Pagina:Avventure di Robinson Crusoe.djvu/826

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734 memorie biografiche


giacente mercanzia da quel letargo cui sembrava averla condannata la non curanza del pubblico.

L’ardito genio del de Foe immaginò un congegno che, per la sicurezza dell’inventore nelle proprie forze, sfidava persino la valentia di quel Puff, personaggio della commedia il Critico. Perchè a chi altro fuor di lui sarebbe saltato in mente di suscitare uno spettro per farsi mallevadore della risurrezione di un cadavere d’opera teologica? Voi avete qui, nello stile di un’informazione di fatto, di quel che chiamasi processo verbale, un tal racconto che dice nella più patente guisa quanto potea compromettersi di sè medesimo chi lo ideò. L’estensione è fatta «da un gentiluomo, giudice di pace a Maidstone, contea di Kent: un intelligentissimo personaggio!» Di più «essa è attestata da una circospetta, giudiziosa gentildonna che soggiorna a poche porte di distanza dalla casa ove abita mistriss Bargrave, quella che ha avuta la visione.» Essa è parente del giudice, il quale sa che questa sua corrispondente ha troppo discernimento per non lasciarsi sopraffare da una fandonia; dal canto suo la parente assicura in precisi termini il giudice «che quanto a quella sua informazione, è nè più nè meno la pura reale verità, il riassunto di quanto ha udito ella medesima di prima mano, dalla bocca stessa di mistriss Bargrave, donna a lei notissima, che non aveva alcun interesse o motivo per raccontar questa istoria, molto meno poi per fabbricarsela e dire una bugia, cosa che sarebbe in aperta contraddizione coll’intero corso della vita della narratrice originale, ben nota per saviezza e pietà.» Il più pertinace scetticismo non saprebbe come resistere a questo triplice concorso di testimonianze, architettato con tanto giudizio: il giudice che certifica il discernimento della circospetta intelligente gentildonna sua parente, la parente che si fa mallevadrice della veracità di mistriss Bargrave. E qui ammira, gentil leggitore, l’aurea semplicità di que’ giorni. Se la visita di mistriss Veal alla sua amica avveniva al dì d’oggi, i nostri editori di stampe periodiche si sarebbero passata voce; sette o otto dei docili loro agenti si portavano di volo a Kington, a Canterbury, e Douvres, al Kamtschatka, se occorreva; ponevano in mille imbarazzi il giudice, non la finivano più di esaminare mistriss Bargrave, la mettevano a confronto con la circospetta intelligente gentildonna parente del giudice, disotterravano mistriss Veal, facevano il diavolo per arrivare al fondo di questa istoria. Ma ai nostri giorni si dubita e s’indaga; i nostri buoni maggiori faceano le meraviglie e credevano[1].

Prima che la storia incominci, la intelligente gentildonna (non il giudice di pace che tiene questa relazione da lei, sua parente) si dà qualche pensiere per le obbiezioni che contra la veracità di tale storia promossero gli amici del fratello di mistriss Veal, i quali vedono in questo racconto una macchia portata su l’intera famiglia Veal, e fanno di tutto per metterlo in derisione e screditarlo. Veramente, si confessa ivi con ammirabile imparzialità, il signor Veal ha sentimenti troppo nobili per supporre che mistriss Bargrave si sia inventata lei questa storia: la maldicenza in persona non potrebbe concepire un tale sospetto, benchè non sia mancato un bugiardo, notissimo

  1. Fortuna ai nostri giorni per l’ottimo eccellente nostro Lorenzo Sonzogno che la luna è un po’ più giù di mano del Kamtschatka! La scoperta degli abitatori di quel pianeta, simile allo Spettro di mistriss Veal, così nell’ingegno dell’orditura come nella verità della cosa narrata, gli rimanea capital morto nel suo fondaco, più irremissibilmente dello Scudo del Cristiano contro alle paure della morte del reverendo Drelincourt.