La scienza moderna e l'anarchia/Parte prima/XV

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I mezzi d'azione

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È evidente che se l'Anarchia si separa, e nei suoi metodi d'investigazione e nei suoi principii fondamentali, tanto dalla scienza accademica quanto dai suoi confratelli social-democratici, deve anche separarsi da questi ultimi pei suoi mezzi d'azione.

Con il nostro modo di giudicare il Diritto, la Legge e lo Stato, noi non possiamo vedere una garanzia di progresso e tanto meno un avviamento alla rivoluzione sociale, in una sottomissione sempre crescente dell'individuo allo Stato. Non possiamo neppure, perchè sappiamo che non è vero, nè dire, nè ripetere, come lo fanno spesso dei critici troppo superficiali della società, che il capitalismo moderno trova l'origine sua nell'«anarchia della produzione» – nella «dottrina del non intervento dello Stato», il quale, a quel che si pretende, avrebbe praticato il lasciar fare ed il lasciar passare. Sappiamo perfettamente che i governi, se davano ai capitalisti piena libertà di arricchirsi col lavoro degli operai ridotti alla miseria non hanno MAI dato IN NESSUN LUOGO, durante tutto il secolo XIX, la libertà ai lavoratori «di fare come volevano». La formula «lasciar fare, lasciar passare» non è mai stata applicata in nessun luogo. – Perchè dire il contrario?

In Francia, anche la terribile Convenzione «rivoluzionaria», ossia giacobina, pronunciava la pena di morte per lo sciopero, le coalizioni e la formazione d'uno Stato nello Stato. E dopo ciò, dobbiamo ancora parlare dell'impero, o dello restaurazione monarchica, od anche della repubblica borghese?

In Inghilterra, nel 1813, si era ancora impiccati per sciopero, e, nel 1831, si era deportati in Australia per aver formata l'Unione dei Mestieri di Roberto Owen. Dal 1850 al 1860, si mandavano ancora gli scioperanti ai lavori forzati, col solito pretesto di difendere la libertà del lavoro. Ed anche ai giorni nostri, nel 1903, una Compagnia ha ottenuto che un'Unione professionale fosse condannata a pagare 1,275,000 franchi di risarcimento di danni per aver dissuasi i lavoratori dal ritornare alla fabbrica in tempo di sciopero (per il picketing). Che dire, poi, della Francia, dove il permesso di fondare dei sindacati operai non fu accordato che nel 1884, dopo l'agitazione anarchica a Lione e quella dei minatori a Montceau-les-Mines? Che dire del Belgio, della Svizzera (non si dimentichi l'eccidio d'Airolo!), e sopratutto della Germania e della Russia?

D'altra parte, occorre ricordare come lo Stato riduca alla rovina i lavoratori dei campi e delle città con le sue imposte e coi monopolii che crea, in modo da consegnarli, con mani e piedi legati, al fabbricante? Occorre rammentare come in Inghilterra si distrusse e si continui a distruggere il possesso comunale del suolo, permettendo al lord del luogo (un tempo semplice giudice e non mai proprietario) di recintare le terre del comune e d'impadronirsene perciò come di cosa propria? Oppure raccontare, come la terra sia tolta, ancora attualmente, ai comuni di campagna russi dal governo di Nicola II?

Occorre dire, per ultimo, come in questo momento tutti gli Stati, senza eccezione, costituiscono grandi monopolii d'ogni sorta, senza tener conto dei monopolii creati in paesi conquistati, come nell'Egitto, nel Tonchino o nel Transwaal? E cosa ci si viene a parlare con Marx dell'accumulazione primitiva, come d'un fatto del passato, quando noi vediamo ogni anno nuovi monopolii costituiti da tutti i parlamenti con le ferrovie, le tramvie, il gaz, l'acqua potabile, l'elettricità, le scuole, ecc., e non sappiamo dove si andrà a finire?

In una parola, mai, in nessun Stato, nè per un anno, nè per un'ora, non è esistito il sistema del lasciar fare. Lo Stato fu sempre, in ogni tempo, ed è ancora, l'appoggio, il sostegno ed anche il creatore diretto e indiretto del capitale. Per conseguenza, se è permesso agli economisti borghesi d'affermare che il sistema del «non intervento» esiste – poichè essi si sforzano di provare che la miseria delle moltitudini è una legge di natura – come mai dei socialisti possono tenere questo linguaggio verso gli operai? La libertà di resistere allo sfruttamento, fino ad oggi, non è mai esistita in nessun luogo. Dappertutto bisognò conquistarla passo a passo, seminando il campo di lotta d'un infinito numero di vittime. Il «non intervento», e più del «non intervento», l'aiuto, l'appoggio, la protezione, sono sempre esistiti a vantaggio dei soli sfruttatori.

E non poteva essere altrimenti.

Abbiamo detto che il socialismo, qualunque sia la forma sotto cui si presenterà nella storia, per avvicinarsi al comunismo dovrà pure trovare la sua forma di rapporti politici. Non può servirsi delle vecchie forme politiche, come non può trar profitto dalla gerarchia religiosa e dai suoi insegnamenti, o dalla forma imperiale o dittatoria e delle loro teorie. In un modo o in un altro, dovrà esser più popolare, più unito alla piazza (al forum), che il governo rappresentativo. Dovrà dipendere meno dalla rappresentanza e diventare sempre più governo di sè stesso e per sè stesso (self-government). È quanto ha cercato di fare il proletariato di Parigi, nel 1871; è quanto sperimentarono, nel 1793-1794, le Sezioni della Comune di Parigi e molti comuni di minore importanza.

Quando noi osserviamo la vita politica attuale in Francia e in Inghilterra, come negli Stati Uniti, vediamo manifestarsi infatti una tendenza molto spiccata a costituire dei comuni urbani e campagnoli, indipendenti, ma uniti fra loro da mille e mille bisogni diversi, da trattati federativi, conclusi ciascuno con uno scopo speciale e determinato. E questi comuni cercano sempre più di provvedere, come produttori, alla soddisfazione dei bisogni di tutti i loro abitanti. Oltre le tranvie comunali, abbiamo già l'acqua comunale, che parecchie città federate tirano sovente molto da lontano, il gaz, la luce, la forza motrice per le fabbriche, e perfino le miniere di carbone comunali, le latterie comunali di latte puro, il gregge comunale di capre pei tisici (a Torquay), la condotta a domicilio d'acqua calda comunale, l'orto comunale, ecc., ecc.

Certo, non è l'imperatore di Germania, nè i giacobini al potere in Isvizzera, che camminano verso questa meta: costoro, avendo gli occhi rivolti al passato, cercano invece d'accentrare tutto nelle mani dello Stato e di distruggere ogni traccia d'indipendenza territoriale o di funzioni.1

Ma è la parte progressista delle società europee ed americane che bisogna in special modo osservare. In esse noi vediamo una tendenza spiccata a organizzarsi fuori dello Stato, al quale vanno sostituendosi sempre più con l'appropriarsi, da un lato, importanti funzioni economiche, e, dall'altro, le funzioni che lo Stato continua, è vero, a considerare come sue, ma che non ha mai saputo compiere convenientemente.

* * *

La Chiesa ebbe per missione di mantenere il popolo in una schiavitù intellettuale; la missione dello Stato fu di mantenere il popolo, mezzo affamato, nella schiavitù economica. Ora si cerca di scuotere il doppio giogo.

Sapendo ciò, noi non possiamo vedere una garanzia di progresso in una sottomissione sempre crescente allo Stato. Le istituzioni non cangiano il loro carattere a beneplacito dei signori teorici. E allora cerchiamo il progresso nella liberazione, la più completa possibile, dell'individuo; nel più largo sviluppo dell'iniziativa individuale e di quella dei gruppi, e, nello stesso tempo, nella limitazione delle attribuzioni dello Stato, non nel loro accrescimento.

Noi ci rappresentiamo la marcia in avanti come una marcia, prima, verso l'abolizione dell'autorità governativa, che si è imposta alla società, sopratutto nel XVI secolo, e non ha cessato in seguito di moltiplicare le sue attribuzioni; poscia, verso il più largo sviluppo possibile dell'elemento di accordo, di contratto temporaneo, nello stesso tempo che verso l'indipendenza di tutti i gruppi formati per uno scopo determinato e che finiranno col comprendere nelle loro federazioni tutta la società. Infine, ci figuriamo la struttura di questa, come qualche cosa che senza essere mai definitivamente costituita, è sempre piena di vita e, per conseguenza, cambia sempre di forma secondo i bisogni di ciascun momento.

Questo modo di concepire il progresso, come pure la nostra concezione di ciò che è desiderabile per l'avvenire (tutto quanto contribuirà ad aumentare la somma di felicità per tutti), ci conducono necessariamente ad elaborare per la lotta la nostra tattica speciale, che consiste nello sviluppare la maggiore somma possibile d'iniziativa individuale in ciascun circolo ed in ciascun individuo – l'unità d'azione ottenendosi con l'unità di scopo e con la forza di persuasione che possiede ogni idea, quando, liberamente espressa e seriamente discussa, è stata trovata giusta

Questa tendenza contraddistingue tutta la tattica degli anarchici e la vita interna di ciascuno dei loro circoli.

Noi affermiamo quindi che lavorare per l'attuazione d'un Capitalismo di Stato, accentrato nelle mani di un governo, divenuto appunto per questo onnipotente, è un lavorare contro la corrente già ben distinta del progresso, che cerca nuove forme d'organizzazione della società all'infuori dello Stato.

In questa incapacità dei socialisti statali di comprendere il vero problema storico del socialismo, noi vediamo un grave errore di giudizio, una sopravvivenza dei pregiudizi assolutisti e religiosi, che bisogna combattere. Dire ai lavoratori che potranno introdurre la struttura socialista, pur conservando la macchina dello Stato, e cambiando solamente gli uomini al potere; impedire, invece di contribuire, a far sì che lo spirito dei lavoratori si orienti verso la ricerca di nuove forme di vita, che saranno loro proprie – è ai nostri occhi un errore storico tale che rasenta il delitto.

Infine, poichè noi siamo un partito rivoluzionario, è sopratutto la genesi e lo sviluppo delle rivoluzioni precedenti, che noi cerchiamo nella storia, tentando di sbarazzarla essa pure dall'interpretazione falsamente statale che le fu sempre data finora. Nelle storie delle differenti rivoluzioni, scritte fino ad oggi, noi non vediamo ancora il popolo e non impariamo nulla sulla genesi della rivoluzione. Le frasi che si sogliono ripetere nell'introduzione sullo stato disperato del popolo alla vigilia della sollevazione, ci dicono forse come, in mezzo a quella disperazione, la speranza d'un possibile miglioramento, di tempi nuovi, si sia fatta strada? donde è venuto e come s'è diffuso lo spirito di rivolta? Per questo noi, dopo aver lette quelle storie, ci rivolgiamo alle fonti primitive per ritrovare qualche informazione sullo svolgimento del risveglio in seno al popolo, come sulla parte presa dal popolo alla rivoluzione.

Così, per esempio, noi comprendiamo la grande Rivoluzione francese ben diversamente dal modo con cui l'aveva concepita Louis Blanc, il quale ce la rappresentava sopratutto come un gran movimento politico, condotto dal club giacobino. Noi vediamo invece in essa, prima di tutto, un grande movimento popolare, sopratutto contadino, campagnolo («ogni villaggio aveva il suo Robespierre», come l'ha detto benissimo allo storico Schlosser l'abate Gregoire, relatore del comitato per la Jacquerie), movimento, che aveva per scopo principale l'abolizione dei resti della schiavitù feudale e la ripresa, da parte di tutti i contadini, delle terre rapite da ogni sorta di ladri ai comuni di campagna – e in questo, sia detto tra parentesi, si riuscì specialmente nell'est della Francia.

Una situazione rivoluzionaria essendo stata creata dalle sollevazioni dei contadini che continuarono durante quattro anni, nello stesso tempo, da un lato, si sviluppò, sopratutto nelle città, una tendenza verso l'eguaglianza comunista, e, dall'altro, si vide crescere il potere della borghesia, che lavorò con grande intelligenza per stabilire la propria autorità, in luogo di quella sistematicamente demolita della monarchia e della nobiltà. All'uopo, i borghesi lottavano aspramente, crudelmente quand'occorreva, per costituire uno Stato potente, accentrato, che assorbisse tutto ed assicurasse loro il diritto di proprietà (in parte sopra i beni appena acquistati durante la rivoluzione), come pure la piena libertà di sfruttare i poveri e di speculare sulle ricchezze nazionali, senza alcuna restrizione legale.

Quest'autorità, questo diritto allo sfruttamento, questo lasciar fare unilaterale, la borghesia l'ottenne infatti, e per mantenerlo creò la sua forma politica, il governo rappresentativo nello Stato accentrato.

E in tale accentramento statale, creato dai giacobini, Napoleone I trovò il terreno del tutto preparato per instaurare l'impero.

Così pure, cinquant'anni dopo, Napoleone III trovò a sua volta, nel sogno d'una repubblica democratica accentrata, sviluppatosi in Francia verso il 1848, gli elementi già pronti del Secondo impero. E di questa forza accentrata, che uccise durante settant'anni ogni vita locale, ogni sforzo, sia locale, sia all'infuori dei poteri dello Stato (lo sforzo professionale, il sindacato, l'associazione privata, il comune, ecc.) la Francia soffre ancora ai nostri giorni. Il primo tentativo per rompere questo giogo dello Stato – tentativo che apre per ciò una nuova era storica – non fu fatto che nel 1871 dal proletariato parigino.

Diremo anzi di più. Noi affermiamo che fino a quando i socialisti statali non abbandoneranno il loro sogno di socializzazione degli strumenti di lavoro nelle mani di uno Stato accentrato, il risultato inevitabile dei loro tentativi di Capitalismo di Stato e di Stato socialista sarà l'insuccesso dei loro sogni e la dittatura militare.

* * *

Senza entrare ora nell'analisi dei diversi movimenti rivoluzionari, che confermano il nostro modo di vedere, ci basterà dire che noi concepiamo la futura rivoluzione sociale, non già come dittatura giacobina, o come una trasformazione di istituzioni sociali, compiuta da una Convenzione, da un parlamento o da un dittatore. In questa maniera non si è mai fatta alcuna rivoluzione, e se la sollevazione operaia attuale prendesse tal piega, sarebbe condannata a perire senza dare un frutto duraturo.

Concepiamo, all'incontro, la rivoluzione come un movimento popolare che prenda una larga estensione, e durante il quale, in ogni città o villaggio invaso dal movimento insurrezionale, le moltitudini si mettano esse stesse al lavoro di ricostruzione della società. Il popolo – i contadini e gli operai – dovrà cominciare egli stesso l'opera costruttiva, edificatrice, su principii comunisti più o meno larghi, senza aspettare ordini e disposizioni dall'alto. Dovrà, prima d'ogni altra cosa, fare in modo che tutti abbiano il nutrimento e l'alloggio, e, poi, pensare a produrre precisamente quanto sarà necessario per nutrire, alloggiare e vestire tutti.

In quanto al governo, noi non riponiamo in esso speranza alcuna e diciamo fin d'ora che non potrà far nulla, sia poi costituito per forza o per elezione, sia esso «la dittatura del proletariato», come lo si chiamava dal 1840 al 1850 in Francia e come lo si chiama ancora in Germania, o sia anche un «governo provvisorio» acclamato od eletto, od una «Convenzione».

E lo diciamo non per un nostro gusto personale, ma perchè tutta la storia ci insegna che mai gli uomini innalzati al governo dalle onde rivoluzionarie, sono stati all'altezza della loro situazione. Non potevano esserlo, perchè nel lavoro di ricostruzione d'una società su principii nuovi, degli uomini isolati – per quanto intelligenti e disinteressati essi siano – sono sicuri di sbagliare. Fa d'uopo invece lo spirito collettivo delle moltitudini esercitato sulle cose concrete: il campo arato, la casa abitata, la fabbrica in attività, la ferrovia, i carrozzoni d'una data linea, il piroscafo a vapore.2

Uomini isolati possono talvolta trovare l'espressione legale, la formula per una distruzione di vecchie forme sociali, quando questa distruzione stia già per compiersi. Tutt'al più possono allargare un po' quest'opera distruttrice, estendendo a tutto un territorio ciò che si fa soltanto in una parte di esso. Ma imporre la distruzione con una legge, è assolutamente impossibile, come l'ha provato, per esempio, tutta la storia della rivoluzione del 1789-1794.

In quanto alle nuove forme di vita che incominceranno a sbocciare, dopo una rivoluzione, sulle ruine delle forme precedenti, nessun governo non potrà mai trovare la loro espressione, fintanto che queste forme non si determineranno esse stesse nell'opera di ricostruzione delle moltitudini, intrapresa su mille punti nello stesso tempo. Chi aveva presagito, od avrebbe potuto presagire, infatti, prima del 1789, quale funzione avrebbero avuto le municipalità, la Comune di Parigi e le sue sezioni negli avvenimenti rivoluzionari del 1789-1794? Non si legifera l'avvenire. Tutt'al più si possono presagire vagamente le tendenze essenziali, e sgombrar loro il cammino. È quanto noi cerchiamo di fare.

È evidente che, concependo in tal maniera il problema della rivoluzione sociale, l'Anarchia non può lasciarsi sedurre da un programma avente per iscopo la «conquista dei poteri nello Stato attuale».

Noi sappiamo che per la via pacifica tale conquista è impossibile, poichè la borghesia non cederà il suo potere senza lottare, non si lascierà spossessare senza opporre resistenza. E poi, a misura che i socialisti diverranno un partito di governo e condivideranno il potere con la borghesia, il loro socialismo dovrà necessariamente diminuirsi, come ha già fatto in realtà. Senza di ciò la borghesia, che è, numericamente e intellettualmente, più forte di quello che dica la stampa socialista, non riconoscerebbe loro il diritto di condividere il suo potere.

D'altra parte, noi sappiamo pure che se un'insurrezione riuscisse a dare alla Francia, all'Inghilterra o alla Germania un governo provvisorio socialista, questo, senza l'attività costruttiva, spontanea, del popolo, sarebbe addirittura impotente e diventerebbe ben presto un impedimento, un freno alla Rivoluzione. Farebbe da sgabello a un dittatore, rappresentante della reazione.

Esaminando i periodi preparatorî delle rivoluzioni, noi arriviamo a concludere che nessuna rivoluzione è nata dalla resistenza o dall'attacco d'un parlamento o d'una assemblea rappresentativa. Tutte le rivoluzioni sono incominciate nel popolo. E giammai alcuna è comparsa armata di tutto punto, come Minerva uscente dal cervello di Giove. Tutte invece hanno avuto, oltre al loro periodo d'incubazione, il loro periodo di evoluzione, durante il quale le masse popolari, dopo avere formulato delle esigenze modestissime in principio, erano penetrate a poco a poco, ed anche abbastanza lentamente, da uno spirito sempre più rivoluzionario. Esse diventavano più ardite, osavano di più, acquistavano fiducia e, uscendo dalla letargia della disperazione, allargavano mano mano il loro programma. Ci voleva del tempo prima che le «umili rimostranze» degli inizii diventassero esigenze veramente rivoluzionarie.

Infatti, in Francia ci vollero quattro anni – dal 1789 al 1793 – solo per creare una minoranza repubblicana, abbastanza potente per imporsi.

In quanto al periodo d'incubazione, ecco come noi lo concepiamo: Dapprima degli individui isolati, profondamente disgustati per ciò che vedono intorno ad essi, si ribellano separatamente. Molti di loro periscono, senza risultato tangibile; ma queste sentinelle avanzate valgono a scuotere l'indifferenza della società.

Perfino i più soddisfatti e i più ottusi sono costretti a domandarsi: «Per qual cagione questi giovani, onesti e pieni di vita, danno in olocausto sè stessi?» Non è allora più possibile di rimanere indifferenti; bisogna pronunciarsi o pro o contro. S'incomincia a pensare.

A poco a poco piccoli gruppi di uomini sono penetrati dallo stesso spirito di rivolta, e si ribellano pure, tanto con la speranza di un successo, parziale – quello, per esempio, di vincere uno sciopero, o di ottenere del pane per i propri figli, ovvero di sbarazzarsi di qualche funzionario detestabile – quanto, e molto spesso, senza speranza di alcun successo: si ribellano semplicemente perchè è loro divenuto impossibile il pazientare ancora. Non una, due o dieci rivolte simili, ma delle centinaia addirittura precedono sempre ogni rivoluzione. C'è un limite ad ogni pazienza. Lo vediamo così bene negli Stati Uniti.

Si cita talvolta l'abolizione pacifica della servitù in Russia; ma si dimentica, o si ignora, che una lunga sequela di insurrezioni di contadini hanno preceduto e condotto a questa emancipazione. Esse incominciarono fin dal 1850 – forse come un'eco del 1848 o delle sommosse in Galizia nel 1846 – ed ogni anno si spandevano maggiormente per la Russia, divenendo sempre più gravi e prendendo un carattere di asprezza fino allora sconosciuto. E ciò durò fino al 1857, quando Alessandro II lanciò finalmente la sua lettera alla nobiltà delle provincie lituane, lettera contenente una promessa di liberazione dei servi. La frase di Herzen: «È meglio dare la libertà dall'alto, che attendere venga dal basso», ripetuta da Alessandro II davanti ai nobili schiavisti di Mosca, non era una vana minaccia, ma rispondeva alla realtà delle cose.

Lo stesso avvenne all'avvicinarsi di ogni rivoluzione, e si può anche dire, come regola generale, che il carattere di ogni rivoluzione è determinato dal carattere e dallo scopo delle insurrezioni che la precedono. Ben più, si può stabilire come un fatto storico che mai nessuna rivoluzione politica seria non ha potuto compiersi, se non si continuava la rivoluzione già incominciata con gran numero dinsurrezioni locali, e se il fermento non assumeva il carattere dinsurrezione, invece d'avere quello di vendette individuali, come è accaduto in Russia negli anni 1906 e 1907.

Ecco perchè è assurdo e puerile accarezzare la speranza che la rivoluzione sociale scoppi, senza essere preceduta da insurrezioni che determinino lo spirito della rivoluzione futura. Cercare di impedire queste insurrezioni, dicendo che si prepara una sollevazione generale, è già criminoso. Ma cercare di persuadere i lavoratori che otterranno tutti quei miglioramenti che può apportare una rivoluzione sociale, limitandosi solo all'agitazione elettorale, e versare tutto il proprio fiele sopra gli atti d'insurrezione parziale, quando avvengono nelle nazioni storicamente rivoluzionarie – vuol dire essere sè stesso di ostacolo allo spirito di rivolta e ad ogni progresso, ostacolo funesto quanto è stata in ogni tempo la Chiesa cristiana.
  1. Gli imperialisti fanno lo stesso in Inghilterra. Nel 1902, hanno abolito gli School boards, o uffizi eletti dal suffragio universale, senza distinzione di sesso, specialmente per organizzare le scuole primarie in ogni località. Introdotti verso il 1860, essi avevano reso degli incalcolabili servizi all'istruzione laica.
  2. Nel grande sciopero che scoppiò in Siberia sull'immensa linea del Transiberiano, immediatamente dopo la guerra russo-giapponese, abbiamo un notevole esempio di ciò che lo spirito collettivo delle moltitudini, agitato dagli avvenimenti, può dare, se si applica alle cose stesse da riformare. Si sa che tutto il personale operaio di questa immensa linea dai Monti Oural sino a Harbin, lungo un percorso di più di 6500 chilometri, si mise in isciopero nel 1905. Gli scioperanti ne avvertirono il comandante in capo dell'esercito, il vecchio Linevitch, dicendogli che farebbero tutto per rimpatriare rapidamente i reggimenti, se il generale volesse mettersi d'accordo ogni giorno col Comitato di sciopero sul numero d'uomini e di cavalli, nonchè di bagaglio che si dovrebbe spedire. Il generale Linevitch accettò. E il risultato fu che, durante le sei settimane dello sciopero, il rimpatrio si fece con maggior ordine, minori accidenti e assai più rapidamente di prima. Era un vero movimento popolare d'operai e soldati, che, senza disciplina alcuna, collaboravano all'enorme trasporto di centinaia di migliaia d'uomini.