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degli schiavi che vi stavano sopra. Avea poi fatte ventidue croci su la carta, quali indizi delle avemmarie recitate alla santissima Vergine in ringraziamento del prospero mio ritorno. Dopo avermi eccitato di tutto cuore a recarmi sul luogo e a riprendere in persona il possesso de’ miei beni, mi chiedeva in quali mani, s’io non fossi andato, io volea che fossero passate le mie rendite. Aggiunse mille cordiali offerte per parte sua e della sua famiglia, inviandomi in dono sette belle pelli di leopardo portategli, a quanto sembra, da qualche altro vascello ch’egli avea spedito nell’Africa e che fece più buon viaggio di quello ov’io m’imbarcai. Mi presentò inoltre di cinque casse di confetti e di cento piastre d’oro non coniate, un po’ men larghe per altro d’un moidoro.

Nello stesso bastimento che mi portò questi donativi, i miei fidecommissari m’inviarono duecento casse di zucchero, ottocento rotoli di tabacco e il residuo del mio avere in belle monete d’oro.

Potei ben dire allora che l’ultima parte della storia di Giobbe era stata migliore del suo principio. Egli è impossibile dare un’idea delle palpitazioni del mio cuore, allorchè mi vidi circondato da tanta ricchezza; perchè, siccome i bastimenti che procedono dal Brasile salpano di conserva, una stessa spedizione mi portava le lettere e le merci e l’oro: tutte cose che erano sul Tago prima che mi fossero

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