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XI.



Socrate. Ora, guarda più in là un poco. Andandomene via di qua e disobbedendo al comune[1], noi facciamo male ad alcuno, anzi a chi manco si converrebbe, o no? e stiamo saldi ne’ principii di giustizia, ne’ quali ci siamo messi di accordo?[2]

Critone. Non posso rispondere a quello che domandi tu; chè non intendo[3].

Socrate. Su via, guarda la cosa da questo lato. Se stando noi su le mosse per fuggir di qua (la parola fuggire non ti piace? di’ come vuoi), ci venissero incontro le leggi e l’istesso comune personalmente[4],



  1. Alla città, alla patria.
  2. Non si deve far torto ad alcuno; ora, disobbedire alle leggi patrie fuggendo quand’esse ci comandano di morire, non significa far torto alla patria, madre nostra e nutrice, quella a cui meno s’ha da far torto?
  3. Socrate ha parlato un po’ più concisamente; e Critone, al solito, non l’ha inteso.
  4. Comincia qui la famosissima prosopopea delle Leggi che si fanno incontro a Socrate e lo trattengono dalla fuga. Figurazione e discorso celeberrimi, e imitati le mille volte. Tanto noti, che spesso ci lasciamo sfuggire il sapore acutamente arcaico di questa sottomissione di Socrate alle leggi, sue «madri», sue «nutrici». Socrate è «figlio» della sua città: è vissuto nel suo grembo, non allontanandosene mai; non se ne dispiccherà ora, per campar da morte: rimarrà dove nacque, per obbedire, morendo, a quelle che l’allevarono cittadino.