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Partenza della carovana; gran muraglia della China.



Entrava febbraio quando abbandonavamo Pekino. Grande era la carovana e, a quanto posso ricordarmi a un dipresso, composta di un numero di cammelli e cavalli fra i trecento o quattrocento, e di centoventi uomini armati di tutto punto e preparati a qualunque evento; chè le carovane orientali sono sottoposte agli assalti così degli Arabi, come dei Tartari; benchè i secondi non sieno propriamente da temersi quanto i primi, nè sì barbari nel caso che rimangano vittoriosi.

Gli uomini appartenevano a diverse nazioni; il numero maggiore per altro era formato da una sessantina di trafficanti e abitanti di Mosca, benchè alcuni fra questi spettassero alla Livonia. Fu un inesprimibile contento per noi il trovarvi cinque Scozzesi, che avevano in oltre la cera d’uomini grandemente pratici nei negozi e facoltosi.

Dopo una giornata di viaggio le guide, che erano cinque, chiamarono al gran consiglio, così lo denominavano essi, tutte le persone di riguardo e i mercanti, vale a dire tutti quelli della carovana, eccetto i servi. In questo gran consiglio ciascuno depositò una certa quantità di danaro per formar quella che chiamavasi massa comune, donde levavasi l’occorrente per fare scorta di foraggi lungo la strada, prima d’arrivare laddove fosse impossibile il provvederne, per la paga delle guide, per procurare rinforzi di cavalli, se fossero occorsi, e simili cose. Si passò indi a quanto dicevasi organizzare il viaggio. Ciò consisteva nel nominare capitani e ufficiali, che ci comandassero in caso d’un assalto, dessero la parola d’ordine, e distribuissero a ciascuno la sua fazione. Una tal previdenza era tutt’altro che inutile, come vedremo a suo tempo.

La strada in quel tratto di paese è popolata oltre ogni dire e piena di vasai e temperatori di terra, di quegli operai cioè che preparano la terra della contrada ai lavori della conosciuta porcellana della