Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/497

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se ne valevano nuovamente per giungere alla sommità. Ritirala in dentro la scala, nessuno non provveduto d’ali, o senza aiuto di magìa, arrivava sino ad essi. Ciò era stato immaginato ottimamente, nè fu meno del bisogno, come ne fecero l’esperienza più tardi. La qual cosa valse a convincermi sempre più che, come la prudenza umana si fonda su le leggi della Providenza, così ha la Providenza stessa per direttrice de’ propri atti, e se ne ascoltassimo ben attentamente la voce, eviteremmo certamente la massima parte di que’ disastri, a cui per nostra sola negligenza vanno soggette le nostre vite. Ma questo in via di digressione e torniamo alla nostra storia.

Per due anni dopo gli avvenimenti narrati, i miei coloni, vissuti in perfetto accordo fra loro, non ricevettero più visite dai selvaggi. Ebbero però una mattina tal mala paura, che li pose nella massima costernazione; perchè alcuni Spagnuoli andati di buon mattino al lato o piuttosto all’estremità meridionale dell’isola (a quella parte fin dove non aveva mai avuto il coraggio d’innoltrarmi io per timore di essere scoperto), rimasero sorpresi al vedere circa una ventina di canotti indiani che s’avvicinavano alla spiaggia. Fatto buon uso, ve ne accerto io, delle proprie gambe per correre a casa, portarono lo spavento tra i loro compagni che restarono chiusi in casa tutto quel giorno ed il seguente, uscendo soltanto di notte per fare le loro osservazioni. Ma ebbero la buona sorte di essersi ingannati, perchè, qualunque sia stato allora il disegno dei selvaggi, certo non approdarono all’isola, e si volsero a tutt’altra parte.