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| 182 | sotto il velame |
passo; dunque nel limbo. Egli non ha, misticamente, cambiato luogo: nel limbo era, nel limbo è. I morti non tornano in vita.
Dante entra dunque nella porta della Redenzione. Passa l’Acheronte, cioè muore. Se quella porta non era a lui aperta, egli non avrebbe potuto morire quella benefica morte al peccato in generale, al peccato che non può crescere o calare, perchè è il peccato[1], perchè è la morte, perchè è la tenebra. Ma Dante continua a morire, anzi si seppellisce, nel suo viaggio: alla carne o alla concupiscenza, e al veleno cioè alla malizia. C’è anche per queste morti un qualche mezzo che le renda possibili, come la porta disserrata dal Redentore fa possibile quella prima? Sì: vi sono tre rovine[2].La prima si trova nel cerchio dei lussuriosi, la seconda sopra il cerchio dei violenti, la terza torno torno la bolgia degl’ipocriti. Gli spiriti dei peccatori carnali[3]
quando giungon davanti alla ruina,
quivi le strida, il compianto e il lamento,
bestemmian quivi la virtù divina.
Così gl’ignavi del vestibolo sono presentati, con
- ↑ Summa 1a 2ae 82, 4. Il peccato originale non recepit plus et minus, ut mors et tenebra.
- ↑ Devo molto, per questo studio e per altro, all’acuto ed elegante ingegno di Raffaello Fornaciari, il quale è pur debitore, come esso afferma, a Luigi Bennassuti, uomo che nel miro gurge dantesco vide assai chiaro. Non noterò qua e là dove mi allontano dall’uno e dall’altro; rimando il lettore a tutto quel mirabile studio del Fornaciari, compreso negli "Studi su Dante", Milano 1883, sotto il titolo "La Ruina di Dante" (p. 31-45).
- ↑ Inf. V 34segg.