Wikisource:Convenzioni di trascrizione

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Totò: Punto, punto e virgola. Punto e un punto e virgola. Peppino: Troppa roba... Totò: Lascia fare... dicono che noi siamo provinciali, siamo tirati. - La dettatura della lettera, dal film Totò, Peppino e... la malafemmina (1956)

In questa pagina si pongono in forma schematica le principali convenzioni tipografiche che risolvono i problemi di trascrizione in forma testuale di testi antichi in riproduzione fotografica.

Premessa[modifica]

Su Wikisource sono presenti due tipi di testi:

  • Quelli che riproducono testi precedentemente trascritti da fonti cartacee
  • Quelli che trascrivono testi le cui pagine sono disponibili come immagine scansionata.

Nel primo caso, non avendo normalmente a disposizione la fonte cartacea all'origine della precedente trascrizione, la norma è la riproduzione pedissequa di quanto offerto dalla fonte digitalizzata, senza poter normalmente prendere posizione sulle convenzioni adottate dai trascrittori nel passaggio da pagina cartacea a testo digitale.

Nel secondo caso invece si gode della fortunata condizione di poter visualizzare direttamente su video la pagina della fonte: chiunque potrà trascriverla, verificare la congruenza della trascrizione con la fonte ed eventualmente correggere errori.

La disponibilità di scansioni di testi stampati in diverse epoche con convenzioni tipografiche anche notevolmente divergenti da quelle attuali, rende tali scansioni difficili sia da leggere che da trascrivere pedissequamente.

D'altro canto la possibilità per chiunque di esaminare le immagini alla base della trascrizione permette di assumere un minimo di scostamento dal testo originale per venire incontro alle esigenze di lettura dei navigatori. Questa pagina riporta il risultato di lunghe discussioni su ogni singola problematica.

Ortografia e tipografia[modifica]

Per sgombrare il campo da equivoci va precisato che le abitudini di ortografia, legate al rapporto tra oralità e scrittura, sono un campo diverso rispetto alle consuetudini di tipografia, legate al rapporto tra scrittura e limitazioni del medium tipografico nell'antichità: mentre le prime vanno considerate e perlopiù rispettate, le seconde in sede di trascrizione sono parzialmente eccepibili.

Dunque le trascrizioni di testi antichi con originale a fronte non rappresentano una edizione diplomatica. Lo scopo non è quello di replicare ogni singola informazione presente nel testo originale, in quanto la trascrizione che ne deriverebbe sarebbe fruibile solo da una ristrettissima cerchia di accademici che potrebbe tranquillamente compiere tale lavoro basandosi sulle immagini delle pagine scansionate, altrettanto disponibili.

D'altro canto la divulgazione del testo non deve andare a scapito della precisione nella trascrizione: la licenza d'uso del progetto permetterà a chiunque voglia sfruttare un testo trascritto rigidamente di modificarlo per renderne l'ortografia o la tipografia meglio fruibile.

Infine gli utenti che trascrivono le pagine non devono essere tenuti a conoscere troppe regole di adattamento, e per scoraggiarne facili tentazioni di intervento normalizzatore indebito si preferisce incoraggiare la trascrizione più pedissequa che modernizzante.

Le seguenti osservazioni dunque sono frutto di discussioni volte al compromesso tra la riproduzione più minuta e la fruibilità del testo trascritto, tenendo conto della particolare modalità di trascrizione che sottosta a questo progetto.

Criteri e requisiti generali[modifica]

Ulteriori criteri che guidano la ricerca del difficile equilibrio tra fedeltà alla fonte cartacea e usabilità del testo trascritto sono i seguenti

  • La casualità o la volontà precisa del tipografo rispetto a una certa scelta, di modo tale che scelte incoerenti all'interno di uno stesso documento possano essere indice non di un modello da seguire, ma di una necessità di normalizzazione.
  • La presa d'atto che ci sono caratteri o consuetudini tipografiche talmente lontane dalle nostre che escludono a priori la grandissima parte dei lettori moderni, quali all'uso di legature, mancati spazi e caratteri antichi oggi scomparsi.
  • Infine, in forma marginale ma non trascurabile, la possibilità di rendere un testo più o meno raggiungibile tramite ricerca nel web.

Gli adattamenti di trascrizione che seguono sono attuabili alle seguenti condizioni:

  • Che sia presente la fonte cartacea del testo da confrontare con la trascrizione.
  • Che siano corrette solo le problematiche derivanti dalla differenza di convenzioni tipografiche.
  • In caso di difformità o scelte problematiche queste siano annotate nella pagina di discussione del testo.

Casi ricorrenti[modifica]

Spazi[modifica]

Nella tipografia antica sono documentati infiniti dubbi di fonosintassi, alcuni dei quali sono tutt(')ora vigenti. Per quanto riguarda gli spazi tra parole essi andrebbero rispettati: se si trova scritto ad esempio da per tutto o qual si voglia tale forma è bene sia trascritta esattamente come appare a stampa.

D'altro canto spesso, per incertezza del tipografo o per economia di spazio, molti spazi tra parole venivano in fase di stampa tralasciati, senza particolare motivazione fonosintattica. Nel tal caso, cum grano salis, possono essere reintegrati. Il trascrittore accorto nel caso di dubbio potrà riprodurre lo status dell'immagine lasciando a occhi più esperti il delicato compito di distinguere lo status della convenzione tipografica dall'inutile arbitrio del tipografo antico.

Un caso particolare riguarda gli spazi prima dei segni di punteggiatura: nelle stampe antiche spesso i segni di punteggiatura erano preceduti da uno spazio, ma oggi, nella tipografia informatizzata del web, tale convenzione appare esteticamente dannosa, sia per paragrafi giustificati in cui parole lunghe creano automaticamente spazi enormi tra parola e segno di punteggiatura, sia ponendo in maniera incontrollabile un caporiga tra parola e segno di punteggiatura. Dato che a livello di informazione non vi sono perdite apprezzabili nel normalizzare questo fenomeno, si applica anche nelle trascrizioni la consuetudine moderna:

  • Nessuno spazio tra parola e segno di punteggiatura successivo: vale a dire che "Ecco: deciso" è giusto; "Ecco : deciso" è sbagliato;
  • Sempre un solo spazio tra segno di punteggiatura e parola seguente: vale a dire che "Ecco: deciso" è giusto; "Ecco:   deciso" è sbagliato;
  • Nessuno spazio tra parentesi aperta e parola che segue: vale a dire che "(Ecco: deciso)" è giusto; "( Ecco: deciso)" è sbagliato;
  • Nessuno spazio tra parola e parentesi chiusa che segue: vale a dire che "(Ecco: deciso)" è giusto; "(Ecco: deciso )" è sbagliato;

Righe[modifica]

MediaWiki, il software alla base di Wikisource prevede la fine di un paragrafo solo se seguito da un doppio caporiga. Diversamente scrive tutto di fila, sostituendo i caporiga con uno spazio. Trascrivendo il testo in formato digitale lo si sottrae ai limiti fisici imposti dallo spazio della pagina, dunque in sede di trascrizione è inutile riprodurre la suddivisione in righe della pagina stampata. Se in una pagina una parola è spezzata a cavallo di due righe in sede di trascrizione si elimineranno tranquillamente i trattini di fineriga e si riuniranno i tronconi di parola generati dal fine riga.

Vanno invece mantenute rigorosamente le distinzioni di paragrafo, che si ottengono con un doppio caporiga. per spaziare maggiormente due paragrafi è sufficiente aumentare il numero di caporiga.

Un caso particolare si ha quando una parola è spezzata tra due pagine. In tal caso utilizza il Template:Pt.

Un secondo caso particolare riguarda le poesie, dove invece i caporiga delimitano dei versi, e in quel caso si racchiuderà l'intera poesia tra i tag <poem>...</poem>.

Segni di punteggiatura[modifica]

L'uso della punteggiatura si è molto evoluto nel corso dei secoli, e spesso scrittori rinomatissimi utilizzavano la punteggiatura con abitudini che a noi appaiono paradossali o poco spiegabili (oggi i criteri di punteggiatura sono più logici che retorici). In sede di trascrizione tale uso va comunque preservato, dato che non riguarda propriamente l'arbitrio del tipografo, quanto le abitudini di scrittura degli autori in una certa epoca, e dato che non disturbano particolarmente né la lettura né la ricerca in rete.

Virgolette[modifica]

Tipi di virgolette

Uno status particolare riguarda l'uso delle virgolette, che ora appaiono "uncinate" («...»), ora "inglesi" rette (“...”) o "tedesche" invertite (“...„), singole o doppie. Esse vanno riprodotte fedelmente, e sebbene tali virgolette non siano immediatamente disponibili nella tastiera (molti utenti le sostituiscono con i comuni doppi apici "...") la loro sostituzione non risponde alle loro implicazioni stilistiche e a volte semantiche.

Si acclude di seguito una serie di codici da copiare e incollare in caso di necessità:

tipo di virgoletta codice da copiare
Virgolette uncinate: « ... »
Virgolette inglesi singole ‘ ... ’
Virgolette inglesi doppie “ ... ”
Virgolette tedesche singole invertite ‘ ... ,
Virgolette tedesche doppie invertite ‟ ... „

È utile ricordare di non lasciare alcuno spazio dopo le virgolette aperte e prima delle virgolette chiuse anche se comparissero nella pagina stampata: mentre le dimensioni di una pagina cartacea erano certe, quelle di una schermata o di una stampa, variabili per risoluzione dello schermo, impostazioni di prestampa o dimensioni della finestra, potrebbero facilmente porre un caporiga tra virgolette e parole se si lascia uno spazio tra di esse.

Un caso particolare è invece l'uso settecentesco e ottocentesco di far cominciare ogni riga di una battuta dialogica con le virgolette aperte: in base a quanto scritto precedentemente riguardo ai confini di riga, in sede di trascrizione tali virgolette potranno essere eliminate. Si confrontino per esempio questa pagina e la sua trascrizione.

Apostrofi[modifica]

L'uso tipografico degli apostrofi è sempre stato molto variabile fino a tempi recenti in cui alcuni casi sono tutt(')ora incerti.

  • apostrofo
    Riguardo all'apostrofo si pongono due problemi:
    1. Nella tipografia antica gli apostrofi, grafemi che indicano fenomeni fonetici di "assenza di suoni", proprio per tale mancanza di riscontro fonetico di un segno grafico, erano spesso assenti, ignorati o usati con incertezza. Risulta pertanto assai difficile distinguere l'abitudine scrittoria di una certa epoca dalla consuetudine tipografica. In genere se il fenomeno compromette la comprensione del testo o se il trascrittore si ritiene in grado di riscontrare dove occorra interpungere due parole con un apostrofo, è consigliabile normalizzare il testo; ma sempre cum grano salis: se non si ha confidenza con testi antichi è sempre meglio riprodurre il testo come lo si legge e lasciar operare altri.
    2. Nella tipografia si sono sempre impiegati apostrofi uncinati che sarebbe bene venissero riprodotti anche in sede di trascrizione, ma dall'avvento delle macchine da scrivere, contenenti solo un apostrofo non uncinato ('), utilizzato sia come apostrofo che come segno di apertura virgolette che come simbolo del minuto primo, l'uso tipografico e l'uso dattilografico si sono separati, mantenendo rigorosamente convenzioni distinte: nei testi a stampa si sono mantenuti rigorosamente apostrofi uncinati (’) mentre nell'uso dattilografico e poi informatico si usa comunemente l'apostrofo non uncinato (').
    • Nei progetti Wikimedia, per continuità nell'uso informatico, per facilitare l'inserimento dei testi dato che l'apostrofo uncinato è relativamente difficile da ottenere tramite tastiera, si è generalizzato l'uso dell'apostrofo non uncinato per quanto difforme rispetto alle edizioni a stampa.

Nei programmi di videoscrittura la sostituzione dell'apostrofo non uncinato con quello uncinato è automatizzata, ma la sostituzione in automatico di tale carattere nei testi di Wikisource è ostacolata dal fatto che l'apostrofo non uncinato è di uso comunissimo nei wikilink dei titoli di opere e autori, inoltre nella formattazione in grassetto (cioè '''grassetto''') e corsivo (cioè ''corsivo'') del testo. Questo problema è dunque ancora aperto, e in attesa di soluzioni per il momento gli apostrofi vengono trascritti non uncinati.

  • La spaziatura degli apostrofi è da normalizzare secondo le norme attuali: in caso di elisione tra parola elisa e parola seguente non va nessuno spazio. In caso invece di apocope o di aferesi invece è sempre richiesto uno spazio rispettivamente dopo e prima della parola (es. "De' matematici italiani anteriori all'invenzione della stampa").

Accenti[modifica]

Riguardo agli accenti il principale problema consiste nella mancanza di una convenzione ferma nel corso dei secoli.

Fino a pochi decenni fa l'uso tipografico prevedeva il solo accento grave per tutte e cinque le vocali. A Giosue Carducci si deve l'idea di distinguere le vocali accentate: le i ed u accentate con accento acuto, è per e accentata aperta e é per e accentata chiusa. Il suo esempio fu seguito sporadicamente e in breve le vocali accentate ripresero tutte l'accento grave. Solo dagli ultimi sessant'anni è riemersa la distinzione d'uso di "é" ed "è" ed è stata lentamente codificata dalle grammatiche, ma precedentemente l'uso costante della "è" era la norma.

Le vocali con accento acuto in corpo di parola sono state usate in un caso particolare, in poesia, per descrivere la dieresi nella tipgrafia del XVIII secolo. Tale convenzione è stata poi sostituita dal segno della "umlaut" tedesca

L'uso di vocali con accento acuto nei secoli passati è stato sporadico e non generalizzato, altrettanto saltuario fu l'uso di accenti per apocopi o troncamenti ( per po’). In genere è preferibile mantenere le forme come appaiono nella pagina quando appaiano una scelta tipografica costante all'interno di un testo.

  • Uguale incertezza riguarda la convenzione d'uso dell'accento circonflesso indicante l'occorrenza, reale o retorica, di fenomeni fonetici della lingua poetica nei testi antichi ("principî" per "principii", "lodâr/fûr" per "lodarono/furono" ecc.) oggi quasi completamente scomparsi. Anche in questo caso, coerentemente con l'uso delle edizioni a stampa, è preferibile mantenere tali segni nella copia del testo.


Dittonghi latini ae, oe[modifica]

Æ

I dittonghi in latino classico sono normalmente scritti con vocali separate. Inoltre nel latino classico nessun segno diacritico di quantità o di accento era usato ad indicare dove cadessero gli accenti.

La tradizione secolare della Chiesa di mettere gli accenti acuti nelle parole sdrucciole in un periodo in cui si era già da tempo persa la percezione della quantità della penultima sillaba ha portato a scritture come consílium per consilium e cǽlitus per caelitus.

L'evoluzione della pronuncia della lingua latina ha portato sia il dittongo /ae/ che /oe/ alla pronuncia /e/. Nel corso del medioevo la grafia si è allineata a una pronuncia affermatasi secoli prima: solo nel corso del Rinascimento si è tornati a una controversa "ricostruzione dei digrammi confusi" (Petrarca scrive ancora que per quae e pena per poena).

Ad oggi

  • per i testi classici si è ricorso alla ricostruzione dei dittonghi originari con il digramma a vocali separate e senza alcun accento, si trovera scritto dunque caelitus
  • In opere latine di scrittori della letteratura italiana e nelle edizioni moderne scientifiche di Dante, Petrarca ecc. tali scritture sono mantenute, si troverà scritto dunque celitus.
  • Nelle edizioni moderne dei testi postumanistici si possono trovare sia dittonghi "legati" æ/œ che restituzioni classicistiche : si troverà dunque scritto perlopiù cælitus, a volte caelitus
  • Nelle edizioni moderne dei testi sacri, principalmente messali e libri pensati per il canto e anticamente abbondanti in abbreviature di origine epigrafica, si è utilizzata una via di mezzo che tiene conto sia dei ritrovamenti rinascimentali che della pronuncia ecclesiastica del latino, usando i dittonghi legati æ/œ, donde la nota confusione del Regina celi divenuto Regina cœli invece che Regina cæli. In tali edizioni di norma i dittonghi in terzultima sillaba accentata vengono accentati graficamente: si troverà scritto dunque cǽlitus.

Incidentalmente le lettere æ e Æ sono grafemi importanti in alcune lingue scandinave mentre œ e Œ sono di uso corrente nella lingua francese, e per questo sono presenti nelle tastiere e nei font.

Google non si pone problemi di lettere accentate o non accentate né di dittonghi legati o espressi: per motivi strettamente anglocentrici (in inglese non si usano segni diacritici) le ricerche li ignorano automaticamente rettificando alla forma più semplice di lettere separate e non accentate: provando a cercare Caeli e Cæli i risultati coincidono.

A conti fatti l'unica difficoltà è ottenere i dittoghi legati e/o accentati nelle tastiere, per cui occorrono metodi differenti in base al sistema operativo usato: tolto questo nulla impedisce di mantenere le grafie così come sono state scritte.

Dunque non vi sono controindicazioni a mantenere le grafie dei dittonghi secondo le indicazioni moderne scritte sopra a seconda del tipo di testo che si incontra.

H[modifica]

Nelle opere a stampa del XV e XVI secolo non è raro trovare grafie latineggianti relative alla "h" iniziale di parola seguita da vocale:

  • huomo per uomo,
  • honore per onore

e così via. Tale fenomeno è definibile sia come vezzo intellettualistico di chi è abituato a scrivere più in latino che in altra lingua, sia come caratteristica peculiare di un certo periodo. In ogni caso è meglio mantenerlo in sede di trascrizione dato che rappresenta più una scelta dell'autore che connota i propri testi come arcaizzanti o solenni o affettati.

Un caso esemplare di questo è la parodia manzoniana di tale stile nell'introduzione dei Promessi sposi:

...hauendo hauuto notitia di fatti memorabili...

In tale brano infatti l'autore ha compiuto Scelte molto precise fin dall'inizio. Non faremo diversamente.

I, Î e J[modifica]

Nella storia dell'ortografia italiana l'oscillazione tra I e J è stata varia e secolare. La lettera J era originariamente estranea all'alfabeto latino, ed è stata adottata a partire dal medioevo come variante grafica solo minuscola della I. La sua distinzione effettiva fu sancita da Gian Giorgio Trissino, nella sua Ɛpistola del Trissino de le lettere nuωvamente aggiunte ne la lingua Italiana del 1524. Essa rimase in auge fino alla fine dell'Ottocento, nel corso del primo Novecento smise di essere usata ed oggi è impiegata solo nei termini di origine straniera.

Fino al XIX secolo essa si poteva trovare

  • al posto di I nei dittonghi, per indicare la contrazione di i geminata finale -ii (ad es. studj) in concomitanza e concorrenza con il grafema î;
  • in posizione intervocalica (come nella parola Savoja, ajuto, gioja).

Tale uso non è casuale ma documenta una scelta non solo tipografica ma anche stilistica ed espressiva, in particolare negli scrittori a cavallo tra Ottocento e Novecento dove essa assume un valore ora di soluzione ricercata ora di arcaismo, ora di preziosismo linguistico (Luigi Pirandello, esperto di filologia romanza e dialettologia, ne è un assertore costante nella sua prosa). È quindi opportuno mantenere tali grafie.

S lunga (ſ)[modifica]

S long avec empattement.svg

La s lunga (ſ) è una forma antica della lettera s minuscola. A seguito della diffusione della scrittura operata da Carlo Magno e la comparsa della grafia minuscola carolingia, si incominciò ad utilizzare la s lunga, riservando la s corta esclusivamente in fine di parola (come accade in greco). L'utilizzo della s finale si generalizzò poco a poco, finché giunse a sostituire completamente la s lunga.

In fase di trascrizione si può tranquillamente sostituire la s lunga con la consueta s moderna, in quanto

  • un lettore moderno non informato confonde spesso tale lettera con una "f", con conseguente difficoltà di lettura
  • la sostituzione non crea casi di interpretazione dubbia offuscando la comprensione della fonte
  • il carattere rende moltissime parole irriconoscibili ai motori di ricerca.

S doppia (ſs o ß)[modifica]

legatura di doppia esse in italiano

Come nel caso precedente, nella lingua italiana a differenza di quella tedesca dov'è tuttora in uso, il carattere ß, è stato utilizzato come una forma di abbreviatura solo marginalmente e ha seguito il destino della esse lunga.

legatura di doppia esse in latino

In fase di trascrizione è tranquillamente normalizzabile in ss senza pregiudicare la verificabilità del testo.

T e Z[modifica]

Nelle opere astampa del XV e XVI secolo non è raro trovare grafie latineggianti relative al gruppo "ti" seguito da vocale:

  • gratia per grazia,
  • attioni per azioni

e così via. Tale fenomeno è definibile più come vezzo intellettualistico di chi è abituato a scrivere più in latino che in altra lingua piuttosto che come caratteristica peculiare di un certo periodo. Ciononostante è meglio mantenerlo in sede di trascrizione dato che nel tempo la sua progressiva rarefazione e scomparsa lo connotano come uso arcaizzante e affettato. Un caso esemplare di questo è la parodia manzoniana di tale stile nell'introduzione dei Promessi sposi:

...un perpetuo ricamo di Attioni gloriose...
...hauendo hauuto notitia di fatti memorabili...
...il Racconto, ouuero sia Relatione.


U e V[modifica]

V e u

Nella lingua latina classica il suono /v/ non era presente, dunque nell'alfabeto latino l'unica lettera V rappresentava quello che per noi è il suono della "u" o per gli inglesi il suono della "w" (non a caso chiamata "double u", cioè "doppia u"). L'evoluzione della pronuncia del latino portò alla comparsa del suono /v/ in posizione intervocalica, ma per secoli questo non ebbe effetto nella scrittura. Con l'invenzione della grafia minuscola tale status rimase, e solo nel XVI secolo lo studioso Pierre de la Ramée adottò i simboli "U" per la "u maiuscola" e "v" per "v minuscola". Tale riforma tipografica fu però recepita lentamente e a lungo tali appaiono utilizzate erroneamente nelle edizioni a stampa.

Tale situazione è normalizzabile in quanto

  • non rispecchia uno stato della pronuncia della lingua italiana
  • spesso le edizioni antiche utilizzavano tali caratteri in maniera casuale più che intenzionale
  • la sostituzione non crea casi di interpretazione dubbia offuscando la comprensione della fonte
  • non aiutano particolarmente la reperibilità del testo tramite motori di ricerca.

Abbreviature e tituli[modifica]

Latin-breve.png

Nei testi sia manoscritti che stampati, per esigenze tipografiche mutuate dalle esigenze di spazio ed economia di mezzi, fin dall'antichità si sono create delle convenzioni di abbreviazione per alcuni nessi vocalici o consonantici. Sebbene l'invenzione della stampa abbia fortemente ridotto il loro impiego, la continuità con la pratica manoscritta del passato ne ha preservate alcune molto a lungo.

tituli

Nella tipografia antica era perpetuata l'abitudine amanuense di risparmiare tempo, spazio e inchiostro sostituendo lettere con accenti o altri segni diacritici, o intere parole con sigle (XP per "Cristo" o DN per "Dominus" ecc.) Queste istanze di abbreviazione scribale sono moltissime e presentano i seguenti problemi:

  • per quanto lo standard Unicode fornisca una pletora di simboli, le abbreviazioni sono tecnicamente irriproducibili in tutte le loro varianti.
  • Anche fossero tecnicamente riproducibili esse rendono il testo generalmente difficile da leggere o illeggibile dal lettore medio.
  • L'uso di forme abbreviate con caratteri esoterici rende i testi difficili da localizzare tramite motore di ricerca.

Per questo motivo è meglio sciogliere le abbreviazioni nella loro forma estesa, con o senza parentesi di integrazione: ad esempio "nõ" può essere trascritto "no(n)" o direttamente "non".

Purtroppo la varietà delle abbreviature rende talvolta non immediato il loro scioglimento. Sta dunque alla sagacia del trascrittore cogliere quando lanciarsi nella trascrizione o quando sospendere il giudizio su casi non trasparenti in attesa di rilettori più esperti. Nei casi dubbi si trascriva la forma come appare tralasciando i diacritici, e si segnali il caso in pagina di discussione.

E commerciale (&)[modifica]

Evoluzione Et->&

Questo segno tachigrafico, che riunisce in un solo carattere la parola et gode di uno status particolare in quanto è usato tuttora anche se con intenti diversi, ed è di facile reperimento nelle tastiere di computer. La sua presenza in sinalefe nella poesia comprova che tale segno era pronunciato come "e" e non come "et", dunque si può definire un relitto di età romana conservatosi nei secoli. Nulla impedisce di scioglierlo in et spezzando il monogramma nelle sue componenti, oppure di normalizzarlo in "e".

Dialoghi[modifica]

Sia in testi teatrali che al'interno di altre opere compaiono dei dialoghi. Nelle versioni antiche a stampa questi sono ora scritti secondo un uso moderno di battute separate da caporiga e introdotte dal nome del personaggio che le pronuncia, sia in forma più o meno caotica con battute scritte di seguito e separate solo dal nome abbreviato del personaggio che le esprime.

Sulla scorta dei testi del Progetto:Teatro, a partire da una convenzione che non complica eccessivamente il codice con cui inserire tali dialoghi, si propone per essi la stessa convenzione dei testi teatrali:

Codice Risultato
; Desiderio
::::::: Al tuo re torna,
: Spoglia quel manto che ti rende ardito,
: Stringi un acciar, vieni, e vedrai se Dio
: Sceglie a campione un traditor. - Fedeli!
: Rispondete a costui.
; Molti fedeli
:::::: Guerra!
; Albino
:::::::: E l'avrete,
: E tosto, e qui: l'angiol di Dio, che innanzi
: Al destrier di Pipin corse due volte,
: Il guidator che mai non guarda indietro,
: Già si rimette in via.
; Desiderio
:::::: Spieghi ogni duca
: Il suo vessillo; della guerra il bando
: Ogni Giudice intìmi, e l'oste aduni;
: Ogni uom che nutre un corridor, lo salga,
: E accorra al grido de' suoi re. La posta
: È alle Chiuse dell'Alpi.

''al Legato''
:::::: Al re de' Franchi
: Questo invito riporta.
; Adelchi
:::::: E digli ancora,
: Che il Dio di tutti, il Dio che i giuri ascolta
: Che al debole son fatti, e ne malleva
: L'adempimento o la vendetta, il Dio,
: Di cui talvolta più si vanta amico
: Chi più gli è in ira, in cor del reo sovente
: Mette una smania, che alla pena incontro
: Correr lo fa; digli che mal s'avvisa
: Chi va de' brandi longobardi in cerca,
: Poi che una donna longobarda offese.
Desiderio
Al tuo re torna,
Spoglia quel manto che ti rende ardito,
Stringi un acciar, vieni, e vedrai se Dio
Sceglie a campione un traditor. - Fedeli!
Rispondete a costui.
Molti fedeli
Guerra!
Albino
E l'avrete,
E tosto, e qui: l'angiol di Dio, che innanzi
Al destrier di Pipin corse due volte,
Il guidator che mai non guarda indietro,
Già si rimette in via.
Desiderio
Spieghi ogni duca
Il suo vessillo; della guerra il bando
Ogni Giudice intìmi, e l'oste aduni;
Ogni uom che nutre un corridor, lo salga,
E accorra al grido de' suoi re. La posta
È alle Chiuse dell'Alpi.

al Legato

Al re de' Franchi
Questo invito riporta.
Adelchi
E digli ancora,
Che il Dio di tutti, il Dio che i giuri ascolta
Che al debole son fatti, e ne malleva
L'adempimento o la vendetta, il Dio,
Di cui talvolta più si vanta amico
Chi più gli è in ira, in cor del reo sovente
Mette una smania, che alla pena incontro
Correr lo fa; digli che mal s'avvisa
Chi va de' brandi longobardi in cerca,
Poi che una donna longobarda offese.

Per testi in prosa, ancor più semplicemente:

''Fra' Timoteo, Lucrezia, Sostrata.''

; Timoteo: Voi siate le ben venute! 
Io so quello che voi volete intendere da me, 
perché messer Nicia m'ha parlato. Veramente,
io sono stato in su' libri più di dua ore a
studiare questo caso; e, dopo molte esamine,
io truovo di molte cose che, e in particolare
ed in generale, fanno per noi. 
; Lucrezia: Parlate voi da vero o motteggiate?
; Timoteo: Ah, madonna Lucrezia! Sono, queste,
cose da motteggiare? Avetemi voi a conoscere
ora?
; Lucrezia: Padre, no; ma questa mi pare la più
strana cosa che mai si udissi.
; Timoteo: Madonna, io ve lo credo, ma io non 
voglio che voi diciate piú cosí. E' sono molte
cose che discosto paiano terribili, insopportabile,
strane, che, quando tu ti appressi loro, le 
riescono umane, sopportabili, dimestiche; e 
però si dice che sono maggiori li spaventi 
ch'e mali: e questa è una di quelle.

Fra' Timoteo, Lucrezia, Sostrata.

Timoteo
Voi siate le ben venute! Io so quello che voi volete intendere da me, perché messer Nicia m'ha parlato. Veramente, io sono stato in su' libri più di dua ore a studiare questo caso; e, dopo molte esamine, io truovo di molte cose che, e in particolare ed in generale, fanno per noi.
Lucrezia
Parlate voi da vero o motteggiate?
Timoteo
Ah, madonna Lucrezia! Sono, queste, cose da motteggiare? Avetemi voi a conoscere ora?
Lucrezia
Padre, no; ma questa mi pare la più strana cosa che mai si udissi.
Timoteo
Madonna, io ve lo credo, ma io non voglio che voi diciate piú cosí. E' sono molte cose che discosto paiano terribili, insopportabile, strane, che, quando tu ti appressi loro, le riescono umane, sopportabili, dimestiche; e però si dice che sono maggiori li spaventi ch'e mali: e questa è una di quelle.

In pratica, il nome del personaggio in inizio riga, preceduto dal segno di punto e virgola rende grassetto il testo fino al segno dei due punti, che mandano a caporiga e indentano automaticamente quanto segue.

Questa convenzione riguarda solo la formattazione e non certo la lettera del testo, su cui si potrà mantenere la massima letteralità (nomi di personaggio abbreviati, maiuscoli, maiuscoletti ecc.)

Errata corrige originali[modifica]

Spesso i libri riportano in fondo un elenco di errata corrige. Essi possono essere trascritti pedissequamente, e con un particolare stratagemma, incorporati invisibilmente in modo che essi siano applicati nella versione testuale del libro, tramite il Template:Ec. Un esempio:

{{Ec|intenti à servire|intenti a scrivere}} nella versione proofread comparirà intenti à servire, ma nella versione testuale, al medesimo luogo apparirà il testo corretto.

In tal modo si ottengono tre obiettivi ottimali:

  • Gli errata corrige vengono trascritti e tramandati
  • La versione con pagina a fronte mantiene fedelmente il testo sbagliato
  • La correzione appare nella versione testuale, dove è più probabile che il testo sia letto, stampato e copiato.

Errori tipografici[modifica]

Errore tipografico: tratto sta per trotto

L'errore tipografico palese può essere trattato secondo la modalità prevista qui sopra per gli errata corrige, ma con estrema attenzione:

L'errore tipografico deve essere effettivamente inequivocabilmente e indiscutibilmente errore tipografico
  • Non deve cioè ricadere nelle consuetudini tipografiche estensive in una certa epoca (non ha senso correggere con questa modalità tutti i perchè con accento grave in perché con accento acuto)
  • Non deve assolutamente essere frutto di una speculazione personale che presti il fianco alla minima ambiguità o contestabilità: meglio lasciare tale compito a filologi accreditati fuori da questo progetto.

Insomma, nel dubbio è meglio perpetuare un errore che potrebbe non essere tale, piuttosto che deviare dalla tradizione del testo credendo di correggerlo.

Il contenuto non testuale[modifica]

Figure, fregi e capilettera originali[modifica]

Esempio tratto da una prestigiosa edizione della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, opera dell'editore Groppo di Venezia, nel 1761.

Compatibilmente con l'abilità di ognuno, è fortemente consigliata la pratica del recupero della veste grafica che accompagna i testi, con programmi di editing immagini, post-elaborazione, ecc.

I casi riguardano soprattutto il libro in senso stretto e il culto per questo prezioso contenitore nei secoli passati. Le diverse edizioni testimoniano un gusto legato spesso al prestigio della casa editrice e dell'editore, che eredi della cultura miniaturista, creano stampe sempre più belle per accompagnare le loro produzioni.