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miramidi e degli Arbaci? O quel M. Rugilo, che, tranne la facilità, non ebbe mai vena di vera poesia in tutta l’anima? O il Diodati, che, valentissimo nella prosa, non si dimenticò di essere prosatore anche quando studiavasi di poeteggiare? O il più antico Mattei, o il Capponi, o il Giustiniani, o Redi Gregorio, che traduceva nel senso letterale e in quarta rima, o alcuno di quei più copiosi che volgarizzarono i soli penitenziali, e di tutti in somma i registrati e non registrati nell’indice pazientissimo compilato dall’abate Rubbi pel secondo volume del suo Parnaso de’ Traduttori?
XV. MORTE E CONCLUSIONE.