Pagina:Copernico - Poemetto Astronomico.djvu/49

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( LXVIII. )




Se alcun Deucalion, se alcuna Pirra
immune andasse dalla gran procella,
I posteri sarìan confusi e incerti
1045A divinar qual mai ventura, o Fato
Portato avesse alle Montagne in vetta
Delle Balene, e delle Foche i teschi,
E i spini, e l’ossa di Delfini e d’Orche
E quasi avesser le Giudaiche Croniche
1050Lette, emulando quel celeste Libro,
Come han fatto i Pagani al Mondo nostro
Ed il Vate ingegnoso esul di Ponto,
Il qual cantò le trasmutate Forme,
E i suoi quindici libri ornò di molte
1055Avventure involate ai Scrittor sacri,
Del Giovial Pianeta i Sacerdoti
Sempre inclinati a sciorinar prodigj,
Forse racconterian portenti antichi
Di cattarate spalancate, e pioggia
1060Cento giorni caduta, e cento notti,
E che alfin comparì la piè di vento
Iride di Giunone Ambasciatrice
Con Diploma di pace in Ciel segnato,
E fariano volar Corvi, e Colombe
1065Con ramuscei di verde uliva al rostro


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