L’Altrieri/Panche di scuola/VI

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Panche di scuola – VI

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Panche di scuola - V Panche di scuola - VII


Il sole se ne scappava a dormire, cioè a parlare più esatto, lo si argomentava dall’orologio, chè, con un sì fitto tendone di nubi, sfido voi a vedere la Maestà Sua aggropparsi il cuffiotto, e porre il roseo ginocchio sull’imperiale tàlamo: noi, intanto – colti da un temporale improvviso, a radi goccioloni, a rèfoli che facèvano bazzucare i frutti sugli àlberi, lamentarsi i camini, ed atterràvano i vasi di fiori – avevamo dovuto cambiare il giardino con uno stanzone a primo piano, stanzone che serviva un po’ alla distribuzione de’ premi, un po’ a distèndervi le patate e, dal quale, per una porta in un canto ed una scaletta a chiòcciola, giungèvasi, presso il fienile, alla cameruccia di Ghioldi. Lì poi – siccome il Proverbio e la Proverbia èrano, per una visita di gala, scarrozzati via e siccome il maestro di quarta signor Fagioletti, cui essi raccomandàvano di aver l’occhio ai fanciulli, se l’era svignata del pari, sperando che quello di terza (il quale succiàvasi sotto le travi la ùnica orettina sua) scenderebbe al baccano – così, per i cinque minuti, rimasti soli, i mièi compagni (io basso matto, ma ci ho una buona ragione) si affacendàvano tanto, a còrrere, a trambustare le sedie, a sbraitare, che, a pena, udìvasi il rimbombo della partita a palle, giuocata là in alto a lume de’ lampi fra Gambastorta e l’àngelo Gabriele.

Io, tuttavia – ne stupirete certo – non scalcagnàvami, non vociava; ben in contrario, mi tenevo nel vano di una finestra, immòbile, insensìbile alla chiassata e adocchiando machinalmente, con un capo della tendina in bocca, le gràndini che, sul tetto della rimessa risaltàvano di tègolo in tègolo, e le foglione delle pòvere paulonie che si stracciàvano, rompèvansi, cadendo a coprire i sentieri. Egli è che cominciàvanmi allora i tocchi di una malinconìa dolce, profonda, la quale, come non vi sarà nuovo, strìnsemi violentìssima poi e da cui non mi rifaccio che ora.

Di tempo in tempo essa mi si serrava alla gola – giusto quando la coda del micio ingrossava – e alle gelate carezze di tale donna, pàllida, dai capelli nerìssimi e dagli occhi eternamente sbattuti, cose e persone di una volta, a strato a strato, mi riapparìvano. Io, per esempio, in quel punto ricamminnavo coll’ànimo per una viuzza inondata dalle troscie dell’aqua, con la mia Gìa a braccio; ella succinta, infagottata in un paladrano disgocciolante, da uomo; io reggendo a fatica un gran parapioggia di cotonina rossa, mentre, intorno a noi ed a Nencia, la quale ci sgambava dietro calzata di malta ed arrabbiando sotto di un ombrelletto, la diluviava... Noi tornavamo da una cascina non molto lungi di casa dove eravamo stati a vedere un vitellino neonato... babbo non lo sapeva... e, come l’aqua che ci sorprendeva colà, continuava a flagello nè sembrava in voglia di smèttere, avevamo risolto pigliarla. Ah! come rideva di gusto la piccolina serràndosi a mè, come mai Nencia, tutta a schizzi di fango, si affannava a gridarci: ma adagio... vojaltri! Madonna santa! adagio.

Io non posso proprio dirvi, quante volte – stando così appensato – m’illuminasse il baleno e tentellàssero sotto al mio fronte i vetri pel bombare del tuono, nè fino a quando avrèi viaggiato ancora gli spazii, allorchè, di colpo, una strappata alla mànica mi tirò su questa gòcciola di plutonio, nell’anno mille ottocento e... puntini, alla metà quasi di luglio, entro il gabbione dei signori Proverbio... Fu un vero salto mortale: io, aspramente, mi volsi.

La notte era calata e una candela di sego, sopra una scranna, bruciava fumosamente. De’ mièi compagni (tutti zitti com’olio) alcuni si movèvano quà e là in punta di piedi; altri, con i ginocchi piegati e le mani su quelli, tendèvan gli sguardi allo spazzo.

– Ciòe – tentommi Primetto Levi – guarda, Etelredi... – Ed io, seguendo la mano di lui, scorsi nel mezzo del camerone la tortorella di Ghioldi.

Essa veniva innanzi, lentamente, a onde come le fèmine doppie, veniva non sospettando nemmeno che tanti cuoricini, intorno a lei, galoppàssero.

Pure la sua illusione fu breve. Al tonfo di una palla di gomma scaraventàtale presso e al susseguente scalpicciare dei nostri impazienti pieducci, ella restò, battè impaurita le ali, poi, a pìccoli e presti passi andò a nascòndersi sotto un mucchio di panchi.

– Dalle, dalle! – gridiamo, a squarciagola, tutti.

– La pitturerò io di verde – strilla Gigio Righetti, il proprietario di uno scatolone a colori.

E lì una ruffa. Chi sale su di una panca chi ne cimbòttola giù... spinte, urti, un fracasso che assorda...Ve’! alla rinfusa come un sacco di gatti. Ma la inseguita riesce sul cornicione. Silenzio di pochi momenti: ella crèdesi in salvo...

Bah!

– Eccola! – fà Maso Gìanelli – saltando ad una lunga scopa da diragnare ed agitàndola in alto. E la poveretta, sloggiata dal suo rifugio, và, smarrita, a starnazzare nell’àngolo che l’uscio della porta di Ghioldi – mezzo aperto – forma con la parete... Un craac, quasi in quella: Daniele Izar si era poggiato all’imposta, di peso, calcàndola contro al muro; Daniele ghignava a tirar schiaffi e piedate.

O pagòde malvagio!

Io non so, invero, che gli sarebbe allora toccato se lo stupore non ci avesse tenuto le mani e se il maestro di terza, lui stesso, non sopragiungeva – il maestro di terza con un candeliere in mano, sulla soglia, cercando come qual’cosa e interrogàndoci, inquieto, coll’occhio... Ma noi stavamo zitti, paurosamente zitti. Fu una risposta? – Certo. Egli si fece aggrondato e, intorno, lento, con insistenza, quasi volesse scolpirci fuori il segreto, girò lo sguardo... E questo fermossi sul canzonatorio sembiante d’Izar. Ghioldi ne ebbe un sobbalzo; depose il candeliere; avanzò la mano verso il braccio di Daniele e, risolutamente dicendo: di grazia, signore – mutogli, con una giravolta, posto. E l’uscio allora, sgravato, si slontanò dal muro da sè, si slontanò sospirando... Taccio quello che scorse Ghioldi: quello che noi vedemmo, fu lo stranìssimo cambiamento nella figura di lui... Rosso come una fràgola, gli lucicchiàvano gli occhi a guisa di talco, il corpo gli si era drizzato; pareva, tutto insieme, quasi un bel uomo. Con una furia che ci fe’ impallidire e mise in volta il piccolo Ciccio Cardella, egli andò col pugno stretto sopra il cattivo riccaccio e...

Toccollo? – Non credo. Izar, vista la mala parata, lasciàvasi cader come un gnocco: Ghioldi – in questa – allentàndosegli a un tratto il furore, spaventato Dio sa per che cosa, cacciàvasi ne’ capelli le palme e, gridando: che ho fatto! che ho fatto! – fuggiva.