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(XX.)




Dentro l’Inferno a tormentar le negre
395Alme dannare, liberando il Mondo
Dal tristo morbo; e il suon della mia Tuba
Ammireran le per me salve Genti,
Quanto d’Astolfo l’incantato Corno.
Che non drizziam ricco, e divoto Altare
400Di bronzo al Flusso dell’Adriaco Mare,
Che pieno intumidito all’ore sue,
Come gli annunzj la ritorta tromba
Di Triton di gonfiarsi il tempo, e il segno,
A mirar s’alza la marmorea Piazza
405Dell’augusta Vinegia, e i gran Palazzi,
E le superbe colonnate Logge,
E di Marco si prostra al Tempio d’oro?
Perchè un Delubro non sacriamo a Venti,
Che dalla Tracia, e dall’Iberia ogn’anno
410Senza fallir d’aria sì lunghi tratti
Portano a volo a noi la neve, e i fiori?
Perchè perchè l’Indo, l’Eufrate, e il Nilo
Non hanno incensi, Fiumi all’Uomo amici,
Che la Mesopotamia, e il sacro Egitto
415Fanno a note Stagion fecondi e verdi?
Che se creder vogliam gli Astri, i Pianeti
Veglianti Dei sovra ogn’affar terreno,


Oh