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— Ed è questa una vergogna che ci ricorda i più brutti tempi di nostra servitù, ricorrere allo straniero persino nelle voci e nei modi di comando, per muovere ordinatamente le nazionali milizie; mentre i nostri grandi maestri di guerra che son pure i loro, ce ne lasciarono i precetti in opere immortali!

«Le parole di comandamento, scrive Montecuccoli, siano brevi, chiare, non ambigue; ed acciocchè venghino intese, sia tra le prime imposto silenzio.» — Indi v’aggiunge il Foscolo; — «Abbiano suono e indole militare ed italiana ad un tempo;..... vi sia in esse combinata, chiarezza di senso, brevità d’espressione, larghezza di suono e celerità di pronunzia; e le vocali A ed O vi primeggino fra le altre[1]

Nè credasi la redazione dei comandi, cosa tanto indifferente, perchè dalla loro intonazione, e dall’accento con cui si pronunciano, dipende la simultaneità dei movimenti ordinati, ed il buon esito della evoluzione onde furon fatti.

La prima riforma deve cominciare da quel mastodonte degli spropositi ch’è il guardavoi, con cui s’indica il principio d’ogni esercizio, e sostiturvi ciò che il regolamento istesso intende indicarvi l’attenzione; comando già usato in varii Stati d’Italia prima delle annessioni, e che sì bene esprime ciò che si vuole, e a tutte le regole si presta d’un buon comando.

La fanteria d’armata ne’ suoi nuovi regolamenti ha già riparato a questo sconcio; perchè l’esercito non dovrebbe fare altrettanto?... Perchè tra truppe dell’istessa nazione, questa differenza di voci in un comando unico?... La lingua italiana non è forse la lingua prescritta dal regolamento, e la disciplina non sarà più dunque la prima virtù dell’uom di guerra?![2]. Errore nella funzione Cite: Errore nell'uso del marcatore <ref>: il nome non può essere un numero intero. Usare un titolo esteso

  1. Aforismi dell’arte bellica e suoi commenti. Cap. 2o, tit. 1o, pag. 97.
  2. Il precetto che prescrive l’uso della lingua italiana neli’istruzione e nelle relazioni ufficiali, andrebbe tolto dal Regolamento,

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