Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/432

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moglie, un figlio già nato e quello che nascerebbe, perchè ell’era incinta. Meditai come avessi già tutto quello che il mondo potea darmi, nè vi fosse cagione perchè io pescar dovessi pericoli per amor del guadagno; declinar le mie forze col crescer degli anni, e dover io pensare a congedarmi dalle ricchezze accumulate anzichè ad aumentarle. Quanto alla possibilità di un impulso celeste che mi obbligasse a tentar nuovi viaggi, mia moglie veramente lo avea detto, ma questo comando del cielo io non sapeva vederlo. Così dopo molte considerazioni e lotte con la mia immaginazione, fattomi forza per ragionare a mente fredda e fuor d’ogni preoccupazione, che è quanto, cred’io, in simili casi ciascuno dovrebbe fare, riuscii finalmente a domare la mia fantasia. Mi acchetai a quegli argomenti che meglio calzavano ad un posato raziocinio, e che mi forniva in abbondanza la presente mia condizione.

Soprattutto, come espediente più efficace al mio fine, risolvei distrarmi con altre cose, e darmi a tali occupazioni, che mi tenessero tanto legato il pensiere da non poter correre alle antiche fantasie, perchè osservai che queste mi assalivano principalmente quand’era ozioso e non aveva nulla da fare, almeno per qualche momento. Con questo proposito comperai un piccolo podere nel territorio di Bedford, ove deliberai di andare io stesso a mettere stanza. Quivi era una piccola casa acconcia ad abitarvi, e circondata di campi atti a ricevere grandi miglioramenti. Ciò s’affaceva per molti rispetti alla mia grandissima inclinazione alla coltura, al governo, al piantare e migliorar terreni; e, ciò che era più, essendo quel podere in una provincia molto mediterranea, io era fuor dell’occasione di conversare con uomini di mare, e di pensare a cose che si riferissero alle remote parti del mondo.

In una parola, andai ad abitare sul mio fondo; e, stabilita quivi la mia famiglia, mi provvidi d’aratri ed erpici, di carra di varie fogge, di cavalli, di bestiame grosso e minuto; poi datomi seriamente all’opera, non passò un mezz’anno ch’io era divenuto uno schietto gentiluomo campagnuolo: non pensava più che a governare i miei famigli, a far coltivare la terra, a mettere siepi, a far piantamenti e simili lavori rurali; onde mi parea di vivere la più felice vita che la natura potesse additare, o cui potesse ripararsi un uomo battuto non interrottamente dalle disgrazie.

Io fittaiuolo de’ miei propri terreni non aveva affitti da pagare,