Gli orrori della Siberia/Capitolo XV – L’evasione

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Capitolo XV – L’evasione

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Capitolo XV – L’evasione


Erano trascorsi due lunghi ed interminabili mesi, senza che nulla di nuovo fosse avvenuto nella miniera. Il capitano non aveva più dato notizie di sé: senza dubbio si trovava ancora in mezzo alle nevose steppe, alla testa della seconda colonna di forzati. Della sorella e del pellegrino nessuna nuova era giunta in fondo a quella miniera, né l’ingegnere aveva più parlato della progettata evasione.

Il colonnello, dotato d’un vigore sovrumano, non aveva perduto, né un atomo della sua forza erculea, né della sua energia, malgrado la mancanza d’aria, poiché quattro sole volte, in quei sessanta giorni, aveva potuto vedere il cielo e malgrado l’aspro e continuo lavoro e le umiliazioni che era costretto a subire, lo si era solamente udito lagnarsi dell’insufficienza del vitto, quantunque lo studente avesse preso l’eroica risoluzione di cedergli una parte della sua scarsa razione.

Il povero Iwan però, era dimagrito, era ingiallito come un melone, aveva perduto il suo buon umore e si era buscata una lenta febbre che non lo lasciava quasi mai. Deperiva a vista d’occhio e giorno e notte non sognava che la libertà.

Un avvenimento inatteso provocò un brutale cambiamento nella situazione dei due prigionieri e decise l’ingegnere a precipitare il progetto che da lungo tempo maturava. Erano stati mandati a lavorare in un’altra galleria più bassa, più tetra, sotto la sorveglianza d’uno dei più feroci e brutali guardiani. La frusta di quel manigoldo non rimaneva un solo istante quieta; era continuamente alzata e cadeva sempre con sordo rumore sulle spalle dei disgraziati che gli passavano dinanzi.

Fino allora quel guardiano aveva risparmiato il colonnello, ma un pomeriggio, vedendolo arrestarsi alcuni minuti per tergersi il sudore che cadevagli copioso dalla fronte e scambiare alcune parole con Iwan che lavorava presso di lui, s’avanzò dicendo:

– Ah! cani di forzati!... Chiacchierate come pappagalli, invece di lavorare!... Vi farò assaggiare la mia frusta e a te pel primo, gigante superbo!...

Iwan ed il colonnello, che già fremevano dalla voglia di somministrare al brutale cosacco una solenne lezione, si erano voltati verso di lui di colpo.

Il colosso, gettata la zappa, aveva rimboccato le maniche della camicia e, mostrando all’aguzzino le sue braccia formidabili, gli disse con voce rauca, a malapena frenata:

– Provati, se l’osi!...

– Ehi, galeotto, mi prendi per un fantoccio!...

– Galeotto!... A me, galeotto!... – gridò il colonnello con voce terribile.

– Un ladro od un assassino che si offende!... – esclamò il guardiano. – Ah!... ah!... quanto sei ridicolo!...

– Ladro!... A me, ladro!... Ah!... Canaglia!...

– Ehi, gigante!... Non alzare troppo la voce qui e per insegnarti a rispettare i superiori, prendi!...

Così dicendo la frusta cadde violentemente, ma non toccò il colonnello.

Iwan, con una rapida mossa si era gettato dinanzi al compagno ed aveva ricevuto il colpo in mezzo al petto.

Il colonnello, vedendo ciò, aveva emesso un vero ruggito. Dimenticando ogni prudenza, la parola data al capitano, le terribili conseguenze che doveva produrre una ribellione, si era slanciato innanzi.

La sua mano aperta, cadde con un colpo secco sul viso dell’aguzzino, e con tale impeto, che il miserabile piroettò su sé stesso. Il colonnello pronto come il lampo, approfittando del momento in cui mostravagli il dorso, l’afferrò pel collo e lo scaraventò dieci passi lontano, in mezzo ad un ammasso di terra aurifera.

– Bravo! – urlarono i forzati della galleria, vedendo il loro tormentatore fare quella superba volata. – Viva il colonnello!...

Ma il grido di dolore del guardiano era stato udito nelle vicine gallerie.

Quattro cosacchi, guidati da un guardia-ciurma, si erano precipitati nello stretto corridoio, armando precipitosamente i fucili.

Vedendo il loro compagno atterrato, col viso pesto ed insanguinato ed il colonnello ritto fieramente in mezzo alla galleria, compresero subito quanto era accaduto.

– Una rivolta?... – gridò il guardia-ciurma. – Arrestate quell’uomo!...

Ma Sergio, che una collera tremenda animava, aveva rapidamente raccolto il piccone ed alzandolo come se fosse un semplice martello, tuonò con voce furente:

– Indietro o vi uccido!...

– Colonnello!... – esclamò Iwan, spaventato. – Vi farete uccidere!...

I soldati ed il guardia-ciurma si erano arrestati. Quell’uomo, ritto in mezzo alla galleria, in quella posa minacciosa, colla sua taglia imponente, deciso a tutto, pronto a fare uso della sua forza prodigiosa, faceva paura anche a quegli uomini armati di fucili e li rendeva esitanti.

– Giù quel piccone, – disse finalmente il guardia-ciurma, che era diventato pallido come un morto.

– Accoppatelo!... – gridarono invece i forzati. – Date una picconata sul cranio di quell’aguzzino.

Tutti i galeotti della galleria parevano pronti a difendere il colonnello. Si erano armati coi picconi e raggruppati dietro di lui, decisi a scagliarsi sui soldati al primo atto ostile.

– Giù quel piccone o comando il fuoco, – ripeté il guardia-ciurma.

– Arrendetevi e vi salverò, – mormorò una voce agli orecchi del colonnello.

Era l’ingegnere che così aveva parlato. Sergio gettò via il piccone e s’avanzò verso i soldati colle braccia incrociate, fino a toccare col suo petto le punte delle baionette.

– Eccomi, – diss’egli. – Che cosa volete da me?...

– I superiori decideranno, – disse il guardia-ciurma.

Poi, volgendosi verso i soldati, aggiunse:

– Conducetelo per ora nella sua cella.

Iwan si fece innanzi.

– Sono io che ho provocato la ribellione, – disse. – Arrestatemi.

– Vattene al lavoro tu, – disse il guardia-ciurma. – Più tardi avrai la tua parte di knut.

– Ma io...

– Silenzio, – disse l’ingegnere, tirandolo indietro. – Sarebbe un sacrificio inutile.

– Colonnello!... – gridò lo studente.

– Non temete, Iwan. – rispose Sergio, con un sorriso.

Lo salutò colla mano e si mise in mezzo ai soldati, scomparendo in fondo alla galleria.

– Lo uccideranno? – chiese Iwan, con voce angosciata.

– Qui si puniscono le ribellioni a colpi di knut, – disse l’ingegnere, – ma il colonnello non ne riceverà uno solo. Tutto è pronto e questa notte noi fuggiremo.

– E se la fuga non riuscisse?

– Vi dico che lasceremo la miniera, a meno che... Bah!... meglio la morte che questo inferno.

– Ma...

– Silenzio, riprendete il lavoro. A questa notte.

Quantunque il povero studente fosse angosciato, fu costretto a riprendere il lavoro. Un altro guardiano aveva ripreso il posto di quello atterrato dal colonnello, che era stato trasportato nell’infermeria in pessime condizioni.

Finalmente suonò l’ora del riposo notturno. Iwan cercò l’ingegnere, ma egli non era più nella galleria. Le sue angosce crebbero e le sue inquietudini raddoppiarono. Era stato, quell’uomo che doveva renderli liberi, mandato in altra cella od imprigionato?... Che qualcuno li avesse traditi, all’ultimo momento?

Seguì i compagni col cuore stretto, triste, pensieroso, ma si rasserenò tosto, scorgendo l’ingegnere presso la cella.

– Il colonnello? – gli chiese.

– È là incatenato, – rispose l’ingegnere, – additandogli la cella.

Infatti Sergio era coricato sul tavolaccio, colle gambe e colle braccia strettamente incatenate, in modo da non poter fare alcun movimento. Era però tranquillissimo ed accolse lo studente con un sorriso.

– Ah!... colonnello!... – esclamò Iwan, slanciandosi verso di lui. – Quante angosce!...

– Vedete bene, mio caro amico, che non mi hanno ancora accoppato, – disse Sergio. – La mia pelle è dura e resisterà un bel pezzo allo knut.

– Non vi toccherà: questa notte fuggiremo.

– Silenzio, – disse l’ingegnere. – Lasciate che tutti i guardiani se ne vadano.

– Avete la lima? – chiese Sergio.

– Sì, due, nascoste sotto la camicia.

– Ed i guardiani?

– Non ve ne sono dalla parte della miniera vecchia.

– Non vegliano nella galleria?

– All’estremità vi sarà una sentinella, ma siamo lontani e non ci udrà. Silenzio, cerchiamo di dormire un paio d’ore.

Si coricò sul tavolaccio, imitato da Iwan, dai tre politici e dal galeotto; però l’idea di riguadagnare presto la libertà, di abbandonare quell’inferno di torture, dove imperava l’infame frusta, impediva loro di dormire. Le due ore finalmente trascorsero. L’ingegnere si calò dal tavolaccio senza far rumore, s’accostò all’inferriata ed ascoltò lungamente.

L’immensa miniera, che di giorno risuonava di mille fragori, era silenziosa come una tomba. Solamente, tendendo bene gli orecchi, si udiva come un sordo fremito prodotto dal lontano russare dei prigionieri e che l’eco delle tenebrose gallerie ripercuoteva.

– Scendete, – comandò egli.

I forzati, lentamente, con mille precauzioni, sostenendo la catena perché non tintinnasse, abbandonarono il tavolaccio. L’ingegnere estrasse due solide lime d’acciaio inglese e ne porse una ad Iwan, dicendo:

– Prima il colonnello. Avrò bisogno del suo vigore straordinario.

Poi, impugnata l’altra lima, si mise ad intaccare il largo anello di ferro che imprigionavagli la gamba. Bastarono dieci minuti per tagliarlo. Sbarazzatosi della catena, s’appressò al cancello di ferro e si mise a frugare nella toppa, senza far rumore, con un ferro che pareva un chiodo ricurvo. Lo si udì per qualche tempo fare stridere la punta di quell’arnese, poi la lima, quindi lo si vide ritornare camminando sulle punte dei piedi.

– Manca molto? – chiese.

– Ancora tre catene, – disse Sergio che era stato liberato e che limava, con furore, gli anelli dei suoi compagni.

– Affrettiamoci: il cancello è aperto. A voi la seconda lima, – disse, porgendola al galeotto.

I tre anelli caddero in breve sotto le due lime: tutti erano liberi, pronti a difendersi, decisi a morire piuttosto che lasciarsi riprendere.

– Seguitemi, – disse l’ingegnere.

– Ma non abbiamo nulla per difenderci, – disse un forzato.

– Ci armeremo coi picconi, – rispose il colonnello. – Avanti!

Uscirono dalla cella a piedi nudi, appendendosi le scarpe alle giacche per poter poi affrontare il ghiaccio, e s’inoltrarono nella galleria tenebrosa, in fila indiana: l’ingegnere, il più pratico della grande miniera, dinanzi, ed il colonnello alla coda per difenderli alle spalle.

All’estremità della galleria ardeva una lampada: dinanzi ad essa, appoggiato al suo fucile, vegliava un cosacco. Volsero le spalle a quella luce e proseguirono, nel più profondo silenzio, passando dinanzi a parecchie celle e tenendosi vicini alla parete sinistra.

Percorsi centocinquanta passi, l’ingegnere s’arrestò, dicendo con voce rapida, e bassa:

– Fermi tutti!...

In fondo alla galleria si era udito un sordo rumore. Vegliava colà qualche guardiano o qualche cosacco? Stettero immobili alcuni istanti, col cuore sospeso, le fronti madide d’un freddo sudore, in preda ad un’angoscia indescrivibile; ma il rumore non si ripeté.

– Che vi sia un uomo laggiù? – chiese Sergio, che si era avvicinato all’ingegnere.

– Non lo credo, – rispose — non vedo alcuna lampada in fondo alla galleria.

– Pure ho udito anch’io un cupo fragore.

– Deve essere caduta qualche piccola frana. Sono frequenti in questa parte della miniera.

– Andiamo innanzi.

Si rimisero in marcia, percorsero altri cento passi fra una profondissima oscurità, poi l’ingegnere tornò ad arrestarsi.

– Piegate a manca, – diss’egli, – e curvatevi. Fra breve sarà necessario procedere carponi.

– Dove andiamo? – chiese Sergio.

– C’inoltriamo in una vecchia galleria abbandonata.

– E il pozzo dov’è?

– All’estremità.

– Avanti!...

– No, un momento.

– Cosa c’è ancora?

– I picconi, colonnello. Forse saremo costretti a servircene per aprirci il passo.

– Cerchiamoli.

Si misero a strisciare a destra ed a sinistra, tenendosi sempre presso le pareti per non smarrirsi, e riuscì facile a loro di trovarne parecchi. Armatisi, si rimisero in cammino, avanzandosi nella nuova galleria.