Il tesoro della Montagna Azzurra/XVII — L'imboscata

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XVII — L'imboscata

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XVII — L'imboscata


Mentre don Josè e don Pedro, insieme ai loro compagni, si torturavano il cervello per cercare di uscire dalla caverna e Ramirez preparava l'agguato che avrebbe dovuto dargli nelle mani tutti, Mina si struggeva d'angoscia, non avendo più ricevuto alcuna notizia della piccola spedizione organizzata per salvare il bosmano. Invano i capi dei diversi villaggi, non meno inquieti della giovane, avevano mandato degli esploratori nelle foreste, con la speranza di sorprendere qualche altro guerriero nuku e costringerlo a dare qualche notizia degli uomini bianchi. Tutti erano ritornati senza alcuna notizia confortante. Il dubbio dunque che una disgrazia fosse toccata all'ardito drappello, si era infiltrato nell'animo di tutti. I capi avevano lungamente discusso sul da farsi senza nulla decidere, essendo i Krahoa troppo potenti per poterli assalire con qualche speranza di buon successo. Forse Mina, che era tenuta ormai come una specie di divinità, avrebbe potuto deciderli a tentare qualche colpo audace; disgraziatamente, non conoscendo ancora la loro lingua, aveva dovuto limitarsi a fare molti cenni che nessuno probabilmente aveva compresi. Già gli antropofaghi pensavano di nominarsi un altro capo, disperando ormai di rivedere tornare don Josè, quando il quarto giorno dopo la scomparsa del drappello, videro arrivare degli esploratori ansanti, annunciando che un uomo bianco avanzava attraverso la grande foresta, guidato da un neo-caledone. La speranza che si trattasse del capo o perlomeno del giovane suo compagno, aveva fatto accorrere prontamente tutti i guerrieri dei diversi villaggi; ma grande fu la loro sorpresa, quando videro arrivare un giovane bianco a tutti sconosciuto. Era quel furfante di Emanuel che si preparava a fare la sua parte. Nargo lo accompagnava come interprete. Passato il primo momento di stupore, i capi dei Nuku decisero di condurre il traditore nella capanna abitata da Mina, non senza però sorvegliarlo attentamente, quantunque convinti che tutti gli uomini bianchi fossero amici fra loro. La giovane, attratta dal baccano, e immaginandosi che qualche notizia fosse arrivata al villaggio sulla sorte toccata al fratello, si era affrettata a uscire. Un grido di sorpresa le era uscito, trovandosi davanti Emanuel.

— Tu qui e vivo!... — esclamò. Fu tanta la gioia nel rivedere finalmente una persona conosciuta, che dimenticò in quel momento i sospetti formulati dal capitano contro quel precoce furfante.

— Siete sorpresa di vedermi, è vero, señorita? — chiese Emanuel. — Io invece no, perché sapevo che vi trovavate presso questa pacifica tribù.

— Chi te l'ha detto?

— Vostro fratello, don Pedro, — rispose Emanuel, audacemente.

— L'hai visto?

— Come vedo voi, señorita.

— E anche il capitano?

— Ho parlato con lui ieri sera.

— E perché non sono tornati? Non hanno salvato il bosmano?

— Sì, señorita; devo però darvi una brutta notizia.

— Entra nella mia capanna.

— E questi selvaggi non uccideranno intanto l'uomo che mi ha accompagnato?

— Non lo disturberanno affatto, purché stia tranquillo.

— Non avrà certo nessun desiderio di inimicarsi questi antropofaghi.

— Allora rispondo della sua vita. Entra e lasciamo a lui l'incarico di dare ai capi Krahoa le spiegazioni che crederà.

— Sa che cosa dire, poiché il capitano Ulloa lo ha istruito.

Entrarono nella capanna che non aveva altra mobilia che delle grosse stuoie e poche stoviglie di terracotta.

— Spiegati subito, — disse Mina.

— È presto detto, señorita. I selvaggi avevano rinchiuso quel disgraziato Reton in una caverna, per ingrassarlo e poi mangiarlo. Il capitano e vostro fratello vi erano entrati con i loro guerrieri e avevano liberato il prigioniero, quando i Krahoa barricarono le due uscite assediandoli.

— E tu come hai fatto a salvarti?

— Passando attraverso un crepaccio dopo infiniti sforzi. Ero il più magro di tutti.

— Eri dunque con loro, — disse Mina.

— Sì, señorita, — rispose il briccone. — Avevo incontrato il capitano poco prima che entrasse nella caverna, essendo riuscito a sfuggire a don Ramirez che mi teneva prigioniero.

— Ramirez! — esclamò Mina, lanciando sul mozzo uno sguardo sospettoso. — Perché non ti aveva lasciato nelle mani dei Krahoa?

— Non lo so; forse perché aveva bisogno di un mozzo.

— È partito quel miserabile?

— A quest'ora deve navigare sul Diao, per raggiungere il paese dei Krahoa.

— E tu sei fuggito?

— Se non l'avessi fatto non sarei qui señorita.

— Questa è una prova che il capitano e mio fratello si erano ingannati sul tuo conto. Io avevo sempre dubitato di quelle accuse.

— Di quali accuse, señorita? — chiese il giovane, fingendosi spaventato.

— Non parliamo di questo; dimmi che cosa devo fare per salvare mio fratello e gli amici.

— Una cosa sola: raccogliere tutti i Nuku e partire subito. Guardate: vedo i capi che fanno battere i tamburi di legno per raccogliere i guerrieri. Il selvaggio che mi ha condotto qui deve averli informati dei desideri dei vostri compagni e si preparano a partire.

— Arriveremo in tempo?

— Il capitano può resistere parecchi giorni, avendo con sé molte provviste.

— E potranno i Nuku assalire i Krahoa?

— Metà di quella tribù è partita con Ramirez, quindi non ci riuscirà difficile battere gli antropofaghi.

In quel momento un latrato furioso echeggiò al di fuori, ed Hermosa, la bellissima e gigantesca cagna di don Josè, irruppe nella capanna, cercando di avventarsi contro il mozzo. Un gesto imperioso di Mina alla quale la bestia si era ormai profondamente affezionata, la trattenne. Ringhiava però in modo così minaccioso da far temere un improvviso assalto.

— Che cos'ha contro di me questo maledetto cane? — chiese Emanuel, il quale si era precipitosamente ritirato in un angolo della capanna, armando la carabina.

— Non l'hai mai vista prima? — chiese Mina.

— Io no, poiché non può essere quella che il capitano Ulloa possedeva e che gli fu rubata prima che lasciasse l'America.

— È proprio quella.

— Allora si vede che questo animale ha dimenticato il mozzo dell'Andalusia. Bah! Ritorneremo presto amici. Su, señorita, partiamo; dobbiamo sorprendere i Krahoa prima dell'alba.

— Sono pronta, — rispose risolutamente Mina, staccando dalla parete la navaja lasciatale dal fratello, poiché la sua carabina era passata nelle mani di Matemate.

Quantunque Emanuel avesse preferito di vederla disarmata, non osò dirle nulla, per la paura di destare qualche sospetto.

— Penserà il capitano a disarmarla, — pensò.

I guerrieri Nuku, già avvertiti dal luogotenente di Ramirez, poiché Nargo occupava tale carica presso i Krahoa dopo la morte del loro capo, erano già pronti a partire. Erano centocinquanta circa fra giovani e vecchi, tutti armati di mazze, di asce di pietra e di archi e a quanto sembrava, pieni d'entusiasmo. Dai Krahoa avevano ricevute troppe offese, per non approfittare della buona occasione. Quando Mina comparve e fece loro comprendere a segni che era pronta ad accompagnarli, un formidabile urlo scoppiò fra i selvaggi.

Udendolo, Emanuel aveva fatto una smorfia.

— Sono gente di fegato anche questi, — mormorò. — Il capitano avrà da fare a sbrigarsela. Ad ogni modo sul più bello della lotta io me la darò a gambe e lascerò che si accoppino fra loro.

Fu portata una specie di lettiga formata con rami intrecciati e stuoie variopinte, con cenni Mina fu invitata a salirvi, e la truppa dopo essersi divisa in due schiere, si mise in marcia preceduta da Nargo che si era incaricato di guidarla. I capi avevano prese delle minuziose precauzioni per evitare qualsiasi sorpresa, mandando a destra e a sinistra della colonna numerosi esploratori e facendosi precedere da una forte avanguardia composta di agilissimi guerrieri. La notte sorprese la spedizione ancora in mezzo ai grandi boschi, essendo avanzata assai lentamente per lasciar tempo agli esploratori di spingersi molto lontani. Si accamparono in mezzo a delle macchie, per attendere la scomparsa della luna e piombare inosservati sui villaggi nemici. Verso le due del mattino ripresero la marcia, avanzando con maggiori precauzioni. Il territorio abitato dai Krahoa, ormai vicinissimo, consigliava di avanzare con estrema prudenza per non provocare sospetti. La marcia durava da una mezz'ora, quando dei colpi di arma da fuoco echeggiarono improvvisamente in mezzo alle macchie, rompendo bruscamente l'oscurità.

— Emanuel!... — gridò Mina, atterrita. — Chi fa fuoco su di noi? Il capitano e mio fratello?

— Ve lo dirò subito, — rispose il briccone. — Vado a farlo smettere.

Non aspettava che quel momento per darsela a gambe e cercarsi un asilo sicuro contro le palle che già cominciavano a fischiare in buon numero. S'aprì il passo fra i guerrieri che ripiegavano intorno al palanchino occupato da Mina e si gettò in mezzo a un gruppo di alberi, lasciandosi cadere dietro l'enorme tronco di un kauri. I colpi di fucile intanto aumentavano e i Nuku cominciavano a cadere. L'avanguardia era ritornata in pieno disordine, comunicando alla colonna uno sgomento indescrivibile. Gli avversari che avevano tesa l'imboscata dovevano essere numerosissimi, poiché in mezzo agli alberi si sentivano alzarsi clamori assordanti che i Nuku avevano ben riconosciuti: erano le grida di guerra dei Krahoa. Per alcuni istanti la colonna rimase esposta al fuoco di quei misteriosi tiratori, senza osare di muoversi, perdendo non pochi uomini; poi i capi, dopo aver fatto circondare Mina da un gruppo scelto, si slanciarono a loro volta all'attacco, facendo roteare furiosamente le loro mazze e le loro scuri di pietra. Ma i colpi di tuono, come chiamavano gli spari, esercitavano su di loro un'impressione troppo profonda, per poter sperare su una vittoria. A ogni scarica che partiva si gettavano tutti a terra o si nascondevano dietro agli alberi. Ah! Se avessero avuto davanti i soli Krahoa, anche se inferiori di numero, non si sarebbero fermati e tutto avrebbero osato per salvare il loro capo bianco. Nondimeno, sia pure con frequenti soste, continuarono a spingersi all'attacco, tentando di venire a un corpo a corpo. Il capitano dell'Esmeralda era però troppo furbo per esporre i suoi marinai ai colpi di scure, quasi sempre micidiali. A misura che i Nuku avanzavano, faceva ritirare il suo drappello senza far cessare il fuoco. I Krahoa, che si trovavano più indietro, pronti a prendere parte alla battaglia facevano altrettanto. Ciò che doveva accadere purtroppo accadde. I Nuku disperando ormai di raggiungere quei nemici inafferrabili, spaventati da quell'incessante tuonare che impressionava anche i più furibondi e per le perdite che aumentavano di momento in momento, presi dal panico si sbandarono, scappando in tutte le direzioni. La guardia d'onore di Mina, vedendo i compagni darsela a gambe, a sua volta se la svignò, credendo forse che l'amica del capo bianco li avrebbe seguiti. La fanciulla aveva assistito, terrorizzata, impotente, a quella rotta disastrosa. Inutilmente aveva, durante il combattimento, chiamato più volte Emanuel perché facesse cessare quel fuoco. Il volpone si era guardato bene dal lasciare il suo nascondiglio per non prendersi, per sbaglio, qualche palla nel cranio, e Nargo, che era riuscito a raggiungerlo, lo aveva imitato. Mina che sperava sempre in un equivoco e che quegli uomini bianchi fossero il capitano Pedro e Reton con i kanaki, si era lanciata giù dal palanchino, gridando disperatamente.

— Amici, cessate il fuoco!

Quelle grida dovevano essere state udite dagli assalitori, poiché la sparatoria fu bruscamente sospesa e numerose torce vennero accese. Un uomo che teneva in mano una carabina a doppia canna, ancora fumante, apparve nel cerchio proiettato dalle scorze di niaulis. Era tutto vestito di tela bianca e non assomigliava affatto né a don Josè, né a Reton, né a Pedro.

— Chi siete voi che fate fuoco contro una donna bianca? — chiese Mina, fremente di collera. — È così che in un paese selvaggio voi proteggete le donne appartenenti alla vostra razza?

Lo sconosciuto si tolse l'ampio cappello di paglia e fece un goffo inchino, dicendo con forzata cortesia:

— Perdonate, señorita, se vi abbiamo spaventata, ma noi abbiamo sparato soltanto contro le persone che vi accompagnavano. Mi sarebbe rincresciuto uccidere una sì bella e graziosa fanciulla.

Mina non aveva risposto: guardava intensamente lo sconosciuto, chiedendosi dove e in quale occasione aveva visto quel viso barbuto. A un tratto fece due passi indietro, esclamando:

— Io vi ho già visto e ho udito altre volte la vostra voce.

— Infatti, señorita, ho avuto l'onore di ricevervi a bordo della mia nave circa tre mesi fa.

— Voi siete... don Ramirez! Il ladro che vuol privare me e mio fratello del tesoro di mio padre.

La fronte del bandito si era oscurata e un lampo d'ira aveva balenato nei suoi nerissimi occhi: però non fece nemmeno un gesto che tradisse la sua rabbia.

— Pare che abbiate dimenticato, señorita, che qui non siamo in America. E poi nessun fatto finora vi ha autorizzato a darmi del ladro, poiché il tesoro dei Krahoa non è ancora nelle mie tasche.

— Che cosa volete da me? Perché avete fatto fuoco contro gli indigeni che mi accompagnavano? — chiese Mina.

— Perché desideravo invitarvi a colazione, senza avere per testimoni quei brutti selvaggi.

— Scherzate?

— Niente affatto, señorita, — rispose calmo il bandito. — Sono molti giorni che mi annoio e ho voluto procurarmi questa piccola distrazione.

— Massacrando quei poveri indigeni? — gridò Mina con indignazione.

— Quattro colpi di fucile non rappresentano per me che una distrazione, señorita. Ne ho sparati già tanti in vita mia!

— Miserabile!

— Là, là, non vi irritate, señorita, non ne vale la pena. Troverete in me un perfetto gentiluomo.

— Allora, se siete realmente gentiluomo, lasciatemi tornare fra i Krahoa e unite i vostri sforzi ai miei per salvare mio fratello e il capitano dell'Andalusia che sono in pericolo.

Il bandito fece una brutta smorfia.

— Di questo si potrà parlare durante la colazione. Sono già le quattro del mattino, il sole sta per sorgere e avremo da percorrere qualche miglio prima di raggiungere la mia capanna. Vi avverto prima che non avrò l'onore di ricevervi, almeno per ora in un palazzo.

Mina lo guardava con stupore, chiedendosi se quell'uomo era un pazzo o un fior di mascalzone.

— Non rispondete? — chiese Ramirez, vedendo che la fanciulla rimaneva muta. — È un capitano di mare che vi invita a tenergli compagnia e non un capo di selvaggi.

— Se un tale invito me lo avesse fatto uno di quegli uomini che voi, don Ramirez, chiamate selvaggi, lo avrei preferito.

Questa volta il capitano della Esmeralda impallidì e gli si iniettarono gli occhi di sangue.

— Chi sono io? Un bandito, forse?

— Peggio ancora: un ladro, — gridò la coraggiosa fanciulla.

— Morte e dannazione!... Basta! — urlò il pirata, esasperato. — Non mi fate scordare, in un momento di rabbia, di essere un gentiluomo cileno.

Un riso uscì dalle labbra di Mina.

— Davvero? — chiese ironicamente.

— Basta, vi ripeto: abbiamo dei selvaggi intorno a noi e non desidero offrire loro lo spettacolo di due persone di razza bianca che s'insultano.

— Non conoscono lo spagnolo, questi uomini. Possono quindi scambiare le mie parole per gentilezze.

— Fate dello spirito ora, señorita? Siete più adorabile di quello che credevo.

— Ah! Non mi insultate, don Ramirez.

Por dios! Son dieci minuti che mi levate la pelle. Riprenderemo questo discorso quando ci troveremo soli. Seguitemi.

— E dove? — domandò la giovane incrociando le braccia in atto di sfida.

— Alla mia capanna.

— Io!... Siete pazzo o ubriaco?

— Né l'uno, né l'altro, señorita.

— E voi credereste che io...

— Mi seguirete.

— Chi mi obbligherà?

— Io, dovessi impiegare la forza.

— Osereste tanto?

— Vi ho già detto che qui non siamo in America. Aggiungerò ora che tutti questi selvaggi mi obbediscono ciecamente senza mai discutere, perché sono il loro capo. Basterà un mio cenno perché vi afferrino, vi leghino e vi portino nella mia capanna.

— Oltre a essere un ladro, sareste anche un vile? — gridò Mina.

Don Ramirez scrollò le spalle.

— Bah! — disse poi. — Ormai non faccio più caso alle vostre offese. La mia pelle, señorita, è più dura di quella di una balena. Ma noi abbiamo scambiate già troppe chiacchiere: finiamola. Volete seguirmi, sì o no? Pensate che da ciò può dipendere la sorte di vostro fratello e anche quella di don Josè Ulloa.

— Voi sapete dove sono dunque? — gridò la fanciulla.

— Certo che lo so.

— E me lo direte?

— Sì, se accetterete le mie condizioni, — rispose don Ramirez, con voce meno ruvida.

— Delle condizioni!...

— Oh, non vi spaventate: piccole inezie! Mi seguirete, ora?

— Sì, purché mi parliate di mio fratello e di don Josè Ulloa.

— Avete la mia parola. Finalmente diventate ragionevole.

— Sono con voi, — rispose seccamente Mina.

Il bandito le indicò il palanchino che i Nuku avevano abbandonato. Mina vi salì, mentre sei robusti selvaggi l'alzavano, e la colonna si mise in marcia inoltrandosi nella grande foresta. Don Ramirez, che ormai conosceva benissimo il suo piccolo regno, marciava alla testa fiancheggiato dai suoi marinai; in coda venivano Emanuel e Nargo, per non mostrarsi a Mina. L'ex mozzo della Andalusia aveva più paura di una occhiata della fanciulla così vilmente tradita, che di una minaccia del capitano dell'Esmeralda. Quella giovane anima perversa cominciava a provare i primi rimorsi per le infamie commesse. Verso le sette del mattino, quando il calore cominciava a diventare intollerabile, la colonna arrivava nel principale villaggio della tribù. Don Ramirez andò sollecitamente verso la sua capanna e attese sulla soglia della porta l'arrivo del palanchino. Quando arrivò, il furfante, che voleva mostrarsi gentiluomo, si tolse il cappello e allungò una mano per aiutare Mina a scendere, ma la fiera fanciulla la respinse sdegnosamente e balzò leggermente a terra, dicendo con un certo sarcasmo:

— Una Belgrano non ha bisogno di valletti.

Il capitano dell'Esmeralda fece un moto di stizza, poi, sforzandosi di mostrarsi calmo, disse:

— Questa è la mia modesta dimora. Mi dispiace, señorita, di non potervi offire di più in questo momento. Se vorrete, più tardi...

— Che cosa? — chiese Mina, ironicamente.

— Se mi seguirete in una certa isola, non avrete da lamentarvi delle comodità che potrò offrirvi.

— Cambiate discorso, — disse Mina seccamente.

— Come volete, io sono per ora il vostro servo devoto.

— E più tardi?

— Ah! Questo dipenderà da voi.

Si trasse da parte e Mina entrò nella capanna dove alcune schiave s'affannavano a coprire la rozza tavola di piatti di terracotta, contenenti colossali ignami cucinati sotto la cenere, magnagne dal sapore dolciastro, larghe fette di frutta d'albero del pane arrostite, pesci, maialetti che mandavano un profumo appetitoso e certe torte contenenti nell'interno polpa di noci di cocco, sciroppo di canne da zucchero e mandorle di katappa. C'erano anche alcune bottiglie di liquori e di vini di Spagna.

— Mi perdonerete, señorita, — disse il bandito — se la colazione sarà piuttosto magra. Non siamo nel Cile e io non posso offrirvi di più.

Con un gesto imperioso, fece allontanare le schiave, poi offrì a Mina una specie di sedia formata con rami intrecciati e sedette di fronte, dall'altra parte della tavola, troncando il collo a un paio di bottiglie, con un colpo di navaja.

— Mangiate, señorita, — disse poi. — Avremo tempo poi per chiacchierare. Dovete aver fame.

— Preferirei sapere invece che cosa è accaduto a mio fratello, al capitano don Josè e al bosmano dell'Andalusia.

— Ah, quel Reton è nato sotto una buona stella! — esclamò don Ramirez, tirandosi davanti un maialetto e facendolo rapidamente a pezzi. — Doveva essere divorato con un contorno di ignami e di magnagne, ed ecco che quel briccone ha lasciato questi antropofaghi con tanto di naso. È vero che non devono aver perso un gran che, questi divoratori di carne umana! Quel vecchio doveva essere coriaceo come un mulo della nostra Cordigliera.

— Ancora vivo! — esclamò Mina con un moto di gioia.

Ramirez la guardò con profondo stupore:

— Perché vi interessate di quel vecchio arnese che ha già un piede nella fossa?

— È un brav'uomo. E voi non avete cercato di strapparlo agli antropofaghi?

— Bisogna ben concedere di quando in quando ai propri sudditi qualche soddisfazione, se si vuole conservare la popolarità, — rispose freddamente il bandito.

— Un galantuomo al vostro posto avrebbe agito diversamente, — disse Mina con disprezzo.

— Uff! Andate a cercare dei galantuomini nel paese degli antropofaghi! Sono troppo rari al giorno d'oggi... Lasciamo andare queste storie e fate onore alla tavola. Parleremo più tardi di cose ben più interessanti che la pellaccia di quel vecchio bosmano.

Mina lo fulminò con uno sguardo pieno d'odio. Il bandito finse di non accorgersene e, per soffocare l'ira che cominciava a bollirgli nel petto, si mise a mangiare con l'avidità di un pescecane, innaffiando di quando in quando quell'eccellente maialetto arrostito, con colmi bicchieri di vino di Spagna.

— Non avete lo stomaco di un uomo di mare, señorita, — disse finalmente Ramirez, levando da una tasca una grossa pipa già piena di tabacco e accendendola. — Non avete fatto onore alla mia colazione, che, considerato il paese in cui ci troviamo non era poi disprezzabile. Spero di essere più fortunato questa sera.

— Questa sera, avete detto, don Ramirez! — esclamò Mina, scattando in piedi. — Quali idee avete su di me signor gentiluomo? Di tenermi qui prigioniera?

— Mille diavoli! Vorreste che io mi fossi preso il gusto di impegnare una battaglia con i vostri selvaggi per poi dirvi: «Señorita, siete libera?» Io non faccio mai di questi affari.

— Sicché io sono vostra prigioniera! — gridò la fanciulla.

— Ciò dipenderà da voi, — rispose il bandito con flemma.

— Spiegatevi meglio!

— Era appunto quello che aspettavo.

Si rovesciò sullo schienale della rozza sedia, aspirò altre due o tre boccate di fumo, poi disse:

— Sapete señorita, chi era mio padre?

— Lo ignoro.

— Uno dei più grandi capi Tuelkè.

— Si vede che avete nelle vostre vene sangue indiano.

— Sapete chi era mia madre? Una marchesa autentica, appartenente alla più vecchia nobiltà spagnola.

— E ha sposato un indiano?

— Eh! O sposarlo o diventare la schiava della tribù.

— Allora vostro padre l'aveva rapita.

— Più o meno come io ho rapito voi, — rispose Ramirez.

— Vuol dire che vostro padre non era diverso da voi.

— Era un gran capo e indiano per di più, — disse il bandito. — La marchesa voleva resistere, ma lui non so con quali modi, la costrinse a cedere.

Mina era rimasta silenziosa, guardando con spavento il capitano. Quel preambolo le aveva aperti gli occhi: cominciava a capire, e perfino troppo, dove il miserabile voleva arrivare.

— La vostra lingua è forse troppo asciutta, — riprese il bandito, dopo aver atteso un po' una risposta. — Volete un sorso di vino, señorita? È del migliore che arriva nei porti dell'America del Sud.

Mina fece un gesto sdegnoso.

— Bah?... Berrò io, — disse don Ramirez. — Riprendiamo ora la nostra conversazione, — riprese poi.

Caricò nuovamente la pipa con studiata lentezza, come se volesse lasciar tempo alla fanciulla di riflettere su quanto le aveva detto, poi chiese a bruciapelo:

— Sapete che vostro fratello, don Josè Ulloa e quel bosmano del malanno sono in mia mano?

Mina per la seconda volta era scattata in piedi, ma non più rossa di collera, ma pallidissima e atterrita.

Carrai! — esclamò il capitano, guardandola con ammirazione. — Come siete bella, così! Non ho mai visto una creatura così splendida! Che sangue avevano i Belgrano!

Mina, in preda a un terrore e a uno stupore impossibile a descrivere, non l'aveva probabilmente nemmeno sentito.

— Sono in vostra mano!... In vostra mano... — ripeté finalmente la fanciulla.

— Non c'è alcun motivo di spaventarsi, señorita, — rispose don Ramirez, affettando una grande calma. — Non li ho mangiati, né fatti mangiare dagli antropofaghi. Mi credete un cannibale?

— E io che accorrevo in loro aiuto coi Nuku! — esclamò Mina con aria smarrita. — Ah, mio Dio! Mio Dio!

— Sapevate dunque dove sono rinchiusi? — continuò l'implacabile bandito.

— In una caverna...

— E ci sono ancora.

— Salvateli, don Ramirez! Salvateli! Lasciate che li veda! Non li lasciate cadere nelle mani dei Krahoa! Voi, come uomo bianco, avete il dovere di proteggerli contro i selvaggi! — gridò Mina, giungendo le mani.

— Io sono prontissimo, señorita, — rispose il capitano. — Tutto dipende da voi. Forse che non sono il capo di questi immondi antropofaghi?

— Dipende da me la loro salvezza?

— Basta una vostra parola e io farò scappare a calci i selvaggi che assediano la caverna.

— Quale parola?

Don Ramirez si era alzato, facendo un profondo inchino.

Señorita Mina de Belgrano, accettereste la mano del capitano Fernando Ramirez? Se acconsentite, vi giuro sul mio onore che fra un'ora voi potrete abbracciare vostro fratello e rivedere don Josè Ulloa e il suo bosmano. Io vi amo!...