Pagina:Il mio Carso.djvu/33

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Mi accompagnava nelle scorrerie ladresche oltre il confine della campagna, temendo quando scalavo cauto i muri sconnessi che minacciavan rovina. Portavo per lei, fra le labbra, la più bella pera, ed essa mi calava sui suoi ginocchi e mi baciava avidamente.

Io ero come un piccolo signore. Ero felice che lei godesse della mia forza e della mia temerarietà. Perchè avevo undici anni, ma neanche i contadini mi sapevano agguantare in corsa, e scalai il pioppo e l’elianto che tutti dichiaravano impossibili. Il padrone di casa mi dette in premio cinque bottiglie di vino; Vila mi sorrideva impaurita dalla finestra. Era il crepuscolo. Sotto l’albero i compagni scoppiarono in urli di evviva, e io, sfinito, temevo il vento come un uccello senz’ali, e guardavo superbo le case della città che s’accendevano di punti giallastri.

Ah, se ora che Vila è sposata e ha due, tre figlioli che forse leggono già quello che io scrivo per i bambini, ed è più bella, assai più bella d’allora, giovane mamma contenta, e non mi guarda nemmeno quand’io passo arrossendo accanto a lei, si ricordasse dei nostri due anni spensierati! E la caccia col flobert ai merli e alle gatte? C’era quella civetta impagliata in camera tua, con l’ali chiuse e inchinata un po’ sullo stecco, solenne come una persona a modo. Aveva i gialli occhi di vetro, chiari nel semibuio della stanza, tondi, come un bersaglio. E un giorno tu caricasti misteriosamente il flobert e stic! un occhio si spaccò. Ricordi? E io ti guardavo felice e meravigliato.