Satira e antisatira/Satira menippea contro 'l lusso donnesco

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Satira menippea contro 'l lusso donnesco
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Donne, e voi che le donne avete in pregio,
Per Dio non date a quest’istoria orecchia

disse con iscusa mendicata alla sua maledicenza il poeta ferrarese per ischivar l’odio delle donne che contro si concitava per l’istoria che sapete. Io, condennato alla pena di biasimare i superflui ornamenti delle donne, per sottrarmi all’odio de’ lor cuori ed agli strali delle lor lingue, varròmmi per mia scusa de’ medesimi versi,

Donne, e voi che le donne avete in pregio,
Per Dio non date a quest’istoria orecchia

Un sogno d’infermo, un delirio accademico, una lamentazione d’ammogliati, stimate che sia questo discorso conceputo e partorito fra i bollori del mosto, alla cui nascita ha fatto l’offizio di raccoglitrice, non Lucina, che aiuta a partorire le donne, ma Bacco, che aiuta a sconciare gl’ingegni.

Il peso di questo biasimo è stato accettato da me, non eletto, ma tralasciato da tutti, potendo un solo con pochissimo danno e con leggerissimo pericolo contro le donne favellare. Poco importa che un ingegno disutile al pericolo dell’iracondia donnesca si sottoponga. Per oggi ho da esser io la vittima consacrata allo sdegno di queste dame. E pure (ben lo sapete) non è sdegno che pareggi lo sdegno delle donne. Lo disse il gran savio che, impazzito per amore, per le donne idolatrò. Pure per loro servizio l’ho volentieri accettato. Qualsivoglia altro a questo carico eletto, avendo l’intendimento di me piú grande, averia detto e fatto peggio. Io, che ho picciolo l’ingegno, non farò molto male, e, se pure le ferirò, sappiano che le mie armi sono innocenti, sono come l’asta d’Achille, feriscono e risanano in un punto; perché i ferri degli accademici, che eternano con i loro detti i nomi altrui, riprendendo giovano e nell’atto medesimo che feriscono portano seco le chiare per ristagnare il sangue delle piaghe che fanno.

Quelle donne che, per isperienza de’ propri mali compassionevoli dell’altrui, s’impiegano nelle onorate ambascerie d’amore, non hanno membro piú gagliardo, machina piú violenta per piegare il cuore delle giovani, che le gemme, l’oro, e le vesti. La favola di Cefalo e di Procri appresso Ovidio, la novella del vaso nell’Ariosto, e finalmente la nostra Rafaella non mi lassan mentire. Questa, ch’è stata la Sibilla degli amanti, i cui oracoli al pari di quelli della dea Temide sono anco dalle donne stimati, ammaestrando un giorno la sua Margherita alle piacevolezze d’amore, non seppe con argomento piú efficace invaghire il cuore di quella giovane che col persuaderle la vanità del vestire. Questa fu la prima lezione con la quale quella saggia maestra addottrinò l’animo inesperto di quella donna. Sotto le belle vesti le pose il dardo d’Amore e dentro questo calice d’oro le porse a bere le prime stille del suo veleno.

Io non dico che il lusso sia lussuria; ha bene osservato un sottil grammatico, facendo i latini per i participi, che la parola lusso è la metà della parola lussuria. Pure se il lusso non è rio, non è lussuria. Taccia la Rafaella. Taccia il grammatico. Questi, goffo pedante di Minerva, e quella, sciocca pedantesca di Venere, non se n’intendono. Amore vuol sodezza; la vanità è sua nemica capitale. L’ozio è padre d’Amore.

Ei nacque d’ozio, e di lascivia umana,

disse colui. E ’l maestro degli amori non disse anch’egli

Se togli l’ozio è senza strale Amore?

Mala nuova per gli amanti: le donne occupate un anno intero dietro una acconciatura di testa non hanno ozio di far l’amore.

Ma è vanità il credere di dissuadere alle donne la vanità del vestire, se prima non le spogliamo dell’ignoranza. S’adornano elleno le membra di questi lor superbissimi paludamenti, quasi tanti soli alla porta dell’Oriente,

Per accrescer adorne
Di celesti splendori
Lume al sol, gioia al mondo, e fiamme a’ cori

e non conoscono quale oscura nuvola d’ignoranza loro adombra l’intelletto.

Che pensate voi, leggiadrissime dame, sieno queste vesti pompose che tanto affascinandovi l’alma, vi lusingano gli occhi? Altro non sono che illustre testimonianza della vostra schiavitudine e meritata pena dell’antico peccato. La colpa che spogliò i nostri primi parenti della veste dell’innocenza aprí loro ancora gli occhi alla nudità delle membra. L’aria avvelenata dal fiato del dragone infernale incrudelí contro i trasgressori del divino comandamento. Quindi la vergogna della propria nudità e l’inclemenza del cielo indussero la necessità del vestire. Oggi il fasto femminile ha cangiata la necessità in superbia e la donna, gloriandosi nell’insegne del suo servaggio doppiamente colpevole, ha convertito in trionfo del suo lusso il gastigo del suo delitto.

Queste vesti sono intessute di seta, che altro al fin non è che vomito e sepolcro d’un verme. Lo disse il nostro poeta nel sonetto sopra il verme da seta:

Questo del fasto altrui gravido seme,
Animato tesoro, atomo vivo,
Di donzella gentil nel sen lascivo,
Dove folle altrui muor, nascer non teme.
Pasce al par sé di foglie e l’uom di speme,
Dorme e veglia talor de gli occhi privo,
Fabbrica la sua tomba e semivivo
Arricchisce l’essequie a l’ore estreme.
Pargoletta fenice al fin rinasce;
Quindi de le sue spoglie industre mano
Tesse serici ammanti e regie fasce.
Or perché tanto insuperbisce in vano
Ambizioso il cor, se solo nasce
Dal sepolcro d’un verme il fasto umano!

Quindi la donna altro non è che un verme che rode il cuore agli amanti, un vomito delicato della natura, ed un sepolcro indorato de’ cuori umani.

Queste sete tinte col sangue innocente degli animali sono tutte avvelenate. Sono la spoglia ricamata di Deianira, avvelenata col sangue del centauro. Questa sola è la differenza fra queste e quella, che quella avvelenava solamente chi con essa si copriva e queste non uccidono le donne che le portano (che saria manco male) ma i mariti che le fanno e gli amanti che le mirano. Quanti, fulminati piú dallo splendore de’ panni che da’ raggi degli occhi, si invaghiscono piú delle vesti che del volto delle lor dame? Le adorano nelle chiese, le seguitano per le strade, le corteggiano nelle piazze, le servono ne’ festini, fanno loro tutto il dí innanzi e indietro la carrozza il palafreniere, e poi, quando se n’entrano in casa per ispogliarsi le vesti (che pure allora il servirle fino in camera sarebbe il compimento della lor servitú), alla soglia della porta scortesissimi l’abbandonano. Querela spiegata eroicamente da una poetessa sdegnata in un suo leggiadrissimo madrigalone che dice

Contro gli uomini ognuna armi lo sdegno,
Che loro solo bramano
Veder le belle vesti e noi non amano:
Ad ispogliarne il guscio
Di queste belle vesti,
A la soglia de l’uscio
Fermati in un cantone,
Ci fanno un bel piantone.
Quest’è pur chiaro segno
Che, se sono cosí pronti a lasciarne,
Amano in noi le vesti e non la carne.

Or, che diremo della varietà di tanti colori? Veramente in questo le donne tradiscono lor medesime e la propria bellezza. Dice il proverbio

Il liscio de le donne è il color nero.

Come? Il simbolo della morte sarà la vita della bellezza? Signor sí, percioché il nero, che è congregativo della vista, abborrendo l’occhio di riguardare in quell’oggetto funesto, tutta l’unisce in rimirare il volto solo; dove che, disgregandosi la vista nella varietà degli altri colori, scapita il volto, che non ha tutto il tributo degli altrui sguardi. Se, dunque, la donna è piú bella vestita a bruno che di colore, saranno gli acquisti delle sue bellezze le perdite dell’altrui vita.

Ma si conceda alla donna, creata per ristoro de’ travagli dell’uomo, l’adornarsi lei sola da capo a’ piedi. A che conto con una donna di carne vestire ancora una mezza donna di legno? Io non biasimo la grandezza delle pianelle. Questo non è carico mio. Faccianle tanto grandi che siino principesse e meritino dell’Altezza. Poco importa. Ma non istà bene con tanta spesa vestire un legno insensato, che la metà meno di broccato vorrebbe il sarto se non vestisse se non la carne. Fate, fate che la coda delle vesti arrivi, ma non passi giú il capo delle pianelle, e poi fatele alte quanto una picca.

Sarà pure un spettacolo divino
Vedervi, alzate a mezza gamba un giorno,
Far, con le vesti di broccato intorno,
A due gambe di legno il baldachino.

Or qui sí, signori, che io dubito che la nave del mio ingegno non sia per rompersi e far naufragio, non nello stretto di Messina fra Scilla e Cariddi,

Ma nel mar de lo sdegno
Fra due scogli di legno.

Eh, che le donne sono piacevoli, non ci è pericolo di rottura. E poi la mia è la nave d’Ulisse; passerà sicura fra lo stretto di questo faro. Dubito, però, che, se io navico nella nave, queste signore non abbino alle orecchie la cera d’Ulisse. Hanno le orecchie di mercatante; sturiamogliele meglio, già che i gravissimi pendenti che portano non fanno a bastanza l’offizio loro, tirandogliele giú col peso, di tenergliele aperte. Delle pianellate io son sicuro, né temo di provare come sien sode, sapendo come son grandi; perché sono sí gravi che hanno piú vigore nelle gambe per istrascinarle che forza nelle braccia per avventarle.

Senz’altro che le donne si trasformeranno una volta tutte in alberi e ci sarà bisogno d’un nuovo Ovidio Nasone che le serva con una buona gionta alle Metamorfosi. Già il terzo del lor corpo è di legno. Tutte le metamorfosi di coloro che si sono in alberi trasformati hanno cominciato non dal capo ma dai piedi. Sentite fra l’altre la trasformazione di Driope:

E nel girar del corpo e de la testa
Sente che una radice il piè gli arresta.
D’alzar pur ella il piè si prova e sforza,
Ma comportar nol vuol l’avida terra;
Già il nuovo legno e l’importuna scorza
Le gambe in un troncon nasconde e serra.

Essendo a poco a poco cresciuta ed arrivata fin alla bocca la natura del legno, disse:

Dolce consorte mio, madre, e sorella,
Da me prendete l’ultimo saluto,
Che già mancar mi sento la favella
Per l’arbore che troppo è in me cresciuto.

Se ora avanti gli occhi vostri una di queste signore si trasformasse in albero con tante belle vesti, con tante collane, non parrebbe appunto il platano della Lidia col manto reale e col diadema d’oro pazzamente incoronato da Xerse? Se veramente ora si scorgesse una di queste metamorfosi, crediam noi che tutti i capelli che hanno in capo si cangiassero in frondi? Io per me non lo credo. Quante chiome posticce che non participarebbero dell’anima vegetativa! Venga in iscena il Satiro del Pastor fido con la chioma in mano, non di Corisca, ma d’un cadavero spogliato nel sepolcro; ed a chi non lo crede ne faccia fede!

Ma il mio discorso a guisa di uccello è saltato tanto lestamente da’ piedi al capo, di palo in frasca su le cime degli alberi, che senza avvedermene gli ho lasciati con le pianelle scoperte. Si ricuoprino pure, si circondino con un baluardo d’oro e di seta questa fortezza di legno che, andando a spasso per le strade dove si giuoca alla palla, non intervenga a qualcheduna di queste signore la disgrazia del Colosso di Nabucodonosor, Re di Babilonia. Se bene, essendo queste pianelle d’oro e d’argento, si potria dire che le donne fussero quella statua a rovescio con i piedi d’oro e col capo di legno. Come col capo di legno? Quel mento d’avorio lavorato al tornio di Minerva? Quella bocca, trono del riso, che ne’ denti è un’armonia di Paradiso? Quel naso, che è la torre, non di Davide ma di Babel, nelle cui lodi si confondono le lingue de’ piú lodati oratori? Quelle guance di rose colorite, piú che dal piede di Venere, dal sangue di mille cuori? Quell’orecchie, che sono due laberinti d’Amore, ove si perdono le preghiere degli amanti? Quegli occhi, che sono un epilogo, una quinta essenza delle stelle distillate da Esculapio? Quelle ciglia, che sono due Iridi vestite a bruno per la morte della maraviglia lor madre? Quella chioma, che è la sfera del Sole filato per le mani delle Grazie? E, finalmente, quel volto tutto, che è una linea e una pennellata della Divinità? Queste cose di legno?

Queste cose di legno, signori, no; il capo della donna, signori, sí. Non è il capo della donna quello che se gli scorge sopra il collo. Il capo della donna è l’uomo, capo veramente di legno a comportare che l’oro e l’argento, scavato col dispendio di tante vite dall’umana avarizia fin dalle viscere dell’inferno, sia condannato sotto i piedi di una donna, sottoposto all’infortunio miserabile de’ vasi d’oro di quella gentildonna romana de’ quali chi avesse curiosità di saper la disgrazia la dimandi a Marziale, che gliela dirà in quel facetissimo distico che dice

Ventris onus misero (nec te pudet) excipis aero
Bassa . . . . . . . . . . . . .

Mi sono scordato dell’altro. Se alcuno di questi signori che mi ascoltano lo sa, faccia grazia di dirlo; ricompri per vita sua l’onore della mia memoria ed avanti queste signore, che volentieri l’ascolteranno, reciti di quel bellissimo distico il verso pentametro.

Ora scostiamoci da queste statue co’ piedi d’oro, che se rovinano non ci caschino adosso, e ritorniamo a riposarci sotto i nostri alberi. Se bene faranno poc’ombra per la scarsità delle frondi, nelle quali ho detto che non si sarebbero trasformati tutti i capelli. Ier mattina un gentiluomo mio amico, chiamando la cameriera, gli disse la moglie: «Lassatela stare. È in camera, che assetta il mio capo. Son invitata per domenica all’Accademia; voglio andarci con una acconciatura di testa nuova e bizzarra». «Andate pure» disse il marito, «almeno quegli accademici ve la lavassero». «Di questo» replicò ella, «non ci è pericolo, perché quegli accademici non san dire se non bene. In questo genere del dir male, i loro parti sono sconciature; lassano questo offizio a’ cortigiani, che hanno la maledicenza per lor quinto elemento». «È vero» disse il marito, «ma voi, signora consorte, ditemi per vita vostra, quanti capi avete voi? O voi siete la Idra d’Ercole o, stando meco, avete il capo altrove». Ed in questo dire, entrato in camera, trovò la cameriera che con una attrecciolatura di perle orientali stava fasciando alcuni cenci ed un legolo di canape. Attonito a quella vista, il marito, come se avesse veduto il capo di Medusa, «Veramente questo» disse, «ci mancava, che il prezzo di cento moggia di grano, che per mantenere le vostre vanità ho preso quest’anno a Checchi e a Marchi, che poi volendolo vendere fra il mio bisogno e l’abbondanza della città, l’abbiamo venduto a due miserabili carlini lo staio, che il prezzo, dico, di tanto grano sia malamente condotto a vestire quattro palmi di cenci!».

Catone, quel gran Censore delle pompe romane, allora stimò che Roma fusse vicina all’ultima rovina, quando intese che tanto si era venduto un pesce quanto un bue. Oh povero Catone! E che diresti se venissi in questi tempi e vedessi non una triglia, che pur si mangia, ma un’anguilla di cenci in testa della mia moglie valere il prezzo di cento bovi? In vero, che cotesto legolo di canape farebbe meglio l’offizio impostogli dalla natura che quello al quale voi l’astringete con l’arte, se servisse non per ornamento, ma per rimedio del vostro poco cervello.

Le perle e ’l sale nascono d’un medesimo padre: ambedue son figli del mare. Sta bene. Chi non ci ha sale ci mette perle; e chi non ha nel cervello cosa alcuna preziosa va rimediando di fuore al mancamento di dentro. Disse bene il nostro poeta a questo proposito:

I corpi delle donne
Che corrono alla festa
Con cosí ricche gonne,
Con tante gioie in testa,
Son cappanne di fieno,
Coperte con pazzissimo lavoro
Da tegole di perle e docci d’oro.

Il capo delle donne con tante belle figure mi sembra appunto un mazzo di carte da giuocare. Parallelo aggiustatissimo. Domandatene a questi signori che giuocano e vi diranno (massime quando perdono) che le carte (vi aggiungo io) e le donne hanno il cervello di cenci. Ed il vostro in particolare non sarà una di quelle figure che chiamano il Mondo e le Trombe, ma quella che si chiama il Matto de’ Tarocchi. Volete forse in questo mazzo di carte i quattro semi? I danari ci sono, ma spesi malamente in tante gioie. Le spade non ci mancano; ogni donna per somigliarsi a Pallade, dea della sapienza, che è armata, ci vuole la sua spadina d’argento. I bastoni li portano nascosti sotto i ciuffi, ma, se non gli veggono gli occhi, li provano le casse bastonate dalle lor vanità. Onde disse il poeta piacevole:

La donna muor se non ha sempre tutto
Del suo marito addosso il capitale,
Ond’è che questo e quello è mal condutto.

Cioè dalle bastonate che dà loro il capo duro delle mogli. Delle coppe poi alle donne non ne mancano. Altro non fanno che attaccar coppe alle borse de’ mariti per succhiar loro quel poco di sangue che ci hanno. E chi giuocasse con le carte francesi, miri in testa di queste dame quanti fiori, ma toccati dalle mani del Re Mida. I cuori ci stanno imprigionati a dozzine; ogni capello tiene impiccato il suo. Le picche ci sono, e lunghe bene. Quanti amanti se ne piccano e, perché sono le picche lunghe, non ci arrivano mai? De’ mattoni alle donne non ne mancano; tutte danno il mattone al marito.

Le mosche e le donne non entravano a’ sacrifici nel tempio d’Ercole. Le mosche per istinto di natura; le donne per legge del Cielo. La cagione delle mosche non fa a nostro proposito, se non in quanto la natura medesima e ’l Cielo ci avvertiscono che è poca differenza fra le mosche e le donne e che il proverbio di pigliar le mosche per aria è proprio loro. La cagione delle donne è questa. Il simolacro di Ercole, giunto alla vista di Chio, non poté con tutte le funi dell’isola esser condotto nel porto. Interrogato di questa sua resistenza, rispose che voleva esser tirato con una fune tessuta di capelli di donne. Non avendo elleno l’usanza di queste chiome posticce, andando per le strade scapigliate per leggiadria, non glieli vollero dare. Cosí per mantenere la bellezza ricorsero all’impietà e stimarono piú un capello che un dio. Né furono fuor di ragione; il piú bello ornamento delle donne è il capello. Le ninfe, le dee non si pregiavan d’altro.

Erano i bei crin d’oro a l’aura sparsi

disse colui. A che adulterarlo con tanti cenci, con tante ciance, benché preziose?

Carilao, bellissimo giovine ateniese, interrogato perché nutrisse la chioma (sentite ed imparate risposta da uomo, vano sí, ma di vanità giudiziosa): «Perché» disse, «questo è ornamento mio proprio che non mi costa». E voi, signore dame, avete gli ornamenti vostri propri, che non vi costano, e li guastate con la spesa?

Or, che diremo di quelle, che essendo vecchie ed avendoli bianchi, li tingono? Queste ingiuriano la vecchiezza, che almeno nel fin degli anni spiega loro nel crine l’insegne dell’innocenza. Pure queste candide insegne, facendo l’offizio di quegli stracci che si mettono nelle ficaie per spauracchio agli uccelli, scombuiano gli amanti

Ed a canuto e livido sembiante
Può ben tornar amor, ma non amante.

Oracolo di Corisca. E ’l nostro poeta, vedendo una mattina la sua dama, che per la fretta d’uscir di casa non si era tinta al suo solito i capelli, non la lassò dicendole:

Già sovra l’alpi del tuo bianco crine
De’ piú fredd’anni incanutisce il verno;
Già sparir primavera e già discerno
Languir le rose e irrigidir le spine.
Fa ’l tempo di tue glorie alte rapine,
Copre il mio grave incendio un gelo eterno;
Cosí per mio conforto e per tuo scherno
Qui del mio strazio e del tuo fasto è ’l fine.
Tempo già fu (ahi! che in pensarlo ancora
Sospira il cor) che idolatrò mia mente
Di tue bellezze alla nascente aurora.
Or su l’altar di questo seno ardente
Non piú vittime avrai che non adora,
Se non folle idolatra, il sol cadente.

Le donne, che conoscono questo loro disavantaggio con gli uomini, per tenere in fede gli amanti se gli tingono. E veramente con ingegno superiore all’umana condizione (alla barba degli alchimisti che soffiano tutto l’anno nel fuoco per incenerire l’ali al fugace Mercurio) con ingegnosissima alchimia fissano in oro ondeggiante l’argento vivo d’una chioma canuta.

Le vanità degli ornamenti donneschi (come tutte le altre di questo mondo) altro non sono che ombra. Il crescimento dell’ombra è indizio che ’l sole delle vostre bellezze, gentilissime dame, tramonta fra le ombre delle vostre pompe superflue:

Senz’ornamento è ’l sole,
Son semplici le stelle:
Le vostre vanità vi fan men belle.

E forse che gli sciocchi non istimano piú le vesti che l’animo? Le piú ben vestite son tenute le piú virtuose. Sciocca cosa dalla lunghezza dell’ombra fare argomento del valore d’un corpo.

Signori, il discorso è finito senza aver data pure un’occhiata allo specchio ed al liscio, principali stromenti delle pompe donnesche. Segno evidente che ’l mio discorso non s’è lisciato né specchiato con il liscio dell’artificio allo specchio dell’eloquenza. Conveniva che il discorso contro le pompe comparisse senz’ornamento.

Quindi per avventura non averò persuaso. Non m’apporta ciò maraviglia; la causa è disperata. Il ventre non ha orecchie: proverbio antico contro la gola. Le vesti non hanno orecchie: proverbio nuovo contro le pompe. Bisognerebbe che io avesse la voce d’Orfeo per animare queste vesti insensate. Dubito bene che lo sdegno di queste dame farà che, se io con Orfeo non ho comune la voce, abbi comune la morte. Vorrei con loro far la pace percioché io mi reputo piú sicuro fra le furie infernali che in mezzo a due donne sdegnate:

Orfeo col proprio scempio
Me n’addita l’esempio.

Servito da sassi, onorato dalle piante, seguitato dalle fiere, ammirato da’ mostri, riverito dalle furie, scampato da Tesifone e da Megera (gran cosa!), fu lapidato dalle donne di Tracia. Le pietre, animate pur dianzi dal canto, nelle mani di quelle donne, ritornando alla propria natura ingratamente crudeli, diedero la morte a colui dal quale avevano poco prima ricevuta la vita. E quella voce, che ammutolí i latrati di Cerbero, che, esaudita nell’Inferno, contro le leggi delle Parche annodò il filo d’una vita già da esse troncato, che, cancellando la sentenza di morte de’ giudici severissimi dell’ombre, ammollí i cuori di Minosso e di Radamanto, indurando gli animi di quelle donne, morendo, fece al mondo eterna testimonianza esser piú placabile l’Inferno che un cuor di donna.

Or dove, se non per fuggir l’odio, che poco importa, almeno per assicurarmi dalle percosse ricovrarommi? Gli allori d’Apolline non son sicuri da questi fulmini. Anzi l’alloro, che fu già donna, per compiacere al suo sesso, presteragli i suoi rami per fabricarne gli strali.

Sia, dunque, Serenissimo Gran Duca, l’altare della vostra grazia il ricovero del mio ingegno, il refrigerio del mio discorso.

Da l’odio de le donne i nostri ingegni
Sotto i tuoi regi allori, o Sol toscano,
Si ricovrino a l’ombra e spenti siano
Nel mar de le tue grazie i loro sdegni.

IL FINE


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