i consigli tuoi,
nome tuo, che non riman tra i segni
Alcide, omai risuona anco fra noi,
la fama d'Egitto in ogni parte
l tuo valor chiare novelle ha sparte.
63 Né v'è fra tanti alcun che non le ascolte
me egli suol le meraviglie estreme,
dal mio re con istupore accolte
no non sol, ma con diletto insieme;
s'appaga in narrarle anco e le volte,
ando in te ciò ch'altri invidia e teme:
a il valore, e volontario elegge
co unirsi d'amor, se non di legge.
64 Da sí bella cagion dunque sospinto,
amicizia e la pace a te richiede,
l' mezzo onde l'un resti a l'altro avinto
a la virtú s'esser non può la fede.
perché inteso avea che t'eri accinto
r iscacciar l'amico suo di sede,
lse, pria ch'altro male indi seguisse,
'a te la mente sua per noi s'aprisse.
65 E la sua mente è tal, che s'appagarti
rrai di quanto hai fatto in guerra tuo,
Giudea molestar, né l'altre parti
e ricopre il favor del regno suo,
promette a l'incontro assecurarti
non ben fermo stato. E se voi duo
rete uniti, or quando i Turchi e i Persi
tranno unqua sperar di riaversi?
66 Signor, gran cose in picciol tempo hai fatte
e lunga età porre in oblio non pote:
serciti, città, vinti, disfatte,
perati disagi e strade ignote,
ch'al grido o smarrite o stupefatte
n le provincie intorno e le remote;
se ben acquistar puoi novi imperi,
quistar nova gloria indarno speri.
67 Giunta è tua gloria al sommo, e per l'inanzi
ggir le dubbie guerre a te conviene,
'ove tu vinca, sol di stato avanzi,
tua gloria maggior quinci diviene;
l'imperio acquistato e preso inanzi
l'onor perdi, se 'l contrario aviene.
n gioco è di fortuna audace e stolto
r contra il poco e incerto il certo e 'l molto.
68 Ma il consiglio di tal cui forse pesa
'altri gli acquisti a lungo ancor conserve,
l'aver sempre vinto in ogni impresa,
quella voglia natural, che ferve
sempre è piú ne' cor piú grandi accesa,
aver le genti tributarie e serve,
ran per aventura a te la pace
ggir, piú che la guerra altri non face.
69 T'essorteranno a seguitar la strada
e t'è dal fato largamente aperta,
non depor questa famosa spada,
cui valore ogni vittoria è certa,
n che la legge di Macon non cada,
n che l'Asia per te non sia deserta:
lci cose ad udir e dolci inganni
d'escon poi sovente estremi danni.
70 Ma s'animosità gli occhi non benda,
il lume oscura in te de la ragione,
orgerai, ch'ove tu la guerra prenda,
i di temer, non di sperar cagione,
é fortuna qua giú varia a vicenda
ndandoci venture or triste or buone,
ai voli troppo alti e repentini
gliono i precipizi esser vicini.
71 Dimmi: s'a' danni tuoi l'Egitto move,
oro e d'arme potente e di consiglio,
s'avien che la guerra anco rinove
Perso e 'l Turco e di Cassano il figlio,
ai forzi opporre a sí gran furia o dove
trovar potrai scampo al tuo periglio?
affida forse il re malvagio greco
qual da i sacri patti unito è teco?
72 La fede greca a chi non è palese?
da un sol tradimento ogni altro impara,
zi da mille, perché mille ha tese
sidie a voi la gente infida, avara.
nque chi dianzi il passo a voi contese,
r voi la vita esporre or si prepara?
i le vie che comuni a tutti sono
gò, del proprio sangue or farà dono?
73 Ma forse hai tu riposta ogni tua speme
queste squadre ond'ora cinto siedi.
ei che sparsi vincesti, uniti insieme
vincer anco agevolmente credi,
ben son le tue schiere or molto sceme
a le guerre e i disagi, e tu te 'l vedi;
ben novo nemico a te s'accresce
co' Persi e co' Turchi Egizi mesce.
74 Or quando pure estimi esser fatale
e non ti possa il ferro vincer mai,
ati concesso, e siati a punto tale
decreto del Ciel qual tu te l' fai;
nceratti la fame: a questo male
e rifugio, per Dio, che schermo avrai?
bra contra costei la lancia, e stringi
spada, e la vittoria anco ti fingi.
75 Ogni campo d'intorno arso e distrutto
la provida man de gli abitanti,
'n chiuse mura e 'n alte torri il frutto
posto, al tuo venir piú giorni inanti.
ch'ardito sin qui ti sei condutto,
de speri nutrir cavalli e fanti?
rai: `L'armata in mar cura ne prende.'
i venti dunque il viver tuo dipende?
76 Comanda forse tua fortuna a i venti,
gli avince a sua voglia e gli dislega?
'l mar ch'a i preghi è sordo ed a i lamenti,
sol udendo, al tuo voler si piega?
non potranno pur le nostre genti,
le perse e le turche unite in lega,
sí potente armata in un raccòrre
'a questi legni tuoi si possa opporre?
77 Doppia vittoria a te, signor, bisogna,
hai de l'impresa a riportar l'onore.
a perdita sola alta vergogna
ò cagionarti e danno anco maggiore:
'ove la nostra armata in rotta pogna
tua, qui poi di fame il campo more;
se tu sei perdente, indarno poi
ran vittoriosi i legni tuoi.
78 Ora se in tale stato anco rifiuti
'l gran re de l'Egitto e pace e tregua,
iasi licenza ai ver) l'altre virtuti
esto consiglio tuo non bene adegua.
voglia il Ciel che 'l tuo pensier si muti,
a guerra è vòlto, e che 'l contrario segua,
che l'Asia respiri omai da i lutti,
goda tu de la vittoria i frutti.
79 Né voi che del periglio e de gli affanni
de la gloria a lui sète consorti,
favor di fortuna or tanto inganni
e nove guerre a provocar v'essorti.
qual nocchier che da i marini inganni
dutti ha i legni a i desiati porti,
ccòr dovreste omai le sparse vele,
fidarvi di novo al mar crudele."
80 Qui tacque Alete, e 'l suo parlar seguiro
n basso mormorar que' forti eroi;
ben ne gli atti disdegnosi apriro
anto ciascun quella proposta annoi.
capitan rivolse gli occhi in giro
e volte e quattro, e mirò in fronte i suoi,
poi nel volto di colui gli affisse
'attendea la risposta, e cosí disse:
81 "Messaggier, dolcemente a noi sponesti
a cortese, or minaccioso invito.
'l tuo re m'ama e loda i nostri gesti,
sua mercede, e m'è l'amor gradito.
quella parte poi dove protesti
guerra a noi del paganesmo unito,
sponderò, come da me si suole,
beri sensi in semplici parole.
82 Sappi che tanto abbiam sin or sofferto
mare, in terra, a l'aria chiara e scura,
lo acciò che ne fosse il calle aperto
quelle sacre e venerabil mura,
r acquistarne appo Dio grazia e merto
gliendo lor di servitú sí dura,
mai grave ne fia per fin sí degno
porre onor mondano e vita e regno;
83 ché non ambiziosi avari affetti
spronaro a l'impresa, e ne fur guida
gombri il Padre del Ciel da i nostri petti
ste sí rea, s'in alcun pur s'annida;
soffra che l'asperga, e che l'infetti
venen dolce che piacendo ancida),
la sua man ch'i duri cor penètra
avemente, e gli ammollisce e spetra.
84 Questa ha noi mossi e questa ha noi condutti,
atti d'ogni periglio e d'ogni impaccio;
esta fa piani i monti e i fiumi asciutti,
ardor toglie a la state, al verno il ghiaccio;
aca del mare i tempestosi flutti,
ringe e rallenta questa a i venti il laccio;
indi son l'alte mura aperte ed arse,
indi l'armate schiere uccise e sparse;
85 quindi l'ardir, quindi la speme nasce,
n da le frali nostre forze e stanche,
n da l'armata, e non da quante pasce
nti la Grecia e non da l'arme franche.
r ch'ella mai non ci abbandoni e lasce,
co dobbiam curar ch'altri ci manche.
i sa come difende e come fère,
ccorso a i suoi perigli altro non chere.
86 Ma quando di sua aita ella ne privi,
r gli error nostri o per giudizi occulti,
i fia di noi ch'esser sepulto schivi
e i membri di Dio fur già sepulti?
i morirem, né invidia avremo a i vivi;
i morirem, ma non morremo inulti,
l'Asia riderà di nostra sorte,
pianta fia da noi la nostra morte.
87 Non creder già che noi fuggiam la pace
me guerra mortal si fugge e pave,
é l'amicizia del tuo re ne piace,
l'unirci con lui ne sarà grave;
s'al suo impero la Giudea soggiace,
'l sai; perché tal cura ei dunque n'have?
' regni altrui l'acquisto ei non ci vieti,
regga in pace i suoi tranquilli e lieti."
88 Cosí rispose, e di pungente rabbia
risposta ad Argante il cor trafisse;
'l celò già, ma con enfiate labbia
trasse avanti al capitano e disse:
hi la pace non vuol, la guerra s'abbia,
é penuria giamai non fu di risse;
ben la pace ricusar tu mostri,
non t'acqueti a i primi detti nostri."
89 Indi il suo manto per lo lembo prese,
rvollo e fenne un seno; e 'l seno sporto,
sí pur anco a ragionar riprese
a piú che prima dispettoso e torto:
sprezzator de le piú dubbie imprese,
guerra e pace in questo sen t'apporto:
a sia l'elezione; or ti consiglia
nz'altro indugio, e qual piú vuoi ti piglia."
90 L'atto fero e 'l parlar tutti commosse
chiamar guerra in un concorde grido,
n attendendo che risposto fosse
l magnanimo lor duce Goffrido.
iegò quel crudo il seno e 'l manto scosse,
: "A guerra mortal" disse "vi sfido";
'l disse in atto sí feroce ed empio
e parve aprir di Giano il chiuso tempio.
91 Parve ch'aprendo il seno indi traesse
Furor pazzo e la Discordia fera,
che ne gli occhi orribili gli ardesse
gran face d'Aletto e di Megera.
el grande già che 'ncontra il cielo eresse
alta mole d'error, forse tal era;
in cotal atto il rimirò Babelle
zar la fronte e minacciar le stelle.
92 Soggiunse allor Goffredo: "Or riportate
vostro re che venga, e che s'affretti,
e la guerra accettiam che minacciate;
s'ei non vien, fra 'l Nilo suo n'aspetti."
commiatò lor poscia in dolci e grate
niere, e gli onorò di doni eletti.
cchissimo ad Alete un elmo diede
'a Nicea conquistò fra l'altre prede.
93 Ebbe Argante una spada; e 'l fabro egregio
else e 'l pomo le fe' gemmato e d'oro,
n magistero tal che perde il pregio
la ricca materia appo il lavoro.
i che la tempra e la ricchezza e 'l fregio
ttilmente da lui mirati foro,
sse Argante al Buglion: "Vedrai ben tosto
me da me il tuo dono in uso è posto."
94 Indi tolto il congedo, è da lui ditto
suo compagno: "Or ce n'andremo omai,
a Gierusalem, tu verso Egitto,
co 'l sol novo, io co' notturni rai,
'uopo o di mia presenza, o di mio scritto
sere non può colà dove tu vai.
ca tu la risposta, io dilungarmi
inci non vuo', dove si trattan l'armi."
95 Cosí di messaggier fatto è nemico,
a fretta intempestiva o sia matura:
ragion de le genti e l'uso antico
offenda o no, né 'l pensa egli, né 'l cura.
nza risposta aver, va per l'amico
lenzio de le stelle a l'alte mura,
indugio impaziente, ed a chi resta
à non men la dimora anco è molesta.
96 Era la notte allor ch'alto riposo
n l'onde e i venti, e parea muto il mondo.
i animai lassi, e quei che 'l mar ondoso
de liquidi laghi alberga il fondo,
chi si giace in tana o in mandra ascoso,
i pinti augelli, ne l'oblio profondo
tto il silenzio de' secreti orrori
pian gli affanni e raddolciano i cori.
97 Ma né 'l campo fedel, né 'l franco duca
discioglie nel sonno, o almen s'accheta,
nta in lor cupidigia è che riluca
ai nel ciel l'alba aspettata e lieta,
rché il camin lor mostri, e li conduca
la città ch'al gran passaggio è mèta.
rano ad or ad or se raggio alcuno
unti, o si schiari de la notte il bruno.
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