Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/311

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robinson crusoe 267


per l’ammaestramento di quella povera creatura; e mi è forza confessare (e verrà in tale sentenza chiunque sia mosso ad operare dagli stessi principi) che nello schiarire le cose al mio scolaro, io realmente mi addottrinai in molte, le quali o non sapeva o non aveva ponderate abbastanza in addietro, che allora mi occorsero naturalmente all’intelletto nelle investigazioni fatte per l’insegnamento del povero selvaggio; onde più che per lo innanzi presi amore di queste considerazioni. In somma, sia o no divenuto migliore per opera mia quello sfortunato, certo ho grande motivo di ringraziare la celeste provvidenza che me lo inviò. I miei cordogli da quell’istante divennero più leggieri; la mia abitazione mi si rese oltremodo cara; e quando pensava che questo solitario confine mi fu non solo un impulso a volgere gli sguardi al cielo io medesimo e a cercare con affetto la mano che mi vi aveva condotto, ma era per rendermi con l’aiuto di Dio uno stromento alto a fare salva la vita e, a quanto sembrommi, l’anima di un povero selvaggio ed a condurlo su la via della religione e degl’insegnamenti della cristiana dottrina e dell’adorazione di Gesù Cristo in cui è la vita eterna: quando io pensava a tutto ciò, una segreta gioia comprendeva ogni parte della mia anima; e una tale idea frequentemente mi è stata di consolazione sino al termine del mio esilio in questo luogo: esilio ch’io aveva si spesso riguardato come la più spaventosa fra quante sventura avessero mai potuto avvenirmi.

In questo spirito di gratitudine al cielo io terminai il rimanente della mia relegazione, e le conversazioni occorse per intere ore fra me e Venerdì resero i tre anni che vivemmo qui insieme compiutamente felici, se compiuta felicità può sperarsi in questo sublunare pianeta. Quel povero selvaggio era adesso un buon Cristiano, anzi molto migliore di me, benchè io abbia motivo di sperare, e Dio mi faccia dire la verità, che fossimo entrambi egualmente penitenti, egualmente confortati e rassicurati dalla natura del nostro pentimento. Qui avevamo per leggerli i divini volumi, nè lo spirito del Signore era per istruirci più lontano da noi che nol sarebbe stato nell’Inghilterra. Il mio principale studio nel leggere a Venerdì la sacra Scrittura si fu quello di spiegargli meglio che poteva il significato di quanto gli leggeva; ed egli dal canto suo con le sue serie interrogazioni e curiosità mi rendea, come ho già detto, più istrutto nelle sacre carte, che nol sarei mai stato, se avessi fatta da me solo questa lettura.