Il sorbetto della regina/Parte prima/IX

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Parte prima - IX. Il noviziato

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Allestito di diploma, vestito da galantuomo, Bruto pensò ch’era ormai tempo d’imbarcarsi nella vita reale e di affrontare le esigenze, dividerne le sciocchezze e subirne i dolori. Egli era più maturo che non volesse sembrare e che forse non avrebbe voluto confessare. Prese un contegno grave, semplice e modesto, pieno di deferenza per le volontà e le opinioni dei suoi superiori, come gli aveva principalmente inculcato don Noè, facendogli regalo di una corniola larga quanto uno scudo. - Tagliò i mustacchi ed i capelli alla renaissance; alzò il colletto della camicia, sbandì i guanti gialli e gli abiti di colore, adottò la tabacchiera ed il bastone a borchia d’argento, camminò a passo grave, prese contegno più composto.

Una mattina don Noè lo presentò al dottore Tibia, fratello del curato di San Matteo.

Diverse persone stavano già aspettando in casa del dottore, uno dei più rinomati di Napoli e capo dei fautori del sistema di Brown. Un’ex-ballerina si faceva visitare nel suo gabinetto.

Il dottor Tibia era sui cinquant’anni ed aveva sposata una vedova molto matura, molto ricca e molto brutta.

Il salotto dove aspettava la gente era quasi buio, a cagione dei vetri verdastri, delle pitture vecchie e offuscate dei muri, tappezzati del resto da ragnatele. V’erano alcuni quadri di cui non si distingueva più nulla, tanto erano anneriti dal fumo, e v’erano alcune stampe a color verde, tutte mitragliate dalle mosche. Delle seggiole, nessuna che avesse le sue quattro gambe in buono stato; una copertina nascondeva l’imbottitura sdruscita d’un canapè a tela di crini. Dallo sfondo di due tavole di legno bianco sbadigliavano i busti di un Apollo, a cui mancava il naso, e d’un Esculapio senza orecchie nè mustacchi.

Questa stanza trasudava la tristezza.

Le camere interne denunziavano i gusti della moglie e quelli del marito, poichè vi si osservava una spinetta che aveva rotte soltanto nove corde, quelle probabilmente che la voce della signora Tibia aveva perdute, dacchè aveva principiato a cantare sulle ginocchia del maestro: Bel raggio lusinghiero. Una nicchia in vetro rinchiudeva un presepio ove il bambino Gesù aveva una parrucca a coda, i buoi dalle corna dorate e la Vergine la cipria e dei nèi. Sopra un tavolino, due enormi corna di Transilvania per scongiurare la jettatura; sullo scrittoio del dottore l'Uffizio della Beata Vergine, un volume di Metastasio e le Novelle morali del padre Soave, della Compagnia di Gesù. Dappertutto un odore di rinchiuso; poichè dottor Tibia amava il profumo di muffa, come Goethe quello dei pomi marci.

A quei dì un medico elegante era un fenomeno.

Quando l’ex-ballerina ebbe finito di raccontare la sua malattia al dottore, questi, ravvolto in un mantello verde che gli teneva luogo di vesta da camera, il capo coperto da una berretta di seta nera, il viso fiorente e ben sbarbato, fece la sua entrata nel salotto.

Diede un buon giorno sonoro e collettivo, non avendo tempo da perdere. Tutti si alzarono. Con una rapida occhiata il dottore aveva osservato che nessuno di queglino che aspettavano aveva bisogno di cortesie speciali. Il dottor Tibia era il Lavater dei[1] borsellini. Ascoltò un signore e gli rispose a voce bassa; poi si volse con premura verso una dama che veniva per pagarlo e l’accompagnò fino alla porta.

- E voi? chiese egli continuando il suo giro ad un povero diavolo, magro, giallo, sporco, il ritratto della avidità.

- Dottore! da cinque giorni ho dei dolori allo stomaco intollerabili.

- Per Giove! è la gotta che si getta allo stomaco.

- Ma io non ho mai avuto gotta, dottore. Sono paglietta e cammino in un giorno più che la posta reale in un mese.

- Sono, dunque, gli stomacali.... dolori di stomaco, capite? Che diamine! Decotto di chinina con tintura di gluton.

- Avete comandi a darmi?

- Una preghiera; pagatemi il consulto.

- Lo sconteremo a miglior occasione. Servo, signor dottore.

- Son tutti gli stessi! disse il dottore continuando il giro. E tu?

- Eccellenza, ho ricevuto un calcio da un cavallo.

- Decotto di china. - E vostra reverenza?

- Io sono don Noè, sagrestano del parroco di San Matteo, vostro fratello.

- Ah! sì, mio fratello m’ha detto qualche cosa. Questo giovanotto è, dunque, vostro nipote?

Bruto non aveva perduto una sillaba di quello che il dottor Tibia aveva detto ai suoi clienti: egli aveva osservato tutti i suoi gesti, le sue maniere, spiato ed indovinato i suoi istinti. Lo aveva, quindi, compreso e giudicato. Prese, dunque, il contegno che gli parve più conveniente con quello sciocco ed ignorante bestione e rispose:

- Ai suoi comandi, dottore.

- Da chi avete studiato medicina, giovinotto? Spero che non sia stato da uno di quei ciuchi sistematici....

- Ai suoi comandi, dottore.

Don Noè sembrava lieto del contegno di suo nipote, da cui aveva temuto qualche contegno stravagante, che avrebbe fatta cattiva impressione sul dottore.

- Benissimo, disse questi a don Noè. È un giovane pieno di creanza e rispettoso. Coraggio, figliuolo: faremo di voi uno scienziato della vera e buona medicina, quella della debolezza....

- Come ha detto Galeno parlando di Cabanis, rispose Bruto umilmente.

- Precisamente, disse il dottore. Vedo che sapete già. Sta bene, don Noè; tengo vostro nipote e ne farò un uomo. Gli leverò il pregiudizio di ragionare in medicina come quei saccentelli che portano mustacchi, e pongono il libero arbitrio perfino nella teoria della flogosi: sono i carbonari, i settarii della Giovine Italia della scienza. In medicina, come in teologia, ricordatevelo, caro ragazzo: Sola fides sufficit. A rivederci, don Noè. Raccomandatemi ai clienti. Voi restate, giovinotto. A proposito, come vi chiamate?

- Bruto, ai suoi comandi, signor dottore.

- Benissimo, affrettatevi, don Bruto; vado a vestirmi e cominceremo la pratica da questa mattina alla visita all’ospedale.

Bruto restò nel salotto, mentre il dottore si vestiva. Don Noè se ne andò. Don Ciccio, il servo del dottore, lo seguì fino al primo piano, poi rimontò tutto ansante esclamando:

- Niente! non ho potuto cavargli che la promessa di pregare alla messa, perchè io guadagni al lotto. È la fine del mondo.

Il dottore ritornò. La carrozza era pronta e si recarono all’ospedale.

Non seguiremo il dottor Tibia ed il suo allievo nella lor visita: sarebbe troppo straziante. Vale forse la pena di occuparsi di quella carne da esperimenti.

D’altra parte gli aspiranti ai letti vuoti dello stabilimento s’affollavano al di fuori e allungavano le mani come anime dannate a cercare un cantuccio ove morire e sarebbe stato crudele di farli aspettare. Bisogna preparare un po’ di posto.... ed il posto non manca mai. Il dottore faceva la sua visita a vapore: settantasette malati in ventidue minuti! L’ho veduto e seguito io stesso.

Finito questo steeple-chase della morte, il dottor Tibia cominciò le sue corse in città; Bruto l’accompagnò. Alla prima visita restò nella carrozza. Si trattava di una giovane che aveva partorito ed il marito era geloso. Alla seconda restò ancora nella carrozza. Una vecchia contessa con una risipola alla faccia non voleva essere visitata così sformata. Alla terza restò nel salotto perchè era un avvocato che aveva dei calcoli e non voleva esser visto, dacchè al palazzo di giustizia s’era detto che egli soccombeva ad una malattia senza logica, avendo tutta la sua vita calcolato le spese di causa il doppio del capitale contestato.

Questa vita di Bruto durò parecchi mesi.

Non imparò nulla col dottor Tibia, ma conobbe la società, riflettè molto e studiò.

Il dottore era contento, perchè Bruto non lo interrogava mai. Lo zio Noè era soddisfatto, perchè credeva che suo nipote diventasse un bravo medico.

E ciò sarebbe durato lungamente, se non fosse accaduto un incidente. Il diavolo ci mise la sua coda.


Note

  1. Nell’originale "del".