Pagina:Sotto il velame.djvu/198

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La cupidità contrasta massimamente alla giustizia. Così Dante afferma, dietro Aristotele[1]. Togliendo al tutto quella, nulla resta di contrario alla giustizia[2]. In verità la cupidità[3] è l’avarizia che germina in malizia o ingiustizia. Tolto il mal principio, non ci sarà più il tristo effetto: l’ingiustizia. E l’ingiustizia è la lupa. Ed essa è nella piaggia diserta, nel mondo diserto d’ogni virtù.

Ma verrà un Veltro, che la farà morire. Che altro può essere se non un imperatore? L’imperatore non può avere cupidità "poichè la sua giurisdizione ha confine soltanto con l’oceano"[4]; e non può essere cupidità dove non c’è che cosa desiderare. E così il Veltro che è l’opposto della lupa, non ciba terra nè peltro, cioè non cerca, come la cupidità, aliena, siano provincie, siano ricchezze. E così l’imperatore può fare dominante la giustizia, che solo sotto lui è potissima. E con la giustizia la pace. Perchè tra i beni dell’uomo il principale è vivere in pace, e questo opera, più o meglio, la giustizia[5]. Or la lupa è senza pace, come quella che è ingiustizia, e opera, quindi, il contrario di giustizia: questa da, quella toglie la pace. Or non è il Veltro che può rimettere nell’inferno la bestia nemica di pace? E dunque il Veltro è l’imperatore. E la pace egli la vorrà, che egli ha la virtù contraria alia cupidigia che cerca l’altrui: ha la carità o amore che, spregiando le altre cose tutte, cerca Dio e l’uomo e per conseguenza il ben dell’uomo:

  1. De Mon. I 13: iustitiae maxime contrariatur cupiditas.
  2. Ib. remota cupiditate omnino, nihil restat adversum.
  3. ib. Cupiditas.... quaerit aliena.
  4. De Mon ib.
  5. ib. Si tenga presente questo capitolo. Vedi poi Conv. IV 5