Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/114

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106 il pedante

nostro l’ami. E «certum est quod natura dat»: non si può negare ch’essendo la maestá sua di sottile, acuto e peregrino ingegno, per consequenti è amica de’ periti, savi e dotti uomini, quia melius est nomen bonum che non sono le richezze. Ma ecco el nostro insipido famulo ch’esce del ludo litterario.

Malfatto. Diavolo! Non passare mai piú nessuno delle ciambelle? che vorria spendere questi quatrini.

Prudenzio. Ah scelesto! Non curare: te castigarò bene, si.

Malfatto. Oh mastro! Bon di e bon anno. Ve sono venuto aspettare a casa e me sono stati donati questi.

Prudenzio. E chi te Ili ha dati? Che non parli? Quis est ille che...

Malfatto. Che nascio sino pelle di te quello mastro.

Prudenzio. Io dico questi. Chi te Ili ha dati?

Malfatto. Uno che m’ha ditto che voi site un poltrone e che lo fuoco ve possa abrusciare.

Prudenzio. E chi è questo?

Malfatto. E che voi séti un certo che fa alli scolari...

Prudenzio. Taci, famulo, carnifice.

Malfatto. E dove è la carne? Ve sognate, nch vero?

Prudenzio. Quid latras?

Malfatto. Misser no, che non son latro. Non li ho robbati, alla fé.

Prudenzio. Non curar, giotto, uso al lupanaro. T’imparerò de avermi derelicto mentre ero con quelli uomini eruditi nel fòro.

Malfatto. Oh! adesso adesso sono uscito fuori.

Prudenzio. Non respondes ad propositum.

Malfatto. Prosopito des los bondi.

Prudenzio. Taci, temerario, poltrone, inepto! Dimi un po’: perché te nne sei tornato a casa?

Malfatto. Perché me è piaciuto.

Prudenzio. Cosí me rispondi? Adunque, io te devo dare da resarcire el ventre e farte le calighe e i diploidi e i pilei, e devi fare a tuo modo? Ma guarda pur ch’io non ti dia qualche alapa che non ti metti quattro denti nel gutture!