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Don Bortolo, riscaldato da parecchie tazzette, come le chiamava, continuò a declamare una satira anonima, la descrizione di un battibecco fra certi consiglieri comunali intorno a un sindaco che dava ragione a tutti.
El sindaco tasea col collo storto.
E po infin l’à concluso: a no ghí torto.
Scoppiarono risate in tutti i toni.
«Bella, bellissima, arcibellissima» esclamò indispettito il dottor Grigiolo, «ma, caro cappellano benedetto, non vedo poi la necessità di rompere i timpani al prossimo. Capisce bene, di là ci sono tante signore e proprio la contessa pregherebbe...»
«Le femmine?» rispose don Bortolo. «Perché non ne sanno fare del chiasso, le femmine!»
«Zitto, zitto, andiamo, state quieto, cappellano» dissero i colleghi.
«Bravi, mi raccomando; anche per il conte Lao, che sta poco bene.»
Il dottor Grigiolo guardò il piú vecchio di quei sacerdoti, l’arciprete, con una faccia tra seria e compunta.
«Venga qua» esclamò l’incorreggibile don Bortolo, «venga qua, dottore, non stia a combattere colle femmine e beva una tazzetta con noi. Cosa mi conta del conte Lao? Non La capisce che la sua camera è dall’altra parte? Non La sa che il conte Lao sta meglio di Lei e di me? Non La sa che è matto?»
«Fate tacere a don Bartolo!» gridò il senatore dalla sala.
«Oh, hanno capito?» sussurrò il dottor Grigiolo