Le pantere di Algeri/Capitolo 16 — La caccia al barone

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo 16 — La caccia al barone

../Capitolo 15 — I due rivali alle prese ../Capitolo 17 — I misteri del palazzo di Ben-Abad IncludiIntestazione 29 aprile 2017 75% Da definire

Capitolo 16 — La caccia al barone
Capitolo 15 — I due rivali alle prese Capitolo 17 — I misteri del palazzo di Ben-Abad

16.

LA CACCIA AL BARONE


I mori, capitanati da Zuleik, si erano messi in caccia con grande slancio incoraggiandosi con urla selvagge e cercando soprattutto di spingere i fuggiaschi su Algeri per richiamare l'attenzione delle sentinelle vigilanti sui bastioni della Kasbah, le quali non avrebbero certo indugiato a prestare loro man forte, trattandosi di catturare dei cristiani.

Impareggiabili cavalieri, divoravano lo spazio con fantastica rapidità, eccitando senza posa, colla voce e colla punta delle larghe staffe i loro ardenti corsieri, i quali precipitavano la corsa senza arrestarsi dinanzi agli ostacoli che ingombravano la pianura.

Lo spettacolo che offriva quel gruppo di cavalieri, coi loro lunghi mantelli svolazzanti, i loro corsetti scintillanti d'oro e d'argento, i loro turbanti variopinti, era superbo e avrebbe senza dubbio strappato un grido d'ammirazione anche al barone se fosse stato meno preoccupato e se non avesse rappresentata la parte della selvaggina.

Manovravano con un'abilità stupefacente quei figli del deserto, anche sui terreni più ingombri, superando con fantastica velocità i crepacci, le macchie, i tronchi d'alberi atterrati, senza esitare, senza arrestarsi un solo istante, come se i loro cavalli avessero le ali invece delle zampe. Il Normanno che li conosceva, giuocava però con pari abilità. Certo di avere animali non inferiori per resistenza e per solidità e anzi meglio riposati di quelli dei cacciatori, non risparmiava colpi di sperone né parole, premuroso soprattutto di conservare la distanza.

Dopo di essersi lasciato spingere verso Algeri per un paio di miglia, si era gettato in mezzo ad un bosco di querce, deviando verso l'est dapprima per poi ridiscendere verso il sud, onde non correre il pericolo di venire preso fra due fuochi.

Quella manovra fatta al coperto delle piante, le quali impedivano ai mori di poter seguire cogli sguardi i due fuggiaschi, era pienamente riuscita. Gli inseguitori credendo che avessero continuata la loro fuga verso il nord per cercare un rifugio nella città, avevano proseguita là loro corsa in quella direzione e non si erano accorti di quell'astuzia se non quando avevano raggiunto il margine della macchia. Non per questo si erano scoraggiati. Confidando nella resistenza delle loro cavalcature, erano ritornati prontamente verso il sud, girando la foresta ed ancora in tempo per scorgere il Normanno ed il barone galoppanti verso quella catena di colline che si estendono dietro Medeah, appoggiandosi al Keliff, il fiume più importante dell'Algeria.

— Un po' tardi, nondimeno ci hanno ritrovati — disse il Normanno, udendo le grida furiose dei mori. — Sarà un po' difficile a perdere quei cani maledetti. Finché i loro cavalli avranno forza, li avremo sempre alle spalle.

— Abbiamo guadagnato su di loro — rispose il barone. — Sono a mille passi.

— Poca cosa signore, con cavalieri così valenti.

— E dove mi conducete voi?

— Cerco di gettarmi fra le montagne. Dobbiamo evitare con cura tutti i luoghi abitati.

— Vedo dei minareti laggiù.

— Sono le moschee di Medeah.

— Vi è pericolo anche da quella parte?

— Vi è una guarnigione laggiù e poi a noi conviene evitare quella borgata onde i mori non possano fornirsi di cavalli freschi. Tutti ci sono nemici qui: il cristiano è una buona selvaggina che si paga bene sul mercato d'Algeri.

— E fino a quando continueremo questa fuga indiavolata?

— La prolungheremo più che ci sarà possibile, signor barone, ossia fino a che i nostri cavalli o quelli dei mori cadranno.

— Resisteranno più degli altri i nostri?

— Per ora trottano splendidamente e non danno segno alcuno di stanchezza. Sono impareggiabili animali che ho scelti con cura estrema.

— E non torneremo in Algeri?

— Ci proveremo questa notte, se non ci avranno presi.

— E quel povero Testa di Ferro?

— Eh, signor barone! Quello è un furbo che vale meglio di noi e che sa mettere in salvo il suo pancione.

«Accortosi che stavano per piombarci alle spalle, quel volpone, invece di accorrere in nostro aiuto, è rimasto nascosto sulla collina, lasciando a noi la cura di levarci d'impiccio.

«Quel rodomonte che si mangia due berberi a colazione e quattro a pranzo, sarà ben felice di non aver veduto nemmeno la punta del naso dei mori.»

— Che sia furbo non lo nego — rispose il barone, sorridendo. — Che ci abbandoni no e sono certo che a quest'ora galoppa verso Algeri per avvertire il mirab.

— Il quale non potrà far nulla per noi, almeno per ora. Deve stare in guardia per non compromettersi. Diavolo! Vedremo come finirà questa caccia. Signor barone, spronate ancora; i mori guadagnano su di noi.

I due cavalli, ai quali i loro padroni avevano concesso un breve respiro, per non esaurire troppo presto le loro forze, ripresero lo slancio salutati da alcuni colpi di moschettone sparati dai falconieri.

I mori, furiosi di essere stati così destramente giuocati e di non essere riusciti a spingere i fuggiaschi su Algeri, aizzavano senza posa le loro cavalcature, avendo già indovinato il piano del Normanno, però non riuscivano a guadagnare che ben poca cosa non ostante i loro sforzi.

La regione che percorrevano diventava aspra e selvaggia e accennava a diventare rapidamente deserta, giacché i barbareschi, troppo occupati nelle cose di mare, non si addensavano allora che nelle città costiere, trascurando completamente l'agricoltura che forma invece oggi la principale risorsa dell'Algeria. Non si vedeva che radi gruppetti di tende nere, tessute con fibre di palme nane, costituenti dei duar di pastori o di nomadi cabili e anche disperse a grandi distanze. I villaggi erano scomparsi e nessun minareto indicante una moschea appariva in alcuna direzione.

V'erano invece sempre macchioni di querce, di palme, di aloè, di fichi d'India e di acacie, disseminate qua e là su terreni quasi sterili, crepati dal sole. Qualche banda di montoni neri pascolava sotto quelle piante e si dileguava subito spaventata dell'appressarsi dei cavalieri.

Il Normanno ed il barone continuavano la loro corsa verso le colline i cui fianchi erano coperti di foreste di querciuoli e dove speravano di far smarrire le loro tracce.

Spronando continuamente avevano riacquistato il vantaggio perduto e cominciato a salire i primi pendìi senza che i loro cavalli avessero rallentata la loro rapida andatura.

Le povere bestie però cominciavano a dar segni evidenti di stanchezza. Perdevano a poco a poco l'impetuosità del loro slancio, ansavano affannosamente, alzavano di frequente la testa ed i loro dorsi erano scossi da un tremito incessante.

La faccia del Normanno cominciava ad oscurarsi.

— Signor di Sant'Elmo, — disse, — come va il vostro cavallo?

— Si comporta ancora a meraviglia; ritengo tuttavia che questa corsa indiavolata non possa durare molto.

— È quello che temo.

Si volse sulla sella guardando i mori. Non si avanzavano più in gruppo come prima. Formavano una lunga linea che si spezzava maggiormente ad ogni istante, I più stanchi ed i meno gagliardi cominciavano a rimanere indietro. Solamente cinque o sei, fra i quali si trovava Zuleik, si tenevano ancora uniti, precedendo tutti gli altri.

— Se la va male per noi, non mi pare che la vada bene nemmeno per i mori — disse, rasserenandosi un po'. — C'è ancora quel gruppo che non accenna a cedere, ma non sono più venti e abbiamo i moschetti. Se saremo costretti a dare battaglia, ci proveremo prima a diminuire un po' quel numero. Guardiamo per ora di raggiungere la vetta di quella collina, signore; poi vedremo quello che ci converrà di fare.

La salita diventava faticosissima pei poveri animali, le cui forze si esaurivano velocemente. Nondimeno non interrompevano ancora il trotto allungato che avevano sempre conservato nella pianura e facevano prodigi nel superare gli ostacoli e per non lasciarsi raggiungere, come se avessero compreso che la salvezza dei cavalieri dipendeva esclusivamente dalla resistenza delle loro zampe. Verso il mezzodì, con un ultimo sforzo raggiungevano la vetta della collina, arrrestandosi di comune accordo. Erano coperti di bava e le loro gambe tremavano, i loro fianchi battevano colpi precipitati.

— Un breve riposo è necessario — disse il Normanno. — Signor barone, cerchiamo di fermare per qualche istante quei dannati mori.

Zuleik ed i suoi compagni si trovavano a mezza costa e si vedeva che anche i loro cavalli non ne potevano più. Gli altri erano ancora dispersi per la pianura disseminati a varie distanze.

Il normanno staccò dall'arcione l'archibugio, imitato subito dal barone. — Mirate soprattutto i cavalli — disse. — Ci sarà più facile colpirli.

I mori si presentavano su una sola fronte, offrivano quindi un buon bersaglio quantunque si trovassero a mille e più passi.

Vistisi presi di mira, fecero impennare bruscamente i cavalli mentre si curvavano dietro il collo per non offrire presa alle palle. La scarica fu seguita da un urlo di furore. Un cavallo era caduto, seco trascinando il suo cavaliere a cui era mancato il tempo di sbarazzarsi delle staffe.

Gli altri non si arrestarono e continuarono la corsa, rossi di collera, cogli yatagan in pugno, bestemmiando e minacciando.

— Via, signore! — gridò il Normanno, balzando verso il destriero. — Non avremo il tempo di ricaricare.

Si slanciarono in sella e spinsero i cavalli giù per la china opposta a rischio di fracassarsi il collo in fondo ai burroni che si aprivano a destra ed a sinistra. Erano giunti a mezza discesa, quando udirono sulla vetta uno schiamazzo assordante. Erano i mori i quali, con uno sforzo supremo, erano riusciti a giungere lassù.

Furono veduti arrestarsi un istante, poi scendere come una volata di corvi. Il Normanno era diventato pallido:

— Che cavalli posseggono quei cani maledetti! — esclamò.

— Ed i nostri non si reggono più — disse il barone.

— Eppure bisogna che scendano.

— Ci mancheranno sotto.

— Lacerate i fianchi senza misericordia.

— È quello che sto facendo.

— Per la barba di Maometto!

— Che cosa avete ancora?

— Stiamo per venire presi!...

— Da chi!

Un urlo immenso, feroce, era risuonato verso la cima del colle:

— I cristiani!... Addosso ai cristiani!...

Un gruppo di cavalieri, con ampi mantelli bruni e ampi turbanti, era improvvisamente comparso allo sbocco d'una gola.

Erano una trentina e tutti armati di lunghe lance dalla larga lama e da yatagan che portavano appesi alle selle.

— Dei cabili! — aveva esclamato il Normanno.

— Altri nemici? — chiese il gentiluomo.

— Tutti qui lo sono dei cristiani. È necessario dividerci o fra mezz'ora noi saremo o morti o presi. Mentre io cercherò di farmi inseguire dai cabili verso l'est, voi cercate di salvarvi verso la direzione opposta. Ai mori preme voi e non già me. Se non morremo, ci rivedremo in Algeri.

— Non potrete resistere col cavallo così stremato.

— Non preoccupatevi di me. Io posso provare di essere un buon mussulmano mentre voi no, non conoscendo nemmeno l'arabo. Addio signore e cercate di sbarazzarvi di quei bricconi meglio che potrete. Presto, a sinistra voi, la destra è mia.

Il bravo Normanno senza attendere la risposta aveva lanciato il cavallo parallelamente alla collina, cercando di guadagnare una boscaglia.

I cabili avvertiti dalle grida dei mori, vedendolo passare a breve distanza, gli si erano slanciati dietro come un solo uomo, fra un urlìo spaventevole.

Il barone, rimasto solo, si era invece risolutamente cacciato nella gola rimasta libera, mentre i mori mandavano grida di trionfo, credendo ormai di averlo in mano.

Il giovane attraversò tutta la gola, sbucando in una pianura interrotta da macchie e da frane. Il Normanno ed i cabili erano ormai scomparsi, ma i mori lo stringevano da vicino, seguiti a breve distanza da Zuleik. A colpi di sperone fece varcare al cavallo, cinque o sei crepacci, cercando di cacciarsi in mezzo ad un palmeto che si delineava cinquecento metri più innanzi.

Ad un tratto il povero cavallo dopo d'aver saltata felicemente una fenditura, si piantò sulle zampe mandando un sordo nitrito e abbassando la testa fino quasi a toccare col muso la terra. Al di là vi era una seconda spaccatura.

— Suvvia, salta! — gridò il barone, lacerandogli i fianchi.

Il cavallo non si mosse. Tremava e ansava affannosamente, vomitando schiuma sanguigna.

— Salta? — ripetè il barone furioso, pungendolo colla punta della scimitarra. Allargò subito le gambe sbarazzando i piedi dalle staffe. Era tempo: il povero animale si era accasciato allungandosi subito al suolo ed emettendo un ultimo nitrito.

Il giovane si era prontamente alzato, tenendo la scimitarra nella destra ed una pistola nella sinistra, deciso a vendere cara la vita.

— Oh mia Ida! — mormorò. — Che cosa sarà di te quando io sarò morto?

Ricacciò in fondo al cuore il ricordo della fanciulla amata e si slanciò innanzi, gridando con voce stridula:

— A morte i berberi!

Due mori, i cui cavalli erano certamente i più resistenti, stavano per caricarlo, cogli yatagan in pugno.

Il barone, lesto come una pantera, evitò l'urto, poi scaricò sul più vicino la pistola, precipitandolo dalla sella col petto traforato.

L'altro, con una strappata aveva fatto fare al cavallo un fulmineo volteggio, poi era piombato addosso al giovane valoroso, gridandogli:

— Arrenditi o ti uccido!

— Prendi, cane d'un infedele! — rispose il barone.

Con un colpo di scimitarra spaccò la testa all'animale facendolo cadere sulle ginocchia, poi menò al cavaliere un traversone che se l'avesse preso gli avrebbe di certo aperto il petto. Il berbero, agile come tutti i suoi compatrioti che hanno le mosse dei felini, si era gettato vivamente indietro poi si era scagliato a corpo perduto sul barone, stringendolo fra le robuste braccia.

Più alto e molto più robusto, sollevò il giovane tentando di rovesciarlo a terra, poi perdette l'equilibrio ed entrambi caddero, lottando disperatamente e rotolandosi fra le erbe.

Il barone era riuscito ad afferrarlo per la gola e stringeva con furore, cercando di strangolarlo.

Disgraziatamente Zuleik e gli altri giungevano in aiuto del loro compagno. Un di loro balzò a terra e levò il suo yatagan sul capo del povero giovane, pronto ad ucciderlo. Un grido di Zuleik lo trattenne:

— Che nessuno lo tocchi! Quel cristiano mi appartiene!

Una cappa fu gettata sul viso del cristiano, poi sei braccia poderose lo strapparono dal moro che già rantolava sotto la stretta e lo legarono riducendolo all'impotenza. Il disgraziato aveva mandato un urlo di furore.

— Maledetti infedeli!

La cappa gli era stata tolta. Egli fissò uno sguardo sprezzante su Zuleik che stava fermo a due passi, colle braccia incrociate.

— Ebbene, schiavo — gli disse. — Compi la tua triste opera e uccidimi. Un barone di Sant'Elmo non teme la morte.

— Un discendente dei califfi uccide in guerra, ma non assassina — rispose Zuleik con nobiltà. — So rispettare il valore sfortunato.

— Tu, generoso! — esclamò il barone, con ironia.

— Forse più di quello che credete, signor di Sant'Elmo.

— Vuoi risparmiare questo cristiano? — chiese uno dei mori. — Io, al tuo posto, lo avrei già decapitato.

— Quest'uomo mi appartiene e nessuno ha diritto su di lui — rispose Zuleik. Quindi volgendosi verso il giovane gentiluomo, gli disse:

— Signor barone, voi mi darete la vostra parola di non tentare la fuga, almeno fino a quando saremo giunti in Algeri.

— Che cosa volete fare di me?

— Lo saprete quando saremo soli. La vostra parola, signore.

— Mi farete impalare, è vero?

— Non ho ancora detto questo.

— Avete la mia parola.

Zuleik, senza occuparsi dei mormorii dei suoi compagni, gli tagliò le cinghie che gli stringevano le braccia, poi indicandogli il cavallo del moro che era rimasto ucciso, gli disse:

— Montate e seguiteci.

Risalirono in silenzio la collina, Zuleik dinanzi, il barone dietro e ultimi i quattro mori, cupi e taciturni. Giunti sulla cima, l'ex-schiavo si fermò guardando attentamente la pianura sottostante.

Non si vedevano più né i cabili né il Normanno, né si udivano più le urla degli inseguitori.

— Chi era il vostro compagno, signor barone? — chiese Zuleik.

— Non posso dirvelo — rispose il giovane.

— Un berbero od un cristiano?

— Che importa a voi?

— Potrei tentare di salvarlo.

— Per perderlo più tardi? Preferisco che quell'uomo rimanga libero o nelle mani dei cabili. Non pensate a lui.

— Come volete — rispose Zuleik.

Ridiscesero il versante opposto della collina, alla cui base si erano arrestati i falconieri che non avevano potuto far superare ai loro cavalli quei pendìi. Zuleik diede loro alcuni ordini, accennando la cima della collina, poi proseguì la marcia a piccolo trotto, seguito solo dal barone e dai quattro mori. Il prigioniero si manteneva silenzioso ma guardava attentamente a manca ed a destra, sperando di veder sbucare il Normanno o Testa di Ferro. Che cosa era accaduto di loro? Del catalano non si preoccupava gran che, essendo più che certo che quel volpone fosse riuscito a sfuggire felicemente ai mori ed ai falconieri, i quali forse non si erano nemmeno accorti della sua presenza. Era invece inquieto pel Normanno che per salvarlo si era attirato addosso l'intera banda dei cabili. Era bensì vero che in fatto d'astuzia valeva ben di più di Testa di Ferro e che non era uomo da lasciare facilmente la sua pelle in mano agli altri, tuttavia non era molto tranquillo.

Catturato anche il fregatario, chi avrebbe potuto occuparsi della liberazione della contessa? E chi avrebbe pensato a strapparlo dalle unghie di Zuleik?... Testa di Ferro no di certo.

Assorto nei suoi pensieri non si era nemmeno accorto che s'avvicinavano ad Algeri, i cui minareti e le alte cupole delle moschee apparivano ormai distintamente al di sopra della collina della Kasbah. Se ne avvide solamente quando il drappello si trovò nelle vie della città.

— Dove mi conducete? — chiese a Zuleik che gli si era collocato a fianco. — Da Culchelubi forse? Sarebbe stato meglio che voi mi aveste fatto uccidere.

Il moro scosse il capo.

— No — disse poi.

— In qualche bagno?

— A casa mia.

— Per farmi impalare dai vostri schiavi?...

— Un discendente dei califfi non si tramuta in un carnefice — rispose Zuleik.

— Infine che cosa volete fare di me?

— Vi ho detto che lo saprete più tardi.

Continuarono il cammino sempre scortati dai quattro mori, scendendo verso le parti centrali della città.

Ad un tratto il barone trasalì ed a malapena trattenne un grido. Due negri, di statura colossale, che montavano due bianchi cavalli riccamente bardati, cavalcavano parallellamente al drappello, fissandolo ostinatamente. Erano ancora gli istessi che gli avevano prestato mano forte a sbarazzarsi dei beduini. Lo avevano incontrato per caso o cautamente lo avevano seguito anche nelle pianure di Blidah?

Comunque fosse, nello scorgerli il barone aveva provato una gioia segreta, come se avesse incontrato due amici.

— Vegliano su di me — pensò. — Chi sarà quella misteriosa protettrice? Non disperiamo, quantunque possa diventare un giorno pericolosa se è vero quanto mi ha detto il Normanno.

Fece un cenno ai due mori per accertarsi se l'avevano realmente conosciuto anche col viso dipinto e li vide sorridere entrambi. Ormai aveva la certezza di essere stato notato.

In quel momento Zuleik, attraversata una piazza spaziosa, si arrestava dinanzi ad un monumentale palazzo del più puro stile moresco sulla cui porta vegliavano quattro negri armati di alabarde.