Le Metamorfosi/Libro Quarto

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Libro Quarto

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Publio Ovidio Nasone - Le Metamorfosi (I secolo a.C.)
Traduzione dal latino di Giovanni Andrea dell'Anguillara (1561)
Libro Quarto
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Non però crede Alcitoe, e le sorelle
À queste sacre feste, allegre, e nove,
Ne per pompe veder si ricche, e belle,
Del proprio albergo alcuna il passo move;
Anzi tutte profane, empie, e rubelle
Negan, che Bacco sia figliuol di Giove,
Et han quei giuochi per si vani, e sciocchi,
Che privan di vedergli i cupidi occhi.

Fra le famiglie nobili di Thebe
Splendean queste figliuole di Mineo:
E vedendo i più illustri con la plebe
Dar sì gran fede à i detti di Lieo,
Diceano, ahi come ogn’un vacilla, et hebe
A venerare un’ huom malvagio, e reo,
Che co suoi finti giuochi, e co’l suo ingegno
Cerca occupar questo infelice regno.

E con protesto incredula, e proterva,
Ch’ella schernir non vuol l’honor divino,
Mostrando Alcitoe d’honorar Minerva,
Rivolge in filo il ben purgato lino.
E toglie anchora ogni sorella, e serva
Al tanto venerato peregrino,
Ponendo, come lei di maggior tempo
Minerva in essercitio fuor di tempo.

Et eloquente, provida, et esperta
Nel saper colorir la sua ragione,
Quanto è meglio, dicea, di fare offerta
D’opre, che sian tenute utili, e buone,
À questa miglior Dea sicura, e certa,
Che gir con l’altre credule persone,
Che fanno honore à un’ huom, ch’ un Dio si finge,
Secondo il troppo ber le sprona, e spinge.

E se vogliam la non grave fatica,
Men grave haver, non stiam tacite, e mute:
Ma ogn’una in giro una novella dica
Di cose più notabili accadute.
Perche l’historie de l’etate antica
Fan le persone accorte, et avvedute,
E sono al viver nostro essempi, e specchi,
E grati cibi à gli ociosi orecchi.

Lodano assai quel, che la prima ha detto,
Quel piacer di virtù lor posto avante
Le donne, e pregan lei, ch’ à tal diletto
Principio dia, che ne sà tante, e tante.
Ella, à cui sovenia più d’un soggetto
Cangiato in belve, in pesci, in sassi, e ’n piante,
Ne comincia una, e poi si pente, e tace,
Ne risolver si sà qual più le piace.

Pensò dir pria, sì come Dirce madre
Di chi fu à la militia sì rivolta,
Ch’andò à ferir le mal concordi squadre
Con una treccia sparsa, e l’altra avolta,
Fù da le vaghe luci alme, e leggiadre
D’un Siro à l’amoroso laccio colta,
E fermò tanto in questo amore il piede,
Che chi fondolla à Babilonia diede.

E come seco poi sdegnata forte,
C’havesse sì impudico havuto il core,
Ch’ad un’ huom non suo par, ne suo consorte,
Donato havesse il suo non casto amore;
Scacciò l’amante, e pensò dar la morte
À la figlia, che n’hebbe, e ad un pastore
La diede, il qual (secondo ella gl’impose)
Quella à le fiere in un deserto espose.

E come il gran dolor così la mosse
D’haver ceduto à sì lasciva sete,
Ch’in un profondo stagno al fin gittosse,
Per attuffar questa memoria in Lete,
Là dove in novo pesce trasformosse,
E le genti di Siria, poco liete
De la perdita sua, ch’à tutti spiacque,
S’astennero da’ pesci di quell’acqua.

E come in mezzo à quello stagno avaro,
Che sì ricco thesor lor nascondea,
Un grande, e nobil tempio le fondaro,
Ch’una biforme imago in mezzo havea.
Però che in parte donna la formaro,
In parte pesce, e fu lor patria Dea,
E come il tempio, e la biforme imago
Diede un gran nome al Palestino lago.

Ma perche Alcitoe à più cenni s’accorse,
Che nota à tutte l’altre era tal cosa,
Che nel proporla ogn’una il ciglio torse,
E s’accennar, ch’à lor non era ascosa,
Dir non la volle, e stette un pezzo in forse
Tutta dubbia fra se, tutta pensosa
Se dovea dir quel, ch’à la figlia avenne,
E come si vestì di bianche penne.

Che l’innocente figlia, et infelice,
Cui destinato havean vita sì corta,
Ch’esser dovea sì grande imperatrice,
Non fu da fiere divorata, ò morta:
Ma le colombe fur la sua nutrice,
La sua vera custodia, e la sua scorta,
Le pie colombe i suoi lamenti udiro,
E fur da pietà vinte, e la nutriro.

E poi che ’l suo gran seggio hebbe fondato,
E retto il regno suo ben quarant’anni,
Sentendo, che ’l figliuol veniva armato
Con infinito essercito à suoi danni,
Commise à tutti i capi del suo stato,
Ch’obedissero al figlio, e in tanti affanni,
In tante pene, in cui vedeano starla,
Venner le sue nutrici à consolarla.

Venner le pie colombe, e dier conforto
À l’affannata, e combattuta donna,
E poi, che ’l suo infortunio hebbero scorto,
Che nel suo imperio non saria più donna,
Pensar condurla in più tranquillo porto,
E di piume vestir la regia gonna,
Questa le diè due penne, e quella due,
E volò poi con le nutrici sue.

E se dier bando à pesci i Siri allhora,
Che la sua madre un’ altra forma ottenne,
S’astenner poi da le colombe anchora,
E con le squame venerar le penne.
Questa favola Alcitoe hebbe à dar fuora,
Ma, perche sapean l’altra, si ritenne,
L’altra, che precedette à queste cose,
Ne la volle contar, ne la propose.

Che le par verisimil, che se sanno
Dirce nel lago pesce esser novello;
Sappiano anchor de l’ impiumato panno
De la sua figlia diventata augello.
Hor mentre tutte l’altre attente stanno
Per udir qualche fatto ignoto, e bello;
Di novo un ne propon, poi si condanna,
Che crede che no’l sappiano, e s’ inganna.

Volle di Naide dir, che de gl’incanti,
E del valor de l’herbe à pien s’intese,
E fu d’aspetto sì gentil, che quanti
La vider mai del suo bel lume accese.
Onde fu tal la copia de gli amanti,
Che di ciò altiera à nullo amor s’arrese,
Non merti, prieghi, versi, oro, ò valore
La poter far già mai serva d’Amore.

Anzi l’eran così venuti à tedio
I prieghi, i premij, i versi, i canti, e i suoni,
Che fe (per torsi un sì noioso assedio)
Incanti à questo appropriati, e buoni.
Ahi troppo in core human crudel rimedio,
Che tolse à lor sì preciosi doni.
Fù in muto pesce ogni amator converso,
E perdè il suono, il canto, il priego, e ’l verso.

Questa, come novella ascosa approva
Alcitoe, e l’altre ad ascoltarla invita.
E ben l’havea per peregrina, e nova,
Che l’havea poco prima ella sentita.
Ma la propone à pena, che ritrova
Che l’han per cosa assai volgare, e trita
L’altre, che la pregar con caldo affetto
Che le piacesse di cangiar soggetto.

Ne sol disser saper quel, che diss’ella,
Come Naide cangiò gli amanti suoi,
Ma quel, che fe più lunga la novella,
Ch’à quella incantatrice avenne poi.
E à te crudel, d’ogni pietà rubella
Convenne al fin provar gl’ incanti tuoi,
Che ti fecer portar degno supplicio
Di sì crudele, e scelerato officio.

Perche come ad Alcitoe confermaro
Le donne, poi che quei saltar ne l’acque,
E pesci di più sorte diventaro,
Come à l’iniqua incantatrice piacque:
Tutti gli altri il paese abbandonaro,
Che l’infelice caso non si tacque,
Per tema ogn’un di quel dominio s’esce,
Per non amarla, e trasformarsi in pesce.

E dove prima ogn’un correr solea
In questa, e in quella parte per mirarla:
Ogn’un poi l’abhorriva, e s’ascondea,
Ogn’un più che potea fuggia d’amarla.
Quando s’accorse al fin, ch’ogn’un temea
Di lei, ch’ogn’un fuggia per ischivarla,
Pentita, fu costretta far più stima
Di quei, che tanto in odio hebbe da prima.

E confidando in quei miseri amanti,
Per non gir sempre abbandonata, e sola,
A cui dopo mille querele, e pianti,
Havea tolta l’effigie, e la parola;
Pentita, torna à gl’infelici incanti,
Et à se stessa anchor la forma invola:
Fra dure squame il suo bel corpo asconde,
E per viver con lor salta ne l’onde.

Ben è del maggior lume orbo, e insensato
Chi regger non si sà ne la grandezza,
Che per haver ne gli altri imperio, e stato,
Ogn’un li viene à noia, ogn’un disprezza,
Ch’ei vien da tutti al fin tanto odiato,
Ch’ogn’un cerca fuggirlo, alcun nol prezza.
Ei, che si vede abbandonato allhora,
Chi pria schernì, con sua vergogna honora.

Tutto disser saper come passasse
Quel fatto l’altre à la maggior sorella.
Et anchor, che ciascuna l’approvasse
Per una elettion morale, e bella:
Non di men la pregar, che ne contasse
Un’ altra al tutto incognita novella,
Che sà, ch’al genio human par, che più giove
Pascer l’alma, e ’l desio di cose nove.

Parve, ch’Alcitoe s’arrossisse alquanto,
Ó che vergogna la prendesse almeno,
Non ritrovando historia dal suo canto,
Ch’à le sorelle dilettasse à pieno.
Si stà tacita un poco, e pensa in tanto,
E dopo allenta à la sua lingua il freno,
E dir propon del Gelso in prima essangue,
Che si fe dentro, e fuor tutto di sangue.

Girò le luci, e pose à l’altre mente,
E al mover de la fronte, e de le ciglia,
Conobbe, che la favola presente
Sarebbe grata à tutta la famiglia.
E rivocando ogni minutia à mente
À questa col pensier tutta s’appiglia,
Questa per fine al suo parlar prefisse,
E tacque tutte l’altre, e questa disse.

Ragiona, e intanto industriosa, e presta
Toglie la forma al lin, che in fil risorge.
È ver, ch’alquanto il suo parlare arresta,
Mentre l’humido al fil la lingua porge:
E tanto lin la man sinistra appresta,
Quanto chiederne à lei la destra scorge;
L’una il toglie à la canna, ond’ha il sostegno,
E l’altra in filo il volge, e dallo al legno.

Come da l’una man l’altra si toglie,
Girar fa il fuso, e và più che può lunge,
Quel nodo, ch’è cagion, da lui poi scioglie,
Che mai la terra non percote, ò punge.
E dopo intorno al fuso il fil raccoglie,
Tanto, ch’à l’altra man si ricongiunge,
Dove con novo nodo il fil l’afferra,
Perch’al novo girar non cada in terra.

Mentre sì dotta la maggior sirocchia
Rende à la Dea l’intempestivo offitio,
E veste il fuso, e spoglia la conocchia,
E l’altre invoglia à sì degno essercitio;
Et hor le serve, hor le sorelle adocchia,
Che del diletto lor vuol qualche inditio,
Un dir, che in dolce suon l’aria percote,
Ciba l’orecchie lor di queste note.

Ne la città magnanima, che cinse
Colei, ch’oltre al valor tanto hebbe ingegno,
Che morto il suo marito il sesso finse,
E come suo figliuolo ottenne il regno,
Due nobili alme un forte nodo avinse
D’amor sì caro, e precioso pegno,
Che ’l Sole ovunque il mondo alluma, e vede,
Non vide tal beltà, ne tanta fede.

Piramo l’un dì questa coppia bella,
E l’altra il nome Tisbe havea sortito.
L’un tenero garzon, l’altra donzella,
Egli idoneo à la sposa, ella al marito.
Lor case eran congiunte, e questa, e quella
Commune un muro havean, ch’era sdruscito:
E ver, che ’l fesso in parte era riposto,
Ch’à tutti gli occhi anchora era nascosto.

Fra i più lodati giovani del mondo,
Non fu allhor nel più accorto, ne ’l più bello,
Ne di parlar più dolce, e più facondo,
Ne ch’ invitasse più gli occhi à vedello.
Il volto grato, angelico, e giocondo
Non dava indicio anchor del primo vello,
Ne saprei dir chi s’havesse più parte
Nel grato viso suo Venere, ò Marte.

Marte tanto v’havea, quanto il facea
Virile, e vigoroso ne l’aspetto:
Le gratie havea da la Ciprigna Dea,
Che danno à gli occhi altrui maggior diletto;
Tanto, ch’ogni mortal, come il vedea,
Dicea non si trovar più grato obbietto;
E le donne il voleano tutte quante
Chi per consorte haver, chi per amante.

E s’ei tutti eccedea di quella etade
I giovani di gratia, e di bellezza,
Tisbe havea sì dolce aere, e tal beltade,
Tal virtù, tal valor, tal gentilezza,
Che le donne, che allhora eran più rade,
Passo d’ogni beltà, d’ogni vaghezza;
Et ogni huom’ogni etate, e d’ogni sorte
La volea per amante, ò per consorte.

Ma quei che da principio erano usati
Vedersi spesso insieme, e trastullarsi,
(Però che soglion quei d’un tempo nati
Per la medesma età molto confarsi)
S’erano ogni di più talmente amati,
Che non poteano ad altro amor voltarsi;
E facean poca stima ambi di mille
Ch’ardean de l’amorose lor faville.

Era l’amor cresciuto à poco à poco,
Secondo erano in lor cresciuti gli anni;
E dove prima era trastullo, e gioco,
Scherzi, corrucci, e fanciulleschi inganni,
Quando fur giunti à quella età di foco
Dove comincian gli amorosi affanni,
Che l’alma nostra ha sì leggiadro il manto,
E che la donna, e l’huom s’amano tanto;

Era tanto l’amor, tanto il desire,
Tanta la fiamma, onde ciascun ardea,
Che l’uno, e l’altro si vedea morire,
Se pietoso Himeneo non gli giungea;
E tanto era maggior d’ambi il martire,
Quanto il voler de l’un l’altro scorgea:
Ben ambo de le nozze eran contenti,
Ma no’l soffriro i loro empi parenti.

Era fra i padri lor pochi anni avanti
Nata una troppo cruda inimicitia;
E quanto amore, e fè s’hebber gli amanti,
Tanto regnò ne’ padri odio, e malitia.
Gli huomini de la terra più prestanti
Tentar pur di ridurgli in amicitia,
E vi s’affaticar più volte assai,
Ma non vi sepper via ritrovar mai.

Quei padri, che fra lor fur si infedeli,
Vetaro à la fanciulla, e al giovinetto,
À due sì belli amanti, e si fedeli,
Che non dier luogo al desiato affetto
Ahi padri irragionevoli, e crudeli,
Perche togliete lor tanto diletto,
S’ogn’un di loro il suo desio corregge
Con la terrena, e la celeste legge?

Ó sfortunati padri, ove tendete,
Qual ve gli fa destin tener disgiunti?
Perche vetate quel, che non potete?
Che gli animi saran sempre congiunti?
Ahi che sarà di voi, se gli vedrete
Per lo vostro rigor restar defunti?
Ahi che co i vostri non sani consigli
Procurate la morte à i vostri figli.

Vivea dunque secreto il lor amore:
I cenni, i dolci sguardi solamente
Assicuravan l’uno, e l’altro core,
Di quanto fosse l’un de l’altro ardente.
Ahi che non trova, e non discopre amore?
À che non apre l’occhio, e non pon mente?
Havea il muro comun quel pelo aperto,
Ch’io dissi, e anchor nessun l’havea scoperto.

Voi prima accorti amanti discopriste
Il vitio, e ’l pel ch’à la parete noce;
Là, dove cauti poi la strada apriste
À i dolci sguardi, à la pietosa voce:
Dove le vostre lagrime fur viste,
Cui stilla il chiuso foco che vi coce:
Dove, perche troppo arde un chiuso foco,
Trovaste strada, onde essalasse un poco.

Là dove il parlar dolce, e pien d’affetto
Scoprì tutti i martir, tutte le voglie
De l’uno, e l’altro innamorato petto,
Ch’era di diventar marito, e moglie:
Si disse ivi de’ padri ’l gran dispetto,
Che ’l vostro dolce amor colmò di doglie;
Li vi sfogaste, e vi godeste alquanto,
E vi fu mille volte hor riso, hor pianto.

In prima giunta l’una, e l’alta vista
Lo splendor che desia, e contempla, e gode;
Gioia infinita poi l’orecchia acquista
Del soave parlar, ch’ascolta, et ode:
Ma poi la mente quel pensiero attrista,
E tutta dentro la conturba, e rode,
Che lor rammenta il ben vetato, e tolto
E fa, ch’ad ambi ’l pianto irrighi ’l volto.

La donna,più veloce nel pensiero,
Più tenera di cor primiera piange;
L’huom, se bene è più forte, e più severo,
Vedendo pianger lei, l’alma trista ange:
Ella, che ’l vorria lieto, apre il sentiero
Al gaudio, e con bel modo il dolor frange;
Ride, e l’allegra; e in questo, e ’n quello aviso
La donna è prima al pianto, e prima al riso.

Con un bel modo à lui ritorna à mente
Qualche bell’atto, ch’ei già fece, e ride
Che ’l fe in presentia d’ infinita gente,
E così ben, che alcun non se n’avide:
Ei che quel vago riso vede, e sente,
Che di dolcezza l’alma gli divide,
S’allegra, ride, e gode, e le rammenta
Qualche cosa di lei, che la contenta.

I cupidi occhi stan fermi, et intensi
Ne la beltà de l’uno, e l’altro amante:
Ascolta, e gode quel fra gli altri sensi,
Che scorge al cor l’alte parole sante.
À più bramato ben da lor non viensi,
Che ’l muro vieta lor, c’hanno davante;
E benche sodo il ritrovaro, e duro,
Più volte, et ella, et ei dissero al muro.

Poi che tu doni al dolce sguardo il passo,
Che goder possa il suo divin obbietto,
Et al parlar, che facciam cheto, e basso,
Dai via, che scoprir possa il nostro affetto;
Perche ci vieti invidioso sasso,
Che congiungiamo l’uno, e l’altro petto?
Se questo è troppo, che non ci compiaci,
Che ci godiamo almen de i dolci baci?

Non ti siam però ingrati, anzi tenuti,
Che scopri à gli occhi il volto, ove si specchia,
Concedi à i detti affettuosi, e muti
Che possan contentar l’amica orecchia:
Deh, perche anchora in questo non ci aiuti?
Rinova questa tua fessura vecchia:
E perche la tua gratia sia più larga,
Questa antica fenestra alquanto allarga.

Deh, perche non ti movi à nostri preghi?
Che non t’allarghi homai, che non ci aiti ?
E quando innanzi à noi di farlo nieghi
Deh fallo almen quando sarem partiti.
Deh perche no’l prometti? e non ti pieghi
À nostri insino à qui vani appetiti ?
Il muro no’l promette, e manco il niega;
Ne fuor de l’uso suo s’allarga, ò piega.

Tornan più volte al grato loco il giorno,
Quando senza sospetto il posson fare,
E che non hanno alcun di casa intorno,
Che ciò possa veder ne rapportare:
Poi, quando fatto v’han tanto soggiorno,
Che temon non alcun gli habbia à trovare,
Baciando il muro ogn’un da la sua parte,
Dice. Dio ci contenti; e poi si parte.

Il bacio sol co’l desiderio arriva,
E sol gode di lor l’invida pietra;
Che quei miseri giovani ne priva,
E per se se gli succia, e se l’impetra.
La donna ne l’amor più calda, e viva,
Da poi, che s’è partita anchor s’arretra;
Richiama lui che torni, e vuol, ch’ascolte
Quel, che gli ha detto mille, e mille volte.

L’innamorata figlia tanto l’ama,
Ha sì il pensiero in lui fermo, et intento,
Che non solo una volta il prega, e ’l chiama,
Ma talhor quattro, e cinque in un momento,
E poi quel, che da lui ricerca, e brama,
E quel, c’ha detto cento volte, e cento,
E mentre furo al loco à lor sì grato,
Non havean quasi mai d’altro parlato.

Partonsi e questi, e quella, e ’l luogo aperto
Ricopron pria con le medesme cose,
Che pria, ch’ à gli occhi lor fosse scoperto,
Tenner quelle fessure à tutti ascose.
Ritornan poi, che ’l tempo è lor offerto,
E se le vesti e oscure, e tenebrose.
Non si ripon la notte, e l’agio n’hanno,
Ne la donna, ne l’huom non se ne vanno.

Quando la notte poi l’oscura veste
S’ammanta intorno, e le campagne adombra,
E la maggior la sù luce celeste,
Le tenebre à gli antipodi disgombra,
E ’l bel manto di stelle il ciel si veste,
Ogni pena d’amor gli amanti ingombra,
Questa, e quel si rammarica, e si dole,
Che tanto à rallegrarli indugi il Sole.

Chi potria dire ogni amorosa cura,
Che travaglia la mente à questa, e à quello,
A la donna non par d’esser sicura,
Ch’egli (come detto ha) le dia l’anello.
Conosce, ch’ al parlar poco si cura
Di volerla levar dal patrio hostello,
Che se l’amante tal pensier havesse,
Ella seco n’andria dov’ei volesse.

N’ha ben talhor gittato qualche motto,
Ma l’ha veduto star tutto sospeso,
Anzi hà più volte il suo dir interrotto,
Et ha mostrato non havere inteso.
Teme, ch’egli in amor sagace, e dotto
Non habbia contra lei quel laccio teso,
Per isfogar le sue cupide voglie,
Ma che non pensi già farla sua moglie.

Piange, e sospira, e se ne duol pian piano,
Ne molto stà, che quel pensiero annulla,
Ne può pensar, ch’ei sia tanto inhumano,
Che cerchi d’ingannare una fanciulla.
Pensa, se non la mena più lontano,
E marito con lei non si trastulla,
Che’l fa, perch’egli è saggio, e indugia alquanto,
Perche crede placare il padre intanto.

Mentre pian pian la misera donzella
Per non si fare udir ragiona, e piange,
E questo, e quel pensier, che la flagella,
La dubbia mente sua tormenta, et ange;
De la luce del Sol lucida, e bella
Si duol, che troppo tardi esca del Gange,
Si leva, e guarda, e duolsi che Boote
Volga più che mai pigre le sue rote.

E se la donna hor piange, et ha sospetto,
Che non l’inganni l’huomo, et hor s’attrista,
Che esca sì tardi il Sol de l’aureo letto
A rallegrare il ciel de la sua vista;
Non sente l’huom men travagliato il petto,
E non ha men di lei la mente trista,
Che men di lei si duol del maggior lume,
Che tanto stia ne l’ociose piume.

Non ha però timor, ch’ella non l’ami,
Ne che per suo piacer cerchi ingannarlo,
E con finte lusinghe ordisca, e trami,
Godersi seco un tempo, e poi lasciarlo.
Ben vede quanto il matrimonio brami,
Poi ch’ovunque ei s’invia, vuol seguitarlo,
Vuol dare ogni contento à le sue voglie,
Pur che prima, che ’l dia, la faccia moglie.

Tutto travaglia addolorato, e mesto
Il suo letto innocente, ove si posa,
Pensa con qual ragion, con qual protesto
Poi che ’l padre non vuol, la farà sposa.
Discorre, e solve hor quel periglio, hor questo,
Ma preveder nessun puote ogni cosa.
Una notte à un partito al fin s’attenne,
Che per mal d’ambedue nel cor li venne.

Pensa, gita, che sia la notte oscura,
A tor con l’ombra sua la luce à quelli,
Che mentre à lor fu notte acerba, e dura,
Videro i rai del Sol lucidi, e belli.
Tornar di novo à le cortesi mura,
Che permetton, che vegga, e che favelli,
Et ordinar con lei, ch’à l’aer cieco
Si debbia preparare à fuggir seco.

Che vuol condurla in una altra cittade,
Dica il padre, che sà, vuol poi sposarla,
Danari, gemme, et altre cose rade,
Per qualche tempo ha ben da sostentarla.
Intanto amici havrà di qualitade,
Che potranno co i padri accommodarla,
Ma ben conviene in questo usar tal froda,
Ch’alcun di casa non la vegga, ò l’oda.

Passata che sarà la mezza notte,
Che vien d’un’hora, ò due pensa d’uscire,
Allhor, che per le case, e per le grotte
Ogni huomo, ogni animal dassi à dormire.
S’uscisser prima, ò poi, forse interrotte
Sariano à lor le strade del fuggire,
Potran per via più d’un ritrovar desto,
Che van tardi à dormire, ò surgon presto.

E se prima esce Tisbe ne la strada,
Non li par, che sia ben, ch’ ivi l’aspetti,
Perche qualcun de la stessa contrada
Non la vegga, e conosca, e non sospetti.
Ma sarà ben, che da lei se ne vada
Per questi, et altri infiniti rispetti
Fuor de la terra, ad un fonte vicino,
Dov’è il ricco sepolcro del Re Nino.

Quivi corrà del suo bramato amore
Quel sì soave, e pretioso frutto,
Per cui sì spesso afflitto havuto ha il core,
E per cui così raro il volto asciutto.
N’andran poi come venga il primo albore
Poco lontan, ch’ei sà il camin per tutto,
Dove havran da un suo amico in un villaggio
Cavalli, et altre cose da viaggio.

Questo sol dubio al fin restato gli era,
Come à quell’hora aprir potran le porte,
Che i padri lor le chiudon, come è sera,
Sì per l’ inimicitia temon forte,
E per torre à lor servi ogni maniera
Di poter lor tramar vergogna, ò morte,
Se in letto son, pria che sia spento il lume,
Voglion le chiavi haver sotto le piume.

Conchiude al fin, che sia buono argomento
Di far le chiavi contrafar, che danno
À l’uno, e l’altro amante impedimento,
Che quando piace à lor non se ne vanno.
L’Aurora à pena havea d’oro, e d’argento
Scoperto al mondo il suo lucido panno,
Ch’ambi del letto si levaro, e furo
Quasi ad un tempo al desiato muro.

È ver, che sempre l’huom fu più per tempo
Non che prima di lei lasciasse il letto,
Ma v’andò sempre un gran spatio di tempo,
Pria, ch’ella à modo suo fosse in assetto.
S’affretta, e teme di non gire à tempo,
E grida con la fante, e co’l valletto,
E chiama pigro lui, lei poco accorta
Per questa, e quella cosa, che non porta.

Come à lei parve essere in parte ornata,
Ma non à modo suo per la gran fretta,
Ritorna allegra, e scopre il muro, e guata,
E trova l’amor suo, ch’ivi l’aspetta.
Ode l’orecchia allhor la voce grata,
E l’occhio scopre il bel, che gli diletta,
Ma non vi fanno già quel gran soggiorno,
Che fer più d’una volta, e più d’ un giorno.

Perche l’huom, come pria, non si distende
À dar de l’amor suo questo, e quel segno;
Ma le discopre, e fa, ch’à pieno intende
Il poco fortunato suo disegno,
Che s’altro non gliel viete, e no’l contende,
Vuol viver qualche di fuor di quel regno,
Pur ch’ella d’accettar degni il partito
Di fuggir seco, e farlo suo marito.

Ella, ch’altro nel cor mai non havea,
E che s’era fra se doluta spesso,
Ch’egli quel buon partito non prendea,
Di via fuggire, e lei menar con esso,
Lieta stava ad udir, ma no’l credea,
Fin che Piramo suo non l’hebbe espresso,
Che modo, e che maniera à tener s’have,
Per contrafare ogni nemica chiave.

À quel, ch’ella ha da far, tempo non mette,
Ne vuol punto mancar da la sua parte,
Ma detto à l’amor suo, ch’ivi l’aspette,
Dice à Dio, bacia il muro, e poi si parte.
Cauta, e secreta andò, ne molto stette,
Che con cera involò con studio, et arte
À gl’ incauti serragli immantinente
La stampa d’ogni croce, e d’ogni dente.

Ritorna dove intrattenuto s’era
Piramo intanto, e ’l chiama, e l’ode, e scorge,
Pon poi sopra un baston l’ impressa cera,
E l’invia per quel fesso, e glie la porge.
Ei la medesma tien forma, e maniera,
Quel ferro inganna, e alcun non se n’accorge,
Che la lima, il martel, l’incude, e ’l foco
Fer tal, che sol la sua chiave v’ ha loco.

Si parte ei con gran studio, e affretta il piede,
E ritrova un’ artefice ben dotto
E ’l prega, e li promette gran mercede,
Che voglia lavorar, ne faccia motto,
Più chiavi come in quelle cere vede,
E le vuol pria, che ’l dì splenda di sotto,
Però che pria, che ’l Sol nel mar si lavi,
Dice d’havere à far di quelle chiavi.

Ben conosce l’artista al bel sembiante,
À gli atti honesti, à la gentil favella,
Ch’ei malfattor non è, ma bene amante,
Che vuol goder d’alcuna donna bella.
E ben allhor si ricordò di quante
Per se ne fe ne la sua età novella,
E ’l trovò in questo affar sì ben disposto,
Che ’l contentò con diligenza, e tosto.

Intanto Tisbe aduna, e mette insieme
Quel poco mobil, che portar disegna,
E perche alcun non se n’accorga, teme,
Più secreta, che può, far ciò s’ingegna.
E che troppo poi stian l’affligge, e preme
Le stelle à far la solita rassegna,
Le par, che stian più de la loro usanza
À far veder la lor bella ordinanza.

Le par, che troppo il Sol faccia dimora
À ritornarsi al suo splendido tetto,
E non le par già mai veder quell’hora
Di giunger col suo amor petto con petto,
E gustar quell’ambrosia, che dimora
Ne le vermiglie labra, e quel diletto,
Che dà del vero amor l’ultimo segno,
Ne si può haver di lui più certo pegno.

Ha più d’un luogo in casa, dove sole
Percotere à cert’hora il solar raggio,
Ne sol, che già v’habbia percosso, vole,
Ma che l’habbia passato d’ avantaggio.
Corre, e vi guarda, e poi del Sol si dole,
Non che s’oda però, ma nel coraggio,
Che sia quel dì si negligente, e tardo
Ad illustrar quel muro co’l suo sguardo.

Lascia quel luogo, e torna al sasso aperto
E tanto, ch’andò via, che speranz’have,
Che sia tornato Piramo, e tien certo,
C’habbia con lui l’adulterina chiave.
Vi guarda, e il chiama poi, che l’ha scoperto,
E l’ è, ch’ei non vi sia, noiosa, e grave,
Teme, ch’alcun non trovi à lui sì fido,
Che voglia far quello istrumento infido.

Con travaglio, e timor l’aspetta un poco,
Ma pare à lei d’haver tardato molto,
Va poi (come ha coperto il rotto loco)
Al muro, ond’havea il piè pur dianzi tolto.
Ben crede, che ’l maggior celeste foco
Habbia à quel sasso homai percosso il volto,
E trova, e se ne duol, che non vi giunge,
Anzi le par, che sia poco men lunge.

Piramo intanto à suoi negotij intende,
E cerca di spedir molti partiti,
Ch’è ben, s’à gir lontan l’amor l’accende,
Che lasci i fatti suoi chiari, e spediti.
E così ben sà far, che non comprende
Alcun, ch’ei lasciar cerchi i patrij liti,
E ’l suo più gran travaglio, e grande intento
È d’ammassare insieme oro, et argento.

Poi, c’hebbe quelle cose à fin condotte,
Ch’erano à l’andar suo molto importanti,
À casa si tornò vicino à notte
Con gli istrumenti fidi à i fidi amanti.
E come torna à le muraglie rotte,
Trova la sposa sua, che in doglia, e in pianti
Passato havea gran parte di quel giorno,
Vedendo tanto indugio al suo ritorno.

Rallegrata che l’hebbe, e instrutta meglio
Di quanto havesse à far parte per parte,
Stassi poco à goder l’amato speglio,
Ma dà le chiavi à lei, bacia, e si parte,
Che pria, che l’aurea sposa il bianco veglio
Lasci, spera goderla in altra parte.
E fra le notti lunghe, c’havut’ hanno,
Questa fu la più lunga, e di più danno.

Il padre in guardia havea la figlia bella
Data ad una prudente, e casta zia,
Che con l’essempio buon, con la favella
La più lodata à lei mostrasse via.
Seco l’innamorata damigella
In una stanza ogni notte dormia,
E ben le convenia d’essere accorta,
Per ingannar sì diligente scorta.

E però havea d’un vin dato la sera
À quella vecchia accorta, e vigilante,
Il qual, con certa polvere, che v’era,
Di far dormir tant’hore era bastante.
Ben la misura havea fidata, e vera,
Che tutto havuto havea dal fido amante.
E fu quel beveraggio sì perfetto,
Che non nocque à la donna, e fe l’effetto.

La prende un sonno sì profondo, e grave,
Che sia pur romor grande, ella non l’ode.
Onde d’aprir la figlia più non pave
Le porte de i balcon per la custode.
E se ben l’altre notti aperti gli have,
Trovò più d’una scusa, e d’una frode,
E disse cosa haver fuor de la loggia,
Che volea torre à la notturna pioggia.

Et hor con core intrepido, e sicuro
Senza far’ altra scusa i balconi apre,
Hor quel, che guarda verso il pigro Arturo,
Hor quel, che scopre le celesti capre.
Si duol del tardo moto, e dopo il muro
Chiude, ne molto stà, ch’ ancho il riapre,
Vuol saper se ben sà, ch’è troppo presto
Quando s’alza quel segno, e abbassa questo.

Leva come è vicin d’un’hora à l’hora,
Che partir si dovea l’ardita faccia:
E le par meglio uscir per tempo fuora,
Che gir sì tardi, ch’aspettar si faccia.
Che vuoi fare infelice, aspetta anchora,
Fuggi il crudel destin, che ti minaccia:
Ch’io temo, che la tua soverchia voglia
Quel ben, che speri haver, non cangi in doglia.

Si veste, e prende un fascetto, c’ha fatto,
Dove le cose sue più rare porta,
Ne le bisogna ferro contrafatto,
Co’l quale si debbia aprir la prima porta,
Che non le può contender questo tratto
Le chiavi sue l’addormentata scorta,
Che mentre dorme, e sonnacchiosa essala,
Le toglie, et apre, et esce in una sala.

Dove non fece già d’andar disegno
Per dritto filo, ov’ha fermo il pensiero
Di porre in opra il contrafatto ingegno,
E provar se quel fabro ha detto il vero,
Che s’al buio non gisse à punto al segno,
Le si potria confondere il sentiero,
E potrebbe tentar molti usci, prima,
Che quel trovasse, che d’aprir fa stima.

Come il sospeso piè la sala ottiene,
Si volge a man sinistra, e ’l muro trova,
E con ambe le mani à lui s’attiene,
Ma la destra và innanzi, e palpa, e prova.
Passa quest’uscio, e quel tanto che viene
À quel, dove ha da far la prima prova;
E dopo assai cercar la toppa incontra,
E prova, se la chiave si riscontra.

Se ben la fedel toppa non consente
Con varij suoi riscontri, e varij ingegni
D’essere ad altra chiave obediente,
Ch’ à quella, che ’l Signor vuol ch’ ivi regni:
Pur, quando scontra ogni croce, ogni dente,
E che ritrova tutti i contrasegni,
Che le diede il signor, crede al mentire
De la bugiarda chiave, e lascia aprire.

Allegra esce di sala, e ’l muro prende,
E tien ben à memoria ovunque passa,
Giunge à le scale, e quelle, che discende,
Conta, che vuol saper quante ne lassa.
E tanto à gire in giù contando intende,
Che si ritrova à la scala più bassa,
Giunge poi dove un ferro assai più forte
Apre, et inganna anchor le maggior porte.

Come il cupido piè la strada ottenne,
Al fermo loco amor così la punge,
Che quando havesse al suo correr le penne,
Non giungeria più presto che vi giunge.
Sotto l’ombra d’un’ arbore si tenne,
Ch’ intorno i rami suoi stende assai lunge,
D’un gelso, ch’era lì carco di frutti,
Come neve del ciel, candidi tutti.

Con intrepido cor ne l’herba giace,
Che forte, e ardita la faceva amore.
Hor mentre spera haver contento, e pace,
E satisfar d’ogni diletto al core;
Compare un fier Leone empio, e rapace
Non lunge, e nel venir fa tal romore,
Ch’ella, che sente come altero rugge,
Si leva, e con piè timido la fugge.

Dal viso il bel color subito sparse,
E s’arricciò à la donna ogni capello,
Come al raggio lunar lontan comparse
Quel feroce animal crudele, e fello.
Ne venne il picciol fascio à ricordarse,
Ch’appresso al fonte cristallino, e bello
Havea lasciato, ov’era la sua vesta,
Anzi le cadde il vel, c’aveva in testa.

In una oscura grotta si nasconde,
Là dove piena di paura stassi,
E s’ode mormorar pure una fronde,
Trema qual foglia al vento, e di giel fassi.
Dritto il Leone à le sue solite onde
Per cavarsi la sete affretta i passi,
C’havea pur dianzi un bue posto à giacere,
E ben satio di lui venia per bere.

E tinto di quel sangue, e sparso tutto,
E la bocca, e la fronte, e ’l collo, e ’l pelo,
AI fonte già così macchiato, e brutto,
E come piacque al non benigno cielo,
Fu in quella parte il rio Leon condutto,
Dove lasciato havea la donna il velo,
E spinto dal furor, che ’l punge, e caccia,
Il fiuta, in bocca il prende, il macchia, e straccia.

À l’arbor poi, c’ ha il picciol fascio al piede,
Con maggior rabbia, e maggior furia giunge,
E quello imbocca subito che ’l vede,
E d’empia morte novi indicij aggiunge.
Da poi beve à bastanza il fonte, e riede
Dove il furor, ch’egli ha, lo sprona, e punge,
Et à pena il crudel se n’era andato,
Che giunse l’ infelice innamorato.

Piramo anchor nel petto ha tanto foco,
Che di quel ch’ordinò, più tosto sorge,
Perche se giunge pria la donna al loco,
Troppo grand’agio à gl’ infortunij porge.
À ratto andar lo stimola non poco
La porta del suo amor, ch’aperta scorge,
Che li fa vero inditio, e manifesto
Che si partì di lui Tisbe più presto.

Ritrova prima il vel macchiato in terra,
E d’un gran mal comincia à temer forte.
No’l riconosce già, che in quella terra
Molte il soglion portar di quella sorte.
Ma come con più studio gli occhi atterra,
Trova segnal di necessaria morte.
Vede sangue per tutto, e nel sabbione
Conosce le pedate del Leone.

Deh Luna ascondi il luminoso corno,
E più che puoi, fa questa notte bruna,
Adombra il ciel tu Noto d’ogn’ intorno,
E le più scure nubi insieme aduna.
Che ’l mal, ch’ad ambedue vuol torre il giorno,
E intanto passerà questa fortuna
Non trovi, e vegga, io dico, quella vesta,
Che coppia sì gentil vuol far funesta.

Stà con gran diligenza à riguardare,
E non può gli occhi più tor da l’arena,
E ’l piè, ch’ impresso del Leon v’appare,
Quel giovane infelice à morte mena.
Discorre, guarda, e và, ne può trovare
Cosa, che non sia trista, e di duol piena,
L’orma il conduce, e fa, che trova, e guarda
Quella veste colpevole, e bugiarda.

Deh non dar fede misero à quel panno,
Che di così gran male indicio apporta,
E che t’astringe à creder per tuo danno,
Che senza dubbio alcun Tisbe sia morta.
Ne ti lasciar sì vincer da l’affanno,
Che vogli à giorni tuoi chiuder la porta.
Attendi un poco anchor, ch’ella ne viene,
E non ti priverai di tanto bene.

Come dà l’infelice i miseri occhi
Nel sangue, e prende quella vesta, e vede,
E riconosce le cinture, e i fiocchi,
E molti altri ornamenti ch’ei le diede:
Convien, che in pianto, e ’n lagrimar trabocchi
Il gran dolor, che ’l cor gli punge, e fiede,
Ben ch’in principio il duol l’occupa tanto,
Che pena à darlo fuora in voce, e in pianto.

Come ricuperar la voce puote,
E ch’aperte al suo duol trova le porte,
Di lagrime bagnando ambe le gote,
E facendosi udir, più che può forte,
Dice quest’acre, e dolorose note,
Dunque m’hai tolto invidiosa morte
La mia dolce compagna in un momento,
Hor, ch’ io sperava haverne ogni contento.

Ahi quanto, ahi quanto à noi voi fate torto
Siate stelle, destin fortuna, ò fato,
À far in questo amor rimaner morto,
Chi non ha punto in questo amore errato.
Cercammo al nostro mal trovar conforto
Con modo ragionevole, e lodato,
E ’l nostro consumar giusto desio
Con la legge de gli huomini, e di Dio.

Non meritava già sì giusta voglia
Da te sorte crudel tal premio havere,
Ne d’alma sì gentil sì bella spoglia,
Farsi esca di rapaci, et empie fiere.
Deh cieli per aggiugner doglia, à doglia,
Che non mi fate al men l’ossa vedere?
Chi mi mostra il camin dov’ho d’andare,
Per trovar quel, che non vorrei trovare?

Oime, che molte fiere uccisa l’ hanno,
E straciata co i denti, e con gli artigli,
Come fa testimonio il sangue, e ’l panno,
E gli ornamenti suoi fatti vermigli.
E divisa in più parti iti saranno
A farne parte à i lor voraci figli
Leoni, et altre fiere horrende, e strane,
Troppo dolce esca à le lor crude tane.

Quanto restiam panno infelice mesti
Ahi quanto, ahi quanto ben ci è stato tolto.
Tu le sue belle carni già godesti,
Io la divinità del suo bel volto.
Tù di goderle più privato resti,
Et io del frutto anchor, c’hoggi havrei colto.
Quel ben, c’havesti già, tu l’hai perduto,
Et io quel, c’hebbi, e c’havrei tosto havuto.

Renditi veste, à me dolce, et humana,
Si ch’ io ti abbracci, e contentar ti dei,
Ch’io baci questo sangue, e questa lana,
Poi ch’abbracciar non posso, e bacciar lei.
Deh lascia homai crudel Leon la tana,
E non venga un sol, ma cinque, e sei,
E s’à la moglie mia sepolcro sete,
Me di tal gratia anchor degno rendete.

Ma ben si mostra un’ huom di poco core,
Quando cerca d’haver d’altrui la morte,
Dovrebbe un, ch’arde di perfetto amore,
Mostrarsi ardito in qual si voglia sorte.
Io n’hebbi colpa, io sol commisi errore,
Io le feci lasciar le patrie porte,
E se pur che venisse, io facea stima,
Doveva esser più accorto, e venir prima.

E se venia il Leone à l’onda fresca,
Forse c’havrei lui morto, e lei difesa,
E se pur’ io di lui fossi stato esca,
Havrei salvata lei da tale offesa.
Ma vo, che vegga anchor qlunto m’ incresca,
Quanto n’habbia dolor, quanto mi pesa,
Ch’al comparir di lui non mi trovassi
Per mostrar che valessi, e quanto amassi.

Conosca al mio morir l’alma sua degna
Di quanto, e quale affetto è ’l mio cor punto,
Che se in un core immenso amor non regna,
Non suol l’huom mai condursi à questo punto.
E perche la mia man voglio, che spegna
La luce mia, conosca, che se giunto
Io fossi à tempo, à stimar poco havea
La vita in caso, ov’io vincer potea.

Appoggia in terra il pomo de la spada
Per far, che con la punta il petto offenda.
Deh lumi de l’eterna alta contrada
Oprate, che qualcun quel pianto intenda,
Che per vetar, che sù l’acciar non cada,
A questo ponga indugio, e gliel contenda,
Che Tisbe già lasciato have lo speco,
E lieta vien, che vuol godersi seco.

E poi c’huomini, e Dei questo non fanno,
Che fate piante voi, voi che ’l vedete?
Che non cavate lui di tanto affanno?
Che non li dite quel, che visto havete?
Movete le radici à tanto danno,
E lui co i rami per pietà tenete.
Potete voi soffrir, che perda il giorno
Sì perfetto amator, giovan sì adorno?

E tanto più, che se ’l tenete alquanto,
Ogni poco di tempo, ogni momento,
Non fu già mai sotto ’l celeste manto
Più fortunato sposo, e più contento:
Che la sua bella Tisbe viene intanto
Per dirgli il suo timore, e ’l suo spavento,
Vuoi dirgli ove fuggisse, ove sia stata,
E come dal Leon si sia salvata.

Il miser disperato s’abbandona
Quando nol prende alcun, ne gliè conteso,
E lascia ruinar la sua persona
Sopra il pungente acciar con tutto ’l peso.
L’ignuda spada sua pungente, e buona
Ch’ogni altro havria più volentieri offeso,
Non può fuggir di far quel crudo effetto,
E passa al suo Signor la veste, e ’l petto.

Come se danno ad una valle un fonte
Acque, che vengan chiuse in un condotto,
Che in abondanza calan giù d’un monte,
Se un poco, ove è più basso, il piombo è rotto,
Manda in su l’acqua, e fa, che in aria monte
La canna, che forata è più di sotto,
Che l’onda, che in giù preme, e vien contraria,
Fa, ch’al ciel s’alza, e stride, e rompe l’aria:

Così del molto sangue, che sì mosse
Per voler aiutar le parti offese,
Quando il misero amante si percosse,
Quel, che corse al soccorso, tanto ascese,
Che fece quelle gelse tutte rosse,
Ch’à l’arbor testimonio erano appese,
E ’l piè tanto di lui venne à cibarse,
Che sempre i frutti poi di sangue sparse.

Senza haver ben lasciata la paura
La donna vien con non sicuro piede,
Ch’ogni pensiero ha posto, et ogni cura
Di non mancar de la promessa fede.
Giunge vicino al fonte, e raffigura
L’arbor dove ha d’andar: ma quando vede
I frutti bianchi suoi d’altro colore
In dubbio stà di non pigliar errore.

Ó sventurata, e dove ti conduce
Il pensier, c’hai di servar bene il patto
Per poter con l’udire, e con la luce
Contentare ancho il sì cupido tatto.
Ahi quanto mal per te sì chiara luce
La Luna consapevole del fatto,
Che spande così chiara il suo splendore
Per mostrarti il tuo inganno, e ’l tuo dolore.

Tu speri al giunger tuo, che ’l bello aspetto
Debbia far l’occhio tuo contento, e lieto;
Che debbia il parlar dolce, e pien d’affetto
Dare à l’orecchio il cibo consueto;
Speri baciarlo, e prender quel diletto,
Che non potesti prender per l’adrieto;
E speri ancho trovar paesi esterni,
E goderti con lui poi molti verni.

Ma tu vorresti haver, quando il vedrai,
Misera al giunger tuo cieca la vista:
E le poche parole, ch’udirai,
Faran l’orecchia tua dolente, e trista.
Quel poco tempo morto il bacerai,
Che fia co’l corpo tuo l’anima mista,
E i verni, che farai seco soggiorno,
Non soffriran, che vegga il primo giorno.

Va da quell’arbor misera discosto,
Cerca per l’orme ove il Leon s’annida,
Tanto, che trovi dove stà nascosto,
E non ti curar punto, che t’uccida.
Ó ne la fronte fa cieca più tosto
La luce, che t’alluma, e che ti guida;
Misera, ad ogni mal prima t’ inchina,
Che veggan gli occhi tuoi tanta ruina.

Hor come meglio i frutti, e l’arbor vede,
E che non fosser tai pur sì rimembra,
Scorge, che la vermiglia terra fiede
Un, che sì muor con le tremanti membra.
Torna pallida, e smorta à dietro il piede,
Tanto, ch’un bosso il suo color rassembra,
E pian trema al principio, come il mare,
Cui cominci lieve aura à far gonfiare.

Ma poi se ’l vento cresce, e ’l mar tormenta
Tanto, che tutto il rompa, apra, e confonda,
Fa, che ’l suo duol con più romor si senta,
La rotta, et agitata, e torbida onda:
Così poi, che la donna mal contenta
Vede, che ’l suo mal cresce, e soprabonda,
E raffigura il suo marito fido,
Fa sentire il suo duol con maggior grido.

Sentir fa l’alta, e dolorosa voce,
E si batte la man, si batte il petto,
Al volto smorto, à i capei biondi noce,
E mostra in mille modi il grande affetto.
Al corpo amato poi corse veloce,
E l’abbracciò con suo poco diletto,
Sparse d’amaro pianto il corpo essangue,
E temperò col lagrimare il sangue.

Bacia più volte il suo pallido volto,
E chiama l’amor suo più, che può forte,
Dolce Piramo mio chi mi t’ha tolto?
Rispondi à l’infelice tua consorte.
Chi da la vita tua lo stame ha sciolto,
Qual fato ò qual cagion ti die la morte?
Rispondi à chi tu sai, che tanto t’ama,
A la tua cara Tisbe, che ti chiama.

Al nome dolce, à la promessa fede
Leva Piramo allhora i languidi occhi,
E subito, che lei conosce, e vede,
Par, che dubia allegrezza il cor gli tocchi.
E tal forza al parlar la voglia diede,
Che disse, che la veste, il velo, e i fiocchi,
E l’ornamento suo di sangue tinto,
Con l’orme del Leon l’haveano estinto.

Volea più dir, ma la sua misera alma
Venuta era al suo fine, e fu sforzata,
D’abbandonar la sua terrestre salma,
E la moglie infelice, e disperata.
Raddoppia il grido, e batte palma, à palma,
L’abbraccia cosi morto, il bacia, e ’l guata,
E ben che ’l molto duol molto impedisse
Il suo rotto parlar pur così disse.

Se le mie sanguinose, e tinte vesti
Del non mio sangue ti toccar sì il core,
Perche me morta Piramo credesti,
Se ben potevi in ciò prendere errore,
Che di tua mano uccider ti volesti,
Per dimostrar la forza del tuo amore,
Che farò io, che te, mio conforto,
E veggo, e tocco, e tengo in braccio morto?

Io già non veggio una macchiata scorza,
Ne posso ingannar d’opinione,
Io te, te veggio morto, onde mi sforza
Amor la tua mort’empia, ogni ragione
À mostrar, che ’l mio amor non ha men forza,
E che non è di men perfettione,
E se tu fosti in te per me tant’empio,
Che debbo io far per te con questo essempio?

E se togliesti al bel sembiante humano
Con cor viril la viva imago, e bella,
Si come piacque al caso horrendo, e strano,
Che t’ordinò la tua maligna stella:
Amor darà tal forza à questa mano,
Se ben sono una tenera donzella,
Che chiamata sarò per l’avenire,
E compagna, e cagion del tuo morire.

E dove morte sol pria potea fare
Che non s’unisse il tuo bel corpo al mio,
Morte non ci potrà più separare,
Poi ch’ogni ragion vuol, che mora anch’ io.
Vogliate ò padri miseri accettare
Il nostro ragionevole desio,
Che quei, ch’ amor congiunse, e l’ultima hora,
Congiunga insieme un sol sepolcro anchora.

Tu, che co i rami tuoi bramato legno
Copri hora un morto, e dei coprirne due
Sotto cui doppio già, ma van disegno
Di goder ambo, e non di morir fue,
Serba di noi perpetuo eterno segno,
Tingi tutte di duol le gelse tue,
Fa lor del nostro sangue oscuro il manto,
Ch’altro non voglia dir, che doglia, e pianto.

Ma par chi tanto indugia, che non habbia
Di morir voglia, anzi la morte schive.
Da i baci estremi à le defunte labbia,
Che tanto amato havea di baciar vive.
Alza l’acciar da la sanguigna sabbia,
E pria che del veder le luci prive,
Dice queste parole, e tien ben mente
A la spada homicida, et innocente.

Deh poi c’hoggi la mia crudel fortuna
In vece d’ogni ben, d’ogni dolcezza,
Contra me disperata insieme aduna
Quanta fu mai nel mondo ira, et asprezza,
Terso, e lucido acciar mia vista imbruna,
E ’l mio stame vital subito spezza,
E in vece de l’usata crudeltate,
Ne l’uccidermi tosto usa pietate.

Sopra il pungente acciar cader si lassa,
Che forse suo mal grado il petto offende,
E tanto il peso in giù la donna abbassa,
Che giunge al caro sposo, e ’n braccio il prende.
Un peregrin non lunge in tanto passa,
E ’l pianger de la donna à caso intende,
E ’l piede à quel gridar drizza, e ’l pensiero,
Che vuol saper di quel lamento il vero.

Tanto di vivo à Tisbe era rimaso,
Che potè far, che ’l peregrin sapesse
Di loro amanti il doloroso caso,
E lui pregò ch’ à i lor padri il dicesse.
A lei del viver suo giunta à l’occaso
Quelle gratie, che volle, il ciel concesse.
Mostra il frutto al mantel quando è maturo
Quel sangue, e quel color funebre, e scuro.

Quel miserabil fin s’udi per tutto,
Passando andò in quest’orecchia, e in quella,
Occhio non fù che rimanesse asciutto,
Pianse ogn’un la lor sorte acerba, e fella.
Con lagrime i lor padri, e amaro lutto
Collocaro il garzone, e la donzella
In un comun sepolcro, e i ricchi marmi
Fer d’accordo segnar di questi carmi.

Qui stan Piramo, e Tisbe; amansi, e danno
Ordine d’ire al fonte, ella s’ invia.
Viene il leon, fugge ella, e lascia il panno;
L’insanguina il Leon, beve, e va via.
Le vesti uccider poi l’amante fanno,
Ond’ella apre al morir l’istessa via.
E quando l’una, e l’altra alma si svelse,
Tinser del sangue lor le bianche gelse.

Così contava Alcitoe, e in tal maniera
L’amor dipinse, e le bellezze conte,
Et ogni lor miseria così intera,
E con parole sì veraci, e pronte,
Ch’ogni donna sforzò, ch’ad udir era,
À far de gli occhi lagrimosa fonte,
E tutto fe con sì pietoso affetto,
Che nel lor lagrimar trovar diletto.

Conchiusa c’hebbe Alcitoe la novella,
Dovea parlar Leucotoe, che cuciva,
E de la terza era maggior sorella,
E non men de la prima accorta, e viva,
E lavorava una camicia bella,
E nel collar, ch’allhor di seta ordiva,
Pingea di color verdi, bianchi, e ranci,
Di cedri un vago fregio, e melaranci.

Con più d’un spillo in bassa sede assisa
Sopra un picciol guancial, c’ ha in sen, conficca
Un capo del collar, ch’ella divisa,
Poi la sinistra à l’altro capo appicca,
Secondo l’occhio poi la destra avisa,
L’ago con diligentia appunta, e ficca,
Lo spinge poi che l’ ha giusto appuntato
Co’l dito lungo di metallo armato.

Quanto puote l’anello innanzi il caccia,
I primi diti poi presa la punta
Lo scostan dal collar tanto, che l’accia
In quel bel fregio ad haver parte è giunta.
Tien sempre in quel lavor ferma la faccia,
E gli occhi anchor mentre che l’ago appunta,
Ma nel tirar del fil talvolta mira,
E senza il viso alzar le luci gira.

Quando l’ago la punta ove desia
Più por non può, che l’accia è troppo corta,
Con le forbici taglia, e getta via
La parte, che riman, la mano accorta.
Allhor dal fregio il volto alza, e disvia,
E l’occupata vista si conforta,
Prende il collo vigor, vigore il viso,
Che non stà come pria chinato, e fiso.

Al gomitolo poi la seta tolle,
E l’aguzza co i denti, e con le dita,
E via le tronca il pel debile, e molle,
E poi che l’ha ben torta, e bene unita,
La cruna à l’occhio l’una mano estolle,
Et ella l’altra à porvi il filo invita,
S’affisa l’occhio, e v’ha la man si pronta,
Che ne l’angusta cruna al primo affronta.

Co primi diti poi la punta prende
De l’accia, che già domina la cruna,
Tira il fil dentro alquanto, e l’occhio intende,
E con proportione insieme aduna
Fior, fronde, e frutti; e così ben gli stende,
Che non manca il disegno in parte alcuna,
Ne stà di variar l’accie, e colori,
Secondo son le foglie, i frutti, e i fiori.

Se ben con tanto studio, e con tant’arte
Ha nel cucir la mente, e gli occhi intenti,
Non vuol punto mancar de la sua parte
Di far gli orecchi altrui di lei contenti,
E con tal senno il suo tempo comparte,
Che fa sentir questi soavi accenti,
Con l’ornamento, ch’appartiensi à loro
Senza che toglia à l’ago il suo lavoro.

Di Venere la face è tanto ardente,
Che non solo i mortali in terra offese,
Ma i più sublimi Dei nel ciel sovente
Con le sue fiamme gravemente accese.
E ’l biondo illustre Dio, ch’à varia gente
Fà vario il clima, l’anno, il giorno, e ’l mese,
Più volte acceso dal suo vivo ardore,
Provò il dolce, e l’amar, che porge Amore.

Fra quante de lo Dio, l’auree cui chiome
Danno il giorno à mortali, arser giamai,
Una, c’hebbe, com’ io Leucotoe nome,
Rendè più caldi i suoi cocenti rai:
E voglio hor raccontarvi, e dove, e come,
E d’ambi gl’ infortunij, i pianti, e i guai,
Perche sdegnossi Venere, onde nacque
Che fece, che colei tanto li piacque.

Il primo fù, che l’adulterio scorse,
Che Venere fe già con Marte e il Sole.
Ne maraviglia è, s’ei primier s’accorse,
Poi che primo ogni cosa ei veder sole,
Di palesarlo, ò no, stà un pezzo in forse,
Poi seguane che può, scoprire il vole,
Non può soffrir, che sia, l’autor del giorno
Al fabro de gli Dei tal fatto scorno.

Senza punto indugiar trova Vulcano,
E gli palesa il fallo de la moglie,
E quei diventa in un momento insano,
Tanto gran gelosia nel petto accoglie.
Tosto al dotto martel porge la mano,
Et ogni lima, ogn’ istrumento toglie,
Che per far uno ingegno gli bisogna,
Per far, che sappia ogn’un la sua vergogna.

Fà, che con rame, e ferro un liquor bolle,
Che forma una mistura à lui secreta,
E tal rete ne fa sottile, e molle,
Che più non si potria se fosse seta.
À gli stami d’Aranne il pregio tolle,
Ad ogni occhio il suo fil di veder vieta,
Dove il Sol gli mostrò, corre, e la tende
In guisa, ch’occhio alcun non la comprende.

Non vuol come un nel letto à poner vasse,
Che la rete, che v’è, subito scocchi,
Che prenderebbe quel, che pria v’entrasse,
Ma vuol, ch’ad ambedue la sorte tocchi.
E però un fil vi pon, che in parte stasse,
Che forza è, se due son, che ’l fil si tocchi,
Da poi s’asconde, e quindi non si parte,
Che vede l’infedel consorte, e Marte.

Hor mentre ha in colmo il suo contento il tatto,
Che di due corpi varij un sol ne forma,
E fonde il respirar penoso, e ratto
Quel sangue, che pur pria cangiò la forma,
E ’l piacer rende l’huom sì stupefatto,
Che travolge le luci, e par che dorma,
In così dolce lotta il fil si tocca,
E l’ inganno,che v’è, subito scocca.

Nel sommo del gioire, e del diletto,
L’uno, e l’altro improviso al laccio è colto;
E l’uno, e l’altra stà congiunto, e stretto,
Mirabilmente in quella rete avolto.
Tien, ne mover si può petto con petto,
S’affronta, e fermo stà volto con volto,
Come ciascun, che s’ama in quello stato
Nel suo maggior piacer tiensi abbracciato.

Lo sciocco fabro allhora aprì le porte,
E gli Dei tutti à veder fe venire,
Che riser sì, che la celeste corte
Non hebbe per un tempo altro, che dire.
E vi fu più d’un Dio giovane, e forte,
Che de la ignuda Dea venne in desire,
Ne cureria (pur che le fosse in braccio)
D’esser colto da tutti in quell’ impaccio.

Scoperto c’ ha la sua vergogna, e l’arte
Quel Dio, ch’ad ogni suo passo s’ inchina,
Mostra il nodo à Mercurio, e poi si parte,
E torna zoppicando à la fucina.
Non vuol trovarsi al dislegar di Marte,
Che non gli azzoppi il piè, che ben camina,
Ma se crede oltraggiarlo in Mongibello,
Proverà quanto pesa il suo martello.

À preghi d’ambedue Mercurio sciolse
Il ben disposto Dio, la bella Dea,
E gran piacer di lei toccando tolse,
Mentre la rete intorno le svolgea.
Ella vergogna havea, pur gli occhi volse,
Et al guardo, et al toccar, ch’egli facea,
S’accorse (e piacer n’hebbe) del desio,
Ch’era nato di lei ne l’altro Dio.

À l’intricato Dio par di star troppo,
Ma non à quel, che scioglie, tocca, e vede,
Et à pena fu sciolto il nobil groppo,
Che l’armigero Dio trovossi in piede.
Si gitta un manto intorno, e cerca il zoppo,
Che gli vuol dar la debita mercede,
Ma Giove con bel modo il fece accorto,
Che ’l marito di lei non havea torto.

Al nipote d’Atlante in quella festa
(Oltre al doppio piacer, che ne riporta)
Quel sì ben lavorato ingegno resta,
E tutto lieto al suo palazzo il porta.
La Dea si mette subito una vesta,
Et esce à capo chin fuor de la porta,
E ne fa (sì gran tosco l’avelena)
Al formator del di portar la pena.

Restò sì vergognosa, e sconsolata
La colta in fallo di Vulcan consorte,
Che stè più dì romita, e ritirata,
E non ardì di comparire in corte.
Si stà tutta confusa, e travagliata,
Poi che gli Dei patir non posson morte,
Ne sà, che mal può farsi al solar raggio,
Che la vendetta superi l’oltraggio.

Resse già d’Achemenia un Re possente
Le città fortunate, Orcamo, padre
D’una, che mai non n’hebbe l’Oriente
Di si vive bellezze, e sì leggiadre.
Prima tutte avanzò la sua parente,
Ma quanto ogni altra superò la madre,
Tanto ella fu poi vinta da la figlia
Ne l’esser bella, oltre ogni maraviglia.

Per più opportuna lei l’ irata Dea
Che debbia il Sole amar, sceglie fra cento,
Perche dopo la sua Fortuna rea,
Senta più passione, e più tormento.
Che per la legge pessima Sabea
È forza, che ne resti mal contento;
S’egli vorrà da lei quel, per che s’ama,
E poi si scopra il fallo de la dama.

La Dea tutte le gratie insieme accoglie,
Tutte le leggiadrie, tutti gli honori,
E se ne và con non vedute spoglie,
Al felice paese de gli odori,
E giunge, et opportuno il tempo coglie,
Ch’ella Leucotoe detta usciva fuori
Del suo superbo, e regale edificio,
Per gire à venerare il sacro officio.

Come vede la Dea, che il Sol percote
À caso à la donzella il vago viso,
Dà quelle gratie à lei, che dar le puote,
Le fa venusto il volto, e dolce il riso.
Affrena egli i destrier, ferma le rote,
E tiene il lume in lei ben fermo, e fiso.
E non si parte il miser di quel loco,
Che infiamma il corpo suo d’un’ altro foco.

Non gli sovvien, che se più quivi ei bada,
Più di quel, che convien, fa lungo il giorno.
Ma quella gran beltà tanto gli aggrada,
Che ferma il carro, e mira il viso adorno.
E mentre andò la donna per la strada,
L’accompagnò co i raggi d’ogn’ intorno,
E poi che dentro al tempio si raccolse,
Per le fenestre à lei le luci volse.

Con quella dignità, che si richiede
Ad una figlia regia, s’ inginocchia,
Baciò una serva un libro, e poi gliel diede
Le ciglia riverente, e le ginocchia.
Intanto con qual cor, con quanta fede
Manda i suoi prieghi al cielo, il Sole adocchia,
E porta grande invidia al sommo Giove,
Al quale i preghi suoi dirizza, e move.

Havea la donna à l’Austro il viso volto,
Secondo richiedea l’opposto altare,
E ’l Sole il Cancro havea su ’l carro tolto,
Con cui non molti dì dovea girare.
Ne à Favonio havea anchor percosso il volto
Per dritto fil, ch’egli era in su’l levare,
Perche in quella stagion, quando appariva
Ver Borea fuor de l’Orizonte usciva.

Per li balconi adunque à l’Euro opposti
Nel tempio il Sol spargea raggi diversi,
Pingendo i balcon stretti, e mal disposti,
Che v’entravano anchor troppo traversi.
Gli omeri ornati, e i crin vaghi, e composti,
Il raggio ne l’entrar può sol godersi,
Ma poi che fere il muro, e ripercote,
Gode i dolci occhi, e le vermiglie gote.

Che se per linea retta il Sol s’accorge,
Fà per quelli balconi à lei passaggio,
Del leggiadro profil, ch’ in lei si scorge,
Godra per dritto fil l’acceso raggio.
Tosto à i destrier più lunga briglia porge,
E gli sferza con studio à quel viaggio,
E mentre ei s’alza, e goder meglio spera,
S’abbassa il raggio, e fa più larga spera.

Come à quel punto fa l’aurea sua rota,
Dov’Euro ver Favonio il vento sbocca,
Gode il profilo, e la sinistra gota,
Con gran contento suo le palpa, e tocca.
Ella, ch’attenta stavasi, e divota,
Co’l cor Giove adorando, e con la bocca,
À la spia riscaldata di Vulcano
Oppose il velo, e la sinistra mano.

L’abbarbagliato amante allhor si crede,
Ch’ella il cerchi privar de la sua vista,
Perche non l’ami, poi che la concede
À più d’un bel garzon, ch’allhor l’acquista.
E quanto meglio ornati amanti vede,
Tanto maggior sospetto il cor gli attrista,
E per troppo dolor le luci abbassa,
Onde la spera sua splende più bassa.

Mentre più d’un ornato, e ben disposto,
Costretto il caldo cor gli tien co’l gielo,
E che ’l bel viso suo gli tien nascosto
La donna con la man sinistra, e ’l velo,
Vede un balcone à suoi bei lumi opposto,
Che guarda ov’ei più s’alza à mezzo il cielo,
Fà più ratto à destrier batter le piume
Per giungervi, e scontrar lume con lume.

Dove vuol comparir si chiaro, e adorno,
Di così illustri spoglie, e così rare,
Che vedrà, che di quei, ch’ella ha d’ intorno,
Alcun non v’ ha, ch’à lui possa esser pare.
Hor mentre i destrier punge al mezzo giorno
Per meglio il suo splendor quindi mirare,
Nel tempio sempre qualche raggio invia,
Che quel, ch’ivi si fa, riguarda, e spia.

Tosto, c’ha dato al sacro officio fine
Il riccamente ornato sacerdote,
Leva Leucotoe le ginocchia chine,
Con le donzelle sue fide, e divote.
Quel libro, che le cose alte, e divine
Discopre à gli occhi altrui con ricche note,
Ad una dà, che con l’ inchin l’honora,
Il prende, e ’l bacia, e poi s’ inchina anchora.

À pena ha per partirsi alzato il piede
Dal tempio, ove adorò la bella figlia,
Che più d’un solar raggio, che la vede,
N’avisa il Sole, et ei ritien la briglia.
Al regal tetto suo la donna riede
Con honorata, e splendida famiglia,
Il caldo Dio, che di goderla intende,
Con mille intorno à lei raggi risplende.

La porta incontra à Noto, e ’l regio Claustro
Guarda, ella và verso Settentrione,
E ’l Sol fa gir, che stà fra l’Euro, e l’Austro,
L’ombre fra l’Occidente, e l’Aquilone.
La spera allhor, che vien dal solar plaustro,
La destra guancia à vagheggiar si pone,
Ma perche troppo amor l’ha fatta ardente,
S’oppon la destra, e ’l velo, e no’l consente.

Troppo gran gelosia gli entra nel petto,
Quando di novo oppon la mano, e ’l panno,
E che concede il suo divino aspetto
À quei, che’ à lei da man sinistra vanno.
E tutto pien d’ invidia, e di sospetto,
Fà lor quel, che far puote, oltraggio, e danno.
E come alcun di lor mirarla ardisce,
Gli dà i raggi ne gli occhi, e l’impedisce.

Mai non la perde d’occhio, ovunque vada,
E non si cura più d’andar si forte.
Giunge Leucotoe in capo de la strada,
E già preme co piè le regie porte.
Il Sò più co’l pensier di fuor non bada,
Ma l’attende à man manca entro la corte,
E poi che ’l tetto à lei grat’ombra porge,
Sempre ha qualche spiraglio, onde la scorge.

Acceso Sol, che co’l tuo raggio ardente
Tutte quante le cose abbruci, e cuoci,
Hor sei bruciato, et ardi parimente
Et à te, et à noi più caldo nuoci.
Non vuoi si fermi in lei l’occhio, e la mente,
Che i tuoi volin destrier tanto veloci,
E mentre per mirar non cangi loco,
Infiammi il giorno à noi di doppio foco.

S’à mensa siede, ò pur parla, e discorre,
Ó passa il tempo in qual si voglia guisa,
Sempre un raggio solar la dentro corre,
E di quel, ch’ella face, il Sole avisa.
Quell’occhio, il qual dovria per tutto porre,
Tutto in un luogo il caldo amante affisa,
L’occhio, che riguardar debbe ogni parte
Dal bel viso di lei già mai non parte.

Quelle hore si noiose, e tanto ardenti,
Quando percote à Borea il Sol la fronte,
Ch’ardon di caldo il cielo, e gli elementi,
E che all’ombra d’un’ arbore, ò d’un monte
Fan, che ’l pastor si posi, e s’addormenti,
Rimembrano l’incendio di Fetonte,
E ne fanno i mortai qualche bisbiglio,
Ch’auriga sia qualche inesperto figlio.

Nessun per gran negotio, che s’havesse,
Seguire osava allhor il suo viaggio,
Ma convenia, che nell’albergo stesse,
Fin che fosse men caldo il solar raggio.
Non era vento in aria, che potesse
Spirare, anzi ciascun provido, e saggio,
S’era per non restar dal Sol bruciato
Ne le caverne d’Eolo ritirato.

Ogni huom và ne la stanza più sotterra,
Ogn’ huom cerca al suo mal qual puote, aviso,
E poco vi mancò, ch’allhor la terra
Non sollevasse il polveroso viso
Al Re, che l’arme di Vulcano atterra,
Che quel, che stà nel solar carro assiso
Punisse, pure anchor stà dubia, e aspetta,
Per non venir sì tosto à tal vendetta.

Ben molti san, che ’l Sol co’l Cancro stando,
Convien, che sopra noi più alto monte,
E che i suoi raggi sian più caldi, dando
À piombo quasi ne la nostra fronte.
E che sia il giorno anchor più lungo, quando
Il maggior arco è sopra l’orizonte,
Pur tanto hoggi arde, e lungamente dura,
Ch’à tutti par, che passi ogni misura.

Se sapesser nel cor come tu cuoci,
E ’l mirar lei di quanto ti contenti,
S’ à gli animali, à gli elementi nuoci,
E se mandi i tuoi rai soverchio ardenti,
E se fai, che i destrier van men veloci,
Forse ti scuserian l’offese genti:
Ma poi che ’l fin non veggon del tuo sguardo,
T’accusan, che tu vai crudele, e tardo.

Se nessun può soffrir l’empia facella,
Che rende il mezzo dì cotanto acceso,
Come farà la misera donzella,
Verso cui tutto il lume ha sempre inteso.
Ne la più bassa stanza stassi anch’ ella,
E ’l volto asciuga dal sudore offeso,
E con le penne fa del vago augello
Di Giunon vento al viso humido, e bello.

Un picciol Sol, ch’ ov’ è la donna, splende,
Vede il gran mal, che forza è, che ne segua,
E s’ei con tanta forza il giorno accende,
Quanto l’amata figlia si dilegua;
Rapporta al solar corpo, e fa, che intende,
Che lei, che tutti con sua falce adegua,
De’ Persi adeguerà l’alta Reina
À morti, s’à l’occaso ei non s’ inchina.

Quando l’affitto innamorato ascolta,
Che per soverchio ardore ella si sface,
E che tosto le fia da morte tolta,
Se scalda il dì con si cocente face:
Con una nube lagrimosa, e folta
S’asconde il volto, e ’l dì men caldo face.
E ’l grosso lagrimar dimostra quanto
Sent’ei dolor, ch’ella patisca tanto.

Quei, che sapean, che l’humido vapore,
Che manda freddo al ciel la terra calda,
Formar tal nube suol, che ’l freddo humore
Serva, mentre star puote unita, e salda,
Credean, c’hor, che riverbera l’ardore
Tanto, che sopra anchor le nubi scalda,
Per resistere al foco unito fosse
Quel giel, che fa le gocce cosi grosse.

Ma s’ingannan d’assai, che nasce altronde
La nube, che gli oscura il chiaro volto.
Il suo mesto pensier la luce asconde,
Da questa nube il suo splendor gliè tolto.
Le grosse, tempestose, e subit’onde,
L’humor, che vien più saldo, e più raccolto,
Son le lagrime sue, che tai le spande
Per mostrar quanto il suo dolore è grande.

Lo spesso lagrimar, che l’occhio atterra,
Dà ristoro à l’asciutto, anzi arso seno
De la distrutta, e polverosa terra,
Et à tutti i mortai, che venian meno.
Quando l’amante stà per gir sotterra,
Si scopre più temprato, e più sereno,
Che vede l’amor suo, che si diporta,
E ’l vagheggiar di lui talhor sopporta.

Come se da Pirati alcuno è preso,
E contra il suo voler la patria lassa,
In nave l’occhio tien d’amore acceso
Al lito, e ’l legno il porta, e innanzi passa.
E mentre ei vi tien l’occhio caldo, e inteso,
La nave s’alza, e la terra s’abbassa,
E poi che ’l mare anchor tutta l’asconde,
Riguarda in quella parte il cielo, e l’onde.

Così dal desio preso, che conduce
L’ innamorato Sole ad occultarsi,
Si che quando di sopra egli non luce,
Possa il suo amor co’l sonno ricrearsi.
Tien sempre volta à lei l’accesa luce,
E contra il suo voler lascia abbassarsi,
E poi che l’onda anchor gli ha posto il velo,
Riguarda in quella parte il mare, e ’l cielo.

Volte che l’ ha le sue splendide terga,
Al suo nobil palazzo, che già vede,
Sferza i destrier con più feroce verga,
Giunge, e tirando il fren, lor ferma il piede.
Scende del carro, l’Hora, che l’alberga,
Si maraviglia, che sì mesto riede:
Ma non s’arrischia punto dimandarlo,
E non sà trovar via da consolarlo.

Ne nettare, ne ambrosia il può cibare,
Ne ciò che dà la sua splendida mensa.
E se pur mangia, poco il può gustare,
Ma sol discorre con la mente, e pensa.
Tal, che chi il serve, può considerare,
Ch’egli nel cor sente una pena immensa,
E più che pria di quel, ch’è suo costume,
Andò à trovar le sue splendide piume.

E tanto il punge amor, l’ange, e ’l flagella,
Che riposar non può, ne men dormire,
E per veder la donna amata, e bella
Par, che non vegga mai l’hora d’uscire.
Di subito levossi, et ogni stella
Innanzi tempo assai fece sparire.
Stupisce ogn’un, che ’l Sol si tosto rotte
Habbia l’oscure tenebre à la notte.

Ma non è da stupir, s’ei non assonna,
Che ’l suo desio gli fa tropp’aspra guerra,
E per mirar la sua sì vaga donna,
Gli par mill’anni illuminar la terra.
E se tempo si lungo l’aurea gonna
Mostra à mortali, e non vuol gir sotterra,
Fallo, perc’ ha di lei troppo diletto,
Ne può l’occhio levar dal grato obietto.

E s’hoggi, e gli altri giorni anche il vedrete
Di questa state far si lunghi i giorni,
E vi dorrà (si caldo il sentirete)
Ch’ al ricco albergo suo si tardi torni,
E se quando è di sotto scorgerete
In quanto poco tempo il mondo aggiorni,
E quanto si distrugga, e si consumi,
In grossa pioggia distillando i lumi.

Se ben vi sovverrà del giorno adrieto,
Troverete, ch’Amor fa quegli effetti
Ne l’infiammato Sol, ch’è consueto
Di far ne gli altri innamorati petti,
E se dapoi sarà più dolce, e lieto,
Come nel carro suo la Libra accetti,
Verrà, ch’ à lei talhor non parrà grave
Godersi alquanto al suo raggio soave.

Sol, se la luce tua talhor vien bruna,
E tinta par d’ insanguinati inchiostri,
Non vien, perche ’l denso orbe de la Luna,
S’ interpon fra ’l tuo lume, e gli occhi nostri.
Amore è quel, che ’l tuo bel viso imbruna,
Amor vuol, che sì pallido ti mostri,
Quel color tristo, e scuro amor ti porge,
Che dà tanto terrore à chi lo scorge.

Quando la Capra poi, che nutrì Giove,
Di tenebrose nubi il cielo adombra,
E che l’Aquario si sovente piove,
Che tutta l’acqua sua dal viso sgombra,
E ch’ella de l’albergo non si move,
Che l’acqua il ciel, la terra il fango ingombra,
Anzi di modo al giel chiude il viaggio,
Che non può penetrarvi il solar raggio,

Allhora il cauto amante, perche tolto
Non gli sia da chi serra al freddo il varco,
Di poter contemplar l’amato volto,
Fà sopra l’orizonte un picciol arco,
E come s’è nel suo tetto racolto,
E de’ bei raggi suoi libero, e scarco,
D’una veste invisibile si copre,
E in casa entra di lei, ne alcun lo scopre.

Ne và, che non è visto in quella parte,
Dove la bella vergine dimora,
E la contempla tutta à parte, à parte,
E quanto mira più, più s’ innamora.
Ammira il parlar dolce, e non si parte,
Che la vede mangiar, spogliarsi anchora,
E restar sola con due damigelle,
Che le scopron le membra ignude, e belle.

In quella occasion come la vede,
Pensa ire à porsi in quel felice letto,
E palesarsi, e poi goder si crede
Quel, che può dare amor maggior diletto.
Fà due, e tre volte andar l’acceso piede;
E due, e tre volte il ferma, c’ha sospetto,
Ch’ella non voglia udir, non gridi forte,
E non metta à romor tutta la corte.

Di trasformarsi in qualche forma approva,
Ch’ella habbia in tanto honore, e riverisca,
Che mentre parla in quella forma nova
L’ascolti, e fare un motto non ardisca.
Pensa far poi qualche mirabil prova,
Che non c’habbia à gridar, vuol ch’ammutisca.
E con questo pensier rivolge il tergo
À quella stanza, e torna al proprio albergo.

È stanco il Sol, che ’l carro andando à torno,
Un fangoso camin sempre ha trovato:
E dove fa la sua donna soggiorno,
À piedi venne, à piè se n’è tornato,
Tanto, che starà troppo à dare il giorno
Lo stanco, et addormito innamorato,
Ch’è stato un tempo in gran pensiero inteso,
Poi l’ ha tutto affannato il sonno preso.

L’hore del sonno in pensier passi, e in pianti,
E fai Sol come gli altri innamorati,
E poi t’addormi, e lasci i viandanti,
E gli altri, che t’aspettan disperati.
Sol questo tuo indugiar piace à gli amanti,
Che con piacer si tengono abbracciati,
I quai vorrian, così contenti stanno,
Che questa notte anchor durasse un’ anno.

Stupisce ogn’un, c’homai lo Dio non giunga,
Al cui novo apparir l’aria s’aggiorna,
Ne ad alcun par, che notte cosi lunga
Nascesse mai da le caprigne corna.
Non aspettate anchor, che i destrier punga,
Ne vi maravigliate se non torna,
Che tutta notte hanno perduto il sonno
Gli occhi, c’hor dal dormir tor non si ponno.

Come si sveglia, e leva, e l’aria vede,
E che da l’hore matutine intende,
Come l’Aurora è già gran tempo in piede,
E discaccia le tenebre, e l’attende.
Le ricche veste, i raggi, e i destrier chiede,
Si veste in fretta, e sopra il carro ascende,
Sorge, et al primo dà nel regio tetto,
Che gli nasconde il suo maggior diletto.

Non ardea sì star sopra l’orizonte
Ne la calda stagion, quando potea
Il vago viso, e le bellezze conte
Vedere in ogni parte che volea:
Quanto brama hor coprir l’aurea sua fronte,
Che come vuol l’offesa Citherea,
Vuol gire à riveder (che si rimembra
Del piacer, che li dier) l’ignude membra.

Accusi pure il Sol, sia chi si voglia,
Ch’ei troppo avaro sia de la sua luce,
Che poco ei se ne cura, che lo voglia
À l’interesse proprio il riconduce.
Vuol la donna veder quando si spoglia,
E di tal vista contentar la luce,
Ne si cura, s’alcun di lui si dole
Che toglia così tosto al giorno il Sole.

Giunto, si fa invisibile, e ritorna,
E lei mira, e vagheggia insino à tanto,
Che de le ricche veste si disorna,
Poi vede à l’alma un più leggiàdro manto.
Indi si parte, e posa, e tardi aggiorna,
Ma non gli viene occasione intanto
Di far quel, che desia, ne mai gli venne,
Fin che co’l Toro il suo camin non tenne.

Allhor vede una sera, che la madre
Ha cosa à far (ch’Eurinome s’appella)
Un lungo tempo co’l marito, e padre
De l’amata da lui vergine bella.
Le disposte di lei membra leggiadre,
Tosto si veste, e si trasforma in ella.
E come in sala appare, ogn’un s’inchina
Credendola ciascun la lor Reina.

In quella adorna stanza il Sol pon mente,
Dov’egli ha posto il trasformato piede,
Et una bella, et honorata gente
Di degni huomini, e donne aspettar vede.
Passeggia l’huomo, e dà l’occhio sovente
Verso la donna, che in disparte siede,
Piace à la donna, e tien la luce bassa,
E con gran dignità mirar si lassa.

De la gente confusa, e non distinta,
Quella aspettava il Re, la moglie questa,
Compare in tanto la Reina finta,
E si china ogni pie, scopre ogni testa.
La corte de la donna urtata, e spinta
Da se medesma và, quell’altra resta.
Ogn’un s’appressa, e luogo si procaccia,
Ch’à l’ entrar la Reina il vegga in faccia.

Più d’un s’inchina, e cosa che gl’importa
Chiede humilmente, et ella con quell’arte,
Ch’Eurinome suol far, con lor si porta,
Et hor questo, et hor quel tira da parte,
E giustamente come l’altra accorta,
À quei, ch’ella ama, il suo favor comparte;
E poi con poca, e più degna famiglia
Se n’entra ove sedea la bella figlia.

Là dove molte havea donne, e donzelle
L’appartamento riccamente ornato,
Le più ricche, più nobili, e più belle,
C’havesse tutto il suo felice stato.
La figlia si levò, levarsi anch’elle
Al dir d’un paggio, ch’era innanzi entrato,
Che venia la Reina à ritrovarla,
E ver la porta andò per incontrarla.

Come s’ incontra l’uno, e l’altro lume,
L’accorta figlia subito s’ inchina,
E quel fa honore al trasformato Nume,
Che suol far quando incontra la Reina,
E con lodato, e nobile costume
Del viso solamente il ciglio china,
China molto il ginocchio, adagio, e à tempo,
E ne l’alzarsi pon l’istesso tempo.

Di quà, di là s’inchina ogni donzella,
E tutte à tempo, e ne la stessa guisa.
La finta madre ne la figlia bella,
E ne gli atti suoi nobili s’affisa.
Lieta l’accoglie, e bacia, e le favella,
E degnamente ove conviensi assisa,
Alzando il ciglio ad una vecchia disse,
Che tosto di quel luogo ogni altra uscisse.

Come fu senza testimoij intorno,
(Come solea la madre alcuna volta)
Così ragiona il formator del giorno
Verso di lei, che riverente ascolta.
Quel puro lume io son, che ’l cielo adorno
Del più chiaro splendor, che vada in volta,
Io son quel Dio, la cui splendida luce
Fà, che la Luna, et ogni stella luce.

Io son quel Dio, per cui la terra, e ’l cielo
Vede ogni cosa, io son l’occhio del mondo,
E tiemmi acceso il cor d’ardente zelo
L’alma beltà del tuo viso giocondo.
E che sia il ver questo mentito velo
Mi toglio, e à gli occhi tuoi più non m’ascondo.
E in un batter di ciglio si trasforma,
E torna il Sol ne la sua propria forma.

Al primo suon, che la donzella intende,
Che quel, che de la madre have il sembiante,
È ’l chiaro Dio, che ’n terra, e ’n ciel risplende,
E come amor di lei l’ ha fatto amante;
Improviso stupor tutta la prende,
E vuol dir non so che tutta tremante;
Come ne l’esser suo poi vede il Sole,
Perde i sensi, i concetti, e le parole.

E pria, che ’l resentito sentimento
Desse vita à lo spirto stupefatto,
Havea già il Sole havuto il suo contento,
E dato à pieno il suo diletto al tatto.
Ella con pianto, e tacito lamento
Si doleva del Sol, c’havea mal fatto.
Ma il Sole in fatto, e ’n detto oprossi tanto,
Ch’al fin le fe cessar la doglia, e ’l pianto.

E poi fa sì, che la contenta figlia,
Che tal la vede, per madre l’appella.
Poi torna con la solita famiglia,
Ma, dove il Re si stava, entra sola ella.
Dove invisibil fassi, e ’l camin piglia
Verso la stanza sua superba, e bella.
Sì spesso vi và poi senz’esser madre,
Che Clitia se n’accorge, e ’l dice al padre.

È tanto il grande amor, che Clitia porta
Al Sol, ch’un tempo amante fu di lei,
Che resta per invidia mezza morta
Quando vede lasciarsi per costei.
Discopre il tutto al padre, e poi l’essorta,
Che secondo la legge de’ Sabei
Sepolta viva sia, tal che ’l suo scempio
Sia per l’altre donzelle eterno essempio.

Come la Ninfa invidiosa prova
Lo stupro à l’ infelice suo parente,
E sà di sorte oprar, ch’egli la trova
Del corpo violata, e de la mente;
Non senza gran dolor la legge approva,
Che condanna la vergine nocente.
E se ben n’ ha pietà, fà, che sotterra
Sia posta in un giardin fuor de la terra.

Mentre il crudo carnefice la vole
Por ne la fossa, ove coprirla intende,
Le mani, e gli occhi l’ infelice al Sole,
E le querele sue dirizza, e tende.
Ne sanno altro sonar le sue parole,
Se non, ch’ella per lui quel male attende.
La cala, e copre il rio ministro intanto,
E la via chiude à le parole, e al pianto.

Come s’al cavo specchio il Sol da il lume,
Il piramidal raggio che riflette,
Scaldando fa, ch’ à poco à poco fume
Dove la punta à dar ferma si mette:
Fan, che ’l foco da poi batta le piume
Le forze in quella cima unite, e strette
Del Sol, che fere ogni hor nel cavo loco,
Che forma la piramide, e fa il foco.

Cosi convesso allhora il Sol formosse,
E i rai, ch’erano sparsi, insieme unio,
E fe, che la piramide percosse
La terra, che la vergine coprio.
E contra quel terren tanto sforzosse
Col raggio, e con l’ardente suo desio,
Che fece il fumo al ciel salir per forza,
E ’l foco al suo splendore aprir la scorza.

Intanto al Sole un picciol raggio apporta,
Che potè ne la punta penetrare,
Ch’egli ha veduta la sua donna morta,
E che ’l terren l’ ha tolto il respirare.
Apre il misero amante allhor la porta
Al grosso, e tempestoso lagrimare,
E fur tante da lui lagrime sparte,
Che spense il foco acceso in quella parte.

Dapoi scoperse a la sua luce il velo,
E si fe, più che mai lucente, e chiaro,
E disse acceso d’un pietoso zelo,
Fermando gli occhi in quel sepolcro avaro.
Io vo, che vegghi ad ogni modo il cielo,
Ad onta d’ogni tuo forte riparo,
Indi d’ambrosia, e d’ogni odor celeste
Sparge la chioma, il volto, e l’aurea veste.

Fà, che i suoi raggi evaporar poi fanno
L’odor, che da le stelle han gli alti Dei.
E quei vapori ad una nube danno,
Che piove ove ha il terren sepolta lei.
La cui pioggia è cagion, c’hoggi anchor’ hanno
Si grato odore i frutti de’ Sabei.
Fa l’odorato humor, che in terra spande
La pioggia, ancho un miracolo più grande.

Che come hebbe il sepolcro tutto sparso
D’ogni celeste, e più pregiato odore,
L’odorifero Sol dolce comparso
Temprò con tal temperie quell’humore,
Che senza haverlo evaporato, et arso,
Oprò, ch’in mezzo al sotterrato core
S’unì quella virtute, e strinse insieme,
La qual per generar serba ogni seme.

Poi dando ogni favor proprio al terreno
Hor grata pioggia, hor temperato raggio,
Fe, che ’l gravido core aperse il seno
Nel dolce mese, il qual precede al Maggio.
Come il guscio aprir suol maturo, e pieno,
Il seme d’una quercia, over d’un faggio,
Che quanto al ciel la cima alza felice,
Tanto stende à l’inferno la radice.

Così intorno al suo cor l’humida terra
E ’l temprato calor talmente adopra,
Che la radice fa stender sotterra,
E ’l fusto per lo corpo venir sopra.
L’incastrature già del capo sferra,
Ne vuol più, che la terra la ricopra,
Rompe il sepolcro, e più non si nasconde,
E mostra al Sol le sue tenere fronde.

L’ innamorato Dio come s’accorge,
Che ’l sepolto amor suo sopra è venuto,
E che la luce in altra forma scorge,
Li dà maggior favor, maggiore aiuto.
Fà, che l’arbor, che dà l’ incenso, sorge,
Ch’allhor non era al mondo conosciuto,
A l’huom grato, et à l’alme elette, e belle,
Che fa il suo odor sentir fin’ à le stelle.

La Ninfa, ch’al padre Orcamo scoperse
L’error, che fe con l’ invide parole,
Colei, che in si degno arbor si converse,
Non hebbe mai più gratia appresso il Sole,
Ch’ei più non la guardò, più non sofferse
Tentar d’haver di lei diletto, ò prole.
Ne la scusa accettò, che ’l troppo amore
Cader l’havesse fatta in tanto errore.

Come ella vide tanto disprezzarsi,
E non poter mai più con lui sperare
Nel già felice letto consolarsi,
Come in miglior fortuna usò di fare,
Cominciò da le Ninfe à ritirarsi,
Senza fonte gustar, senza mangiare,
Si scapigliò, stè su la terra ignuda,
A l’aria hor chiara, hor bruna, hor dolce, hor cruda.

I suoi giorni digiuni eran già nove,
E ’l fonte, che gustava, era il suo pianto,
E la rugiada, che l’Aurora piove
Il cibo, onde nutriva il carnal manto.
Sol si vedea voltar l’afflitta dove
Vedea girar l’amato Sole, e intanto
Fean nel terren le sue membra infelici
L’allhor non conosciute herbe, e radici.

Converte il corpo suo pallido in herba,
Ma il pallido color non l’è già tolto,
Che ne la foglia anchora il ramo il serba,
Rosso è ’l color del fior, non però molto.
Mostra hoggi anchor la sua fortuna acerba,
Gira à l’amato Sol l’afflitto volto,
Fassi Elitropio, e al Sol si volge, come
Risuona à punto il trasformato nome.

Poi che Leucotoe di Leucotoe disse,
E del novo arbor l’odorato effetto,
E che in quell’herba Clitia convertisse,
Ch’anchor rivolge al Sol l’afflitto aspetto.
Ne la terza sorella ogni altra affisse
Le luci, onde attendean novo diletto,
La qual mentre parlar le due sorelle,
Si venne à proveder di più novelle.

Dal padre fu costei detta Minea,
Che dovea dar di se l’ultimo saggio,
E ’n dispregio di Bacco anch’ella havea
La luce al dipanar volta, e ’l coraggio.
Un panno doppio la manca premea,
Onde il filo al gomitol fea passaggio,
La destra fea del filo, al fil coperchio,
E la palla vestia di cerchio in cerchio.

Facea questo lavor prima ascoltando,
Mentre le due sorelle novellaro,
L’una con l’ago in man, l’altra filando,
Secondo l’essercitio à lor più caro.
Et hor facea il medesmo novellando,
Con dolce favellar, distinto, e chiaro,
E le prime parole accorte, e honeste,
Che l’usciron di bocca, furon queste.

Io non vorrei contar qualche argomento,
Che per ventura poi non vi piacesse,
Ó per saperlo, ò per l’altrui tormento,
Che ’l vostro dolce cor troppo movesse.
Per far dunque ogni cor di me contento,
Io vo, che l’eleggiate da voi stesse,
Più cose io proporrò, degna ciascuna,
E voi farete elettion poi d’una.

Di Dafnide io dirò l’Ideo pastore,
C’havendo di due Ninfe accesa l’alma,
Quella in sasso il cangiò, che del suo amore
Non potè riportar l’amata palma:
Ó del cangiato di Sciton valore,
C’hebbe hor di donna, hor d’huom la carnal salma.
E se questa vi piace, io dirò, come
Lunga hor la barba havesse, hora le chiome.

Ó di Giove dirò di Celmo amante,
Dove un fanciullo ad un fanciullo piacque,
E come trasformollo in un diamante,
E da che madre questo sdegno nacque.
Se questa non vi piace andrò più avante,
E dirò de’ miracoli de l’acque,
Conterò de’ Cureti, et in che foggia
Creati fur da tempestosa pioggia.

Ó dirò come Smilace amò Croco,
Ma non potè goder l’amato fianco,
Che nel contender l’amoroso gioco,
Divenner fior, l’un giallo, e l’altro bianco.
Ó narrerò di quello infame loco,
Dove fa un fonte l’huom venir da manco,
Ch’alquanto trasformandosi di vista,
Perde parte d’un membro, et un n’acquista.

Volea proporre anchor molte novelle,
La proveduta giovane Minea,
Ma le disser d’accordo le sorelle,
Che l’historia del fonte à lor piacea.
Mov’ella allhor le note ornate, e belle.
Nacque già di Mercurio, e Citherea
Un figlio, e ’l latte da le Naiade hebbe
Là dove in Ida fu nutrito, e crebbe.

Il nobil viso suo leggiadro, e vago
Hebbe da padri un’ aere si felice,
Che in lui scorgeasi l’una, e l’altra imago
Del genitore, e de la genitrice.
Ei di veder varij paesi vago
Lasciò la patria sua, l’idea pendice,
E visto havea quando dal monte Alunno
Partissi, il quintodecimo autunno.

Il desio di veder gl’ ignoti fiumi,
Con l’ignote città, l’ ignote genti,
Varie d’aspetto, e varie di costumi
Varie di region, varie d’accenti,
Se ben diversi, e strani, hispidi dumi
Spesso passò con rapidi torrenti,
Fea, ch’ogni gran fatica et ardua, e grave,
Li parea dolce, facile, e soave.

Ogni loco di Licia ha già trascorso,
E poi di Licia in Caria ha posto il piede,
La dove pargli raffrenare il corso
Vicino à un fonte cristallin, che vede,
Che subito l’invita à darvi un sorso
L’humor, che in limpidezza ogni altro eccede,
Che lascia (in modo egli è purgato, e mondo)
Penetrare ogni vista insino al fondo.

Spinoso giunco, over canna palustre
Non fa ne l’orlo altrui noia, ò riparo,
Ma terra herbosa, e soda il fa si illustre,
Ch’avanza ogni artificio human più raro.
Hor come giunge il giovane trilustre
À cosi nobil fonte, e cosi chiaro,
Vuol ristorar di quello humore il volto,
Che gli ha ’l Sole, e ’l camin co’l sudor tolto.

Gusta con gran piacer quel chiuso fonte
Preso il garzon dal caldo, e da la sete,
Le man si lava, e la sudata fronte,
E poi và sotto l’ombra d’un abete,
Che fin, che ’l Sol non cala alquanto il monte,
Vuol dar le lasse membra à la quiete:
Ma siede à pena in su l’herbosa sponda,
Ch’una Ninfa lo scorge di quell’onda.

À questa bella Ninfa mai non piacque
L’andare à caccia, al seguitar Diana,
Come l’altre facean, ma si compiacque
Di non s’allontanar da la fontana.
Le disser le sorelle homai quest’acque
Lascia Salmace alquanto, e t’allontana,
Non star ne l’otio, in si nefando vitio,
Ma datti à più lodevole essercitio.

Prendi Salmace l’arco, e la faretra,
E con noi vienne in più lontana selva,
Come fan l’altre, e da Diana impetra
Di ferir seco ogni silvestre belva.
Ma da lor sempre Salmace s’arretra,
O s’attuffa nel fonte, ò si rinselva
Fra gli alberi suoi proprij, e si compiace
Godersi ’l suo paese, e starsi in pace.

Senza cura tener de le sorelle
Lieta si stà à goder le patrie sponde.
Lava talhor le membra ignude, e belle
Nel dolce fonte suo, ne le chiar’ onde.
Talhor siede su l’herbe tenerelle,
E stassi à pettinar le chiome bionde.
Guarda talhor ne l’acque, e si consiglia,
Come s’acconci, e al suo voler s’appiglia.

Coglie hor fior per ornarsi, e ’n sen gli serba,
E forse anche in quel tempo il fior cogliea,
Che vider gli occhi suoi seder sù l’herba
Il figliuol di Mercurio, e Citherea.
Mira, e non scorge in quella etate acerba,
S’egli ha d’un Dio l’aspetto, ò d’una Dea.
Ma dal vestir, che sia fanciullo intende,
E de l’amor di lui tosto s’accende.

E ben che la spronasse una gran voglia
Di gire à far col bel garzon soggiorno,
Pur non v’andò, che rassettò la spoglia,
E diè l’occhio à le vesti d’ogn’ intorno.
Guarda come il suo crin leghi, e raccoglia,
Perche paia più vago, e meglio adorno.
Compone il viso, e non si mostra, ch’ella
Merita in tutto esser veduta bella.

Come con l’acque si consiglia, e vede
La veste acconcia, il viso, il velo, e ’l crine,
E le pare esser tal, ch’al fermo crede
Venir con esso al desiato fine:
Move l’acceso, e desioso piede
Ver le bellezze angeliche, e divine.
Fermò poi gli occhi in lui fisi, et intenti,
E fe l’aria sonar di questi accenti.

Spirto gentil, ch’alberghi in si bel nido,
Che divin ti dimostra, e non mortale.
E se pur sei divin, tu sei Cupido,
Se ben non porti la Faretra, e l’ale.
Ben ti fu quello albergo amico, e fido,
Che pose tanto studio à farti tale,
Che ti diè sì bel viso, e sì giocondo,
Ch’un simil mai non n’ha veduto il mondo.

Felice madre di si nobil frutto,
E se sorella n’hai non men felice,
Ne di lei men, ne di chi t’ha produtto,
Si può chiamar beata la nutrice.
Ma ben gradita, e fortunata in tutto
La sposa è (se tu l’hai) cui goder lice
Si delicate membra, e sì leggiadre,
Che ti formò si gloriosa madre.

Se giunto à sposa sei, non ti sia grave,
Ch’io furtivo di te prenda diletto,
E ch’io goda d’un don, così soave,
Come promette il tuo divino aspetto.
Se nodo coniugal stretto non t’have,
Fà me tua sposa, e fa comune il letto.
Non mi negare, ò sia legato, ò sciolto,
Ch’io goda di quel ben, ch’è in te raccolto.

Così disse la Ninfa al gentil figlio,
E tutta intenta la risposta attese.
Et ei con gran rispeto abbassò il ciglio,
Tal rossore, e vergogna il vinse, e prese.
Il dolce viso suo bianco, e vermiglio,
Di più bel rosso subito s’accese.
Quel color, che ’l dipinse à l’ improviso,
Gli fe più bello, e gratioso il viso.

Come quando il mezzo orbe à noi tien volto
Delia, in cui fere il formator del giorno,
E mostra tutto l’allumato volto,
Onde la veggiam piena, e non col corno,
Se da la terra vien quel lume tolto,
Che ’l ricopra con l’ombra d’ogn’ intorno,
Fra lei stando, e fra ’l Sol, la Luna astringe,
Che d’ostro il suo color confonde, e tinge.

Così al fanciullo la vergogna tinse
Il volto col sanguigno suo pennello
D’un ostro natural, che gliel dipinse
Di maggior gratia, e ’l fe venir più bello.
Con le cupide braccia ella l’avinse,
E diede un bacio à quel color novello,
Ben ch’à la bocca il bacio elIa converse,
Ma il garzon torse il viso, e no’l sofferse.

Non sa, che cosa è amor, ne che si voglia
Il semplice garzon la Ninfa bella,
E cerca tutta via come si scioglia
Da lei, che in questa forma gli favella.
Lascia amor mio, che da tuoi labri io toglia
Baci almen da congiunta, e da sorella.
Se quei dolci d’amor dar non mi vuoi,
Non mi negar quei de’ parenti tuoi.

Il dolce soro, e mal’ accorto figlio
Prova sciorsi da lei, ma dolcemente,
Le parla poi con vergognoso ciglio,
Con sì timido dir, ch’à pena il sente.
À più grato camin tosto m’appiglio,
(Ch’io mi sciorrò per forza finalmente)
Se tu m’annoi, e mi molesti tanto,
E da te non ti sciogli, e stai da canto.

Perch’ei non se ne vada, e non la lassi,
(Come questo parlar la Ninfa intese)
Da lui si spicca, e ritirata stassi,
Seco favella poi tutta cortese.
Altrove non voltar giovane i passi,
Godi sicuro, e sol questo paese.
Già cedo al solitario tuo desio.
E perche ci stia tu, me ne vad’io.

Così dicendo subito si parte,
E fra certi arbuscelli si nasconde,
E china le ginocchia, e con grand’arte
Fura il bel viso suo fra fronde, e fronde.
Ei si diporta in questa, e in quella parte,
E poi torna à goder le limpide onde.
L’invita il fonte, e ’l caldo gli rimembra,
Ch’ ivi è ben rifrescar l’ ignude membra.

E però, ch’osservato esser non crede,
Fa saggio pria del suo temperamento,
E poi discalza l’uno, e l’altro piede,
E spoglia il ricco, e molle vestimento.
Come la bella Ninfa ignudo il vede,
Infiamma di tal foco il primo intento,
Che gli occhi suoi lampeggian, come suole
Lampeggiar vetro, ove percuote il Sole.

E si può à pena ritenere, (e fullo
Per far) di correr tosto ad abbracciarlo,
Ma stà, che (se ne l’acqua entra il fanciullo)
Con più vantaggio suo potrà poi farlo,
Che quel, ch’ella d’amor brama trastullo,
Quivi otterrà, ch’ei non potrà negarlo,
Che di quella fontana essendo Ninfa
Ha tutto il suo potere in quella linfa.

Entra ei ne l’acque cristalline, e chiare,
Dove à la Ninfa il fonte non contende,
Che possa à quel bel corpo penetrare
Con l’occhio, che sì cupido v’intende.
Come in un vetro una rosa traspare,
Che chiusa à gli occhi altrui di fuor risplende,
Tal chiuso ei traspare nel picciol fiume
Al lampeggiante de la Ninfa lume.

Alza la voce allhor la Ninfa lieta.
Habbiam sicuro già vinto il partito.
Nessuna cosa più mi turba, e vieta,
Ch’ io non t’ abbracci, e faccia mio marito.
Le gioie, il sottil lin, la ricca seta,
Ogni ornamento suo getta su’l lito,
E corre ignuda, e cupida, in gran fretta
Nel fortunato suo fonte si getta.

La dove giunta subito l’abbraccia,
E dove più l’aggrada, il palpa, e tocca,
Li tien poi con le man ferma la faccia,
E se bene ei no’l soffre, il bacia in bocca.
Con le gambe, e le man tutto l’allaccia,
Contra la mente sua semplice, e sciocca.
Che ben è sciocco, e semplice colui,
Che se di tanto ben priva, et altrui.

E gli si scuote, e la discaccia, e spinge,
Irato al fin, la prende per le chiome.
Come l’hedera intorno il tronco cinge,
E con più rami s’avviticchia, e come
Quel pesce il pescatore afferra, e stringe,
Che da molti suoi piè Polipo ha nome.
Così lega ella il giovane con ambe
Le braccia, e con le mani, e con le gambe.

Lo stringe ella, ei si scuote, e ’l crin le tira,
Cadon su’l lito, et ei perche no’l goda,
Si torce, e sforza, tal l’augel, che mira
Fiso nel Sol, talhor la serpe annoda,
Che mentre l’ha ne i piedi, e al cielo aspira,
La serpe il lega tutto con la coda,
E l’ali spatiose in modo afferra,
Che cadon spesso ambi in un gruppo in terra.

Ei stà nel suo proposito, e contende,
E nega à quella il desiato bene,
Ma à poco à poco ella in tal modo il prende,
Che come era il desio, se’l gode, e tiene.
E mentre ingorda al suo contento intende,
Di grado in grado in tal dolcezza viene,
Ch’alza i travolti lumi al cielo, e move
Un parlar pien d’affanno, e rotto à Giove.

Fa sommo Dio del gran piacer, ch’io sento
Tutti i miei sensi eternamente ricchi,
E che ’l ben, che mi dà si gran contento,
Mai da me non si parta, e non si spicchi.
Et ecco, non so come, in un momento
Par ch’un corpo con l’altro in un s’appicchi.
Le cosce si fan due, che quattro foro,
Cosi le braccia, e l’ altre membra loro.

Già la schena di lei di pancia ha forma,
Che la pancia di pria ne l’huomo è entrata.
Già d’un corpo comun l’un l’altro informa,
E fanno una figura raddoppiata.
Il doppio collo, e viso, un Sol si forma,
E fassi un huom d’effigie effeminata.
Son due, ma non però fanno una coppia,
Ma in un corpo comun la forma è doppia.

Cosi ramo con ramo anchor s’innesta,
E poi, che ben s’è unito, e alquanto alzato,
Così conforme l’uno à l’altro resta,
Che par, che ’l ramo sia nel tronco nato.
Così la donna, e l’huom fanno una testa,
Ma non è alcun di lor, quel, ch’è già stato.
Non è donna, ne d’huom, ma resta tale,
Ch’è donna, et huom, ne l’un ne l’altro vale.

Come il figliuol di Mercurio s’accorge,
Ch’egli è fatto mez’huom, d’un huomo intero,
E che gli ha l’acqua chiara, ch’ivi sorge,
Effeminato il suo volto primiero,
Queste preghiere à suoi parenti porge,
Ma non co’l suo parlar virile, e vero.
Con voce dubbia al ciel le luci fisse,
E questi prieghi Hermafrodito disse.

Pietosa madre mia, genitor pio,
Fare al vostro figliuol gratia vi piaccia,
Ch’ogni huom, che in questa fonte entra, com’ io
Fra la donna, e fra l’huom dubbio si faccia.
Allhor la madre Dea col padre Dio
Fan, che in quel fonte l’huom cangi la faccia.
Quell’acque fan di tanto vitio sparte,
Ch’ogni huomo Hermafrodito se ne parte.

Già novellato havendo ogni sorella,
Schernendo Bacco à l’opra s’attendea,
Mentre per la città la pompa bella
Da tutto quanto il popol si facea.
E già per tutto il ciel più d’una stella
Levata à la sua luce il velo havea,
Si vedea l’aria dubbia d’ogn’intorno,
E non si potea dir notte, ne giorno.

Quando più d’una tromba, e d’un tamburo
Par, che la casa à l’improviso introni,
E renda sordo l’aere mezzo oscuro,
Senza che veda alcun chi sia, che suoni.
Il cavo rame, il ferro unito, e duro
Fan tintinnare il ciel di vari suoni.
Ingombran dopo l’aere oltre à romori
Mirra, ambra, e croco, et altri varij odori.

Ma quello (onde maggior ciascun haver de
Maraviglia) è il veder, ch’ogni lor vesta
Il suo primo color trasforma, e perde,
E d’hedera, e di fronde vien contesta.
Vede Alcitoe, che ’l lin diventa verde,
E che pampino è ’l fil, che ’l dito appresta.
E come al grave fuso i lumi intende,
Scorge, ch’un raspo d’una è quel, che pende.

L’altra, ch’un cedro nel collar pingea,
Riguarda, e crede haver errato anch’ella,
Che l’uva in quella vece vi scorgea;
Tolse tosto il coltel de la cistella,
Che quella seta via levar volea,
Che veniva à guastar l’opra sua bella.
E trova, come il picciol ferro stringe,
C’ha in man la falce da potar le vigne.

L’altra non vede l’arcolaio quel, ch’era
Ma ’l secco legno un’ olmo vivo cresce,
E lo scorge cangiarsi in tal maniera,
Ch’ogni legno di lui ramo riesce.
Pampino in copia, et uva bianca, e nera,
Del fil, ch’è intorno à lui, si forma, et esce,
Cresce il gomitol poi, s’ ingrossa l’accia,
E al fin di viti verdi un fascio abbraccia.

Ardon per casa lampade, e facelle,
E sentonsi ulular diverse fere,
Ch’esser mostrano al suon crudeli, e felle,
Orsi, Tigri, Leon, Pardi, e Pantere.
L’esterrefatte subito sorelle
Si levan con gran fretta da sedere,
E con timido piè fugge ciascuna,
Dove le par, che sia l’aria più bruna.

E così come avien, che nel timore
Spesso l’huom suol tutto in un gruppo farsi,
Acciò che ’l giel, che fa tremare il core,
Men nuoca à membri, di timor cosparsi;
Tal per unire il natural calore
Venner con tutto ’l corpo ad incurvarsi
Le tre sorelle, e ’l non veduto Nume
Le fe gli augei, che son nemici al lume.

S’ impiccolano i membri, e vengon tali,
Che l’augel tutto è come un passer grande.
Di cartilagine ha le deformi ali,
E quelle senza piume à l’aria spande.
Odia la luce, e tutti gli animali,
Ne s’annida già mai fra pruni, e ghiande,
Compare al buio, e case habita, e grotte,
E Nottola vien detta da la notte.

Si maraviglia ogn’una di vederse
Volar per l’aria tenebrosa, e sola,
E come si gran membra sian converse
In poca cartilagine, che vola.
E mentre s’arma ciascuna à dolerse,
Non può la voce sua formar parola,
Il grido al picciol corpo si conface,
Et è forza, che strida, se non tace.

Allhor di Bacco il glorioso nome
Per tutta la città maggior si sparse.
Altro la zia non fea, che contar come
Con suoni, e faci à le donzelle apparse.
Come dal vespro anchor l’augel si nome,
Da l’hora, che ’l lor volto human disparse,
Come l’ irato Dio dispose, e volle,
La cui pompa stimar bugiarda, e folle.

Ino fa si sublime ogni suo fatto,
I miracoli suoi, la sua possanza,
Ch’in ogni suo proposito, in ogni atto
Fà rifrescar di lui la rimembranza.
Tal che non può soffrire ad alcun patto
Tanta gloria Giunon, tanta arroganza.
Non può soffrir colei, ch’ogni hor favella
Del figlio de la pellice sorella.

À morte odia Giunon questa famiglia,
Perche Giove di lor n’amò già due.
E però di estirparla si consiglia,
Perche da lor non le sia tolto piue.
Lassa (dicea) d’Agenore la figlia
Già il fece in Tiro diventare un Bue.
La meretrice poi, d’onde hebbe Bacco,
Co’l regio manto il fece ire in Baldacco.

Restò da l’amor suo bruciata e spenta
Semele, al dimandar credula, e insana.
Autonoe per lo figlio è mal contenta,
Che fece in Cervo trasformar Diana.
Agave ogni hor s’affligge, e si tormenta,
Che fu nel suo figliuol troppo inhumana.
Fra tutte le sorelle è sol questa una,
Che và d’ogni dolor sciolta, e digiuna.

Tutto quel fa, che in mio dispregio puote
Questa de’ figli altera, e de la sorte,
Ch’altro non dice mai, che del nipote,
Bastardo de l’ infido mio consorte.
E con superbe, e gloriose note
De’ primi il fa de la celeste corte,
E tanto questo essalta, e gli altri annulla,
Che la potentia mia non v’è per nulla.

Ben si sà contra ogn’un (s’alcun l’offende)
Il suo superbo alunno vendicare.
Et fa, che ’l marinar di Lidia prende
La forma del Delfino, e solca il mare.
Contra il proprio figliuol la madre accende,
E ’l fa parere un porco, e lacerare.
Le figlie di Mineo fa cieche al lume,
E che volan di notte senza piume.

Non trovo io, s’un m’offende, altro riparo,
Che lagrimar l’invendicato oltraggio.
Deh perche da nemici io non imparo,
(Che spesso l’inimico fa l’huom saggio)
S’ei per torle il figliuolo amato, e caro,
Porco à la madre il fe parer selvaggio,
Perche non mostra anchor Giuno à costei
Quel, che far contra l’huom posson gli Dei?

E se la sua sorella oprò la spada
Contra il figliuol con cor ferino, et empio,
E li gettò le mani in su la strada,
E fe de membri un doloroso scempio:
Perche non fa Giunon, che in furor vada
Questa Ino anchor per lo cognato essempio.
Si ch’ella nel dar morte à i proprij figli,
A la madre di Penteo s’assomigli.

Volta al fiato di Borea è una caverna,
Che fin’ al centro de la terra dura,
Che mena ogni huom, che passa à l’onda averna
Per una via precipitosa, e scura.
Non vi può splender fiaccola, ò lanterna,
Ch’aria ha si densa, si funesta, e impura.
E fa intorno un riparo di tal forza,
Che ’l foco non v’essala, e vi s’ammorza.

Per si caliginosa, e trista fossa
La sitibonda di vendetta Dea
Si mette à caminar, da l’odio mossa,
Ch’à questa gloriosa donna havea.
Passa per più silentij l’aria grossa,
Co’l divin, che l’alluma, e che la bea.
Quindi quei, che di questo hanno il governo,
Conducon le trist’anime à l’inferno.

Già di lontan conosce Flegetonte,
Che di cocenti fiamme arde, e risplende,
Tanto, che in parte il regno d’Acheronte
D’un tenebroso di visibil rende,
Fuor de la porta ne la prima fronte,
(Onde al più basso inferno si discende)
Stanno i pallidi morbi, e tutti i mali
Nemici de le vite de’ mortali.

V’è la crudel Vendetta, e ’l mesto Pianto,
V’è la fredda Vecchiezza, e faticosa.
La vergognosa Povertà da canto
Si stà in dispregio, e dimandar non osa.
V’è la Fatica, che fatica tanto,
E dopo il faticar si poco posa,
Ch’al suo volto si vede, che la morte
La vuol por là da le tartaree porte,

La Navigation soverchio ardita
Stà co’l Disagio assai presso à la porta,
Usa una vesta assai corta, e spedita,
Se non talhor, ch’un manto lungo porta.
Un palmo non è larga di due dita
L’asse, ove dorme, aspra, ineguale, e corta.
La ciban con mangiar spesso interrotto
Cibi acri, e salsi, e pan più volte cotto.

Con fronte il Timor bassa, e poco lieta
Si fa d’ogn’un, che v’è timido, donno.
V’è la pazza Discordia, et inquieta,
V’è il fratel de la Morte, il pigro Sonno,
Che con tanto stupore i sensi accheta,
Che come morti più sentir non ponno.
La Crapula è con lui, c’hor giace, hor siede,
E se vegghia, hora il vino, hor l’esca chiede.

I Pensier dolorosi de la mente
Tengon mesti, e barbati il volto chino.
Vi stà la Guerra armata, e risplendente
D’insanguinato acciar forbito, e fino,
Guarda con occhio altier tutta la gente,
E gode, ch’ella à l’infernal camino
Maggior numero d’alme instiga, e preme,
Che quasi tutti i mali uniti insieme.

Nel mezzo stà de le tremende porte
L’ultimo de gli horrendi, e che più noce,
Dico la cruda, et implacabil Morte,
Che dona tutte l’ alme à quella foce.
Fà fra le gambe sue l’anime smorte
Passare, e con la falce, e con la voce
Hor quest’anima, hor quella afflitta, e grama,
Ch’andar non vi vorrebbe, afferra, e chiama.

Fa la falce passare à mille à mille
Gli huomini incauti giunti in quella parte.
E ciascun da città, da campi, e ville
Senza saper dov’ha d’andar si parte.
Ne guidan de la guerra l’empie ancille
Con honori, e donar la maggior parte.
Ne guida assai de l’huom cruda nemica
La cupida Avaritia, e la Fatica.

Ma poi che quegli appresenta la Guerra
A l’empia morte, che di là gli passi,
O qual si voglia mal, tosto gli afferra
La falce, e più ritrar non ponno i passi.
Il corpo poco stà, che si fa terra,
E l’anima entra dentro, e quivi stassi.
Dove secondo le passate vite,
Ne fa giudicio la città di Dite.

Giunon si fa invisibile, e s’asconde,
Vola sopra la morte, e dentro vede
Un’ olmo ricco, e pien di rami, e fronde,
Sopra un grosso, alto, e ben fondato piede.
Qui (se la fama antica al ver risponde)
I fantastichi sogni hanno la sede.
Ne stà per ogni fronde una gran torma,
D’ogni più strana, e non veduta forma.

Sotto quei sogni chimerosi, e vani
Stanno i Centauri, e v’è Scilla biforme.
Con quel, c’ha cento piedi, e cento mani,
Stà la Chimera horribile, e difforme.
V’è l’Idra, e gli altri mostri horrendi, e strani,
C’han non usate, e spaventose forme.
La Dea, lasciando quei, drizza la fronte
A la nera palude di Caronte,

Qual da più region l’acque de fiumi
Son senza che ’l mar cresca, al mar condotte
Cosi da varij vitij, e rei costumi
Si guidan l’alme à la perpetua notte.
Et à l’ombre di tanti estinti lumi
Capaci sempre son l’inferne grotte,
Ogni giorno infinite ve ne vanno,
Ne l’inferno s’allarga, e pur vi stanno.

Come lasciata han la terrestre spoglia,
Passan volontier l’ombre à l’altra arena,
Che di saper di là ciascun ha voglia
Qual le darà Minos merito, ò pena.
Pregan tutte il Nocchier ch’entro le toglia,
Ma quegli altre ne lascia, altre ne mena.
L’anime che non passan (che son molte)
Son quelle, c’hanno l’ossa non sepolte.

Passa l’ascosa Dea con infinite
Anime, che i lor corpi hanno sotterra,
E giunge, e vede la città di Dite,
Che da tre mura si circonda, e serra.
Di serpi cerca poi le Dee crinite,
Come ha il cupido pie dentro à la terra,
Che stanno dentro à guardia de le porte
Del crudo carcer de le genti morte.

La non veduta Dea pria che si scopra,
Se ben l’odio la sprona al primo intento
Riguarda come ogni huom quivi s’adopra,
E di quei che non han pena, ò tormento.
Gli esercitij, ch’al sol fecer di sopra,
Fan quivi al lume tenebroso, e spento,
Un privato, un maggiore, un più meschino,
Secondo che di quà diede il destino.

Non sta molto à guardar, ch’altro le preme,
E le veste invisibili via tolle,
E del carcer le porte, ove si geme,
Percote, e ’l can trifauce il capo estolle.
Abbaia, e manda tre latrati insieme,
Ne il triplice abbaiar mai lasciar volle,
Ma poi che ’l divin Nume hebbe veduto,
Fe di quel gran latrare un gemer muto.

Le furie entrar con viso acro, e dimesso,
E con cortese, e furioso invito
Fan l’amica Giunon, che bene spesso
La fanno ire in furor per lo marito.
Come è dentro la Dea, si vede appresso
Tito, ch’ in terra ingombra tanto sito,
Co i larghi, e lunghi e grossi membri suoi
Quanto ara in nove giorni un par di buoi.

Le membra più vitali, e più secrete
Un’ avoltor continuo à Tito offende.
Si muor di fame Tantalo, e di sete,
Ha ciò, che vuol; ma v’è chi gliel contende.
Ruota Ission, ne può trovar quiete,
Hor va sotto, hor va sopra, hor sale, hor scende.
E ’n questa eterna pena si distrugge,
Ch’ei medesmo se stesso hor segue, hor fugge.

Sisifo vuol pur porre il sasso, dove
Forz’è, che ’l cader suo si rinovelli.
E quelle, che scannar quarantanove
In una notte miseri fratelli,
Voglion l’acque portar, che in copia piove
Nel fondo, ove tant’occhi hanno i crivelli.
E con perpetua, e raggirata foggia
Pioggia la fonte vien, fonte la pioggia.

Al girato Ission le luci volse
Di novo la Reina de gli Dei,
Che si ricorda quel, che far le volse,
Nel tempo, che credendo abbracciar lei,
Una nube in suo scambio in braccio accolse,
Onde il poser la giù fra gli altri rei.
Di novo anchor ver Sisifo s’affisse,
E mostrollo à l’Erinni, e cosi disse.

Questi è ben condennato à pena eterna,
Per esser suto al mondo involatore,
Ma ’l suo fratello altier Thebe governa,
E regge à modo suo l’Imperadore.
Che offende ogni hor la maestà superna,
Sprezzando il nostro culto, e ’l nostro honore.
E la cagion de l’odio manifesta,
E del viaggio suo laqual fu questa.

Che la stirpe di Cadmo alta, e superba
Mancasse; e non dovesse andar più avante,
Per cagion nova, oltre il rancor che serba,
Che Giove à due di lor sia stato amante.
E tal cerca di lor vendetta acerba
Ch’Ino cada in furore, et Athamante.
A l’ira il suo parlar ben corrisponde,
Che imperio, e preghi, e premij in un confonde.

Per far veder l’infuriata faccia
Al lume de l’inferno atro, e notturno,
Tesifone dal volto i serpi scaccia,
E parla à la figliuola di Saturno.
Hoggi non passerà, che non si faccia,
Ritorna pure al lume almo, e diurno.
Lieta ella và, d’ambrosia Iri l’asperge,
E d’ogni male odor la purga, e terge.

La furiosa Furia in furia prende
D’ insania sparsa una facella e sangue,
E quella in furia in Flegetonte accende,
Ma prima con furor si cinge un angue.
Si parte da l’ inferno, e al Sole ascende,
Va seco quel, ch’ogni hor si duole, e langue,
Io dico il miser Pianto, e ’n compagnia
Vi va il Terror, la Rabbia, e la Pazzia.

Come la compagnia rabbiosa giunge
A l’infelice d’Athamante porta,
Trema l’acero, e ’l ferro, e ’l Sol va lunge,
La casa, e l’aria vien pallida, e smorta.
La face in tanto dà nel legno, e ’l punge
Con quello estremo, ove la fiamma è morta.
Cade à un tratto la porta, e un romor suona,
Che tutta quanta la contrada introna.

Prima Ino sbigottisce, indi il consorte
L’infelice sorella di Megera,
Tosto che fa cader le regie porte
De la superbia lor regia, et altera.
Ma ben si sbigottiscono più forte,
Come compar la mostruosa schiera,
Volean fuggir, ma d’huopo eran le penne,
Che la donna infernal la porta tenne.

Tre fiate la Dea crolla la testa,
E fa sdegnar le serpentine chiome,
Tanto ch’alzando ogni animal la cresta,
Vibra tre lingue sibilando, come
Se s’oltraggia una serpe ardita, e presta
S’alza, vibra tre lingue, e ’l venen vome.
Così s’alza ogni serpe in un baleno,
E contra quegli aventa il suo veleno.

Qual s’una Ninfa al vento il tergo volta,
C’ha sparso il biondo crin, sottile, e bello,
Fa l’aurea rabbuffar la chioma sciolta,
E guarda, ove guarda ella ogni capello:
Tal ogni serpe il suo sguardo rivolta,
Dov’ella drizza l’occhio oscuro, e fello.
E fan tutti diadema al volto avante,
Guardando verso d’lno, e d’Atamante.

Indi da crudi crin due serpi svelle,
E lor con man pestifera gli aventa
Le quai tosto ambo annodano, e di quelle
L’una la donna, l’huom l’altra tormenta.
Et ambedue senza intaccar la pelle,
Fan, che ’l core, e la mente il venen senta.
Questa, e quei scaccia il serpe, e ’l risospinge,
Ma il drago ogn’ hor più rio li punge, e stringe.

Di più veneni un tosco havea formato,
Ch’era una irreparabile mistura,
V’è la spuma di Cerbero, e ’l mal fiato
De l’ldra, e v’è il tremor de la paura.
V’è de la rabbia il fel, v’è l’ insensato
Oblio de la pazzia, v’è l’atra, e scura
Sete de l’empia morte, e anchor de l’ira
La bava, ch’ella fa mentre s’adira.

Tutta questa mistura insieme unita
Con di cicuta, e di sardonia alquanto,
E dentro al rame poi cotta, e bollita
Ne le misere lagrime del Pianto.
De la decottion, che n’era uscita,
Piena una ampolla havea portata accanto.
La virtù del liquor di fuor non bagna,
Ma fa, che dentro il cor s’infetta, e lagna.

Su’l capo d’ambedue quell’acqua sparse,
E finì d’offuscar lor l’intelletto.
Girò tre volte poi la face, et arse
L’aere, e del fosco fumo il fece infetto.
Indi da lor vittoriosa sparse,
Per ritornarsi al suo più scuro tetto.
E di tanto stupor quei lasciò presi,
Che stero un pezzo immobili, e sospesi.

Non si ricordan più chi siano, ò dove,
Ne men d’haver veduti i crudi mostri.
Ma già l’huomo il veneno instiga, e move,
E fa, che ’l suo furor rabbioso mostri.
Già grida, ecco compagni, ecco, ch’altrove
Tender non ci bisogna i lacci nostri.
Tendiamo in queste selve a i crudi artigli
Di questa empia Leonza, c’ ha due figli.

Come se fosse una selvaggia fera
L’insano cacciator la moglie caccia.
E mentre ella è stordita di maniera,
Che non sa se si fugga, ò che si faccia;
Clearco un suo figliuol, che in braccio l’era,
E che ridendo à lui stendea le braccia,
Da lei per l’un de’ piedi afferra, e tira,
E d’una fromba à guisa il rota, e gira.

Di quel girare il centro ha preso il piede,
Ma la circumferentia il capo ha tolto.
Tre volte il rota, e poi co’l capo fiede
Ad un candido marmo il duro volto.
Come la madre il duro scempio vede,
Che fe del dolce figlio il padre stolto,
Stracciando il crin volge al marito il tergo,
E lascia in furia il parricida albergo.

Un scoglio dentro in mar si spinge, e poggia,
Che stretto, lungo, et aspro in là si stende,
Da l’empio mar cavato d’una foggia
Co’l continuo picchiar, che ’l sasso offende,
Che salva l’onde salse da la pioggia,
Tal, che l’acque da l’acque illese rende.
Ver questo scoglio al mar drizza il camino
La furiosa, e miserabile Ino.

Corre con Melicerta in braccio, e stride,
E chiama spesso Bacco il suo nipote.
Aiuto (dice allhor Giunone) e ride,
Lo Dio celebre tuo ti dia, se puote.
Giunge al monte maggior, salta, e s’uccide,
E col peso, c’ha in braccio, il mar percote.
S’apre l’avido mar, l’inghiotte, e asconde,
E fa lucide in su risplender l’onde.

Venere hebbe pietà de l’innocente,
Che de la figlia Hermione, e Cadmo nacque,
Così dicendo al Re, che co’l tridente
Nel suo tetto real dà legge à l’acque.
Habbi alto Dio pietà de la dolente
Donna congiunta tua, che nel mar nacque,
Dovrei dal mare haver gratia, ch’io crebbi
Nel mare, e fui sua prole, e ’l nome n’hebbi.

I due nipoti miei, c’hoggi raccolse
L’Euboico mare, in mar fà che sian Dei.
Volontier consentì Nettuno, e tolse
Quel mortal, che già fu nel figlio, e in lei.
Poi quella maestà donar lor volse,
Che fa, che l’huom si nume faccia, e bei.
E fatto questo il beator Nettuno
Nominò lei Matuta, e lui Portuno.

Molte donne Thebane la figliuola
Vider del lor signor correndo andare
Co’l figlio in braccio, scapigliata, e sola,
(Quel, che mai non l’havean veduto fare)
E sentendo insensata ogni parola,
Si poser curiose à seguitare,
E quelle, che di lor corser più forte,
Vider non lungi il salto, e la sua morte.

Come san, che del Re morta è la figlia,
Che chi morir l’ha vista, à l’altre il dice,
Ciascuna si percote, e si scapiglia,
E si chiama scontenta, et infelice.
E questa, e quella mormora, e bisbiglia,
Che tutto il mal vien da Giunone ultrice.
Già sapean, che per Semele la Dea
Tutto il sangue reale in odio havea.

Si duol di lei ciascuna, e si lamenta,
Che troppo sia d’ogni pietate ignuda,
Che troppo crudelmente si risenta,
Che troppo dentro al cor l’ingiuria chiuda.
Giunon di ciò sdegnata, io vò che senta
(Dice) ogn’una di voi quanto io sia cruda.
Voi ne sassi, ch’à lei Nettuno ha sacri
Vò del mio duro cor far simulacri.

Una mossa à pietà seguir la volle,
Ma nel voler saltar, le vien conteso.
Che mentre per lanciarsi un piede estolle,
Sente l’altro gravar da troppo peso.
Vi guarda, e ’l vede marmo, e ’l corpo molle
Dal duro sasso à poco, à poco è preso.
Al duro scoglio il pie manco appiccosse,
L’altro alto stè ne l’atto, in cui si mosse.

Una, che si battea, mentre fa prova,
Co’l solito ferir darsi nel petto,
Alzata c’ha la mano, il braccio trova
Fatto di pietra, e non può far l’effetto.
Una à la gente, che venia più nova,
Mostrava, ov’ella ascose il regio aspetto;
E secondo, ch’al mar tendeva il dito,
Il simulacro suo restò scolpito.

L’altra, che si svellea le bionde chiome,
E che chiamava lagrimando in vano
Di lei l’illustre, e riverito nome,
Fermò nel sasseo crin la sassea mano.
Restò la bocca aperta, e mesta, come
Stava quando mancò del senso humano.
Lagrimoso era il viso, e quel mirando
Si conoscea, che si dolea gridando.

Molte, e molt’altre addolorate, e meste,
Che piangevan di lei l’acerba morte,
Fecer di piume al corpo un’ altra veste,
E diventaro augei di varia sorte.
Chi di bianco vestia, di bianco hor veste,
E i bianchi, e i neri anchor l’aman si forte,
Che radon sempre l’onde nel volare,
E non si posson mai levar dal mare.

Cadmo non sà, che ’l nipote, e la figlia
La Deità marina habbia ottenuta;
Ne che Nettuno con la sua famiglia
Nomini lui Portuno, e lei Matuta.
Onde à lasciar già vinto si consiglia
La città travagliata, e combattuta
Da tanti strani, e miseri portenti,
Quella, ch’edificò da fondamenti.

Vecchio, scontento, e misero si parte
Ne la opinion sua fermo, e costante,
Con la figlia di Venere, e di Marte,
E ne l’Illiria al fin ferma le piante.
Li revocò à memoria à parte, à parte,
Dal dì, ch’egli lasciò d’esser infante,
Tutta la vita sua cosa per cosa,
Con la seco invecchiata, e cara sposa.

Oime (poi disse) oime superno Dio,
Ho pur discorsi i miei passati eccessi,
Qual’ offesa, qual mal mai vi feci io,
Che in tal calamità cader dovessi?
Sei personaggi ho già del sangue mio
Da morte si crudel veduti oppressi,
Che dar non si potria più cruda, ò tale
À chi commesso havesse ogni gran male.

Forse questo m’avien per quel serpente,
Ch’ io venendo di Tiro uccisi à l’acque,
Che fe, che tutta la Sidonia gente
Innanzi à gli occhi suoi distesa giacque.
S’io lui non uccidea, col crudo dente
Egli ucciso havria me, tal che non nacque
La morte sua da mala intentione,
Quando io ciò fei per mia defensione.

Se ingiuria à qualche Dio signor si fece
Del serpe, e contra me serva lo sdegno,
Faccia serpente me, che in quella vece
Sarò serpe à quel Dio, s’io ne son degno.
Dà fine à pena à la sua lunga prece,
Ch’unisce l’uno, e l’altro suo sostegno.
Le due gambe si fan coda di serpe,
Che s’aggira per l’herbe, striscia, e serpe.

Già simiglia Erittonio, ha già di drago
Dal nodo de le cosce insino al piede,
E di quel, che sarà vero presago,
Questo consiglio à la consorte diede.
Godi una parte de la prima imago
Donna, mentre dal ciel ti si concede.
Godi la man viril, l’humane labbia
Pria, che tutto inserpito il serpe m’habbia.

Piange la Donna amaramente, e dice,
Dolce marito mio, che sorte, e questa?
Qual fato, qual destin, qual ira ultrice
Prender ti fa la serpentina vesta?
Piange egli, e parla à lei; donna infelice
Non pianger, ma l’huom godi, che mi resta.
Ecco viril la man, viril la bocca,
Baciami l’una homai, l’altra mi tocca.

La mesta moglie il bacia, e la man stringe,
E riguarda la coda, che s’aggira,
Et un color, che lui vago dipinge,
Ceruleo, e nero, ombrato à scacchi mira.
Intanto tutto il corpo il serpe cinge
Fin’ à le braccia, e la man dentro tira.
Cadmo oime (dice allhora) oime consorte,
La man dentro se’n vien, tienla ben forte.

La man per forza v’entra, e ’l dir gli è tolto,
Che la lingua in due parti à lui si fende,
E forma prima un favellar non sciolto,
E poi suona un parlar, che non s’ intende.
Già la serpigna squama asconde il volto,
E se vuol favellare, il sibil rende.
Pur si volge à la moglie, e dir s’arrischia,
Ma in vece di parlar sibila, e fischia.

Vede, e stupisce l’infelice moglie,
Come tutto in quel serpe ei si nasconda.
Poi dice, esci, ben mio di quelle spoglie,
Del cuoio serpentin, che ti circonda.
Oime, dov’è il tuo viso, e chi ti toglie
La lingua, e fa, che fischi, e non risponda.
Dov’è l’amato petto, ù son le mani,
Le spalle, i fianchi, e gli altri membri humani.

Si china poi la donna su’l terreno,
E liscia il serpe, et ei la cara sposa
Riguarda, e l’entra poi serpendo al seno,
E quivi s’attortiglia, e si riposa.
Stupiscon, che non tema il suo veneno
Alcuni, e stimar lei molto animosa,
Che comparir, senza saper il fatto,
E restò ogn’un, che ’l vide, stupefatto.

Nel seno il liscia la venerea figlia,
E ’l serpe alza la testa, e in su si spinge,
E intorno al bianco collo s’attortiglia,
Con cinque cerchi, ò sei l’annoda, e cinge.
L’hedera intorno al tronco rassimiglia,
Che circonda la scorza, e non la stringe.
La bacia il grato serpe, e le fa festa,
Nel noto petto poi ficca la testa.

Stassi il capo nel seno, e par che dorma,
E gode il ben, che ’l ciel già fe per lui.
Prega la donna; ò Giove, e me trasforma,
Si, ch’anchor serpe io sia moglie à costui.
Ecco à un tratto ancho à lei fugge la forma,
E non è più un serpente, ma son dui.
E serpono ambedue fra l’herba, e vanno
Ne’ più propinqui boschi, e lì si stanno.

Questi fecer di serpe quella sorte,
La qual Cervona apppella il Regno Tosco,
Non fuggon l’huom, ne men temon la morte
Da lui, ne ’l mordon mai, ne meno han tosco.
Hor, come vuol la lor cangiata sorte,
Se ben comunemente amano il bosco,
Han l’huom (c’huomini fur) per cosi fido,
Che fanno in molte case i figli, e ’l nido.

Questo conforto solo era restato
Al vecchio lor ringiovenito amore,
Che Bacco il lor nipote havea portato
Da tutta l’lndia il trionfale honore,
E per tutte le patrie era adornato
Da la città crudel d’Acrisio in fuore,
Il qual non sol raccor dentro no’l volle,
Ma stimò la sua pompa infame, e folle.

Che stupor fia, s’Acrisio il Re non crede
À le feste di Bacco altere, e nove,
Poi ch’al nipote proprio non dà fede,
Ne vuol, che sia figliuol Perseo di Giove?
Nel viso suo l’alta sembianza vede
Del Re, che tutto intende, e tutto move,
Ne sol non l’ha per quel, ch’appar nel volto,
Ma il fa gittar nel mar crudele, e stolto.

Una tenera figlia Acrisio havea
Nomata Danae, si leggiadra, e bella,
Che non donna mortal, ma vera Dea
Sembrava al viso, à modi, e à la favella.
Il padre per lo ben, che le volea,
Saper cercò il destin de la sua stella.
Ma ’l decreto fatal tanto gli spiacque,
Che la fe col figliuol gettar ne l’acque.

Di Danae figlia tua (l’Oracol disse)
Nascerà un figlio oltre ogni creder forte,
Che (come son le sorti à ciascun fisse)
Contra sua voglia ti darà la morte.
Queste parole ne la mente scrisse
Acrisio, e per fuggir si cruda sorte,
Fù per ferire à la sua figlia il seno,
Ma l’affetto paterno il tenne in freno.

Onde le fabricò, per far men fallo,
Un superbo giardin per suo soggiorno,
E d’altissime mura di metallo
(Fattavi la sua stanza) il cinse intorno.
In questo breve, e misero intervallo
La condannò fin à l’estremo giorno.
Pur per gradire in parte à l’ infelice,
Le diede in compagnia la sua nutrice.

Quivi ordinò, che con la balia stesse,
Ne quindi volle mai lasciarla uscire,
Perche l’amor de l’huom non conoscesse,
Onde n’havesse un figlio à partorire.
Ma non però il disegno gli successe,
Che male il suo destin può l’huom fuggire.
Quel, che regge nel ciel gli eterni Dei,
La vide un giorno, e s’infiammò di lei.

Ma quando l’artificio ammira, e l’opra,
Che ’l superbo giardin rende sicuro,
Ch’à pena entrar vi può l’aer di sopra,
Tanto và in sù l’inespugnabil muro,
Fa ch’un torbido nembo il giardin copra,
E fagli intorno il ciel turbato, e scuro.
Nel mezzo poi del nuvolo si serra,
E si fà pioggia d’oro, e cade in terra.

Come la nube minacciar la pioggia
Conosce aperto la donzella Argiva,
Corre, e ponsi à veder sotto una loggia,
E de la vista sua l’amante priva.
Ma quando vide in cosi strana foggia,
Ch’ogni sua goccia d’or puro appariva,
Lasciò il coperto, e non temè più il nembo,
Et à la ricca pioggia aperse il grembo.

Poi che ’l ricco thesoro à la donzella,
(Che non sà quel che sia) fatt’ha il sen grave,
Ne và contenta in solitaria cella,
Che pensa confidarlo ad una chiave,
Hor quando sola la vergine bella
Giove rimira, e sospition non have
D’arbitro, ò testimonio, che ’l palese,
La vera forma sua divina prese.

Stà per morir la timida fanciulla,
Quando vede quell’or, che dal ciel piove,
Che la forma dorata in tutto annulla,
E ch’al volto divin si mostra Giove.
Hor mentre egli s’accosta, e si trastulla,
Ella cerca fuggirlo, e non sa dove,
Pur tanto ei disse, e tanto oro mostrolle,
Che n’hebbe finalmente ciò, che volle.

Di Giove partorì la donna un figlio,
Formato c’hebbe Delia il nono tondo,
Che d’ardir, di valore, e di consiglio,
A tempi suoi non hebbe pari al mondo,
Ma conoscendo d’ambo il gran periglio,
Se ’l risapeva il suo padre iracondo,
Tenne nascosto al folle empio, e tiranno
Quel, che Perseo nomò, fin al quart’ anno.

Entrava nel giardino il padre spesso,
Perche di cor la bella figlia amava.
Hor essendovi un giorno, udì da presso
La voce del garzon, che si giocava.
V’accorse, e restò si fuor di se stesso,
Che non sapea, se desto era, ò sognava,
Vedendo entro al giardin la bella prole,
Dov’entra à pena l’aere, il gielo, e ’l Sole.

Pien d’ira, e di furor prende la figlia,
E la strascina un pezzo per le chiome,
La stratia, la percote, e la scapiglia,
E chiede, e vuol, che gli confessi, come
Egli li dentro sia, di qual famiglia,
Che pensi far di lui, com’habbia nome?
La misera si scusa, e scopre il tutto,
E de l’inganno altrui miete mal frutto,

Non crede, che di Giove egli sia nato,
Anchor che chiaro il mostri nel sembiante,
Ma che l’habbia la figlia generato
Di qualche ardito, e temerario amante.
E per fuggir di novo il tristo fato,
Rinchiude lei co’l figlio in uno istante
Dentro un’arca ben chiusa, e in mar la getta,
E crede al Re del mar la sua vendetta.

Di vendicarlo molto non si cura,
Ne Protheo, ne Triton, Teti, ò Portuno,
Anzi particular di Perseo cura
Prende, e di Danae il zio d’ambo Nettuno.
E fa l’arca del mar sorger sicura
In Puglia, ove regnava il Re Piluno.
Tanto, ch’un pescator (ch’ ivi trovolla)
Poi che l’hebbe scoperta, al Re portolla.

Come il cortese Re vide, et intese
La bella madre, e ’l dolce ardito figlio,
E la progenie lor gli fu palese,
E quale havean nel mar corso periglio;
De la venusta giovane s’accese,
E di sposarla al fin prese consiglio.
Al Signor di Sirifo il figliuol piacque,
E’l cortese Pilunno gliel compiacque.

E cosi Polidette suo congiunto
Condusse seco il bel figliuol di Giove.
Ma quando il vide à più begli anni giunto,
E di lui scorse le stupende prove,
E ch’al dolce aere ha tal valore aggiunto,
Ch’ogn’un tira ad amarlo, ogn’un commove,
Fù da qualche sospetto avelenato,
Che non gli sollevasse un dì lo stato.

Dopo lungo pensar fece un convito,
Per torgli (s’ei l’havea) questo disegno.
E fatto fare un generale invito,
Ad ogni huom di quell’isola più degno,
Disse. poi che fe ogn’un lieto, et ardito
Il liquor del vicin Cretense regno,
S’havessi (io sarei ben del tutto lieto)
Un don, ch’io vo tener nel mio secreto.

À pena fu questa parola udita,
Ch’ogn’un da vero, e nobil cavaliero,
Mostrò la mente haver pronta, et ardita,
Pur, ch’egli discoprisse il suo pensiero,
D’oprarsi con l’havere, e con la vita,
Per far, c’havesse il suo contento intero.
Ma Perseo più d’ogni altro ardito, e forte,
Promise con più cor d’un’altra sorte.

Io giuro (disse Perseo) per quel Dio,
Che mi vestì questa terrena spoglia,
Che, per farti contento del desio,
Ch’ascoso stà ne la tua interna voglia,
(Pur che non porti macchia à l’honor mio,
Sia ne l’animo tuo quel che si voglia)
Io non mancherò mai, ne farò scusa,
Se ben volessi il capo di Medusa.

Celebre allhora di Medusa il nome
Era, ch’ogn’un facea diventar sasso.
Ascoltò il cauto Polidette, e come
Fù giunto il dir di Perseo à questo passo,
Disse. io desio le serpentine chiome,
E quel mostro di vita ignudo, e casso,
E puoi tu più d’ogn’un tentar tai prove,
Ch’aiuto havrai dal tuo parente Giove.

Se non l’havesse il forte giuramento
(Che fece troppo subito) legato,
Perseo de la promessa mal contento,
Non sò, s’havesse tal peso accettato.
Pur lasciato da parte ogni spavento,
Disse. ho promesso, e tentar vo il mio fato.
Verso il mar d’Ethiopia ardito passa,
Dove il mostro infelice ogn’uno insassa.

Ma Mercurio, e Minerva, per salvare
Perseo dal mostro dispietato, e fello,
Perche nol fesse in sasso trasformare,
Non mancaro d’aiuto al lor fratello:
E dove, e come, e quando ei debbia andare,
E come acquisti il viperin capello,
L’informar d’ogni parte, di maniera,
Ch’ei troncò il capo à la spietata fera.

Del sangue, che dal collo tronco sparse
Medusa, in un momento fu formato,
E innanzi à Perseo ben guarnito apparse
Fuor d’ogni fede un gran cavallo alato.
Perseo montovvi, e subito disparse,
Che veder volle il mondo in ogni lato.
Si drizza contra il Sole, e non s’arresta,
Tenendo in man la mostruosa testa.

Hor mentre ver Levante il camin prende,
E drizza per la Libia il primo volo,
E da Favonio ad Euro si distende,
E in mezzo stà fra l’uno, e l’altro Polo:
Goccia la testa infame, e ’l sangue rende
Gravido l’African non fertil suolo.
Partorì poi la Libia di quel sangue
Ogni più crudo, e più terribile angue.

Ne mai quel clima poi si vide mondo
Di quei crudi, e pestiferi animali,
Che quanto è più infelice, è più fecondo
Il seme di noi miseri mortali.
Perseo invaghito di vedere il mondo,
Per tutto al suo destrier fa batter l’ali,
Come nube agitata hor quinci, hor quindi,
Da venti Sciti, Australi, Hiberi, et Indi.

Hor dove nasce il Sol drizza la faccia,
Hor dove ne l’ Hesperia ei si ripone;
Vede hor del Cancro l’incurvate braccia,
Hor l’Orsa, che sdegnar suol far Giunone.
Tre volte vide dove il mar s’agghiaccia,
E tre, dove son nere le persone.
Hor vola fra le stelle, et hor s’atterra,
E quando rade il ciel, quando la terra.

Già ne l’estremo mar cadeva il giorno,
E cercava allumar l’altro Hemispero;
Ne pensando più Perseo andar attorno,
Ne creder se volendo à l’aer nero,
Pensò il notturno consumar soggiorno,
Dov’è l’Africa opposta al regno Hibero.
Che quivi gli si fece il mondo oscuro,
E si scoprì con l’altre stelle Arturo.

Reggeva Atlante l’ultimo Occidente,
Quella terra godea, quel ciel, quel mare,
Dove invitar suol Teti il più lucente
Pianeta, al fin del giorno à pernottare.
Non havea Re vicin, che più possente
Potesse à le sue forze contrastare,
D’imperio, e di più eletto popol moro,
Di senno, d’arme, di valore, e d’oro.

Un giardin fra due monti si nasconde,
C’ha volto à l’orto Hiberno il lieto aspetto,
L’irrigan due diverse, e limpid’onde,
Ch’ambe d’arena, e d’or corrono il letto.
Gli arbori, i rami, i frutti, i fior, le fronde
Risplendon tutti d’or forbito, e netto.
Già ne rubò Prometeo al ciel un pomo,
Quando il foco involò, che formò l’huomo.

L’ottenne poi dal suo fratello Atlante,
E nel suo bel giardin sotterra il pose,
Quel nacque, e fe multiplicar le piante,
Ma ’l Re le tenne avaro à tutti ascose.
Mai non pose lì dentro alcun le piante,
Vi faceva egli sol tutte le cose,
Egli era l’hortolano, egli il godea,
Et un gran drago à guardia vi tenea.

Fea stare il crudo dente ogn’un discosto
Del mostro altier, che in una torre stava;
E s’un vedea vicin, d’un volo tosto
Dava le penne à l’aria, e ’l divorava.
Sol le figlie del Re (secondo imposto
Atlante al mostro havea) non oltraggiava.
Tal che d’ un grosso miglio intorno al muro
Solo à lui quel paese era sicuro.

Hebbe ventura il Greco, che ’l dragone
Volendo allhor ne l’horto il cibo torre,
Che gli portò l’avaro suo padrone,
Lasciato havea la guardia de la torre,
Che l’infelice capo di Gorgone
À tempo non havria potuto opporre,
À la porta de l’oro il vol ritenne,
Dove ad un grosso Pin legò le penne.

Non molto lunge à le superbe porte
Vede il superbo Atlante, che vien fuore,
E torna solo à la sua regia corte,
Ne alcun gli viene in contro à fargli honore.
Ch’ogni suddito suo teme si forte
(Sia pur di grande ardir, sia di gran core)
Del rio dragon, ch’alcun non s’assicura
D’appressarsi d’un miglio à quelle mura.

Con quella riverenza, et humiltade,
Ch’à dignità si deve alta, e superba,
Perseo s’inchina à quella maestade,
Che ne l’altiera fronte Atlante serba.
Magno Signor dal ciel la notte cade,
E non vorrei le piume haver da l’herba,
E poi, che ’l giorno qui m’ha volto il tergo,
À la maestà tua dimando albergo.

S’huom di progenie altissima ti move,
E fa, che volentier gli dai ricetto;
Se d’udir cose sopr’humane, e nove
Prende Atlante invittissimo diletto;
Alberga il giunto quì figliuol di Giove,
Che di cose alte, e nove ha pieno il petto.
E ben creder me’l puoi, ch’andando à torno
Ho visto il mondo tutto in un sol giorno.

Stupisce Atlante, ch’un sia tanto ardito,
Che non tema l’horror di quella porta,
Che ’l suo dragone ogn’uno ha sbigottito,
Tanto v’ha gente avelenata, e morta.
Come ha il suo intento, e ’l suo lignaggio udito,
Con vista il guarda disdegnosa, e torta,
Che la stirpe di Giove ha in odio, e teme
Per quel, che già in Parnaso udì à Teme.

Verrà un figliuol di Giove un giorno Atlante,
(Gli disse) ove il giardin tant’oro asconde,
Che spoglierà le tue superbe piante
De’ frutti d’or, de’ rami, e de le fronde.
Però con voce acerba, et arrogante,
À l’odioso peregrin risponde.
Sia da te lunge Giove, e questo muro,
Di tue nove, e tue glorie io non mi curo.

Prega il figliuol di Giove, et ei minaccia,
Al fin crucciato il risospinge, e sforza.
Tanto, ch’ irati vengono à le braccia,
Ma chi d’Atlante agguagliar può la forza?
Perseo trahe fuor la stupefatta faccia,
Ch’à chi la vede immarmora la scorza.
Egli portava al fianco ogni hor Medusa
In un sacco di cuoio ascosa, e chiusa.

Non ha il Greco di Palla il raro scudo,
Ch’ à l’arcion pegaseo legato pende,
C’havendol può mirar quel mostro crudo,
E fa, che non s’ insassa, e non l’offende.
Hor quando il fa restar del zaino ignudo,
Per ammutir quel Re, con cui contende;
Chiude le luci, e ’l tergo à serpi volto,
Gli oppone in faccia il dispietato volto.

Come in quel viso, in quei viperei toschi,
Che pendon de lo spirto ignudi, e cassi,
Intende gli occhi incrudeliti, e foschi,
Cresce Atlante di pietra, e un monte fassi.
La barba, e i neri crin diventan boschi,
E le parti più dure si fan sassi,
Le vene restar vene, e fer nel monte
Il sangue distillarsi in più d’un fonte.

Ogni suo picciol pel, c’havea su’l dosso,
D’herba fessi humil pianta, ò verde arbusto.
Divenne un duro sasso il nervo, e l’osso,
La costa, il dente, l’anca, il braccio, e ’l busto.
Fù cima il capo, e ’l piè formar più grosso
Le piante, atto sostegno al grave fusto.
Hor il giorno, e la notte al caldo, e al gielo
Tutto sostien con tante stelle il cielo.

Come Perseo à Medusa ha posto il manto,
Apre le luci, e si rivolta, e vede
Un monte, che non v’ era, e s’alza tanto,
Che su’l suo dosso il ciel si posa, e siede.
Pensa gir poi per ristorarsi alquanto,
Dove scorge un villaggio, e move il piede
Verso il cavallo alato, e in aria poggia,
E vi giunge in un volo, e quivi alloggia.

Tutte servito havean la scura Notte
Ad una ad una già l’Hore notturne,
E l’Aurora le tenebre havea rotte,
Spargendo i fior con le sue mani eburne,
E togliea da le case, e da le grotte
Tutti i mortali à l’opere diurne;
Quando su’l pegaseo veloce ascese
Perseo, e per l’Ethiopia il volo prese.

Su l’Ocean scopria già il Cefeo lido,
Dove Cassiopea troppo hebbe orgoglio,
Quando più d’un lamento, e più d’un strido
S’udì tutto empir l’aere di cordoglio.
Perseo rivolge gli occhi al flebil grido,
E vede star legata ad uno scoglio
Una infelice vergine, che piange
Per lo timor, che la tormenta, et ange.

Ó sententia di Giove, ò sommo padre
Come la tua giustitia (oime) consente,
Che per l’error d’una orgogliosa madre,
Patir debbia una vergine innocente ?
Fù di bellezze già cosi leggiadre,
E di si altiera, e gloriosa mente
La madre di colei, ch’à la catena
Piange l’altrui delitto, e la sua pena.

Che non solo osò dir, che in tutto il mondo
Di belta donna à lei non era pare,
Ma che non era viso più giocondo
Fra le Ninfe più nobili del mare.
Dove Nettuno stà nel più profondo
Mar, se n’andar le Ninfe à querelare,
Dove conchiuso fù da gli aquei Dei
Di punir l’arroganza di colei.

Manda d’accordo un marin mostro in terra,
Perche dia il guasto à tutta l’Ethiopia.
Le biade egli, e le piante, e i muri atterra,
E fa lor d’ogni cosa estrema inopia.
Sepper poi da l’Oracol, che tal guerra
Si finiria se la sua figlia propia
Desse al pesce crudel Cassiopea,
Che bella sopra ogni altra esser dicea.

Così per liberare il popol tutto
Da così gravi, e perigliosi some,
Cagionaro in Andromeda quel lutto,
(Che così havea la sventurata nome)
E in quello scoglio sopra il lito asciutto
Ignuda la legaro al mostro, come
Dissi, che la trovò colui, che venne
À caso lì sù le Gorgonee penne.

Perseo fa, che l’augel nel lito scende,
E più da presso le s’accosta, e vede,
E mentre gli occhi cupidi v’intende,
E la contempla ben dal capo al piede;
Senza saper chi sia, di lei s’accende,
Et ha del suo languir maggior mercede,
E ’n lei le luci accese havendo fisse
Pien d’amore, e pietà cosi le disse.

Donna del ferro indegna, che nel braccio
Fuor d’ogni humanità t’annoda, e cinge,
Ma degna ben de l’amoroso laccio,
Che i più fedeli amanti abbraccia, e stringe;
Contami, chi t’ha posto in questo impaccio,
E quale Antropofago ti costringe
À farti lagrimar sul duro scoglio,
Che ’l lito, e ’l mar fai pianger di cordoglio.

Contami il nome, il sangue, e ’l regio seno,
Che t’ han dato per patria i sommi Dei.
Ch’ io veggio ben nel bel viso sereno
La regia stirpe, onde discesa sei.
Che se quel, che in me può, non mi vien meno,
Ti sciorrò da quei nodi iniqui, e rei.
China ella il viso, e si commove tanto,
Che in vece di risposta accresce il pianto.

E se i legami non l’havesser tolto
Le man, vedendo ignudo il corpo tutto,
Celato avrebbe il lagrimoso volto
L’ignudo fianco, la vergogna, e ’l lutto.
Pur si la prega il Greco, che con molto
Pianto, e con poche note il rende instrutto
De l’arroganza de la madre, e poi
Palese fè la patria, e’ maggior suoi.

Ecco, mentre che parla, un romor sorge,
E in un baleno il mar tutto turbare.
Perseo alza gli occhi, e mentre in alto scorge,
Pargli un monte veder, che solchi il mare.
Questo è quel pesce, à cui l’Oracol porge
L’infelice donzella à divorare,
E quanto mar da quel lito si scopre,
Tanto co’l ventre suo ne preme, e copre.

La misera fanciulla alza le strida;
Con fioco, e senil grido il padre piange;
La madre si percote, e graffia, e grida;
S’appressa il pesce ingordo, e l’ onda frange.
Perseo del suo valor tanto si fida,
Ch’ad ambo dice, dal dolor, che v’ange,
Io vi trarrò, ma ben vorrei, ch’offerto
Fosse il connubio suo premio al mio merto.

Perseo son io, figliuol del sommo Giove,
Nipote son d’Acrisio, Argo è ’l mio regno.
E se ben stesse à me dir le mie prove,
lo non sarei di voi genero indegno.
Cefeo, e la moglie à quel parlar si move,
E questa, e quei gli dà la fe per pegno,
Che se dal mare Andromeda riscote,
Gli daran lei con tutto il regno in dote.

Si come legno in mar, c’ hà in poppa il vento,
Et ogni vela inalberata, e piena,
Se’n vien non men veloce, che contento
Per posseder la desiata arena:
Così quel mostro vien presto, et intento
Per trangugghiar si delicata cena,
E brama posseder l’amato lito
Per contentar l’ingordo empio appetito.

L’innamorato giovane, che mira,
Che ’l pesce con ingorde, et empie voglie
À quello sventurato scoglio aspira,
Per torre à lui la convenuta moglie:
Gli vola incontra, e intorno poi l’aggira,
Per ottener da lui l’opime spoglie,
E per ritrar dal suo ferir più frutto,
Prima, ch’ investa, il riconosce tutto.

L’ ombra nel mar de l’huomo, e del destriero
Vede la belva mostruosa, e strana,
E lascia il cibo sensitivo, e vero,
Per seguir l’ombra fuggitiva, e vana.
Perseo su l’animal presto, e leggiero
Verso il celeste regno s’allontana,
Cala poi, qual l’astor sopra la starna,
Ma l’hasta nel suo tergo non s’ incarna.

Qual se l’augel di Giove in terra vede
Godersi al Sol l’intrepido serpente,
E pensa por su lui l’avido piede,
Gli va da tergo, e d’afferrar pon mente
Con l’unghia la cervice, onde non crede
Che voltar possa il venenoso dente:
Tal Perseo il fiero Ceto offende, e preme
In quella parte, onde men danno teme.

S’accorge al fin, che se mill’anni stesse
À percotergli il dosso con quel pino,
Ó con lo stocco offender si credesse
Quello squamoso scoglio adamantino,
Sarebbe come, s’un fender volesse
Con una spada l’Alpe, ò l’Apeninno.
Tanto, che di ferirlo in parte loda,
Ch’al mostro dia più danno, à se più loda.

Quando egli tutto riconobbe intorno
L’horrendo pesce, ne la fronte scorse
Le due fenestre, ond’egli prende il giorno,
Ch’eran di tal grandezza, che s’accorse,
Ch’ivi maggiore à lui far si potea scorno,
E innanzi à gli occhi suoi subito corse.
Lo smisurato Ceto il morso stende
Per inghiottirlo, e Perseo al cielo ascende.

La lancia gli havea pria rotta su’l dosso,
Ma teneva à l’arcion sospeso un dardo,
E con quel contra l’aversario mosso
L’aventa in mezzo à l’inimico sguardo.
Il pesce appunto in quel, che fu percosso
Volle abbassare il capo, ma fu tardo.
Che con tal forza Perseo il braccio sciolse,
Ch’in quel, che’l mostro il vide, il dardo il colse.

Il ferro non trovò la squama dura,
E penetrò ne l’occhio alto, et intento,
Tal, che non sol fe la pupilla oscura,
Ma gli die tal dolore, e tal tormento,
Che del tutto lasciò la prima cura,
E diessi à vendicare il lume spento.
Di vendetta desio per l’aria il tira
Dove volare il suo nemico mira.

Vorrebbe il grave peso andare in alto
Per vendicar la scolorata luce,
E ne l’aria gli dà più d’uno assalto,
Ma ’l troppo peso abbasso il riconduce.
E nel cader fa l’acqua andar tant’alto,
Che pone in dubbio il valoroso duce,
S’egli co’l suo destrier per l’aria vola,
Ó se nuota nel mar fin’ a la gola.

Conosce ben che l’inimico offeso
Di vendetta desio preme, et invoglia,
E se non gliel vetasse il troppo peso,
Vendicheria la sua soverchia doglia,
Ma s’alza alquanto, e poi cade disteso,
E men col salto và, che con la voglia.
Perseo mostra fuggir volando basso,
E ’l tira in alto mar lunge dal sasso.

Come condutto l’ha lunge dal lito,
Prende la pelle, ove Gorgon si serra;
Che gli par questo assai miglior partito,
Da terminar la perigliosa guerra.
Ma pria, che sia del zaino il capo uscito,
Volta le spalle al popol de la terra.
E poi dinanzi al mostro alza la mano,
E mostra il crudel volto à l’occhio sano.

Tosto, che vede il pesce il crudo aspetto,
La carne indura, e ’l sangue, e pietra fassi.
E le spalle, e la coda, e l’occhio, e ’l petto,
Con tutte l’altre membra si fan sassi.
La pancia và à trovar del mare il letto,
Son le spalle alte fuor ben dieci passi.
E ’l diametro lor tanto si spande,
Che fanno un scoglio in mar sassoso, e grande.

Da poi che ’l mostro più non gli contende,
E c’ha di sasso il corpo, e spenta l’alma;
Vola in una isoletta, e quivi scende,
E lega il suo destriero ad una palma.
Che prima, che si mostri al lito, intende
Quivi lavar l’insanguinata palma.
Che’l pesce, c’hor nel mare è sasso essangue,
Tutto sparso l’havea d’acqua, e di sangue.

E, perche in terra offeso non restasse
Il volto, che fe sasso la balena,
Certe ramose verghe del mar trasse,
E gli fe un letto in su la trita arena.
Io non credo, ch’à pena le toccasse,
Che la scorza di fuor, dentro la vena,
Alterar si sentì la sua natura,
E farsi pietra pretiosa, e dura.

Ma le Nereide, ch’ immortali, e dive
Non han punto à temer di quella testa,
Con altre verghe assai bagnate, e vive
Voller toccar la serpentina cresta.
Vistole poi restar del legno prive,
Ne fer con l’altre Ninfe una gran festa.
Co’l seme anchor la vennero à toccare,
E quel poi seminar per tutto il mare.

Cosi nacque il corallo, e anchor ritiene
Simil natura, che nel mar più basso,
È tenero virgulto, e come viene
A l’aria s’indurisce, e si fa sasso.
Perseo già mondo al desiato bene
Aspira, e serpi asconde, e in aria il passo
Move, e giunge in un vol dove su’l lito
Altri il genero aspetta, altri il marito.

I lieti gridi, il plauso, e le parole
Sparser di gaudio il ciel tosto, che venne.
Ogn’un s’inchina, ogn’un l’ammira, e cole
Tosto, ch’ei lascia le veloci penne.
Cefeo, e la moglie inginocchiar si vole,
Ma Perseo à forza in alto li ritenne.
Genero già il salutano, e gli danno
Tutti i più degni titoli, che sanno.

Perseo legata Andromeda anchor vede,
V’accorre in fretta, e subito la scioglie:
E poi con l’honestà, che si richiede,
Saluta allegro la salvata moglie.
Indi ver la città drizzano il piede,
Dove il palazzo regio li raccoglie.
Ma far lo sponsalitio ei non intende,
Se prima à gli alti Dei gratie non rende.

Drizzò tre altari in uno istesso luogo
Per Giove, per Mercurio, e per Minerva.
E vi fe sù per l’hostia un picciol rogo
Con quella cerimonia, che si serva.
Un Toro, che giàmai non sentì il giogo
A lo Dio, che nel ciel maggior s’osserva,
Sacrò fra quelle fiamme accese, e chiare,
Ch’ in mezzo stan nel più sublime altare.

À Mercurio un Vitel ne l’ara manca
Sacrò sopra altre fiamme accese, e vive;
Et una Vacca come neve bianca
À l’ inventrice de le prime Olive.
Fatti quei sacrificij, altro non manca
Che goder le bellezze uniche, e dive,
E con allegro, e propitio Himeneo
Colei, che liberò, sua sposa feo.

Fansi le regie nozze, e sontuose
Con ogni sorte d’allegrezza, e festa.
Di seta, e d’oro, e pietre pretiose
Si vede ogni ornamento, et ogni vesta.
Traggon le donne fuor le gemme ascose,
E n’ornano altri il collo, altri la testa.
Empion voci, e stormenti eletti, e buoni
L’aria di mille canti, e mille suoni.

Ne la sala real lieta, et immensa
Si vede il ricco, e nobile apparato,
Dove à la larga, e sontuosa mensa
Ogni ordine s’honora, et ogni stato.
E per tutto egualmente si dispensa
Ogni cibo più raro, e più pregiato.
È ver, che Bacco, e ’l suo divin liquore
Vollero in quel convito il primo honore.

Poi, che ’l divin Lieo tutti i cor lieti
Fatti ha, come di fuor mostrano i volti,
E che lasciar veder gli aurei tapeti
I lini, che lor fur di sopra tolti:
Vi fur da lor più degni alti Poeti
Dolci versi cantati, ma non molti.
Poi cercò intender Perseo, il clima, e ’l sito,
I costumi, e ’l vestir, le leggi, e ’l rito.

Come hebbe inteso di quel regno in parte
Del governo, e del clima i proprij doni,
Disse il più gran Signor, c’havesse parte
In quelle troppo calde regioni.
Dimmi ti prego Perseo con qual’ arte,
Con qual valor vincesti le Gorgoni,
Come acquistasti quella horribil fronte,
Che fe di quel gran pesce in mare un monte.

Perseo cortese al cavalier si volse,
Poi fe, che queste note ogn’uno intese.
Da poi, ch’ inanimar quel Re mi volse,
Che m’ha nutrito à si dubiose imprese;
À favorirmi mia sorella tolse
Minerva, e con Mercurio in terra scese;
E non mi lasciar porre a quel periglio
Senza l’aiuto loro, e ’l lor consiglio.

Lo scudo al braccio Pallade mi pone,
Mercurio l’ali à pie, la spada al fianco,
Poi disse Palla. Il capo di Gorgone
Havrai senza restare un marmo bianco,
S’ove il Sol ne l’Hesperia si ripone,
Tu saprai ritrovar nel lato manco
Dove assicura due sorelle un muro,
Che vecchie son, ne giovani mai furo.

D’un figlio di Nettuno Forco detto
Nacquero, e come uscir del materno alvo
Cangiaro à un tratto il puerile aspetto
La canicie del volto, e ’l capo calvo.
Nacquer de lumi anchor private, eccetto
Ch’un’ occhio sol fra due ne trasser salvo.
E con uno occhio fuor d’ogni costume
Anc’hoggi gode hor l’una, hor l’altra il lume.

Permise questo il lor fiero destino
Per dar castigo al troppo empio peccato
Di Forco, il qual contra il voler divino
Fù da si obsceni vitij accompagnato,
Che si congiunse ad un mostro marino,
E nacquer de quel coito scelerato
Queste, à cui mostra un’ occhio il giorno, e ’l cielo,
Che fer cano in un punto il volto, e ’l pelo.

Vizze, canute, curve, e rimbambite
Si fer con larga bocca, e labra schive,
Co’l mento in fuor pensose, e sbigottite
Come fosser cent’anni state vive.
Come le vide il padre si stordite,
E d’ogni honor d’ogni fortezza prive,
Del patrio le scacciò Corsico sito,
E le fe por sù l’Africano lito.

Ma non potè Pluton lor zio soffrire,
Che le nepoti in tutto abbandonate,
Penasser lì senza poter morire,
Che sapea, ch’immortali erano nate.
Onde per donar lor forza, et ardire,
Andò là dove attonite, e insensate
Sedeano, e le dotò di si gran pregio,
Che poi mai più non s’hebbero in dispregio.

Quattro Coturni alati esser contente
Le fer, da quali i piedi hebber si snelli,
Ch’elle non sol dapoi non fur si lente,
Ma giro à par de’ più veloci augelli.
La prova voller fare immantinente
De rari stivaletti, alati, e belli,
E visto si veloci havere i vanni,
Tutti scacciaro i lor canuti affanni.

Con quest’ali cercar la terra, e ’l mare,
E dopo più d’un volo, e più d’un giro,
Ne l’Atlantico lito ad habitare
Incontro à gli horti Hesperidi ne giro.
Hor queste t’è mistier di ritrovare,
S’adempir brami il troppo alto desiro.
Che quelle, che tu cerchi, in parte stanno,
Che queste dette Gree sole la sanno.

Sanno anchora una valle amena, e bella,
Ch’alcune illustri Ninfe hanno in governo,
Ricche d’un morione, il qual s’appella
L’invisibil celata de l’inferno.
Formata fù da l’ infernal facella,
Et hebbe tempra tal dal lago averno,
Che se la porta à sorte in capo alcuno,
Veduto esser non puote, e vede ogn’uno.

Ne fece gratia lor l’infernal Nume,
Con legge, ch’altrui mai non si credesse,
Se non à le due Gree, c’ hanno un sol lume,
S’alcuna di lor due d’huopo n’havesse.
Fece le Dee giurar su’l nero fiume
Pluton, prima che dar lor la volesse,
Che l’una, e l’altra vecchia sua nipote
Volle anchor rallegrar con questa dote.

Se giunger cerchi al destinato scopo,
Più d’un da queste haver convienti aiuto,
Ch’à le Ninfe ti guidino, e che dopo
La celata per te chieggan di Pluto.
Ma se questo ottener brami, t’è d’huopo,
Che vadi più, che puoi nascosto, e muto,
Che per promesse mai, ne per preghiere
Non potresti da lor questo ottenere.

Ch’à le Gorgoni son le Gree sorelle,
Di Forco nate, e del mostro marino.
E per non farsi al lor sangue rubelle,
Mai non ti mostrerebbono il camino.
Ch’essendo mostruose, e schive, anch’elle
Una, perche peccò, due per destino,
Si stanno in un deserto afflitte, e triste,
E non si curan molto d’esser viste.

Hor se tal coppia haver brami per duce,
Che volan sì, che ’l folgore è più tardo,
E l’elmo, ch’ invisibil l’huom conduce,
Convienti ad una cosa haver riguardo.
Che cerchi d’ involar lor quella luce,
Ond’ han comune hor quella, hor questa il guardo.
E sappi certo s’involar la puoi,
Che da le Gree trarrai ciò, che tu vuoi.

Se l’occhio involar puoi, no’l render mai,
Se non giurano pria d’esser tua scorta,
E se per mezzo lor l’elmo non hai,
Che fa gir invisibile chi ’l porta,
Perche se senza lui visibil vai,
Anchor, che sia da te Medusa morta,
Da l’altra Euriale detta, e da Stenone,
T’è forza rimaner morto, ò prigione.

Tu dei saper, che son nate immortali
Le due, che son con lei, figlie di Forco.
Et ambe d’Aquila han veloci l’ali,
E le zanne più lunghe assai d’un porco.
E son sì bellicose, e si fatali,
Che se non porti il morion de l’orco,
Essendo tu mortal nato, e non divo,
Non te ne lascieran partir mai vivo.

D’un’altra cosa anchora io t’ammonisco,
Che mentre intento voli al capo crudo,
Se d’impetrarti non vuoi correr risco,
Fa, che guardi continuo in questo scudo.
Che se qui dentro il crudo basilisco
Miri, non ti può far de l’alma ignudo.
Con questo specchio ti consiglia, come
Puoi tor la vita à le tremende chiome.

Guarda qui dentro, e poi vanne à l’ indietro,
Et à lei giunto d’un rovescio dalle,
Che l’aere ripercosso in questo vetro,
Ti mostrerà da pervenirvi il calle.
Come la vedi degna del feretro,
Che l’harai tolto il capo da le spalle,
Volgi sicuro à lei lo sguardo, e ’l passo,
Che s’ hai lo scudo, non ti può far sasso.

Poi che m’hebbe del fatto à pieno instrutto,
E di torre à le due l’unico lume,
Io me ne vado in aria alto condutto,
Verso le Gree da le Cillenie piume.
Hor sotto ho ’l mare, hor v’haggio il lito asciutto,
Ne m’arresta aspro monte ò largo fiume.
Giungo al lor luogo, e smonto in un boschetto,
Dove m’havea la mia sorella detto.

Stommi in quello albereto ombroso, e folto
Fin ch’escon nel giardin per lor diporto:
E riguardo per tutto, e non sto molto,
Ch’ambe io le veggio passeggiar per l’horto.
Miro fra fronde, e fronde ad ambe il volto,
Insin, che l’occhio illuminato ho scorto,
Sto cauto, e come commodo mi viene,
Volo dietro à colei, che l’occhio tiene.

Mentre à la vecchia, ovunque si diporta
Io son sempre à le spalle, odo che chiede
Quell’occhio, ilquale illumina, chi’l porta,
La Grea, che ne stà senza, e che non vede.
La sorella, cortese e poco accorta
Se’l cava da la fossa , dove siede.
Stendo io la mano, mentre à l’altra il porge,
E dallo à me per lei, ne se n’accorge.

Allhor di un volo alquanto io mi discosto,
Et odo anchor colei, che l’occhio vole,
L’altra risponde, haverglielo in man posto,
E van multiplicando le parole.
Io non potei tener le risa, e tosto
Volan ver me per racquistare il Sole,
Ma ne’ Coturni havendo anch’ io le piume,
Prender non mi potean senz’ il lor lume.

Al fin se voller l’occhio, lor fu d’huopo
Di torsi via d’ogni altra opinione,
Giurar condurmi al destinato scopo,
Et impetrar la cuffia di Plutone.
Rendo lor l’occhio desiato, e dopo
Voliam per l’invisibil morione.
Servan le Ninfe al fato il giuramento,
E del dono infernal me fan contento.

Dopo lungo volar sento, che dice
Quella, che l’occhio havea, noi siamo al passo.
S’à te veder la mia sorella lice,
Senza, che t’habbi à trasformare in sasso;
Guarda, che dorme là in quella pendice,
Se tu la vuoi veder, tien l’occhio basso.
Non vi guard’io, resta Medusa à dietro,
Tanto, che ripercote entro al mio vetro.

Come l’ho ne lo scudo, in terra scendo,
E come il granchio verso lei camino.
Riguardo ne lo specchio, e ’l ferro prendo,
Tanto, ch’à lei, che dorme, m’avicino.
Come vi giungo, il braccio in dietro stendo,
E co’l consiglio, e co’l favor divino
Le tiro un gran rovescio sopra il collo,
E ’l tronco, e le fo dar l’ultimo crollo.

Da l’aere ripercosso il vetro fido
Il tronco collo à gli occhi mi riporta,
Et ecco sento un lagrimoso strido,
Che fa in aria colei, che l’occhio porta.
Risuona à pena il mesto, e flebil grido,
Medusa (oime) la mia sorella è morta,
Ch’odo anchor l’altra vecchia, che non vede,
Che seco duolsi, e stride, e l’aria fiede.

À pianti, à gridi lor non pongo mente,
Ma prendo il tronco capo, et ecco intanto,
Euriale con Stenon, che ’l grido sente,
Corrono, e l’una, e l’altra accresce il pianto,
Arrotano il porcino, e crudo dente,
E se non m’ascondea l’infernal manto,
Vidi ciascuna si veloce, e forte,
Che fuggita à gran pena havrei la morte.

Mentre guardando in terra al cielo aspiro,
Per gire à le mie parti amene, e belle,
Et ascolto ogni pianto, ogni martiro,
Che dicon le due Gree, con le sorelle,
Unirsi il sangue di Medusa miro,
E fare altro colore, et altra pelle;
E ’n manco tempo, ch’io non l’ho contato,
Si fe guarnito un bel cavallo alato.

Io, che’l veggio si forte, agile, e bello,
E tanto atto al maneggio, al volo, al corso,
D’un volo vò su’l quadrupede augello,
Ch’ io vo veder, come obedisce al morso.
E ’l trovai si latin, veloce, e snello,
Che su lui tutto l’aere ho visto, e corso.
E dopo haver cercato il mondo tutto,
À farmi sposo il vol qui m’ ha condutto.

À tal successo sol fu questo aggiunto,
Che per non esser falso, ne pergiuro,
Come al giardin fu de le Ninfe giunto,
Lasciò l’elmo infernal dentro al lor muro.
Poi credendo arrivato essere al punto,
Chiuse la porta al suo parlar, ma furo
Quei Principi si vaghi del suo dire,
Ch’anchor questo da lui vollero udire.

Dimmi ti preghiam Perseo, gli fu detto,
Perche de le tre giovani, à sol una
Fer mostruoso i serpi il primo aspetto?
Dì, se fu suo peccato, ò sua fortuna?
Perseo, che pria, che gisse al lor ricetto,
Volle saper la sorte di ciascuna,
E sapea de le serpi, e de’ crin d’oro,
Così rispose à la richiesta loro.

De le tre prime, che di Forco prole
Furon, Medusa sol nacque mortale:
Ma fu ben di bellezze uniche, e sole,
Senza havere à suoi giorni al mondo eguale.
Divino il volto, ogni occhio un vivo Sole
Onde scoccava ogn’hor l’aurato strale
Cupido, e sopra ogni altra hebbe i capelli
Biondi, lunghi, sottili, ornati, e belli.

Vede il rettor del mare il suo bel viso,
E quanto l’aurea chioma arde, e risplende,
Vede gli occhi soavi, e ’l dolce riso,
Ne si parte da lei, che se n’accende.
Non gli occorrendo allhor migliore aviso,
La forma d’un cavallo approva, e prende,
E infiamma à un tratto lei di quel desiro,
Del quale accese Europa il Toro in Tiro.

Come ha ’l rettor del pelago il suo amore
Fatto montar su’l trasformato dorso,
Entra ne l’alto suo salato humore,
Poi per le note strade affretta il corso;
E senza uscir de l’Africano ardore,
In terra à se medesmo affrena il morso.
E presa la viril spoglia di prima,
Fà si, ch’ottien di lei la spoglia opima.

Ma non havendo luogo più vicino
Da satisfare à le veneree voglie:
Non riguardando al pio culto divino,
Spogliata questa, e quel, tutte le spoglie,
Nel tempio di Minerva il Re marino
Ne le sue braccia ignuda la raccoglie.
Per non veder quel mal l’offeso Nume
Lo scudo oppose à lo sdegnato lume.

Poi per punir d’un’ atto si lascivo
Colei, ch’errò nel suo pudico tempio,
L’illustre crin del suo splendor fe privo,
Perch’ella fosse à l’altre eterno essempio.
Die l’alma al suo capello, e fello vivo,
Fe d’ogni crine un serpe horrendo, et empio,
E i begli occhi, ond’Amor già scoccò l’armi,
Volle, che i corpi altrui facesser marmi.

E per far, ch’altra mai donna non tenti
Lasciva à lei mostrare il corpo ignudo,
E per terror de le nemiche genti,
Fe scolpir natural quel volto crudo,
Con gli horrendi, e pestiferi serpenti,
Nel suo famoso, et honorato scudo.
E per altrui terrore, e sua difesa,
De le sue insegne il fe perpetua impresa.