Le pantere di Algeri/Capitolo 14 — Le indagini del mirab

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Capitolo 14 — Le indagini del mirab

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Capitolo 14 — Le indagini del mirab
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14.

LE INDAGINI DEL MIRAB


Fu solamente a notte inoltrata che lasciarono il Solimano, dopo che le gettate si erano sfollate interamente.

Il Normanno, che conosceva la città a menadito e che non amava percorrere due volte le medesime vie, fece fare ai compagni il giro del porto orientale, risalendo le vie deserte di circonvallazione, che erano occupate allora da case per lo più diroccate e quasi tutte disabitate.

La via era senza dubbio più lunga, però certamente più sicura ed era anche più facile accorgersi se qualcuno li seguiva, sospettando sempre di essere spiati dai due negri che li avevano aiutati a sbarazzarsi dei beduini e che nondimeno potevano diventare pericolosi, immischiandoli in qualche avventura da nessuno desiderata. Verso le undici, senza aver fatto alcun incontro, il Normanno ed i suoi due compagni giungevano nei pressi della bicocca del rinnegato, che volevano visitare per accertarsi se il proprietario aveva fatto ritorno. Essendo ancora troppo presto per recarsi dal mirab, fecero il giro della casa, cercando la fune che aveva permesso loro di discendere sulla via.

— Non vi è più — disse il Normanno che precedeva i compagni. — Che il rinnegato sia tornato e l'abbia ritirata per impedire ad altri di salire?

— Date il segnale — disse il barone.

— Vi deve essere qualcuno nel cortile — osservò Testa di Ferro. — Vedo della luce riflettersi sulla tenda. Se non sarà il rinnegato, sarà il diavolo che cerca nuove vittime. Signor barone, non cedete alla tentazione. Questa casa deve essere stregata.

— Non seccarci colle tue paure — disse il giovane. — Provatevi a dare il segnale, mastro Michele. Se nessuno risponde, troveremo il modo di entrare egualmente.

— Qualcuno vi è di certo — rispose il Normanno. — Un lume od una fiaccola brucia nel cortile.

Accostò due dita alle labbra e mandò un fischio modulato che poi accompagnò con un latrato così bene imitato, che Testa di Ferro si volse, credendo di aver dietro di sé un cane, pronto a mordergli i grassi polpacci. Non era trascorso mezzo minuto quando la porta si aprì e comparve il rinnegato, barcollando sulle malferme gambe e con una lampada in mano.

— Non m'inganno io — disse con voce rauca. — Siete ben voi, Michele?

— Abbiamo bevuto un po' troppo questa sera — rispose il fregatario, ridendo. — Voi asciugherete presto la vostra cantina.

— Tant'è; non viene più nessuno a bere qui. Non si crede alla mia conversione e poi dovevo rimettermi dallo spavento provato. Sapete che mi hanno rapito?

— L'avevamo sospettato.

— Entrate.

Rinchiuse la porta e giunto nel cortile si lasciò cadere di peso sul mucchio di vecchi tappeti che gli serviva, ordinariamente, da letto.

— Ci narrerete la vostra strana avventura — disse il barone. — Credevamo di non rivedervi più mai qui.

— E contavo di vendervi la cantina — aggiunse il Normanno. — Chi vi ha rapito?

— Due negri di statura gigantesca, che si erano calati nel cortile servendosi delle colonne anziché della scala, due diavoli dotati d'una forza così prodigiosa, da impedirmi di opporre qualsiasi resistenza.

— Due negri! — esclamarono ad una voce il barone ed il fregatario.

— Saranno stati due parenti del diavolo — disse Testa di Ferro lanciando all'intorno uno sguardo spaventato.

— Indossavano una veste di seta a fiori rossi, stretta da una larga fascia di velluto giallo ricamata in argento? — chiese il Normanno.

— Sì, sì!

Il barone ed il fregatario si guardarono l'un l'altro con stupore.

— I negri che ci hanno aiutati a liberarci dai beduini — disse il primo.

— E che devono averci poi seguiti — aggiunse il Normanno. — Perché hanno rapito quest'uomo?

— Ve lo spiego subito — disse il rinnegato. — Sembra che qualcuno s'interessi assai del signor barone.

— La donna del biglietto? — chiese il giovane.

— Non lo so, signore. I due negri, dopo d'avermi imbavagliato e d'avermi calato dalla terrazza, mi portarono nel boschetto di palmizi dove vi era una portantina. Mi vi gettarono dentro legandomi le gambe e le braccia e minacciando di uccidermi se avessi tentato di fuggire, poi partirono a passo di corsa.

— Per dove? — chiese il Normanno.

— Non lo so, avendomi bendati anche gli occhi. Quando fui liberato mi trovai in una splendida sala, adorna di specchi di Venezia, colle pareti tappezzate in seta rosa trapunta in oro.

— Chi vi aspettava colà?

— Non vidi altro che i due negri, ma mi parve che dietro un paravento vi fosse qualcuno, probabilmente una donna, avendo udito un fruscio di seta e sentito un delizioso profumo di ambra.

— E che cosa vi hanno fatto quei sudanesi? — chiese il barone.

— Mi hanno sottoposto ad un lungo interrogatorio, giurando che m'avrebbero scannato come un vitello se mi fossi rifiutato di rispondere — disse il rinnegato, che tremava ancora.

— Che cosa volevano sapere?

— Chi eravate voi, se un algerino od uno straniero e dove abitavate.

— E avete risposto?...

— Che non vi avevo mai veduto prima di ieri sera e che vi avevo accordato ospitalità perché me l'avevate chiesta. Non sono così codardo da tradire un Cristiano, quantunque abbia rinnegato, ma per forza e per salvare la pelle, la fede dei nei padri, almeno colla lingua se non col cuore.

— E poi? — chiese ansiosamente il barone.

— Convinti che io non sapessi proprio nulla sul vostro conto, mi hanno chiuso prima in una camera buia e più tardi ricondotto qui dove giunsi poco fa, sempre imbavagliato e bendato.

— Avete detto che ero un algerino?

— Un turco.

— Mastro Michele, che cosa dite di tutto ciò? — chiese il barone.

— Che quella dama, quell'Amina, non vi lascerà in pace, signore — rispose il fregatario. — Dovete averle ferito ben profondamente il cuore. Chi sarà? Ecco quello che vorrei conoscere. In guardia, barone. Le donne more sono pericolose e forse più degli uomini.

— Possiamo tentare qualche cosa per sfuggirla?

— Bisognerebbe lasciare Algeri e andarsene prima che quella donna riesca a sapere chi siete.

— Che sia capace di tradirci?

— Se vi ama non lo farà, tutt'altro, signor barone. Potrebbe però crearci dei gravi imbarazzi e mandare a male i nostri affari.

— Proviamoci a far perdere le nostre tracce.

— Mi sembra una cosa un po' difficile, signore. Sono certo che i suoi schiavi ci hanno seguiti dovunque e che qualcuno veglia al di fuori. Apriamo bene gli occhi. Sarebbero capaci di rapirvi come hanno fatto di questo brav'uomo.

— Non mi lascerò portar via.

— Vedremo, signore: intanto diffidiamo e vegliamo. Ah! È già mezzanotte; andiamo dal mirab.

Quindi volgendosi verso il rinnegato, gli disse:

— Se tornano qui, dirai loro che siamo venuti a trovarti perché siamo amanti del buon vino, essendo noi gente di mare. Se Culchelubi, che è maomettano fanatico, si ubriaca tutti i giorni a dispetto della proibizione del Corano, possiamo bere anche noi che non siamo pezzi grossi dell'Islam.

Accettarono un bicchiere offerto dal rinnegato e uscirono con grande dispiacere di Testa di Ferro che avrebbe amato meglio tener compagnia al fiasco del rinnegato.

Il Normanno, prima di slanciarsi sulla via, diede un lungo sguardo alle rovine, per vedere se i negri si tenevano nascosti in qualche luogo; invece non vide alcuno.

— Eppure sono certo che ci seguono sempre — mormorò. — Sarà difficile sottrarci al loro spionaggio. Questo barone ha stregato la dama mora.

Rifecero l'istessa via della sera precedente girando intorno alla Kasbah e ritrovarono i corpi dei sei beduini, che nessuno s'era preso la briga di seppellire, ma in quale orribile stato! Gli avvoltoi, in quelle ventiquattro ore, avevano lavorato così bene di becchi da non lasciare che le ossa ed i mantelloni.

— Altro che becchini! — esclamò Testa di Ferro. — In questo paese non farebbero buoni affari. Fortunatamente ho avuto la buona idea di vuotare prima le tasche dei morti; questi ingordi avvoltoi avrebbero inghiottito anche gli zecchini.

Poco dopo la mezzanotte il Normanno ed i suoi compagni giungevano alla cuba. Il mirab li attendeva sulla porta, godendosi il fresco sotto la quercia che ombreggiava la piccola costruzione.

— Signor barone, — disse, appena scorse il giovane gentiluomo, — non ho perduto il mio tempo oggi e posso darvi delle notizie importanti. So chi è quel Zuleik Ben-Abad e posso anche dirvi dove potrete trovarlo domani.

— Ah! Finalmente! — esclamò il siciliano con intraducibile accento d'odio. — Questa volta il traditore non mi sfuggirà più.

— Vorreste catturarlo?

— Ucciderlo, signore.

— Ecco un'imprudenza che potrebbe costarvi cara, barone. Non dimenticate che quel Zuleik si trova nel suo paese e che voi siete qui non solo uno straniero, bensì anche un cristiano.

— Vi dico che lo ucciderò. Chi è quell'uomo?

— È veramente un discendente dei califfi di Cordova e di Granata e la sua famiglia è una delle più ricche e delle più potenti d'Algeri. Suo padre, morto da qualche anno di crepacuore, pel dispiacere d'avere il figlio schiavo d'un cristiano, era capitano generale delle galere del Sultano del Marocco, quantunque algerino.

— Un uomo dunque pericolosissimo quel moro — disse il Normanno, aggrottando la fronte.

— Ed un rivale formidabile del signor barone — aggiunse il vecchio.

— Ma che io, ve lo ripeto, ucciderò — disse il barone con accento selvaggio.

— Io non dubito del vostro coraggio, signor barone, — rispose l'ex-templario, — e so ormai quanto sia terribile la vostra spada. Bisognerebbe però trovare l'occasione di farvi incontrare solo con Zuleik.

— Sapete dove abita?

— Sì, uno splendido palazzo situato di fronte al bagno di Zidi-Hassam.

— Per centomila botti di sidro! — esclamò il Normanno. — Quel grandioso palazzo sormontato da due minareti rossi, colle cupole dorate?

— Sì — rispose il mirab.

— Ci sarà da lavorare se vorremo sorprendere solo là dentro quel moro?

— Potreste trovarlo altrove.

— Quando? — chiese il barone, cogli occhi scintillanti.

— Ho saputo che domani mattina Zuleik, per festeggiare il suo ritorno, darà una caccia coi falchi nella pianura di Blidah.

— Mastro Michele, — disse il barone, — conoscete quel luogo?

— Sì.

— Allora noi vi andremo.

— Diavolo! — esclamò il Normanno. — Avete molta fretta di sbarazzarvi di quel povero moro.

— Che vi sia qualche probabilità di poterlo trovare solo in qualche luogo?

— La pianura di Blidah è boscosa e può darsi che durante la caccia i cavalieri si dividano, per tener dietro ai falchi. Badate però che noi giuochiamo una carta ben pericolosa. È bensì vero che liberati da quel rivale, che vi conosce, noi potremo poi agire più tranquilli, senza il timore di venire da un momento all'altro scoperti ed impalati.

Il mirab, approvò con un segno del capo.

— Sì, — disse poi, — quel moro costituisce per voi e anche per la contessa il più grave pericolo e, se quest'ultima cade nelle sue mani, potete considerarla come perduta e per sempre, se è vero che l'ama alla follia.

— Avete saputo nulla della contessa? — chiese il barone.

— Mi sono informato e mi hanno detto che si trova sempre nel bagno dei Pascià, non essendo ancora stata fatta la scelta dagli agenti del bey e di Culchelubi.

— Che possa finire negli harem dell'uno o dell'altro? — chiese il barone con angoscia.

— Si parla molto della bellezza della contessa — rispose il mirab corrugando la fronte. — Ecco il pericolo maggiore.

— Gran Dio! — esclamò il giovane con istrazio. — Sento che io la perderò.

— Forse sarebbe meglio che venisse scelta dal bey o da Culchelubi, signore — disse il vecchio. — Non correrebbe un pericolo immediato, quantunque dovreste affrontare difficoltà maggiori per rapirla.

— Credete che Zuleik sia così potente da contrastarla agli agenti del bey o di Culchelubi? — chiese il Normanno.

— Può darsi.

— Allora, signor barone, — disse il fregatario, — noi andremo a tentare la sorte e cercheremo di sorprendere in qualche luogo il moro.

— Sono pronto — rispose il giovane che pareva in preda ad una vera esaltazione. — Ho sete del suo sangue.

— Promettetemi di non agire fino a che non ve lo dirò io.

— Ve ne dò la mia parola.

— Zuleik vi conosce, è vero? — chiese il mirab.

— L'ho affrontato tre volte colla spada in pugno — rispose il barone. — E poi l'avevo già veduto altre volte nel castello dei Santafiora.

— È necessario rendervi irriconoscibile.

— In quale modo?

— In questa cuba ho tutto l'occorrente per trasformare i fuggiaschi cristiani in mori, in arabi e anche in negri — rispose il vecchio, sorridendo. — Michele ne sa qualche cosa.

— Mi ricordo ancora di quel polacco che fra le vostre mani era diventato un Tuareg così magnifico, da passare impunemente perfino sotto il naso del capitano generale delle galere e di Cicala, che erano stati i suoi padroni. Siete un vero maestro voi.

— Vi occorreranno poi dei cavalli che corrano come il vento.

— Di ciò m'incarico io — disse il Normanno. — Conosco un beduino che possiede degli arabi superbi.

— Vuoi denaro?

— Non è necessario, mirab. La mia borsa è bene fornita.

— Allora va'. Sono già le due e l'alba spunta presto qui.

— Prima che il sole si alzi, io sarò qui — rispose il fregatario.

Mentre il coraggioso se ne andava, il mirab sollevò una pietra che si trovava in mezzo alla cuba e che avrebbe dovuto chiudere la tomba di qualche santo, giacché quelle piccole costruzioni vengono erette là dove è stato sepolto qualche personaggio che si è guadagnato il paradiso di Maometto. Il corpo del santo era scomparso ed in sua vece la nicchia era piena d'armi da fuoco e da taglio, di vestiti, di fez, di maglie d'acciaio e di vasi e di vasetti di porcellana accuratamente chiusi.

Il mirab levò dei grandi mantelli di lana bianca con fascia e fiocchi rossi e forniti di ampi cappucci, delle scarpe di marocchino giallo, delle cinture di pelle, dei fucili lunghissimi col calcio un po' curvo e dei vasetti.

— Faremo di voi due superbi sceikki — disse, sorridendo. — Sarà ben bravo Zuleik Ben-Abad se sarà capace di conoscervi.

Aprì i vasetti i quali erano pieni d'una certa poltiglia densa, di colore oscuro, profumata di zibetto e la mostrò al barone, dicendogli:

— Strofinatevi il viso, le braccia e le mani, signore. Vi darà una bella tinta che non si potrà distinguere da quella dei figli del deserto. L'ho preparata io e me ne servo per trasformare i fuggiaschi cristiani in arabi, Tuareg, marocchini e anche in negri.

Il barone e Testa di Ferro non si fecero pregare. Tuffarono le mani nei vasi e si spalmarono il viso e le braccia con quella materia untuosa e profumata.

— Ora, — disse il vecchio, — nessuno potrà credervi degli uomini bianchi. La vostra pelle è diventata bruna come quella dei cabili e non vi sta male, signor barone, in fede mia.

— Ma gli arabi non hanno i capelli biondi — osservò Testa di Ferro.

— Se non li hanno gli abitanti del Sahara, non mancano fra i berberi di Rif. Chi vi impedisce di farvi credere rifani? Signor barone, coricatevi sul mio povero divano. Io ed il vostro servo ci accontenteremo dei tappeti.

— Sono uomo di guerra, abituato a dormire sul terreno o sulla tolda delle navi — rispose il giovane. — Grazie, il mio mantello mi basta.

— Approfittate per riposarvi qualche ora. Michele non sarà qui prima dello spuntare dell'alba.

Sprangò la porta, spense il lume e si coricò. Il barone si era già steso su un tappeto, avvolto nel suo mantello, mentre Testa di Ferro si era accovacciato dentro la nicchia del santone. Tre ore dopo venivano svegliati da sonori nitriti. Il fregatario, come aveva promesso, era giunto prima ancora che spuntasse il sole, conducendo tre cavalli.

Erano splendidi animali di sangue berbero, di statura piccola, di forme svelte, colla fronte un po' schiacciata, gli occhi ardenti, le nari molto aperte e la testa bellissima, bardati con selle alte, pesanti, coperte con un panno rosso e le staffe corte, formate da una lastra di ferro ripiegata ai due lati, in modo da poter contenere l'intero piede.

Tutti i cavalli berberi, che hanno nelle loro vene sangue arabo, sono animali impareggiabili per vigore e per rapidità. Non galoppano mai, vanno sempre al trotto e posseggono una tale agilità ed una tale sicurezza, da fermarsi e da volteggiare di colpo anche in piena corsa.

— Garretti d'acciaio e forme leggere — disse il mirab che li guardava da profondo conoscitore. — Correranno come il vento. Il migliore al barone che si troverà maggiormente esposto al pericolo.

— Prendete questo bianco — disse il Normanno, conducendolo dinanzi al gentiluomo. — Il suo proprietario, un altro rinnegato per forza, mi ha assicurato che avrà ben pochi rivali e ci credo. Guardate, signore: forme perfette, gambe da cervo e testa leggera. Filerà come una tromba marina.

— È infatti ammirabile — rispose il giovane.

— Sangue arabo e andaluso, una razza superba. Farete una bella figura con questo cavallo.

Il mirab era rientrato nella cuba, dicendo al gentiluomo ed a Testa di Ferro:

— Indossate questi costumi; vi crederanno tutti due sceikki beduini d'alto lignaggio.

Il barone ed il catalano indossarono i due mantelloni di lana candidissima adorni di fiocchi rossi, calzarono le babbucce di marocchino, si strinsero colle cinture di pelle ricamate con piastrelle d'argento, passandovi la scimitarra e le pistole, poi presero i fucili e balzarono in sella.

— Siete un arabo magnifico! — esclamò il fregatario, guardando il barone. — Non se ne vedrà mai uno di così bello nel deserto.

— Partite o giungerete troppo tardi — disse il mirab. — Agite con prudenza e questa sera vi aspetto qui. Badate, signor barone, di non esporvi troppo e di sorprendere Zuleik solo.

— Tengo la sua vita sulla punta della mia scimitarra — rispose il giovane. — Quell'uomo è necessario che muoia o la contessa sarà perduta per me.

— Veglia su di lui, Michele — disse il vecchio al fregatario. — Questo giovane mi fa paura.

— Saprò frenarlo — rispose il Normanno. — Non lo lascerò assalire che a colpo sicuro.

Fecero al mirab un gesto d'addio e partirono al trotto, scendendo la collina in gruppo serrato.