Pagina:Sotto il velame.djvu/159

Da Wikisource.

le tre fiere 137


Codesta lupa che Dante maledice, come non è quella dell’inferno? Quella sembrava carca di tutte brame, quella fece misere molte genti, quella mai non empie la bramosa voglia; e l’altra ha preda più che tutte l’altre bestie, e ha una fame senza fine cupa. Come non è la stessa? E per quella è profetato e aspettato un veltro che la faccia morire e che la rimetta nell’inferno; e per l’altra è invocato dal cielo uno per cui ella si parta dal mondo:

Quando verrà per cui questa disceda?


È il medesimo voto, il medesimo veltro, la medesima lupa. Non c’è che dire. E tuttavia è la frode. Chi ragiona, non può se non dire che ella è sì l’avarizia e sì la frode.

Ma no: non si disse e non si dice. Il geniale spirito di Giacinto Casella intuì che le tre fiere doveano essere le tre disposizioni;[1] ma abbagliato da quei due passi surriferiti, credè che non la lupa ma la lonza fosse la frode. Nel che lo confermò sopra tutto quel gittar la corda a Gerione, di che ho parlato. Il Casella dice: "Dante per ordine del maestro si scioglie una corda che aveva cinta, e colla quale dice che aveva sperato Prender la Lonza alla pelle dipinta; la porge a Virgilio, e questi la getta giù nell’alto burrato. A quel cenno si vede venir su una figura mostruosa, a cui il Poeta dà il nome di Gerione, e apertamente lo dichiara sozza imagine di Frode. Ecco dunque un primo fatto notabilissimo: quella corda con cui Dante sperò prender la lonza

  1. G.C. Dell’allegoria della D.C. nelle Opere vol. secondo, Firenze, Barbèra.